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Nasim, l’arrampicatrice che “apre le vie” alle donne iraniane

Altri due interessanti articoli sull’Iran di Silvia Guzzetta e Maria Laura Autria

Le stragi contro la libertà continuano in Iran, stavolta non in piazze insanguinate per le proteste, ma con una violenza più subdola, silenziosa e invisibile. Nella repubblica islamica che soffoca il respiro rivoluzionario prima che spazzi via un regime, emanare un gas tossico è la strategia simbolica di tappare bocche e stordire il sapere che non fa in tempo ad arrivare al cervello, ad una mente consapevole, così quella di centinaia di alunne, bambine avvelenate a scuola affinché non vengano istruite, ammette il viceministro della salute Panhai.
In giorni in cui l’aria di libertà di quel paese sembra sempre più rarefatta, allora, vorrei dedicare a tutte le bambine ricoverate e ammutolite in bombolette, l’esempio disarmante di Nasim Eshqi, la prima iraniana arrampicatrice outdoor, la quale si fa simbolo del suo stesso nome, “vento leggero” in persiano. Nasim riporta l’ossigeno pulito a tutte quelle bambine, salendo montagne, sfidando le vertigini e la debolezza, gli stessi sintomi introiettati da una cultura e provocati dal gas che le ha intossicate.
Come racconta il documentario della regista Francesca Borghetti uscito nel 2021, Climbing Iran, Nasim è stata la prima ad “aprire la via” alle donne iraniane, così si dice nel gergo sportivo quando si traccia un itinerario sulla parete da arrampicare, prestandosi ad una metafora perfetta.
Prima di scalare, in tenda, Nasim si mette lo smalto rosa, un rituale che le dà colore, potere ed energia negati dagli abiti neri che la dittatura costringe. Alla fine della scalata quando “guardo le unghie rovinate vedo che ho arrampicato molto”. Lo smalto consumato di Nasim è’ un segno femminile del suo traguardo ed è bello che sia visibile sul suo corpo, per una fatica scelta, un corpo che per anni si è voluto svegliare maschio, un sogno notturno per una disforia culturale, un sogno proveniente da un oscuro medioevo che ricorda quello di Christine de Pizan, prima scrittrice di professione del ‘400, anche lei in preda all’altra disforia per essere incubo e sogno al contempo; Christine sta per affondare da una nave e sogna che la Fortuna la trasforma in uomo e solo così riesce ad aggiustare l’imbarcazione a furia di chiodi. Quei chiodi diventano oggi i picchetti di Nasim.
Anche per lei è un sogno ricorrente essere maschio, da quando dai 9 anni le bambine iniziano a mettere il velo a sugellare un segno distintivo, anche se fin da piccola Nasim voleva solo diventare forte e fare i giochi dinamici dei bambini.
Inizia a vestirsi e uscire “camuffata” da maschio per sentirsi libera, a saltare scuola per gli allenamenti di arti marziali e kickboxing, ma mettere il velo nello sport è semplicemente scomodo.
All’università, a 23 anni scopre l’arrampicata e clandestinamente inizia a frequentare un gruppo misto di uomini e donne, non una cosa così normale in un paese in cui vige una segregazione di genere in ogni ambiente. Comincia ad arrampicare fuori grazie alla fiducia e all’apertura del suo maestro che la definisce un “uragano”, eppure è un uomo, come lo è il suo compagno di cordata, ma non è scontato trovarne così, soprattutto tra uomini sposati o religiosi. Nasim parte dalla montagna che sorge ai piedi di Theran e con i suoi valica i confini geografici di catene non solo montuose. Le rocce dell’ Iran verticale, questo il nome del podcast tratto dal documentario e dalla sua storia, appunto, in salita, una strada vertiginosa e in picchiata. La cima è ancora la corda su cui si aggrappano molte donne, ma per Nasim è riuscita a diventare anche la vetta panoramica. L’arrampicatrice segue solo le leggi della natura, dove la gravità, dice, “attira verso il basso tutti allo stesso modo”. La natura non guarda in faccia a nessuno, i vestiti si adattano per comodità, non c’è polizia morale a cui nascondere capelli al vento, lunghi, liberi che ora svolazzano sulle vette, ma che prima erano legati ai permessi e coperti dai visti concessi dei paesi vicini. Il progetto della regista era cominciato con l’obiettivo di farle aprire una via sulle Alpi in Italia lanciando una raccolta fondi, ma la parola Iran crea problemi alla piattaforma, il sistema gestito dagli Stati Uniti prevede sanzioni verso quel paese e quindi i fondi sono bloccati.
La spinta mediatica, però, è così forte che le persone prendono talmente a cuore la causa di Nasim che iniziano a donare direttamente alla regista, e così ce la fa, con alla mano una corda e 30 giorni di visto per arrampicare in Europa, 27 di questi giorni sono interamente dedicati a scalare, come si suol dire “non aveva tempo manco di respirare” e dormiva in treno tra un posto e l’altro.
Sulle 80 vie che oggi ha aperto nelle crepe della terra, rimanendo in equilibrio sugli appoggi a prevedere, con la pazienza di questo sport, ogni passo falso, sulla sua tenacia e determinazione, allora, si rigenera un proverbio: “Se la montagna non va da Maometto, Nasim c’è andata al suo posto”.
Spero che la sua ventata d’aria muova nuvole pesanti per una tempesta che ripulisca le strade, e che il suo non sia più un caso eccezionale ma di eccezionalità, che non sia il caso singolo promosso da una risonanza mediatica, che avere la libertà di parola non sia il motivo per scegliere di andare in un paese “occidentale” e rimanerci incastrato per sempre perché diviso in blocchi, senza vie da aprire.
L’8 marzo, nella giornata internazionale della Donna, nel 1979, in Iran il velo diventava obbligatorio. Sulla frattura di questa contraddizione dedichiamo il nostro sciopero libero alle donne iraniane che non lo sono, perché questa festa tolga la D maiuscola alla donna al singolare e possa diventare normalità e, un giorno, davvero internazionale.
Silvia Guzzetta
Studentessa Corso di laurea in Cinema e Televisione e produzione multimediale
Nomen omen.

Gli abitanti della caput mundi forse avevano ragione: dietro un nome può celarsi il destino dell’essere umano.
Ed è proprio nel momento in cui Nasim Eshqi viene al mondo che, nella sua casa, a Teheran, inizia a soffiare un vento diverso.
Nasim, che in arabo vuol dire brezza, per chi la conosce bene, è un vero uragano.
A differenza di sua sorella non ama prendersi cura dei fiori né dei conigli.
Le piace il pericolo. Ama le sfide.
Desidererebbe un’aquila ma, non potendone avere una, decide di prendersi cura di un uccello insegnandogli persino a spiccare il volo.
Nasim non ha nulla a che vedere con le bambine “normali”.
Non conosce la calma. A stare seduta non ce la fa proprio. Per i suoi genitori non c’è soluzione: è un’iperattiva.
Adora i giochi di movimento. Le piace fare le cose da maschi.
E mentre sua sorella, con il passare del tempo, prende coscienza (con accettazione) della differenza rispetto ai fratelli, Nasim quella differenza non la tollera proprio. Vuole annullarla. Vuole omologarsi al mondo maschile perché chi nasce femmina in terra iraniana ha “dei punti in meno”.
E così, quando a nove anni, per obbedire alle regole imposte dalla Repubblica islamica iraniana, si trova costretta ad indossare il velo per coprire i capelli, il desiderio di essere maschio diventa iperbolico.
Convinta che basti mascherare la propria femminilità per poter godere di maggiore libertà, inizia a vestirsi da maschio.
I suoi abiti, eccentrici e colorati, fanno un gran rumore. Un rumore che mamma e papà non vorrebbero sentire. Un rumore che si accompagna alla vergogna per una figlia diversa da quella che ci si aspettava.
Come un vento impetuoso, Nasim cerca di scacciare via tutte le forze contrarie intorno a sé. Sempre e ovunque.
Ed ecco arrivare lo sport a salvarle la vita, ad offrirle una nuova prospettiva.
Attraverso la kickboxing prima ed il free climbing poi, realizza che (si) può essere al tempo stesso DONNA, IRANIANA e FORTE.
E come un climax, l’arrampicata le consente, gradualmente e con fatica, di scavare dentro sé stessa per capire chi è e cosa vuole e, al tempo stesso, di salire fino in cima dove, attratta da una forza quasi divina, la gravità, si rende conto di quanto la natura, a differenza dell’umanità (?), sia imparziale perché “quando arrivi ai piedi di una parete, nessuno ti chiede il passaporto. Davanti alla montagna siamo tutti uguali”.
Nasim, l’iperattiva, scopre attraverso il free climbing, il piacere di muoversi con lentezza. La calma, che da bambina tanto distante era da lei, le consente oggi di essere donna e di poter vivere il movimento senza sentirsi sbagliata perché diversa.
La sua passione in Iran è, tuttavia, sia strumento di salvezza che fonte di pericolo.
Come pioniera dell’arrampicata sportiva outdoor, la sua storia fa scalpore. Nessuna donna iraniana si è spinta tanto (in alto).
Nasim, nello scalare a volto scoperto, si trova di fronte a barriere sociali, culturali e politiche ben più imponenti delle montagne.
A lei che ha fatto di uno sport una professione, a lei che ama sperimentare nuove vie, a lei che si ostina a mettere lo smalto rosa shocking nonostante sappia bene che verrà via arrampicando, sta stretta una società che la vorrebbe sposata e con la testa a posto (sotto un velo!).
Nasim cerca nella roccia cavità che siano complementari alle sporgenze del suo corpo, che siano appiglio per le sue mani, instancabili ricercatrici di un sostegno a cui aggrapparsi; per i suoi piedi, che necessitano di una base per non cadere giù nel vuoto; per le sue pupille scure che anelano al chiarore del cielo; per la sua testa che ha bisogno di liberarsi di un velo che rischierebbe, coprendole gli occhi, di oscurare la straordinaria bellezza della libertà che solo chi, come lei, ha il coraggio di non mollare, può raggiungere.
Come sottolineano i titoli di coda del documentario Climbing Iran di Francesca Borghetti, Nasim “non svolge attività politica contro il governo e rispetta le leggi del suo paese”.
Il suo bisogno di respirare a pieni polmoni l’aria “buona” di montagna però non può coesistere troppo a lungo con le regole claustrofobiche della terra in cui è nata.
E così, se inizialmente, dopo un’arrampicata, tornando giù a terra, rimette il velo con la consapevolezza di aver conquistato, passo dopo passo, un po’ più di libertà, con il passare del tempo sente che la libertà raggiunta è insufficiente e che rischia di andare perduta da un momento all’altro.
Pur amando l’Iran, che l’ha resa la donna che è, decide di realizzare il suo “sogno proibito” e di andare in Europa.
Il solo sangue disposta a tollerare è quello dei suoi piedi che, ogni tanto, osano scalare scalzi. Arrampicare è per Nasim un po’ come combattere.
La sua arma da combattimento è l’insegnamento.
Sente il dovere di imprimere nelle sue allieve un segno, una nuova via verso una vita libera in cui è possibile “essere connessi agli altri al di là dei confini”.
Se qualcuno dovesse farle notare che non indossa correttamente il velo, risponderebbe con un sorriso che è stato il vento a spostarlo.
Quello stesso vento, insito in un nome premonitore, è capace di s-velare una forza tutta femminile ad un regime che crede di far paura ai manifestanti in piazza, facendosi mandante dell’assassinio di chi mostra una ciocca di capelli e dell’avvelenamento di chi siede tra i banchi di scuola.
La polvere delle rocce, dopo un’arrampicata, può scalfire le unghie e rovinare lo smalto, ma puntuale arriverà una brezza leggera e capace, al tempo stesso, di sollevare via la polvere dalle dita.
Ed una donna, orgogliosa della sua femminilità, stanca e felice per aver raggiunto, non senza fatica, la vetta, tornata a terra, nella sua tenda, ancora una volta, ricolorerà di rosa acceso le sue unghie.

Maria Laura Autria
Insegnante
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Recluse in paradiso

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