Fosforo bianco

Morire a Fallujah

di Paolo Baldini

Nel 2003 gli Stati Uniti, a guida George Bush junior, lanciarono la seconda invasione dell’ Iraq nel giro di vent’ anni, denominata non senza contraddizioni ” Iraqi Freedom”; quale ne fu il pretesto? Individuare e distruggere siti i territorio iracheno presumibilmente ospitanti armi di distruzione di massa, spesso citate in inglese con la sigla w.m.d. (weapons of mass destruction).

Tale categoria di armi, comprendente ordigni chimico-batteriologici e nucleari, testimone la storia, non è mai stata trovata in Iraq.

Qualunque sia stato il reale movente dell’ invasione, vinta rapidamente la guerra simmetrica e deposto Saddam Houssein, lo U.S Army e le forze speciali al seguito, si trovarono impantanate nell’ ennesima guerra asimmetrica, combattuta da un esercito regolare contro guerriglieri ben motivati nonchè profondi conoscitori del territorio: persino il più corazzato dei carri armati o il meglio attrezzato degli elicotteri d’ attacco non può nulla contro un’ armata di spettri.

I combattenti irregolari si insinuano tra le pieghe del territorio e nelle profonde venature della popolazione civile, come fossero un liquido; pur uccidendone uno , suo figlio, suo nipote o suo fratello combatteranno in suo nome.

Le guerre di tale fattispecie non si vincono sul campo, eppure gli imperi continuano a combatterle.

Di fatto ad un anno circa dall’ invasione targata U.S.A, una corposa compagine di spettri trovava rifugio nel cosiddetto triangolo sunnita, avente per vertici le città di Bagdhad, Ramadi e Tikrit, ed in particolare a Fallujah.

Fallujah città delle moschee, Fallujah roccaforte dei sostenitori di Houssein e dei jihadisti.

Assai più interessati alla seconda definizione, gli americani, a seguito del linciaggio e del pubblico vilipendio dei corpi di 4 mercenari Blackwater, tristemente appesi ad un ponte sull’ Eufrate, nell’ Aprile 2004 lanciarono l’ operazione “Vigilant Resolve” con l’ obiettivo di debellare la città.

Fu un fallimento: a Settembre i ribelli la controllavano ancora saldamente.

A Novembre gli americani tornarono sui loro passi con l’operazione “Phantom Fury”.

Ora, coinvolta nell’ attacco alla città, era una coalizione internazionale guidata dal “M.E.F’

supportata da artiglieria, copertura aerea e corazzati.

Dal 7 novembre al 23 Dicembre le forze della coalizione dovettero “ripulire” cinquantamila palazzine separate le une dalle altre da  un dedalo di vicoli.

Un inferno tattico.

Il corpo dei Marines ricorda la battaglia come la più sanguinosa  dai tempi di quella di Huè city nel 68.

Premettendo che le stime riguardanti le morti in Iraq sono assai discordanti,  anche a causa della difficoltosa distinzione tra individui combattenti e popolazione civile, un articolo  del “Lancet” nel 2004 ha registrato che i due terzi delle morti violente inflitte a partire dal momento dell’ invasione fosse imputabile a Fallujah.

I numeri non esauriscono la tragedia umana, portata magistralmente alla luce dal giornalista d’ inchiesta Sigfrido Ranucci con il documentario” Fallujah, la strage nascosta”.

Il suddetto, vincitore del premio “Alpi”, raccoglie testimonianze di ex militari, civili e giornalisti.

Le immagini agghiaccianti provano l’omicidio della popolazione civile nonchè di prigionieri di guerra  e l’uso indiscriminato di armi incendiarie quali mk77 ( un simil-napalm) e fosforo bianco.

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Recluse in paradiso

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Fermata D'Autobus Onlus

Abbiamo letto con piacere questo articolo. Una riflessione psicologica che si occupi dell’uomo non può prescindere da tutte le dinamiche storico-sociali-antropologiche in cui l’uomo è inserito ed è protagonista attivo. Stimiamo il lavoro dei giovani ed è bello vedere un gruppo di giovani professionisti che tentano di dare un senso e significato agli eventi storici, per quanto aberranti essi siano. In un mondo intriso di violenza (conflitti, guerre, ecc.) è fondamentale un contributo divulgativo che sappia avvicinare tutti alle tematiche collettive, sensibilizzando e facendo luce anche su aspetti più crudeli che possano rappresentare un monito per le nuove generazioni. Continuate così! Vi leggiamo sempre volentieri.

L’equipe di Fermata D’Autobus Onlus

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