Articoli Scientifici

Intervista a Mark Halle di Novembre 2024 – Gabriella de Intinis

di Gabriella de Intinis

Abstract

L’intervista tocca situazioni di rilevanza mondiale che influiscono fortemente nel mondo in cui viviamo: la tragedia della guerra, l’impatto che ha la guerra sulle vittime e il problema dei rifugiati. La COP 29 ha lanciato un appello alla tregua e alla pace come componenti indispensabili dell’azione globale sul clima. Il degrado dell’ambiente è una causa primaria dei rifugiati ambientali. L’ambiente, il cambiamento climatico e la biodiversità sono problemi a medio e a lungo termine mentre le decisioni della politica sono sempre più a breve respiro. Ci dovrebbe essere una grande domanda popolare per l’ambiente, sul sociale, sullo sviluppo dei paesi poveri. C’è bisogno di un quadro politico e di un disegno di legge che appoggi ricerca, innovazione e leggi ambientaliste. È necessario un cambiamento nella narrativa ambientalista basata su “sì possiamo fare”.

Torniamo a dialogare con Mark Halle, fondatore di “Better Nature” e membro del Comitato Direttivo “Finanza per la Biodiversità”.

Dal 1998 al 2016 è stato Direttore Esecutivo dell’Istituto Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile a Ginevra. I suoi interessi principali sono l’interfaccia tra natura e finanza.

De Intinis G.: Nella precedente intervista del marzo 2022 pubblicata sul Portale, avevamo sperato che l’epidemia da SARS-CoV-2 potesse essere un’interruzione forzata che permettesse di ripartire da una nuova base. Era da poco scoppiata la guerra in Ucraina, nessuno pensava che due anni dopo la guerra Russia – Ucraina sarebbe stata ancora più cruenta, né che sarebbe ripreso il conflitto militare israelo-palestinese dopo una lunga parentesi non armata.

In questa intervista parleremo di guerra, cambiamento climatico ed ecologia, per creare dei collegamenti fra queste situazioni di rilevanza mondiale che influiscono fortemente nel mondo in cui viviamo.

Quanto la guerra influisce sul cambiamento climatico?

Halle M.: Evidentemente c’è un’influenza diretta e poi c’è una influenza indiretta. Credo che le guerre siano tali tragedie umane che parlare ora dell’impatto del carbone nell’atmosfera non sia pertinente, il problema è la guerra stessa, e quindi l’impatto della guerra e il cattivo uso dei fondi pubblici. I fondi che stiamo usando per la guerra, che sono miliardi e miliardi, sono denari che non sono utilizzati né per combattere il cambiamento climatico, né per occuparsi dei problemi reali che esistono nella società: povertà, non sviluppo ed ecologia.

Io direi che parlare di ecologia quando il tema è la guerra non è giustificato, il fatto è che le guerre cambiano il focus, prendono tutta l’attenzione del settore pubblico e questa attenzione non è più diretta né ai problemi della società, né all’ecologia, al cambiamento climatico, alla perdita della biodiversità o ad altri temi di respiro sociale. Questi ultimi rimangono problemi giganteschi ma che è difficile far avanzare quando la situazione principale è la guerra, la fornitura delle armi…

L’impatto indiretto è molto grande, ma io credo che non convenga dargli tanta priorità perché i problemi principali sono la tragedia umana della guerra, la distruzione di infrastrutture, di scuole, di servizi, l’interruzione di fornitura di cibo, ecc.

L’altro grande impatto è che durante e dopo le guerre arrivano i rifugiati, la gente scappa dalle zone di guerra e vengono da noi.

Vengono principalmente nei paesi più ricchi e più fortunati per provare a costruirsi una nuova vita, è assolutamente normale, ma questo diventa allora una priorità politica e la priorità politica è assegnata alla gestione dei rifugiati e non ai cambiamenti climatici, biodiversità, ecc.

Direi che l’impatto della guerra è gigantesco sia per l’impatto diretto che per l’impatto indiretto.

De Intinis G.: MI sembra giusto e condivisibile quello che tu dici, ma non è facile affrontare un discorso sulla guerra in maniera così diretta. Allora ti potrei chiedere che ne pensi del conflitto israelo-palestinese?

Halle M.: Evidentemente è una grande tragedia. Lo è per i due paesi Israele e Palestina, lo è per il medio oriente – la stabilità di questa regione era già molto fragile – e poi è una tragedia per tutto il mondo. Anche se sul campo della guerra Israele sembra vincere e avanzare, credo che sia una tragedia totale e che, dopo questa guerra, il futuro di Israele stesso sarà ancora più fragile di prima. Perché vincere sul campo di guerra è un aspetto di tecnologia e di organizzazione, ma una società stabile dipende da molti più fattori.

Credo che Israele abbia perso molto in termini di reputazione, di ammirazione, in termini di tolleranza di altri paesi e per questo credo che a lungo termine la guerra è anche tragica per il paese che vince, che domina.

Poi sappiamo che era evidente che Israele dovesse reagire al massacro del 7 ottobre dell’anno scorso [2023], tutti si aspettavano una reazione forte, ma credo che si siano messi in una situazione che è difficile immaginare come possa andare a finire.

Abbiamo visto che gli Stati Uniti sono completamente incapaci o non hanno la volontà di influire su Israele, di porre condizioni all’uso delle armi che loro e gli altri vendono ad Israele. Per il primo ministro Netanyahu l’interesse principale è che la guerra continui, non per Israele, non per i Palestinesi, non per il mondo ma per lui sì.

De Intinis G.: Questo lo dice anche una parte della popolazione israeliana e i congiunti degli ostaggi che l’hanno più volte denunciato pubblicamente.

Halle M.: Israele è un paese fortemente diviso, come sempre di più i nostri paesi europei e gli Stati Uniti. Vediamo che c’è da un lato un gruppo che opera con passione, energia, convinzione e dall’altro lato una situazione nettamente all’opposto di gente che la pensa diversamente, che porta avanti altre politiche e fra di loro non si parlano, non comunicano, non si capiscono, ed è sempre più così. Anche nei nostri paesi in Italia, in Svizzera, così come in Israele.

De Intinis G.: Devo dire che anche il discorso sull’ecologia ha creato delle polarizzazioni perché c’è chi crede veramente nella possibilità di un cambiamento dal punto di vista di protezione della natura, di cercare di non inquinare, di fare delle politiche energetiche giuste e c’è chi invece dice che questo porta ad impoverire la nazione. Adesso c’è In Italia un crollo delle vendite delle auto elettriche e Stellantis sta licenziando, migliaia di operai sono in cassa integrazione.

Perché l’elettrico non tira, come se fosse stato un po’ un bluff.

La Norvegia, produttrice di petrolio, riesce a dare incentivi all’acquisto di auto elettriche e c’è stato un record di vendite, infatti circolano più auto elettriche che a benzina.

Potrebbe essere un paese virtuoso perché le macchine elettriche sono la maggioranza, però se gli incentivi vengono dalla produzione e la vendita di petrolio c’è una contraddizione. Inoltre il problema dell’elettrico riguarda le batterie, le estrazioni di metalli rari, i microchip, se si danneggia la batteria in Italia devi aspettare alcuni mesi, stai mesi senza macchina perché le batterie non arrivano.

Halle M.: Questo è un problema dell’Italia, non dell’ecologia. È bene essere chiari su questo. In Norvegia dal 31 dicembre di questo anno non sarà più possibile comprare o registrare una macchina privata a benzina, quindi dal primo gennaio 2025 le nuove macchine saranno 100% elettriche.

In Cina, che ha la popolazione più grande del pianeta, più del 50% delle vendite sono di macchine elettriche e pensano di arrivare al 70-80% in tre o quattro anni. Quindi stiamo parlando di un fenomeno che va avanti molto rapidamente ma certamente ha bisogno di un quadro politico, un disegno di legge che lo appoggi.

Se non installi i caricatori la gente non vorrà comprare le macchine elettriche. Poi siamo in un’epoca di sviluppo tecnologico gigantesco e tutti pensano che fra 5 o 10 anni per le macchine elettriche i metalli rari non saranno più necessari.

De Intinis G.: Sarebbe davvero un grande passo avanti se si riuscissero a trovare altri sistemi per produrre i microchip che non questa forma violenta di estrazione che saccheggia la natura.

Halle M.: Bisogna pensare pure in termini alternativi. Ci sono problemi con le macchine elettriche? Sì, ci sono. Ma l’alternativa è una macchina a benzina che è una catastrofe totale per il pianeta. Dobbiamo smettere di usare il petrolio più rapidamente possibile, in caso contrario andremo verso un processo irreversibile di riscaldamento del pianeta, con tutti i danni che vediamo già in vari paesi: uragani, siccità, inondazioni… Quindi la scelta può solo essere quella di risolvere i problemi, che pure esistono, dell’energia rinnovabile, di macchine elettriche o di accettare che il pianeta sarà distrutto molto rapidamente. Ricerca e innovazione ci dicono che le batterie sono ad una curva di sviluppo così rapido che avremo batterie basate su elementi molto comuni tra qualche anno, poi a seguire le batterie per stoccare energia in casa…dunque tutto questo sviluppo dobbiamo accelerarlo. Per cui non diciamo: ah è noioso aspettare 20 minuti che la macchina ricarica e quindi mi compro una macchina a benzina o a diesel; questo è un pensiero molto a breve termine ed è molto pericoloso.

De Intinis G.: Va bene, però c’è l’altro discorso che le macchine elettriche costano molto. Ci sono dei paradossi perché se la Norvegia dà incentivi economici per comprare macchine elettriche con il ricavo della vendita del petrolio tu capisci…Gli italiani hanno pochi incentivi per comprare le macchine elettriche.

Halle M.: Questa è una decisione del governo. Ti posso dire che l’anno scorso abbiamo speso a livello mondiale uno punto tre miliardi di dollari per sovvenzionare energie fossili. Quindi le tue tasse vanno a dare incentivi per usare il petrolio, il gas, il carbone. Uno punto tre miliardi di dollari all’anno che vanno a incentivare l’energia sporca, l’energia che distrugge il pianeta. Quindi i piccoli incentivi che i norvegesi mettono per le auto elettriche non sono solo incentivi, loro hanno investito nelle infrastrutture e hanno fatto passare una legge che dice che non vogliono più macchine a benzina e a diesel.  Si può dire che in Norvegia sono arrivati all’ 87% di elettricità rinnovabile perché hanno tanta energia idroelettrica, puoi fare commenti sul valore morale di arricchirsi vendendo petrolio ad altri e sono d’accordo, ma dentro il loro paese fanno una politica meravigliosa e che è seguita da molti altri paesi.

Lo sviluppo dell’energia rinnovabile in India, che è un paese relativamente povero, è incredibile. La Cina l’anno scorso ha messo più pannelli solari che il resto del mondo messo insieme. Hanno fissato un obiettivo del 25% di energie rinnovabili per il 2025 e l’hanno già raggiunto nel 2022. Nel 2025 saranno molto oltre, sono già a più del 30% e al 50% tra qualche anno. Quindi il resto del mondo si sta muovendo e l’Italia è un po’ indietro e questo è un fattore della politica italiana, delle decisioni prese in Italia di dare poca priorità all’ambiente.

De Intinis G.: Questo è vero, ma perché i politici attenti a questo discorso così importante non snocciolano questi dati, non danno una visione globale delle nazioni che stanno tentando di raggiungere questi obiettivi e come lo stanno facendo? È come se queste informazioni fossero sottovalutate.

Halle M.: Il grande problema con l’ambiente, cambiamento climatico e biodiversità è che sono problemi a medio e a lungo termine. I politici ormai hanno obiettivi a breve termine e quindi non sono interessati a cosa succederà fra 5-10-20 anni, perché alle prossime elezioni vogliono essere rieletti, e quindi la politica è sempre più a breve respiro, c’è un atteggiamento sempre più populista: dicono quello che vuole sentire dire la gente, sono ad un livello di irresponsabilità gigantesco e non parlo dell’Italia parlo dell’Europa.

L’Europa doveva implementare la legge sulla deforestazione. Nel 2024 hanno deciso di rimandarla a diversi anni dopo e questo accade da sempre. Fanno con molta difficoltà una nuova legge ambientalista e poi intervengono le lobby e la demoliscono, la rimandano a più tardi, ecc. Quindi siamo nelle mani della finanza, delle lobby industriali e quello che si dà alla popolazione è una pappa populista senza senso. I veri problemi non li affrontiamo e non li risolviamo, non sono in discussione. Seppure sono in discussione in Parlamento, è il populismo, è il corto termine che predomina. Insisto, non è una critica verso l’Italia perché in Svizzera è la stessa cosa, la destra populista domina sempre di più.

Le lobby continuano a influenzare e dominare le decisioni del governo, siamo malmessi ma il problema è che noi, nel campo ambientalista, ci basiamo sui fatti, sui dati e sulla scienza. Quello che ci dice la scienza sui cambiamenti è ciò che possiamo vedere e che sta accadendo, ma la politica non è basata sull’obiettività, non è basata sulla scienza, non è neanche basata sui fatti e sui dati, ma è basata sul potere e sull’influenza.

Questa è la grande debolezza della democrazia. In parte è per questo che la Cina può avanzare così rapidamente, perché prendono decisioni politiche potendo prescindere dal consenso, il che è una amara ironia. Allora ci sono vantaggi e svantaggi evidentemente.

De Intinis G.: Anche certa informazione ha le sue responsabilità. Allarghiamo un po’ il discorso su questo. Fanno vedere immagini catastrofiche in cui la gente muore, le case sono divelte, i campi allagati, immagini che hanno la proprietà di catalizzare sia l’attenzione mediatica che le risorse affettive di chi, da casa, vi assiste.  Ma queste immagini non sono accompagnate da un discorso approfondito sui danni che il cambiamento climatico in atto sta producendo. Intanto la funzione della controinformazione si sta affievolendo.

Halle M.: È vero che la gente guarda la televisione e i telegiornali perché vuole vedere queste tragedie, ma le immagini non sono supportate da approfondimenti, siamo nelle mani dei poteri forti e dell’industria che prendono vantaggio della situazione attuale. C’è una cosa molto interessante che accade negli Stati Uniti: in Florida ogni anno ci sono uragani, grandi distruzioni, ce ne sono stati ben due volte di seguito in un mese e ogni volta si rialza il prezzo dell’assicurazione delle case, siamo arrivati ad un punto in cui l’assicurazione non offrirà più di assicurare le case. Quando questo accade crolla il mercato immobiliare e crea un impatto economico gigantesco. Siamo ad un punto di confine in cui non sarà più possibile, per esempio, assicurare la fattoria allagata per la terza volta in quattro anni in Emilia Romagna.

Se questo continua, l’unica maniera di assicurarla sarà usare soldi pubblici, e allora staremo usando soldi pubblici per pagare le conseguenze di una politica che non abbiamo il coraggio di cambiare. Quindi quello che dobbiamo pagare per affrontare la distruzione del cambio climatico è molto molto di più di quello che è necessario per stabilizzare il clima. Così è, ma la gente è pronta a pagare le conseguenze, non è pronta a pagare la prevenzione. Questa è la conseguenza di politiche a corto termine.

De Intinis G.: Un discorso sulla prevenzione non è mai riuscito ad affermarsi…

Halle M.: Un discoro sulla prevenzione è sempre a medio e a lungo termine e la gente vuole concentrarsi sull’immeditato e non pensare a prevenire una cosa immaginata fra 5-10 anni. Pensare che in Italia il problema numero uno sia l’immigrazione è una cosa obiettivamente pazzesca, è un problema ma come lo è in tutti gli altri paesi, ma è quello che porta voti, e quindi la gente si concentra sul problema dell’immigrazione. Mentre il problema più urgente e più grave che riguarda la prevenzione si vede come lontano.

L’Italia perde 320 mila abitanti ogni anno per la diminuzione delle nascite, per i decessi a causa di una popolazione molto anziana, e perché tanti italiani se ne vanno all’estero cercando una vita migliore. Quindi senza l’immigrazione l’Italia perderà popolazione ad un ritmo sempre più grande. Unicamente per rimpiazzare questa gente ha bisogno dei migranti. Come tutti i paesi d’Europa vogliono migranti bianchi, cristiani, possibilmente medici o ingegneri. Se fosse così facile sarebbe già fatto.

De Intinis G.: Certo questo è un problema psicoanalitico perché il presente si impone in maniera massiccia su un tempo di più ampio respiro, sul fatto di poter guardare al futuro. Penso che questa dimensione del tempo è così contratta perché ci sono delle angosce di morte molto forti, per cui cerchiamo di vivere nel modo migliore possibile ora, anche se questa è una politica miope e non capiamo che non lasciamo niente alle generazioni future.

Halle M.: È un problema anche di noi ambientalisti, perché la narrativa che noi usiamo più comune è una narrativa di disastro. Quando parliamo di cambiamento climatico a proposito di inondazioni, uragani, diciamo che le cose saranno sempre peggio, ma la gente non vuole sentire questo. La stessa cosa con la biodiversità, abbiamo già perso tantissime delle specie che esistevano nel 1960.

De Intinis G.: Sì, è un problema di comunicazione e di narrativa dell’ambientalismo, ma volevo sottolineare che la psicoanalisi può essere una risorsa preziosa per approfondire lo studio dei meccanismi di difesa individuali e collettivi nei confronti della presa di coscienza dei gravi problemi ecologici e delle catastrofi ambientali. Il deterioramento ecologico provoca angosce e difese di diverso ordine. Ad esempio l’apatia generalizzata in relazione alla crisi e direi disastro ecologico, si basa largamente su difese dell’Io inconsce contro la paura e le angosce che si manifestano a vari livelli. Molto dipende dallo sviluppo dell’Io degli individui e dalla crescita di interazioni sociali affettive in cui possa esserci spazio per l’amore e la creatività. (v. Schinaia C., Raccolta Articoli Scientifici 2021-2023 Psicoanalisiesociale.it) Vorrei riprendere il discorso sulla perdita della biodiversità, è davvero così alta?

Halle M.: La perdita di biodiversità non riguarda solo gli animali, ma anche batteri e altri organismi, ma non c’è una cifra per i batteri, insetti, api in Europa, mammiferi in tutto il mondo ecc. È catastrofico, e non inventiamo niente, la scienza lo dice. Il problema è che noi parliamo della minaccia creando molta ansia e non parliamo delle soluzioni che esistono e che sono delle cose che ognuno può fare, ognuno può contribuire a questo e quindi dobbiamo veramente cambiare narrativa e parlare di più del fatto che in Cina sono passati a più del 30% dell’energia rinnovabile e stanno andando verso il 50% e che un paese come il Pakistan sta installando energia solare ad un ritmo mai visto, così come in Cina

C’è il progresso, ci sono buone notizie, ma si ha la tendenza a parlare di tragedie che suscitano paura e ciò stimola la negazione: non voglio sentire questa notizia, questa cosa è troppo grande per me, io non posso fare niente, io sono un piccolo cittadino, non ho capacità di influire, quindi voglio pensare ad altre cose: al calcio, alla moda, al cinema, ma assolutamente non a queste cose. Ma il fatto è che ci sono tante cose che possiamo fare e che non facciamo perché non c’è questa domanda pubblica. La domanda pubblica non c’è perché la gente non ama questa narrativa catastrofista dei disastri a venire, anche se l’allarme è giustificato, la scienza lo conferma.

De Intinis G.: Sì sono d’accordo, parli di soluzioni possibili naturalmente anche a medio o a lungo termine e questo è qualcosa che andrebbe rafforzato. Perché alcune volte si denuncia e non si capisce bene cosa si può fare, cosa comporta fare una scelta anziché un’altra, come se la maggior parte delle volte fosse un discorso un po’ superficiale che non va.

Halle M.: Dobbiamo metterci d’accordo su dove andiamo. Per esempio non sarebbe difficile far approvare una legge che dice che tutte le imprese devono avere una produzione di carbone neutro, si chiama “net zero” (sarebbe “il netto”) o di dire che tutta l’attività aziendale deve essere positiva rispetto alla natura.

Ma deve essere una legge uguale per tutti, non è che l’impresa italiana deve seguire questa legge ed altri no, perché gli italiani perderebbero un vantaggio commerciale.

Non deve essere necessariamente una cosa fatta a livello mondiale ma fatta a livello europeo, ed è assolutamente fattibile. Possiamo risolvere i problemi se c’è la volontà politica. Il fatto è che la politica è altrove, in parte per queste guerre di cui abbiamo parlato. C’è un limite di spazio politico e lo spazio è preso da queste emergenze e sempre di più dalle politiche populiste.

De Intinis G.: Perché l’Europa e l’Italia fanno così poco, perché sono super influenzate dalle lobby? E come hanno fatto a penetrare così profondamente le lobby nel parlamento europeo?

Halle M.: Sono penetrate come sono penetrate a Washington e a Londra perché rappresentano soldi importanti, potere economico importante e quindi sempre di più i nostri governi sono al servizio di questi e non il contrario. Negli Stati Uniti per farti eleggere hai bisogno di molti soldi. E chi ha i soldi? Le banche, le aziende, le multinazionali e quindi prendi i soldi da loro e poi sei al loro servizio. È una cosa ben conosciuta. Ci sono le lobby degli agricoltori, le lobby dei pescatori, delle industrie, delle macchine…e la lobby del petrolio è sicuramente la lobby più potente che esiste.

In Europa per esempio hanno deciso di mettere i dazi sulle macchine elettriche cinesi invece che ammettere che la tecnologia cinese è migliore di quella nostrana, le macchine costano di meno, quindi è una maniera fantastica di fare la transizione verso il trasporto elettrico più rapidamente. Invece fanno il contrario.

De Intinis G.: Però anche quella delle armi non scherza, e si sarà rafforzata enormemente con tutte le armi che stanno vendendo per le guerre in corso. Sono di una ricchezza spaventosa.

Halle M.: Sì certo, la Svizzera è un grande esportatore di armi, nessuno riesce ad opporsi anche se è un paese neutrale che per principio non dovrebbe vendere armi a paesi in guerra. Questa è la legge svizzera, ma fanno sì che le vendono alla Germania, e questa all’Ucraina quindi è veramente una cosa orrenda e il potere dei grandi soldi è gigantesco.

Tutta la nostra economia è orientata verso questo, tutta la questione sociale e quella ambientale sono in secondo piano rispetto agli interessi di questi.

Io non dico che non c’è attività aziendale positiva, le banche stanno facendo delle cose molto interessanti, si parla sempre di più di finanza sostenibile, investimenti responsabili, c’è un progresso, c’è una evoluzione che esiste, ci sono aziende che hanno una eccellente reputazione qui e altrove, non è bianco o nero. Il fatto è che questi problemi di medio e lungo termine sono sempre in secondo piano perché gli interessi immediati sono più importanti e più forti. Se questo non cambia se non c’è una grande domanda popolare dell’azione sull’ambiente e sul sociale, sullo sviluppo dei paesi poveri, continueremo con questa situazione attuale e con il danno che conosciamo.

De Intinis G.: Una delle possibilità sarebbe una maggiore consapevolezza e una maggiore coscienza molto più estesa e condivisa.

Halle M.: Sì, e questo deve essere il ruolo della televisione, dei media pubblici, dei giornali, dei talk show, ma di nuovo le reti della televisione sono controllate dal governo o controllate da grandi aziende come Mediaset, che sono proprio i poteri che hanno influenza sulle nostre politiche. E quindi l’idea di una stampa libera, indipendente e autonoma è un sogno, non esiste più o esiste solo modestamente in tutti i paesi, è sotto controllo dei vari interessi e lo sappiamo, sappiamo chi sono e quindi la libertà che ha un direttore di includere dibattiti sull’ambiente o altri problemi come le macchine elettriche, la transizione all’energia rinnovabile è molto limitata.

De Intinis G.: Ora domande più specifiche: quali sono le armi che inquinano di più, cosa succede al terreno quando è invaso da questi materiali?

Halle M.: La prima risposta è che quando c’è la guerra uno deve parlare della tragedia umana. Le armi inquinano sì certo! Il fatto è che tutto il settore militare è esente dalle leggi ambientali. Quindi le regole sull’inquinamento non si applicano alle forze armate. Negli Stati Uniti le basi militari sono completamente esenti da questo, suppongo che la stessa cosa sia per l’Italia, e quando c’è la guerra nessuno ne parla.

Durante le guerre la priorità alta è la tragedia umana, i rifugiati, le donne e i bambini, l’impatto mentale che ha la guerra sulle vittime

È evidente che non si può considerare come priorità l’impatto ambientale, le priorità sono altrove.

De Intinis G.: Come sta il movimento ecologista in questo momento?

Halle M.: Praticamente sta male. In parte perché è catastrofista, in parte perché si occupa di cose a medio e a lungo termine che spariscono dal radar politico in questi giorni con tutto il populismo che esiste.

Quindi va male, deve rilanciarsi con una nuova narrativa, basata su “sì, possiamo fare” possiamo fare con risorse esistenti e ci sono tutta una serie di azioni che possiamo fare, la scienza esiste, la tecnologia esiste, i soldi ci sono e dobbiamo implementarli.

De Intinis G.: A proposito della COP 29 che ha lanciato ‘The Cop Truce Appeal’, l’appello alla tregua che punta a sottolineare il ruolo della cooperazione e della pace come componenti indispensabili dell’azione globale sul clima.

Quale analisi sono emerse dalla conferenza COP 29 e quali provvedimenti?

Halle M.: Quel nesso è chiaro da tempo. Quello che cambia è che l’importanza del nesso fra pace e cooperazione e clima è sempre più riconosciuto. E questo a due livelli. A livello più basico c’è un circolo vizioso: un ambiente in degrado aumenta la competizione per quello che resta. In generale vincono coloro con più potere ed influenza. I “perdenti” sono esclusi e spesso ha inizio il movimento dei rifugiati e, in casi gravi, il conflitto aperto.

Si calcola oggi che più del 25% dei rifugiati e profughi sono rifugiati “ambientali” – cioè il degrado dell’ambiente è una causa primaria della loro partenza dalla terra nativa. E questa percentuale è in aumento.

In caso di conflitti armati, è spesso chiaro che l’ambiente – cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, inquinamento – è un fattore nella creazione delle condizioni che portano al conflitto. E a volte, anche se non è la sorgente principale, è la scintilla che fa esplodere il tutto.

Poi ad un altro livello c’è il rischio a venire. Se non cambiamo rapidamente e profondamente le tendenze attuali, non solo decine di migliaia di profughi arriveranno nei paesi ricchi, ma decine di milioni ogni anno, uno scenario che renderebbe impossibile il funzionamento delle nostresocietà.

Mi pare essenziale che la relazione tra clima, ambiente e sicurezza diventi un topico di discussione nelle nostre società a tutti i livelli, e non solamente al G7 o al Foro di Sicurezza di Monaco. Scopriremo che il costo di non agire sul clima è molto, molto più alto del costo di abbordare queste sfide adesso, anche se ci sono sacrifici da fare a corto termine. L’alternativa è, purtroppo, molto peggiore.

Gabriella De Intinis ringrazia Mark Halle per questa intervista.

 

Mark Halle: Founder, Better Nature and Principal, Finance for Biodiversity Initiative. From 1998 – 2016, Executive Director, International Institute for Sustainable Development (Europe). Interests: the interface between nature and finance.

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

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