Eccolo di nuovo. Lì, seduto sul letto a fissare il muro, tra voci che urlavano e occhi che osservavano ogni sua piccola mossa. L’insonnia lo stava mangiando vivo.
Decise di uscire e fare una passeggiata verso le due di notte, i pensieri lo affliggevano, la mente scoppiava, cercava serenità.
Imboccò il solito vicolo desolato al quartiere vicino al suo, solitamente tranquillo a quell’ora. C’erano solo due lampioni accesi che rendevano l’atmosfera fredda e la realtà distante.
Proprio quello di cui aveva bisogno.
La tratta buia che separava il primo e il secondo lampione non era troppa, si trattava di quindici, venti metri, giusto il tempo di immergersi completamente nelle tenebre e riapparire quando i mostri di esse lo stavano per raggiungere.
Quella notte era diversa però, se lo sentiva. Anzi lo sentiva. Riusciva effettivamente a sentire un suono, e in lontananza, appena dopo il secondo lampione, scorgeva una figura. Sembrava umana.
I suoi occhi ancora abituati al buio facevano fatica a capire di cosa si trattasse effettivamente, anche perché sembrava non avesse un braccio.
Qualcosa dentro di lui, una strana sensazione, scattò, e si avvicino rapidamente. La figura restava ferma, sembrava non averlo visto. Si tenne a debita distanza, da quello che ora era certo fosse un uomo mutilato, e aveva ragione, gli mancava un braccio. Sfortunatamente, non era la sola cosa che gli mancava. Un occhio era assente dalla palpebra e l’altro penzolava, quasi a stento attaccato per un lembo.
Di nuovo quel sentimento.
Lui respirava pesantemente e d’istinto, davanti quel raccapricciante spettacolo, indietreggiò. Questa volta l’uomo capì che aveva qualcuno vicino. Fece per fare un passo in avanti, ma cadde e sbatté la testa.
Si chiese come stesse effettivamente ancora respirando.
L’uomo per terra fece per dire qualcosa, ma ne uscirono solo dei versi, quasi dei guaiti.
Lo fissò per un attimo, mentre questo gli tendeva la mano che gli restava come una richiesta d’aiuto.
Con gli occhi sgranati, non movette un muscolo. Non un battito di ciglia. Solo il suo respiro pesante e i mugolii del poveraccio davanti ai suoi piedi, che adesso sembrava star implorando.
“Perché… cosa significa…”
Le uniche parole che riuscì a pronunciare.
Quello, che adesso aveva la certezza che lo riusciva a vedere, si trascinò verso di lui, si ancorò con le unghie ai suoi pantaloni e cominciò a gridare.
Sentiva dentro di lui quella strana sensazione che prendeva il controllo della sua mente, non riusciva a muoversi, osservava con una smorfia quasi compiaciuta lo straziante teatrino che quell’uomo gli stava procurando.
Stava sorridendo.
Per qualche motivo, quello che per altri sarebbe stato un trauma irrimovibile, a lui non dispiaceva affatto… se lo stava godendo.
L’uomo, lanciato l’ultimo urlo di sofferenza che gli rimaneva in corpo, collassò sul cemento.
“Che scena patetica.” Commentò, senza smettere di sorridere.
Si assicurò che fosse effettivamente morto, e si avvio verso il suo appartamento.
Quella notte dormí come un bambino.

Matteo, 16 anni