La lettura del libro di Miguel Benasayag, “Funzionare o Esistere”(2019) mi ha dato lo spunto per riflettere assieme al gruppo di tirocinanti triennaliste sulla condizione dell’individuo nella società attuale.

Una cosa  che vorrei sottolineare – e che ha suscitato in me grande speranza – è che presto lo studio del pensiero di Benasayag si è intrecciato con quello agile e spassionato, libero e coraggioso, delle giovani studentesse- appartenenti alla fascia d’età tra i 23 e i 25 anni – dando vita ad incontri brillanti arricchiti dalla loro visione, critica e “nuova”dei fatti sociali. Originalità, autenticità e senso critico sono state la cifra delle loro riflessioni. Una generazione in grado di “fare” degli approfondimenti svincolati da quel certo conformismo o quella banalizzazione che, a volte, affligge le nuove generazioni. Insomma, una generazione dotata di una marcia in più.

Per me è stato un piacere lavorare con loro. Lo stesso piacere che ho incontrato nel leggere Benasayag per il coraggio e la profondità delle sue tesi, per la rinnovata complessità con cui ci invita a considerare aspetti della contemporaneità.

Particolarmente significativo, tra i tanti, il concetto del Tempo e la distinzione, non da poco, tra“prendere il tempo” e “perdere tempo”

Il suo invito infatti è di attenzionare il “benessere” dell’individuo piuttosto che la sua richiesta di “funzionare” dal momento che Funzionare è molto diverso da Esistere. Fidelizzati al mero funzionamento proattivo si rischia di non “prendere il tempo”, il proprio Tempo; e spinti a non “perdere tempo” si aliena la peculiarità dell’esistente. In una parola di Esistere.

Benasayag ci mette in guardia anche come terapeuti nell’esercizio del nostro lavoro. Non è raro infatti che la richiesta che molti pazienti rivolgono al terapeuta sia di “funzionare”,- vogliono funzionare bene per assolvere alle richieste performanti del Sistema – piuttosto che aprire aree di esistenza, di pensiero, e di contatto con il proprio Se.

Un’altra interessante riflessione che l’Autore propone è la dipendenza dai dispositivi digitali che determina quello che lui definisce “colonizzazione algoritmica”, una condizione molto rischiosa laddove non esiste un nemico identificabile piuttosto prevale l’attitudine dell’individuo a ricercare e alimentare sempre di più il patto “perverso” con gli apparecchi digitali fino all’annullamento di Sè.

Donatella Lisciotto

 

Nel corso del tirocinio triennale di Scienze e Tecniche Psicologiche svolto con la dottoressa Lisciotto presso il Laboratorio Psicoanalitico “Vicolo Cicala” di Messina, abbiamo affrontato una tematica molto importante quanto necessaria, prendendo spunto dal libro di Miguel Benasayag – “Funzionare o Esistere” (2019).

Abbiamo analizzato il modo in cui oggi la società e gli individui siano assorbiti da una realtà che sembra preordinata, molto spesso sviluppando una dipendenza dalla tecnologia e alterando il concetto di tempo.

Abbiamo trattato il tema della perdita dell’identità causata dalla forzatura di essere identificati tramite codici, password e non più tramite caratteristiche e peculiarità.

Si potrebbe tuttavia non essere totalmente d’accordo sul concetto di “popolazione senza personalità” o totalmente influenzata dalla massa.

Basti guarda alle innumerevoli manifestazioni e ribellioni ad un sistema politico e culturale a cui non sentiamo la necessità di appartenere, perché ingiusto e non equilibrato per le nuove generazioni.

Si direbbe che si viva in un mondo in cui si è dipendenti, delegando molte attività ad un’intelligenza artificiale, tanto da inibire a volte, la creatività e il libero pensiero.

Una possibile soluzione potrebbe essere quella di creare un equilibrio tra il preservare la propria identità e l’utilizzo della tecnologia.

Come spiega il libro, in certe zone zone del mondo, si attende che il bambino raggiunga una certa età, un determinato sviluppo, prima di dotarlo del nome; aspettare cioè il momento in cui si possa dare un nome che riveli il suo modo di Essere.

In Corea del Sud quando il bambino è appena infante, esiste un’usanza chiama

“dolijabi” – 돌잔치.

In un clima gioioso, si dispongono di fronte al piccolo festeggiato diversi oggetti, ognuno dei quali rappresenta un percorso futuro: il primo oggetto che il piccolo afferra esprimerà il suo destino.

Oltre agli oggetti che simboleggiano le occupazioni e gli auspici tradizionali, al giorno d’oggi ne vengono collocati anche altri che rispecchiano lavori più attuali: una pallina da golf, un microfono e un mouse del pc.

In Occidente nonostante  esistano tradizioni differenti è normalità essere spinti dalla famiglia e dagli esempi sociali rispetto a chi si voglia diventare.

Così le società delle grandi masse assumono il termine di “endoscheletro”, dunque una struttura da  indossare per aderire ai bisogni del sistema che, attraverso le sue sollecitazioni, sembra portare l’individuo a svuotarsi della propria identità e personalità.

L’odierna società, partendo da un’analisi di gruppo e dalla pellicola cinematografica di Roger Waters – “The Wall” (1982), si evidenza la tendenza ad un’ omologazione di massa come se uno spirito superiore, “Wotan” avesse preso il sopravvento sull’identità collettiva e su ogni singola vita; un lento, mortifero  decadimento dell’identità individuale degli umani. Esseri, gli umani, che – abbozzati in uno stato primitivo, verminale, – come crisalidi immobilizzati, spengono la  loro anima, il proprio pneuma, il loro respiro vitale fino ad assopirsi in un sonno profondo e funzionare seguendo tempi e modalità dettati dalla società. Coloro che non seguono I diktat sociali, normativi e i criteri stabiliti vengono ostracizzati come Marta  nell’opera pirandelliana “l’Esclusa” (1901), protagonista che a causa della propria scelta ribelle e non coerente al modello familiare, viene esclusa fino all’isolamento. Ella diviene il tipo di Donna che la società non vuole. In un’epoca dove “disintegrarsi”, equivale alla perdita e all’annullamento dell’Essenza umana, si esige l’integrarsi, comportando una liquidazione psichica degli affetti. Se annulli chi sei, la tua materia, se mantieni quella patina di ipocrisia, finto benessere e finta felicità, il tuo smisurato Ego crescerà; stai certa tutto e tutti ti aspetteranno, ma se ti individualizzi verrai lasciata sola. Lì sotto questi travestimenti, troveremo il figlio o la figlia perfetta, la studentessa perfetta e la Donna – l’Uomo perfetto del ventunesimo secolo.

Un Icaro moderno che potremmo metaforicamente associare agli   “influencer”, persone che in preda alla loro smania di fama e spinti dal desiderio di successo, dettato a volte dal loro delirio di onnipotenza e solitudine,  finiscono per bruciarsi le ali, proprio come Icaro che sfida la natura del fuoco e pecca di (hybris) – tracotanza.

Riflettendo su quanto detto in Laboratorio, esistono personalità come Michela Murgia, Gino Strada, poeti, scrittori, come Bob Dylan, o Freud stesso, che con le loro scelte, la loro folle genialità e in contraddizione con le forze sociali e della storia, hanno affrontato coraggiosamente la Solitudine pur di difendere chi sentivano di essere e le proprie idee. Accettando il rifiuto hanno lasciato impronte senza chiedere nulla in cambio, né hanno voluto  incentivare un sistema capitalista e di sottomissione del debole. Le loro storie, il loro sacrificio  possono ispirare i giovani a diventare ci  che si è profondamente nella propria anima.

La domanda è dunque: “Voglio funzionare o Esistere?”

Se voglio esistere devo affrontare le criticità che tale scelta comporterà.

In conclusione per citare il libro di Benasayag “dis-integrati e la società potrà integrarti”.

Valentina Triolo, Fabiana Sciacca e Martina Famulari – tirocinanti del Laboratorio Psicoanalitico “Vicolo Cicala”, Messina