Sommergibile Titan. L’ombra del Titanic sull’Empatia Occidentale, l’oblio dei barconi
Sommergibile Titan. L’ombra del Titanic sull’Empatia Occidentale, l’oblio dei barconi
di Mirella La Rosa
Argomento di vibrante attualità è sicuramente la scomparsa del sommergibile Titan, andato, con il suo equipaggio, a visitare la nave Inaffondabile, vale a dire il Titanic in un viaggio che sarebbe dovuto durare più o meno quattro giorni, con otto ore di discesa e otto ore di risalita con un autonomia di ossigeno di 96 ore.
Ho letto commenti sotto i post della notizia del Sommergibile in cui più persone si chiedevano il perché questo avvenimento abbia avuto più risonanza mediatica rispetto all’affondamento dei barconi.
L’ho trovata una domanda interessante e ho deciso di cercarvi una risposta perché il web è letteralmente spaccato a metà. Senza pormi da una parte all’altra, analizzerò i punti che più mi hanno fatta pensare e propendere ora per uno schieramento, ora per l’altro, senza comunque un mio fossilizzarmi in un’idea statica.
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- La prima cosa cui ho pensato è stata l’abitudine. Siamo abituati a sentire di barconi affondati al largo delle coste, avviene da anni e col tempo la società pare si sia intorpidita di fronte a queste tragedie, forse a causa di meccanismi di difesa che potrebbero smorzare l’entità di tragedie simili. Un po’ come sta avvenendo con la guerra in Ucraina per la quale il coinvolgimento della società occidentale parrebbe essere divenuto qualcosa di secondo piano (almeno per quanto riguarda la popolazione generale). Tornando agli sbarchi, a primi fenomeni di grande immigrazione si era risposto con un accoglimento dalla popolazione locale e a loro si erano integrati. Quindi cosa è accaduto a oggi? Perché a un aiuto proattivo della popolazione sono andati a sostituirsi la stasi e la non azione? Ma sopratutto l’indifferenza? Forse l’effetto potrebbe ricalcare la nostra naturale inclinazione a captare qualcosa che non va nell’ambiente: se un odore è costantemente presente, non ce ne accorgiamo, ma se se ne dovesse aggiungere uno nuovo, subito ci attrezzeremmo per capire da dove deriva la fonte. Tristemente, la realtà dei barconi affondati è la norma, è l’odore al quale la Società si è abituata, mentre l’affondamento di un sommergibile vicino al relitto del Titanic è l’odore nuovo, quindi ci si attrezza per farvi fronte.
- La seconda potrebbe essere la mancanza di un volto a cui associare le vittime dei barconi. Questa assenza metterebbe in difficoltà il funzionamento dell’empatia. In pratica coloro che affondano nei barconi sarebbero, purtroppo, agli occhi degli occidentali, solo numeri: 100, 200, 300 Sicuramente parte della colpa apparterrebbe alla narrazione dei telegiornali, che toglie un’identità alle vittime, non da loro una storia con cui entrare in risonanza. Rimangono la massa e si disperdono nella massa.
- Un terzo punto sarebbe la necessità di non sentirsi dei mostri e di credere nel buono del mondo: quindi la colpa diventa delle vittime che scapperebbero con mezzi che non danno nessuna certezza li accompagnino sani e salvi a destinazione. Non è raro sentire gente che dice: non è vero che tutti scappano dalla guerra o da situazioni di povertà assoluta. Qui si unirebbe sicuramente l’ignoranza data dalla scuola (che, chissà perché, sorvola costantemente sul secolo che dovremmo effettivamente vivere), ma si unisce anche una responsabilizzazione delle vittime (se la sono cercata) e una deresponsabilizzazione dell’occidente che si ingegna molto di più a cercare cinque persone scomparse in fondo al mare, con mezzi incredibilmente all’avanguardia, che cercarne cento, duecento, trecento sulla superficie.
Ora i motivi per cui la società occidentale tende a entrare più in empatia con solo cinque persone piuttosto che cento, duecento, trecento migranti potrebbero essere i seguenti:
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- Somiglianza del vissuto al nostro. Sulla somiglianza e l’effetto che questa andrebbe a creare su di una persona si basano tutti quegli articoli che puntano a un determinato target. Quando le aziende fanno vestire i panni dell’acquirente al protagonista del loro prodotto (che sia uno spot pubblicitario, un film, un libro, etc…) riescono ad agganciare il pubblico e ad avere la sua attenzione. La somiglianza porta empatia, scatta il “io come loro” e in questo caso la somiglianza potrebbe essere nella curiosità di andare a visitare il relitto, oppure nelle storie che a oggi stanno venendo raccontate circa i vissuti singolari dei membri dell’equipaggio.
- Il soddisfacimento degli standard di performance della società odierna. Queste persone erano imprenditori capaci di fatturare, erano membri produttivi della società, visti come contribuenti attivi al progresso, al contrario di coloro che vengono con i barconi, visti, invece, come coloro che arriverebbero solo per portare cose negative. Essendo che i membri dell’equipaggio porterebbero qualcosa di buono (che andrebbe a riconfermare la falsa credenza del mondo come giusto) si porterebbe il pubblico a sperare nella salvezza dei protagonisti di questa storia.
- Ognuno di loro, inoltre, ha dei volti. Volti e vissuti precisi, cosa che permette, in un certo senso, di conoscerli ed essere più vicini a loro. Questa conoscenza ha portato a contare le ore di ossigeno del sommergibile e a immaginarne le morti: per soffocamento? Per implosione? Quanto avranno patito? Questo meccanismo non è molto dissimile da quello che avviene sui Social mediante l’affezione a un dato influencer.
- Poi c’è un altro fattore che permetterebbe di entrare in empatia con loro.
Questa storia e questo equipaggio avrebbero toccato la moderna “Cultura Occidentale” con la quale intendo quella cultura che crea un prodotto capace di incunearsi all’interno di una società e farla sentire unita, unica, comune, occidentale, per l’appunto. Il Titanic non è solo una nave affondata, è quel film la cui colonna sonora è entrata in ogni matrimonio degli Anni Novanta, ha reso sex symbol Leonardo DiCaprio, è divenuto in tempi moderni un meme (dalla porta, all’attesa degli ottant’anni, alle ragazze sotto ai venticinque anni come fidanzate di DiCaprio), oggetto di dibattito sul modo in cui è stato affondato, simbolo della moderna hubris umana (inaffondabile).
È un film che è letteralmente impossibile non aver visto e, se non lo si è visto, se ne conosce la trama.
In tempi meno moderni abbiamo avuto un fenomeno non dissimile in Italia, nel nostro paese, mediante l’unificazione di un’unica lingua grazie all’epoca dell’esplosione della TV e dalla sua funzione di andare a creare riti comuni (vedere il Carosello e poi i bambini a nanna, per intenderci). Ebbene, quello che avrebbe fatto scattare l’empatia verso questa cinque persone potrebbe essere il loro essere scesi a toccare un pezzo della nostra cultura cinematografica comune.
In pratica: tutti conoscono qualcosa che diventa un comune sentire a un dato popolo.
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- Altro fattore che potrebbe aver fatto scattare l’empatia potrebbe essere la metodica della morte: vale a dire per asfissia o per compressione. Questo tema potrebbe toccare particolarmente una parte della popolazione che teme gli spazi chiusi, una paura abbastanza diffusa in occidente. Anche se in questo caso sorge una domanda: perché la claustrofobia rende più vicini a un evento, molto più di quanto non faccia la talassofobia, una paura che include un mare che di fatto uccide tanti migranti?
E, dulcis in fundo, ciò che rende questo un evento di cui parlare è la sua straordinarietà, straordinarietà intesa come accadimento fuori dalla norma: questi uomini sono andati a circa tremilaottocento metri di profondità (o ci hanno provato) e leggevo che sono più gli uomini andati nello spazio che scesi fino a quegli abissi. Il mare, paradossalmente, nonostante ci è più vicino, è meno esplorato rispetto lo spazio aperto. È stata proprio la straordinarietà della cosa a far vendere la notizia, a farla girare, a farne parlare.
Questi uomini hanno pagato una cifra da capogiro per realizzare, quello che, forse, molti dell’Occidente vorrebbero fare: vedere quel relitto di cui si parla ininterrottamente da più di vent’anni da quel film di Cameron.
Perché scendere nelle profondità?
Vi è un ego personale nel vantarsi poi di essere arrivati fin laggiù o è la spinta alla ricerca?
Anche Icaro s’è bruciato così
Mirella La Rosa


Mirella La Rosa apre una finestra sul buio dell’umanità. Descrive ciò che temo sia accaduto anche di fronte a orrori come l’olocausto. Non tolgo il merito a qualche sporadico movimento che cerca disperatamente di riportarci al concetto di umanità, ma temo che la oramai globale economia del profitto , abbia preso il sopravvento sui valori. L’etica, aime,è stata chiusa nel baule dei ricordi, assieme tutti quei valori per i quali tante donne,uomini,bambini, persero la vita nei conflitti che avrebbero dovuto portarci verso la pace e la fratellanza. Mirella è chiara nell’analisi, a leggerla si prova un brivido, viene l’amaro in bocca, e, sono sincero, provoca il senso di colpa di chi non è direttamente colpevole,ma magari solo “indifferente” che forse è ancor peggio della colpevolezza….
Molto interessante, coglie svariati vertici di osservazione, tutti molto validi. Ne aggiungerei uno, dall’autrice comunque sfiorato: noi umani abbiamo bisogno di credere nelle capacità della techne, uno strumento scientifico non può sbagliare, fallire: ne va del nostro inconscio bisogno di fidarci/affidarci…. Grazie comunque, una preziosa riflessione