Mamma, vaffanculo e basta!
Era una giornata qualunque, una di quelle in cui il cielo grigio era il riflesso del pessimo umore di casa. Matteo, sedici anni, entrò in cucina con lo sguardo cupo, le spalle rigide come se portasse un peso invisibile. Sua madre, Anna, stava già preparando la cena. Il rumore del coltello sul tagliere riempiva la stanza, un suono che sembrava segnare il ritmo di ogni giornata, sempre uguale.
“Matteo, hai fatto i compiti?” chiese lei, senza alzare lo sguardo.
Matteo non rispose. Si limitò a lanciare lo zaino sul pavimento. Anna si voltò lentamente, fissandolo. Il loro rapporto, negli ultimi mesi, si era incrinato. L’adolescenza di Matteo sembrava un muro che si alzava tra di loro ogni giorno un po’ di più. Lei non lo capiva più, e lui non aveva più voglia di farsi capire. “Matteo, ti ho fatto una domanda,” ripeté Anna con impazienza nella voce. “Che te ne frega? Tanto non capisci mai niente,” mormorò Matteo, con voce stridula.
Anna si avvicinò, le mani appoggiate ai fianchi. “Come hai detto?” Lui la guardò con gli occhi stretti, quasi cercando il coraggio di sfidarla. “Ho detto che non capisci niente. Sei sempre a criticarmi, a chiedermi cose che non ti riguardano.”
Anna lo fissava incredula. “Io? Io non mi preoccupo per te? Sto solo cercando di aiutarti, Matteo. Sei sempre nervoso, arrabbiato, e io non so più come parlarti.”
Matteo fece un passo indietro, alzando la voce. “Non voglio che mi parli! Lasciami in pace, mamma!”
Anna, per un attimo, restò senza parole. Era stanca, anche lei. Stanca di sentirsi rifiutata da quel figlio che non riconosceva più. E forse, in quel momento, quel senso di impotenza prese il sopravvento.
“Non posso lasciarti in pace, Matteo. Sono tua madre, è il mio compito.”
Fu allora che accadde. Le parole uscirono dalla bocca di Matteo come un’esplosione.
“Mamma, vaffanculo e basta!”
Il silenzio cadde nella cucina come un peso da palestra . Le parole rimbalzarono sui muri, amplificate dal dolore che avevano creato. Anna restò immobile. Non era solo la parolaccia, non era solo la rabbia. Era il taglio netto di un legame, la ferita aperta che bruciava ogni respiro dí più.
Matteo, resosi conto di ciò che aveva detto, sentì il cuore battere forte nel petto. Voleva fuggire, scappare dalla stanza, ma non si mosse. Anna abbassò lo sguardo. Poi, con una voce che traduceva tutta la sua stanchezza, disse: “Non so cosa ti sta succedendo, Matteo. Ma io non merito questo.” Matteo la guardò per un istante, poi si girò e uscì di casa, sbattendo la porta. Sentiva il vuoto dentro, una confusione che non riusciva a gestire. Non sapeva perché avesse detto quelle parole, ma sapeva che ormai erano fuori e che, in qualche modo, avevano cambiato tutto.
E Anna, sola in cucina, si sedette lentamente, cosciente della normalità del comportamento del figlio e che si renderà conto più avanti della sua adolescenza vivace.
“Matteo, hai fatto i compiti?” chiese lei, senza alzare lo sguardo.
Matteo non rispose. Si limitò a lanciare lo zaino sul pavimento. Anna si voltò lentamente, fissandolo. Il loro rapporto, negli ultimi mesi, si era incrinato. L’adolescenza di Matteo sembrava un muro che si alzava tra di loro ogni giorno un po’ di più. Lei non lo capiva più, e lui non aveva più voglia di farsi capire. “Matteo, ti ho fatto una domanda,” ripeté Anna con impazienza nella voce. “Che te ne frega? Tanto non capisci mai niente,” mormorò Matteo, con voce stridula.
Anna si avvicinò, le mani appoggiate ai fianchi. “Come hai detto?” Lui la guardò con gli occhi stretti, quasi cercando il coraggio di sfidarla. “Ho detto che non capisci niente. Sei sempre a criticarmi, a chiedermi cose che non ti riguardano.”
Anna lo fissava incredula. “Io? Io non mi preoccupo per te? Sto solo cercando di aiutarti, Matteo. Sei sempre nervoso, arrabbiato, e io non so più come parlarti.”
Matteo fece un passo indietro, alzando la voce. “Non voglio che mi parli! Lasciami in pace, mamma!”
Anna, per un attimo, restò senza parole. Era stanca, anche lei. Stanca di sentirsi rifiutata da quel figlio che non riconosceva più. E forse, in quel momento, quel senso di impotenza prese il sopravvento.
“Non posso lasciarti in pace, Matteo. Sono tua madre, è il mio compito.”
Fu allora che accadde. Le parole uscirono dalla bocca di Matteo come un’esplosione.
“Mamma, vaffanculo e basta!”
Il silenzio cadde nella cucina come un peso da palestra . Le parole rimbalzarono sui muri, amplificate dal dolore che avevano creato. Anna restò immobile. Non era solo la parolaccia, non era solo la rabbia. Era il taglio netto di un legame, la ferita aperta che bruciava ogni respiro dí più.
Matteo, resosi conto di ciò che aveva detto, sentì il cuore battere forte nel petto. Voleva fuggire, scappare dalla stanza, ma non si mosse. Anna abbassò lo sguardo. Poi, con una voce che traduceva tutta la sua stanchezza, disse: “Non so cosa ti sta succedendo, Matteo. Ma io non merito questo.” Matteo la guardò per un istante, poi si girò e uscì di casa, sbattendo la porta. Sentiva il vuoto dentro, una confusione che non riusciva a gestire. Non sapeva perché avesse detto quelle parole, ma sapeva che ormai erano fuori e che, in qualche modo, avevano cambiato tutto.
E Anna, sola in cucina, si sedette lentamente, cosciente della normalità del comportamento del figlio e che si renderà conto più avanti della sua adolescenza vivace.
Adam, 15 anni


Uff…..mi hai coinvolto nella storia al punto di sentirmi presente in quella stanza….Ma, hai messo in evidenza un punto fondamentale nella relazione fra genitori e figli: il reciproco rispetto.
Entrambi presumo,pur mantenendo le loro posizioni, si saranno pentiti del mancato rispetto a cui accennavo prima.
Certo troverò molte critiche alla mia posizione, ma io sono dalla parte di Matteo.
Noi,gli adulti, a volte non siamo capaci di fermarci a riflettere in tempo e ad osservare lo sviluppo di quella creatura che pensiamo di conoscere,ma che per conoscerle occorre dialogo, e nel dialogo ,pur mantenendo le proprie opinioni, occorre tolleranza. Mai,ed è qui che considero vi sia un grave errore dell’adulto, mai dobbiamo rinfacciare quello che abbiamo donato,fatto,sacrificato,per loro.
Delle nostre scelte,loro devono essere soltanto i beneficiari senza sentirsi in debito. Forse,allora,pur in un momento delicato come il transito in questo passaggio da bambini a adulti, si sentiranno liberi di condividere con noi le loro incertezze, la loro rabbia,il loro amore.
Ancora grazie Adam!!!
Continua a scrivere!
Sono un tuo follower!! Ha,ha!
Andrés
Scriveva Umberto Eco che il presente può guardare al futuro perché portato in spalla dai giganti. E chi sono i giganti se non quelli che hanno costruito questo presente e futuro possibili? E diciamocelo i genitori sono un po’ questi giganti che hanno portato il nostro peso per tanto tempo, senza chiedere
Chi scrive ha una grande sensibilità e capacità di lettura delle dinamiche relazionali e personali. Ha vissuto ciò di cui parla ed è consapevole dei rischi e delle possibilità creative che il processo di costruzione identitaria comporta. Bello!
Adam scrive con la stessa fluidità di un autore affermato. Se matura e impara a guardare e affermare in profondità la realtà, più che affermare sé stesso, può diventare un grande della scrittura. Se impara a diventare umile (virtù oggi poco apprezzata e praticata), esplode la sua grandezza…
Bellissimo questo racconto,perché come in questo caso, calano il lettore dentro la stanza dove è ambientato il racconto.
Bravo Adam
Caro Adam, bel resoconto seppur frutto della tua piccola esperienza di vita, raccontato in maniera lineare e spontanea.