di  Giorgio Carratta

Raccontiamo una storia. 9 maggio.

Se è vero che il passato non è morto, non è mai nemmeno passato, dovremo imparare a conversare con i suoi fantasmi.

È questo l’invito che sembra farci sommessamente Marta Russo, all’angolo del venticinquesimo anniversario della sua uccisione.

Il 9 maggio del 1997, Marta Russo cammina per un vialetto della Città Universitaria, La Sapienza, assieme alla sua amica Jolanda Ricci. È mattina, sono le 11.42 circa, quando un proiettile calibro .22 la raggiunge alla tempia. Dopo alcuni giorni di coma, Marta Russo muore la sera del 13 maggio al Policlinico Umberto I, all’età di 22 anni.

Nel corso delle cinque settimane successive, il PM La Speranza guida le indagini all’interno dell’Università. Viene ritrovata una particella, identificata come riconducibile allo sparo, nell’aula degli assistenti di Filosofia del Diritto, l’aula 6. Le indagini si concentrano dunque sull’aula sei. Attraverso un’analisi dei tabulati telefonici, si arriva ad identificare la presenza nell’aula della dottoranda Mariachiara Lipari, che ha svolto lì alcune chiamate attorno alle 11.44 dello stesso 9 maggio.

Interrogata, la Lipari arriva dopo alcuni giorni ad identificare la presenza di Gabriella Aletto, segretaria dell’Università, e di Salvatore Ferraro, assistente.

Interrogato, Ferraro dichiara di non essersi recato all’Università quella mattina, mentre la Alletto, dopo aver detto inizialmente di non essere entrata nell’aula, cambia la propria versione ed ammette di aver visto Ferraro e Scattone nell’aula sei, e che Scattone ha sparato dalla finestra.

Questa versione verrà poi supportata dalla testimonianza, emersa due mesi dopo lo sparo, della studentessa di statistica Giuliana Olzai, che dichiara di aver visto Scattone e Ferraro scappare insieme per i corridoi.

Durante il processo – insieme giuridico e mediatico – che vede come imputati Ferraro e Scattone, l’accusa teorizza che i due abbiano sparato per una sorta di macabro gioco, per realizzare “l’omicidio perfetto”, per dimostrare la propria impunibilità.

Altri elementi di rilievo nel processo – quantomeno fino alla Cassazione, che modifica in parte le linee della discussione, ma ormai in qualche modo “a cose fatte” – sono la mancanza di un alibi da parte di Ferraro e Scattone, le (in qualche modo inedite, per i tempi) analisi balistiche della scena, il ritrovamento di ulteriori tracce riconducibili a della polvere da sparo nella borsa di Ferraro, le analisi dei diari e delle carte dei due imputati, ma anche la fondamentale mancanza dell’arma del delitto.

Il processo si conclude con la condanna di Ferraro e Scattone, rispettivamente a 4 e a 7 anni – seppur in una sentenza che rigetta quantomeno l’impianto dell’accusa circa la teoria dell’ “omicidio perfetto”, optando invece per l’ipotesi dell’omicidio colposo.

Ferraro e Scattone hanno sempre mantenuto la propria innocenza.

Questa è una narrazione il più possibile essenziale della vicenda di Marta Russo. È – più o meno – la storia raccontata dal documentario RAI[1], pubblicato anche su Netflix, per il venticinquesimo anniversario del delitto, che merita di essere visto e che rappresenta in qualche modo la “verità collettiva”, la versione standard della nostra narrazione di quei fatti.

Il caso Marta Russo ha molto a che fare con la narrazione – con le diverse narrazioni di uno stesso evento. Ha a che fare con il modo in cui collettivamente ci raccontiamo delle storie.

Mai come in questo caso il tessuto dei fatti e quello della loro elaborazione cosciente sono intrecciati insieme, unitamente ricamati in un unico quadro. Per cui, davvero, mai come qui, non esistono fatti ma solo interpretazioni.

 

Raccontiamo un’altra storia.

Durante un’indagine, la polizia trova una particella di polvere sul davanzale di un’aula universitaria. Tale particella, che inizialmente risulta traccia inequivocabile che lì si sia sparato, è in realtà – oggi lo sappiamo con certezza – al più compatibile con l’evidenza di uno sparo – ma non implica necessariamente che sia avvenuto.

Attraverso i tabulati telefonici, la polizia identifica una Testimone A all’interno dell’aula due minuti dopo lo sparo.

La testimone A dice che la stanza era vuota. Continua a ripeterlo. Si sbaglia su alcuni dettagli delle chiamate (ricordando di essere uscita tra l’una e l’altra quando ciò non è vero). Poi ricorda di aver visto un assistente, che però ha un solido alibi. Si sbaglia di nuovo, e ancora. Durante gli interrogatori, viene minacciata di essere sputtanata insieme a suo padre (docente).

Infine, la testimone A cita la presenza nella sala di una testimone B e dell’imputato A.

La testimone B dichiara inizialmente di non essere mai entrata nella stanza. Lo giura sulla testa dei propri figli. Lo ripete per giorni. Durante gli interrogatori, viene a più riprese minacciata – le viene detto che ogni volta che squilla il telefono, deve tremare, perché stanno venendo ad arrestarla.

Infine, la testimone B ritratta: identifica nella stanza l’imputato A e l’imputato B. Dice che l’imputato B ha sparato.

I due imputati vengono arrestati. I loro volti trasmessi su tutti i media nazionali.

Infine, dopo due mesi dall’inizio delle indagini, una testimone C dichiara di aver visto i due imputati scappare dalla sala poco dopo l’ora del fatto.

Durante questi due mesi, le generalità dei due imputati sono appunto divenute note attraverso stampa e televisione – ma né quando i due erano sconosciuti alla giustizia, né quando sono stati imputati, la testimone C ha dichiarato la propria versione – ritenendo poi di farlo a processo già in atto.

I due imputati vengono condannati. Successivamente, in cassazione, l’accusa (!) dichiara che le indagini sul caso risultano costellate di errori.

Questa diversa storia è, evidentemente, sempre la storia del caso Marta Russo. Ma secondo una narrazione differente – non meno vera della prima, ma che coglie aspetti diversi e ne sottolinea alcuni che vengono meno nella narrazione “essenziale” di cui sopra.

È, più o meno, la storia che raccontano Chiara Lalli e Cecilia Sala nel loro podcast Polvere[2], di esplicita matrice innocentista – in cui si sottolinea la sequela di inesattezze, di errori, di corse in avanti, di forzature svolte durante l’indagine, per arrivare alla verità giuridica che oggi corrisponde, più o meno, alla narrazione standard introiettata collettivamente.

Il serrato ritmo argomentativo di Polvere lascia senza fiato, non solo sottolineando gli errori degli inquirenti, ma permettendo di capire anche in che modo si sia arrivati a quegli errori, a partire da quell’unica particella di polvere che ha fatto concentrare le indagini su quella stanza, e da quella stanza agli assistenti, e dagli assistenti a quelli senza alibi, passando per una serie di testimoni che appaiono tutte abbondantemente “imboccate” dagli inquirenti stessi. Il tutto a partire da una particella di polvere che, oggi lo sappiamo, non dimostra che lo sparo sia partito da quell’aula.

Una ragazza a cui facevo ripetizioni mi ha raccontato molto divertita di come una volta abbia tradotto una versione su una battaglia di Cesare come invece una battaglia di polli. Aveva sbagliato all’inizio alcune parole, che condividevano una sfumatura di riferimento al pollaio, ed era finita, provando a dare una coerenza logica al testo, a spostare tutta la scena nel mondo dei polli.

Aveva commesso un errore iniziale nella versione (dei fatti), insomma, e poi, forzando la mano, con l’obbiettivo di scrivere una storia di senso logico, era finita a raccontare una trama completamente diversa – dotata interiormente di senso, certo, ma che non corrispondeva a quella originale.

Attraverso il filtro di Polvere la memoria – dei testimoni e nostra con loro – si tinge di toni più foschi, ed assume la forma non tanto di una registrazione atarassica dei fatti (che è lo standard giuridico di una testimonianza) ma di un terreno spurio in cui si muovono ricordi effettivi, ricordi posticci, ricordi ricostruiti, ricordi subliminali (per citare una formula utilizzata proprio dalla testimone Mariachiara Lipari rispetto alla propria memoria di ciò che ha visto nella fatidica aula sei).

Una memoria spuria. Corrotta, deformata. Una memoria non – come siamo abituati a considerarla – tabula rasa su cui si imprimono cristallini i fatti a cui assistiamo; ma terreno di scontro su cui giocano narrazioni diverse con diverse implicazioni.

 

Raccontiamo una storia. Mio padre.

Fate questo esercizio: provate a chiedere ai vostri genitori – a parenti, a chiunque fosse vivo durante lo svolgimento dei fatti – cosa si ricordino di questa storia.

Quando ho chiesto a mio padre cosa si ricordasse della vicenda di Marta Russo mi ha risposto: che una ragazza è stata uccisa con un colpo di pistola sui viali dell’Università; che sono stati due studenti di filosofia del diritto; che hanno sparato “a casaccio” per dimostrare una loro fumosa teoria filosofica; che gli studenti di filosofia del diritto sono spesso dei tipacci, perché non imparano per bene né la filosofia né il diritto.

In questa versione – in questa ennesima narrazione della vicenda, di cui esistono in qualche modo tante diverse versioni quante sono le diverse persone che sanno chi fosse Marta Russo – si mescolano elementi di fatto (una ragazza è stata uccisa con un colpo di pistola sui viali dell’Università); elementi di verità giuridica (che sono stati due studenti di filosofia del diritto); inesattezze (i due imputati sono assistenti, e non studenti “semplici”); elementi della linea dell’accusa (che hanno sparatoa casaccio per dimostrare una loro fumosa teoria filosofica); considerazioni personali e pregiudizi spiccioli (il giudizio, da orgoglioso professore di diritto civile, che dà mio padre sulla filosofia del diritto).

E sono questi, per sommi capi, gli elementi che, se vorrete controllare, ricorreranno di sicuro anche nel racconto di questa storia che vi faranno i vostri genitori.

Nella memoria di ognuno, insomma, si mescolano inevitabilmente frammenti di provenienza diversa. Elementi di fatto, elementi di giudizio, elementi di convinzione, inesattezze, errori, tutti si mischiano insieme in questo amalgama oscuro che è la nostra memoria.

Una memoria – ancora una volta – spuria, corrotta, deformata.

Una memoria terreno di scontro.

Ci sono un paio di cose che sembrano accomunare i ricordi che in molti hanno della vicenda.

Molti ricordano – e quindi credono – alla teoria dell’ “omicidio perfetto” (che, come abbiamo notato, non è stata riconosciuta in sede processuale, laddove la verità giuridica è quella dell’omicidio colposo).

Inoltre, molti proiettano sulle figure degli imputati tutta una serie di congetture evocative che li associano a vario titolo con il male assoluto – che, per mio padre, è la filosofia del diritto.

L’incidenza di queste credenze viene ovviamente da una fonte aneddotica – sarebbe interessante fare un sondaggio per capire davvero cosa la gente ricordi di quanto è accaduto – ma anche nel documentario RAI c’è molta ambiguità sul tema del movente, e una certa morbosa concentrazione sui volti dei carnefici.

Che queste credenze si siano impresse nella memoria collettiva non è solo un merito dell’accusa. È merito di tutti coloro quella storia l’hanno raccontata – e di come l’hanno raccontata.

La puntata 7 di Polvere, dedicata proprio all’analisi del movente, si apre con una sequela di “ritagli” dai giornali del tempo, in cui del possibile movente si discute:

“Scattone e Ferraro sono peggio dei mostri del Circeo”; “Scattone è Bufalo Bill”; “È stato il diavolo ad armare la mano di Scattone”; “Hanno emulato il film sull’Olocausto (Schindler’s list) e hanno sparato nel mucchio”; “Un incrocio sinistro tra Nietzsche e Heidegger” (…) “Duri dalla faccia d’angelo”; “Gli assassini di Marta si sentivano superuomini” (…) “Si credevano superuomini- figli di papà abituati ad avere tutto con facilità”; “Hanno sparato a Marta per giocare al delitto perfetto[3].

È evidente già da questi pochi titoli – tutti, si noti bene, tratti dal periodo del processo, cioè a colpevolezza non dimostrata – quale gigantesco processo di mostrificazione (come lo definisce lo stesso Ferraro) sia stato messo in atto sui due imputati. Cioé, con quanta pre-giudiziale foga l’intelligenza collettiva si sia scagliata sui due.

Un processo (culturale) che non solo ha un evidente impatto sul processo (giuridico) – per esempio sminuendo il valore delle dichiarazioni della Olzai, arrivate dopo che questa campagna era già avvenuta su tv e giornali; ma che rende più nebulosa e oscura tutta la narrazione collettiva che ci siamo costruiti. Tutta la memoria che ci è rimasta di ciò che è accaduto.

Proprio per questo ascoltare Polvere è spaesante. Perché, nel raccontare quella storia in maniera diversa, decostruisce la natura “storica” della nostra esperienza collettiva.

Tanto che, alla fine, ti guardi intorno, e ti rendi conto tutto d’un tratto che forse tuo padre non ricorda.

Che ciò che ricordiamo non è un assunto dato.

Ricordiamo quello che è successo?

Che è successo?

Se questo spaesamento si spinge abbastanza in là, rischiamo di smarrire la Storia e di ritrovarci, disperatamente, con in mano solo una storia.

 

Raccontiamo una storia. Mia madre.

Quando ho chiesto a mia madre cosa ricordasse, del caso di Marta Russo, lei mi ha detto solo: “Non si può morire così“.

C’è tutto un altro aspetto – un altro nodo di memoria – che finora abbiamo trascurato.

Una delle prime frasi pronunciate da Scattone durante il processo è questa: “So che in questa storia c’è gente che ha sofferto più di me”.

È una frase che fa tremare. Che svela – proprio nel non citarlo, nell’accennarlo appena – tutto il nervo di dolore che attraversa questa storia. Un dolore inimmaginabile, irraccontabile, indicibile.

È impossibile immedesimarsi in questo dolore. Eppure, ognuno di noi si sente teso necessariamente a farlo. Ed è in questo gigantesco processo di immedesimazione collettiva – in una sorella, in un padre, in una madre – che la tragedia di Marta Russo assume la sua dimensione autenticamente antropologica.

Non si può morire così.

Per i miei genitori – professori entrambi – l’università assume irrimediabili implicazioni personali, che rendono ancora più facile immaginarla come un templum, al di fuori del quale si affannano tutti gli umani delitti, ma che ne rimane – ne deve rimanere – in qualche modo purificato.

Ma anche per ognuno di noi, la morte di Russo sembra davvero riguardarci direttamente, chiamarci in causa in prima persona.

Poteva essere la figlia di chiunque. Poteva essere la sorella di chiunque. Poteva essere chiunque. E, al contempo –  in maniera molto più oscura – potrebbe essere stato chiunque.

È attorno alla doppiezza – ed alla vicinanza – di queste due formule linguistiche che si intreccia la tragedia collettiva evocata dal 9 maggio 1997. Una tragedia composta in egual misura – ed in maniera interdipendente – dalla più intima, assoluta, suprema solidarietà, e dalla più abbietta delle torsioni umane.

Il 9 maggio è una data evocativa.

Il 9 maggio è la Giornata della Vittoria – per l’Unione Sovietica prima, per la Russia oggi. È il giorno della Festa dell’Europa. È il giorno della morte di Peppino Impastato. È il giorno scelto da Liberato per far uscire nuova musica ogni anno.

È il giorno – fatalmente – del delitto Moro: del ritrovamento del corpo del dirigente della Dc, in una Renault 4 rossa collocata quasi a metà strada tra la sede nazionale del PCI e quella della Democrazia Cristiana.

Il lungo ‘68 italiano, una lenta esplosione culminata nel ‘77, e precipitata nel ‘78, ha certo avuto la sua dose di storie (processuali, culturali, collettive, sociali), di sangue e di dolore.

Ma la paura evocata dai fatti degli anni di piombo ha una consistenza diversa nella nostra memoria, perché sembra riguardarci di meno. Perché ha riguardato, nei suoi risvolti più sanguinosi, comunque una sostanziale minoranza.

Moro e Moretti, ma anche Pinelli, Calabresi e Sofri, ma anche Mambro e Fioravanti, ci rassicurano almeno tutti – pur nella loro diversità – che quella cosa a noi non poteva capitare.

Vent’anni dopo, la morte di Marta Russo si impone nell’immaginario collettivo proprio perché in quell’unica vittima si è rispecchiato un intero corpo sociale; che, come nel mito di Narciso, vi si è prima riflesso e vi è poi annegato.

In questi vent’anni che separano Russo e Moro sta l’abisso gigantesco della fine di tutto – della Storia più che della Prima Repubblica.

In un mondo che si risveglia atomizzato, spogliato di qualsiasi implicazione autenticamente collettiva, spezzato nelle sue speranze di collettive emancipazioni, il caso Russo emerge da questo abisso come primo delitto autenticamente “post-moderno”.

In cui la vittima poteva essere chiunque, il carnefice potrebbe essere chiunque, si è sparato a caso, si è ucciso per gioco.

È facile allora – forse è necessario – leggere ogni titolo di giornale elencato prima non solo come forgiante di una coscienza collettiva, ma esplosione diretta di un magma di emozioni collettive scaturite da ciò che è accaduto.

Provare, cioè, a leggere dialetticamente le azioni – e le narrazioni – che compongono questa storia, non solo come azioni di singoli sommate insieme, ma come espressione di un unico nucleo collettivo, di un corpo sociale innervato da un male incomprensibile che esige vendetta.

Quasi che un’intera società si sia invorticata, ripiegata su se stessa, e su quel corpo che è caduto nei viali della Sapienza il 9 maggio del 1979. E che Scattone e Ferraro, in quel vortice, siano stati risucchiati.

Quasi che la profanazione del templum civile dell’Università esigesse un’ostia sacrificale. Come nelle Baccanti, in cui Pentéo, dopo aver profanato il mistero dionisiaco, viene sbranato dalla madre, Àgave, rapita dalla furia divina:

Ed ei, perché la madre lo ravvisi,

via dalle chiome le bende scagliò,

e le sfiorò la gota, e disse: «O madre,

io son Pènteo, sono tuo figlio! Nacqui

di te, nei tetti d’Echïóne! Ora, abbi

pietà di me; e per gli errori suoi,

non voler, madre, uccidere tuo figlio!».

Quella, sputando bava, e roteando,

torcendo le pupille, e dissennata,

era invasa dal Nume, e non l’udiva;

ma con la manca un braccio gli afferrò,

e, il pie’ puntando sopra il fianco al misero,

l’omero gli strappò: non di sua forza,

ma nelle mani un Dio vigor le infuse.[4]

Se non che, quando oggi ci giriamo a guardare a questa storia, veniamo percorsi da un ulteriore fremito di orrore.

Quell’orrore che ha innervato come un cancro il corpo collettivo, e che oggi ritroviamo in noi, capovolto nel suo contrario.

L’orrore di aver condannato due innocenti.

Il terrore per cui potrebbe essere ognuno di noi.

Come Àgave, risvegliata dalla furia divina, che si accorge d’un tratto che tra le mani non ha la testa di un leone – ma di un figlio.

Così noi, come risvegliati da un torpore – non solo nostro, ma dei nostri genitori prima di noi – ci troviamo le mani sporche di sangue e ci chiediamo quali altri delitti abbiamo commesso senza rendercene conto:

O padre, vedi la sciagura mia!

Pènteo miseramente fra le rupi

sbranato giacque. Ed ora, con che lagrime

lo piangerò? Come potrò, me misera,

stringerlo al sen, toccarlo con le mani

che commiser lo scempio? A brani a brani

le membra che ho nutrite io bacerò![5]

Eppure, con tutto l’orrore, è necessario svegliarsi.

Perché il passato non è morto. Non è mai nemmeno passato.

E perciò dovremo imparare a conversare coi suoi fantasmi.

[1] https://www.raiplay.it/programmi/martaildelittodellasapienza

[2] https://open.spotify.com/show/0srjQq4mverAwP3UsDe2mk?si=FcGWsOcFTdKMZjPr3fbMZQ&utm_source=copy-link

[3] https://open.spotify.com/episode/7a6LJYyPcKbhx5Ou6MdDYh?si=f2UTCL9KTCqXHrIc0xB3xg&utm_source=copy-link

[4] Le Baccanti / Euripide ; traduzione in versi italiani di Ettore Romagnoli. Bologna,  N. Zanichelli, stampa 1922 (Stab. Poligrafici Riuniti).

[5] ibidem.