Vittoria
Era buio nella sua stanza. Lo era sempre. Raramente apriva le tende. Lo faceva solo quando c’era la luna piena, allora si arrampicava su una sedia e si affacciava pericolosamente dalla finestra pur di vederla. Rimaneva in piedi completamente ferma, senza nemmeno sbattere le palpebre. Ma oggi la luna si mostrava solo a metà e quindi a Vittoria non interessava. Eravamo sdraiate uno accanto all’altro e stavo cercando di prendere sonno quando per sbaglio gli sfiorai la gamba:
“Perché sei sempre così fredda?” le dissi, innervosita dal fatto che non riuscissi a
prendere sonno.
“Non lo so.”
“Hai mangiato oggi?”
“Sì.”
“Vittoria, sono seria.”
“Anch’io sono seria.”
„Vabbè ho capito“
Anche se era buio, sapevo che Vittoria stava sorridendo.
“Buonanotte, tesoro.“
“Ti odio.“ Le risposi
Vittoria si girò verso di me e mi accarezzo delicatamente la guancia „Lo so che non è vero.“ disse in un sussurrò.
Aveva ragione. Non avrei mai potuto odiare Vittoria. Era più di una cugina per me, era persino più di una migliore amica. Era parte di me, era un organo che non si trova su nessun libro di medicina. Vittoria era un lembo senza cui io non potevo vivere senza. O almeno coì pensavo.
“Com’è andato l’appuntamento?” chiesi. Come era possibile che non fossi ancora stanca?
“Noioso,” rispose, cambiando posizione e dandomi le spalle.
“Com’è possibile che ogni appuntamento a cui vai sia noioso?” dissi, forse a voce un pò troppo alta.
“Non lo so, forse attiro solo ragazzi noiosi.”
“Louis non è noioso, è simpaticissimo.”
“Allora perché non ci esci tu?“
Risi leggermente.
“Chiaramente gli piaci più tu,” dissi, già pentendomi della piega che stava prendendo la conversazione.
Vittoria si alzò e mi guardò nel buio. In quel momento una macchina paso sotto alla nostra stanza e i fari illuminarono per brevissimo tempo il viso di mia cugina. Vidi che mi fissava con uno sguardo glaciale. Non l’avrei mai ammesso, ma in quel momento, mi venne un leggero brivido lungo la schiena.
“Perché devi sempre mettermi su un piedistallo?“ Mi chiese Vittoria.
“Cosa?”
“Ogni dannata volta mi dici quanto sono fortunata, quanto sono carina e intelligente e quanto vorresti essere più come me,” si stava arrabbiando, riuscivo a capirlo dal tono di voce. Vittoria accese la piccola lampada rossa che stava sul comodino. Il suo volto si illuminò d’improvviso e vidi da che prima i suoi occhi avevano un velo di ghiaccio, ora invece, la sua espressione era infuocata. Vittoria sarebbe potuta essere muta e le persone l’avrebbero comunque capita subito. Bastava guardarla negli occhi.
Mi alzai anche io e appoggiai la schiena sul muro. “Ma è la verità , no? Tu sei quella bella tra le due.“ Incrociai le braccia e la guardai con uno sguardo di sfida. Anche io riuscivo a farmi capire, magari non con gli occhi come faceva lei, ma le mie parole potevano essere taglienti.
Silenzio scese nella stanza. L’unica cosa che riuscivo a sentire, era la sensazione di bruciore sulla mia guancia. Vittoria mi aveva appena dato uno schiaffo. Era successo tutto così in fretta che non me ne ero nemmeno accorta.
“Sei pazza?” urlai, senza preoccuparmi se i vicini ci avrebbero sentite. Le pareti della nostra stanza erano fatte praticamente di carta e qualsiasi cosa uno facesse, lo condivideva con tutto il vicinato.
“Ti darò uno schiaffo ancora più forte se non smetti con queste stronzate,
Alice.“disse.
Ora ero io quella arrabbiata. Molto più arrabbiata di quanto avrei dovuto essere. Ma era questo il mio problema: lascio che le mie emozioni prendano il meglio di me.
Raramente riuscivo a razionalizzare. Mi alzai e andai in bagno. Mi dovevo calmare, altrimenti avrei iniziato a insultarla.
Non era stato un colpo forte ma in quel momento, non sopportavo guardarla. Feci scorrere l’acqua fredda sul viso e controllai allo specchio se sarebbe rimasto il segno. Dio, stavo esagerando e lo sapevo, ma di solito era sempre lei la drammatica. Ora volevo fare io la sceneggiata e lei non me lo avrebbe preso via da me.
“Dai Alice, non è stato così forte.”
Stava dietro di me, il suo lungo busto appoggiato alla porta del bagno, giocherellando con i suoi capelli neri e guardandomi con uno sguardo esausto.
Sospirai. Sapevo che mi stava prendendo in giro e che non era per niente dispiaciuta, ma allo stesso tempo non avevo più voglia di giocare il ruolo di vittima quindi rimasi in silenzio. Avevo già superato la cosa e volevo solo andare a letto. Mi girai a guardarla e incrociai le braccia.
“Hai mangiato oggi?”
“Vuoi che ti dia un’altro schiaffo?”
“Dammi una risposta, Vittoria.”
Sospirò forte. Sapevo che non aveva mangiato nulla. Lo capivo sempre dalla sua pelle; se era molto pallida, di un bianco quasi candido soprattutto intorno alle sue labbra, significava che probabilmente aveva solo bevuto tè o caffè.
“Ho mangiato durante l’appuntamento.”
“Oh sì, ne sono sicura.“ Risposi sarcasticamente.
“Cosa vuoi da me, Alice? Perché mi tratti sempre come se fossi una bambina quando abbiamo la stessa età ?” Era di nuovo frustrata e potevo vedere un po’ di rosso apparire sulle sue guance. Beh, almeno adesso non sembrava un fantasma, pensai.
“Tu lo sai perché te lo chiedo“, le dissi seria.
“Oh mio Dio, è successo solo una volta Alice, per ancora quanto tempo me lo rinfaccerai?“
“Una volta basta e avanza Vittoria,” dissi con un tono fermo. Ero dura con lei e lo sapevo, ma non mi importava.
All’improvviso un altro brivido mi scese lungo la schiena. Mi guardai attorno meravigliata. Forse avevo lasciato la finestra del bagno aperta? Quando guardai Vittoria per chiederle se anche lei aveva freddo, vidi che mi guardava in modo intenso. Non era più appoggiata alla porta. Ora stava dritta in piedi, la testa alta e fiera. Sembrava una statua greca, elegante ma intimidatoria.
Le sue guance rosse tornarono pallide. Le sue dita smisero di giocare con i suoi lunghi capelli. Si avvicinò a me e si fermò soltanto a pochi centimetri dal mio viso. Istintivamente feci un passo indietro, ma rifeci un passo avanti quasi subito. Se c’era qualcuno che sapeva tenergli testa ero io e lei lo sapeva. Mi mi fece uno dei suoi
famosi sorrisi che di solito usava per far innamorare i ragazzi. Ma questo non era un sorriso incantatorio: lei sorrideva per mettermi paura. Lei sapeva che io no avrei mai rivelato a nessuno i suoi segreti, non perché ero moralmente particolarmente buona, ma perché se io l’avessi tradita, lei avrebbe tradito me. Era come tenere un coltello a doppie lame.
Fu anche in quel momento che mi resi conto di aver esagerato. Non avrei dovuto farle ricordare cosa era successo due settimane fa.
Vittoria stava ancora sorridendo “Se tiri fuori l’incidente un’altra volta, mi assicurerò che sia tu a finire in un letto d’ospedale questa volta, non io.“ Disse, in un tono di voce chiarissimo.
E con ciò mi diede un’ultima occhiata e tornò a letto. Ero come paralizzata. Sapevo che Vittoria non era malvagia e probabilmente non intendeva davvero quello che aveva detto, ma all’improvviso mi sentii poco al sicuro in sua compagnia. Prima di seguirla a letto, mi assicurai che la nostra porta fosse sbloccata. Non si può mai sapere no?
Elena, 18 anni


Bellissima storia sul filo della suspence in un rapporto tra adolescenti in cui lo svuotamento emotivo lascia spazio alla dipendenza reciproca! Complimenti
Mi associo pienamente a quanto scritto da paola, e aspetto altri tuoi enigmatici racconti….
Letto tutto d’un fiato! Complimenti! vorrei sapere come finisce la storia 🙂