Psicoanalisi delle marginalità

Elizabeth torna a casa

Elizabeth torna a casa

di Giuseppe Riefolo

 

Abstract

Elizabeth è una nigeriana di circa 40 anni con una drammatica storia di migrazione fallita. Da 11 anni, sbarcata a Catania, incinta, dopo che le è stato tolto il figlio ha raggiunto Roma dove è diventata una dei 5-600 SD che, per problemi psichiatrici, non accettano alcun tipo di aiuto. La sola domanda di aiuto ha il codice del disturbo sociale da cui le istituzioni si difendono, simmetricamente, intervenendo ciascuno per conto proprio, inutilmente. Da due anni il caso di Elizabeth è stato affrontato mettendo in rete tutti i servizi che lei, comunque e in modo dissociato, ripetutamente coinvolgeva. E’ stato possibile, quindi passare dal “respingimento” al “ricongiungimento” dei nessi che il suo trauma aveva negli anni dissociato.  Lo scorso 3 agosto, finalmente Elizabeth è tornata a casa. L’intervento complesso organizzato per lei pone una serie di riflessioni.

L’arrivo…

 Alcuni mesi fa avevamo segnalato, in una nota su “Vaso di Pandora” (19 dicembre 2022) la paradossale situazione in cui veniva a trovarsi Elizabeth, una. nigeriana di 40 anni, che arrivata incinta su un barcone a Catania circa 11 anni fa, subito dopo il parto le viene tolto il bambino, Joseph, poi adottato. Da quel momento lei ha vagato per l’Italia e dal 2017 è a Roma dove non accetta alcun tipo di sostegno. Vive per strada in condizioni estremamente precarie e in un continuo stato dissociativo. Il tempo le si è fermato a Catania e per sostenere quel violento trauma della separazione dal figlio, lei continuamente, nella sua vita da Senza Dimora (SD) con gravi problemi psichiatrici, a Roma lava continuamente vestitini di bambini (tempo fa, in una situazione simile, Patricia, sempre nigeriana, dopo il parto, di cui lei non ricordava nulla, ricordo che mi mostrò candidamente la sua borsa dentro la quale c’era un uccellino morto…). Per anni Elizabeth poneva continuamente in modo violento, ma dissociato, il tema della sua sofferenza: il suo progetto fallito di lavorare in Italia per mandare soldi agli altri tre figli in Nigeria insieme alla perdita di Joseph che aveva portato con sé nella pancia dalla Nigeria. Le istituzioni italiane (peraltro numerose…) organizzate secondo una modalità di intervento autoreferenziale riuscivano solo a respingere Elizabeth verso un altro servizio che avrebbe dovuto essere competente. Ovvio che nessun servizio può da solo rispondere alle complesse e complicate domande che le situazioni Elizabeth pongono. Accade che si assiste puntualmente ad un rimpallo di responsabilità e competenze: l’ordine pubblico, rinvia al sociale che a sua volta rinvia alla psichiatria che a sua volta rinvia all’ordine pubblico (in questo gioco di rimpalli emerge proprio in questi giorni che nonostante varie segnalazioni a Rovereto un SD con gravi problemi psichiatrici era conosciuto da molti servizi, ma nessuno riusciva a prendersene cura finché l’unico contenimento possibile e drammatico ha dovuto essere il carcere…). C’è da riconoscere, comunque, che quando un SD presenta visibili problematiche psichiatriche non esiste realmente un ambito di accoglienza adeguato: In SPDC, dove spesso arrivano, inutilmente, con proposte di TSO, non possono stare perché le loro condizioni igieniche e sanitarie sono estremamente precarie (pidocchi, scabbia, alcolismo, TBC..).Nei Centri di Salute Mentale (CSM) questi soggetti non accettano di recarsi e alla fine, non essendo di base violenti, le forze dell’ordine difficilmente possono intervenire. La domanda di aiuto, comunque, è estremamente visibile. Non accoglierla significa costringere implicitamente la persona a mettersi in evidenza in altri modi, spesso violenti e alcune volte, drammatici. Questo sistema di aiuto attraverso l’ “evitamento” era stato segnalato da noi nella nota di alcuni mesi fa che denunciava proprio la impossibilità, a seguito di conflitti burocratici e di competenze di poter aiutare Elizabeth a tornare in Nigeria (un’altra nota sulla inutilità degli sgomberi è stata pubblicata sempre su questo sito il 17 luglio scorso….).

Il ritorno

Da circa due anni una rete di organizzazioni di volontariato che si coordinano intorno all’intervento della SOS (Sala Operativa Sociale) del Comune di Roma ha cominciato ad occuparsi di Elizabeth. Mensilmente vi è un incontro di discussione clinica su questi casi “difficili” (“Quelli che non vogliono”: discussioni mensili on-line il giovedì alle 14-16) e due anni fa Elizabeth, proprio per la gravità e l’urgenza che metteva in scacco tutti i servizi, è stata proprio la prima paziente di cui si è discusso. Da quel momento è stato possibile un intervento coordinato fra i diversi servizi che, comunque lei puntualmente coinvolgeva. E’ stata ricoverata al SPDC del Policlinico durante un ennesimo TSO, ma questa volta al Policlinico è potuto intervenire lo psichiatra del CSM di via Monza. Abbiamo trovato difficoltà ad un trasferimento in una possibile clinica psichiatrica convenzionata (anche in questo caso nessuno è tenuto ad intervenire: semmai è più automatico il respingimento…). Una casa di cura per anziani (!) di Ardea, ha accettato di ospitarla “pro-bono”. Stefania della Caritas e Rosa della SOS hanno tenuto in modo tenace il progetto. Dei rimpatri se ne occupa la CIR, ma si sa che puntualmente i soldi a disposizione di queste organizzazioni finiscono dopo pochi mesi che è passato il progetto! Anche per Elizabeth sono finiti i soldi. Inoltre se lei non “sta bene” non si possono avviare le pratiche per il rimpatrio perché nessuno la imbarcherebbe su un aereo! Intanto dalla Nigeria, il padre (93 anni) un fratello e la figlia maggiore, 19 anni, universitaria, chiedono che Elizabeth torni a casa. Elizabeth è d’accordo con il progetto di rimpatrio purchè non le si solleciti l’area traumatica del figlio.  In alcune riunioni con altri servizi le si chiedeva di “accettare che non avrebbe più rivisto Joseph fino ai suoi 18 anni!”. Ovviamente, esposta a queste richieste Elizabeth puntualmente rispondeva di “voler tornare a Catania a riprendere suo figlio!”. Diventa un problema etico di grande responsabilità intervenire a questi livelli. Gli psichiatri sanno bene che la dissociazione, in questi casi e una modalità di sopravvivenza necessaria in cui il paziente “non sa di sapere”. Personalmente, non ho dubbi, (non succede solo per i SD, ma anche in molte situazioni psicotiche…) che in questi casi siamo chiamati ad assumerci la “responsabilità psichica” per situazioni in cui quella responsabilità il paziente (si spera in modo transitorio…) visibilmente non riesce a sostenerla (un bambino che piange bisogna prenderlo in braccio e non ha senso chiedergli di star zitto…). Ad Elizabeth non abbiamo più chiesto di accettare formalmente la separazione violenta da Joseph, (ovvio che lei lo sa, ma a che serve mettere il dito sulla piaga?…) ma le abbiamo ribadito che la sua famiglia l’attendeva. Ovvero: sentirsi figlia prima che madre! Intanto dopo quasi quattro mesi di ospitalità presso la residenza di Ardea (incredibile: lei era incontenibile nei reparti di psichiatria ospedalieri, mentre è riuscita a stare tranquillamente in una residenza di anziani dove, Rosa e Stefania andavano a trovarla puntualmente). Anche il dott. Colosimo di via Monza va a trovarla e le porta la fiala di neurolettico che effettua mensilmente. Dopo Ardea il solo posto possibile dove ospitarla in attesa che si risolvano le questioni burocratiche è l’Ostello Caritas, dove comunque alle 9 di mattina devi uscire per tornare alle 17. Nonostante le nostre perplessità Elizabeth riesce a starci senza problemi. La CIR non ha più i soldi per il rimpatrio assistito, ma alla fine, grazie ad Elisabetta,  si riescono a trovare alcuni fondi “speciali”. A maggio viene a Roma un suo zio materno per aiutarci a definire la questione dei documenti e del passaporto, Ma lui non potrà accompagnarla. Si riesce a trovare, alla fine un nigeriano che potrà accompagnarla e ne approfitterà per tornare in Nigeria per qualche settimana. Intanto, lei fa domande sul figlio. La dissociazione iniziale, sembra incrinarsi! E’ stato possibile avere delle videochiamate con i servizi di Catania e lei ha ripetuto più volte di voler rivedere Joseph. Rosa e Stefania sono riuscite a proporle di scrivergli una lettera a Joseph. Lei l’ha scritta.  Appena prima di partire Rosa l’ha depositata e la lettera andrà nel fascicolo a disposizione di Joseph quando avrà 18 anni. Il 3 agosto alla fine Elizabeth parte e all’aeroporto l’aspettano il padre, un fratello e un operatore che curerà la realizzazione del progetto di rimpatrio che prevede l’investimento di 2 mila euro per un progetto a cui Elizabeth pensa da tempo: “Businnes-Woman: un negozio di articoli di bellezza per le donne!”. Mi colpisce una confessione di Rosa, al telefono mentre l’accompagnano a Fiumicino: “Dottore, io e Stefania non ce la facciamo a vederla partire e la saluteremo al terminal, fuori alle partenze. All’aereo l’accompagnerà un altro volontario che la conosce da poco!”. Ovvio: forse questa è la differenza fra i respingimenti e i ricongiungimenti di cui ci occupiamo. In entrambi i casi si torna comunque a casa: nel primo hai fallito e vuoi non ti veda più nessuno, nel secondo accetti di rimettere in moto la tua vita. Ora ci sarà il secondo capitolo della storia: fra 7 anni Joseph leggerà la lettera di sua madre…

Quindi?

Elizabeth non è il primo caso in cui ricomporre nessi dissociati permette la ripresa di un percorso violentemente spezzato. In tutti i casi si tratta di forzare continuamente una non-organizzazione che, in sostanza vede questi pazienti come poveri sbandati. Invece sono persone sane, traumatizzate dal fallimento del progetto migratorio. Riconnetterli alla loro rete di appartenenza, oltre che restituire la vita risulta molto più economico rispetto alle posizioni evitanti e di respingimenti. Ci si chiede: perché questi percorsi non possono essere organizzati e diventare una prassi? Non è un problema di costi (anzi…) ma di buon governo.

Uno psicoanalista potrebbe pensare che la difficoltà delle istituzioni sia sottile e intima. Si tratta di non riuscire ad accettare che Elizabeth, come tanti altri, ripropone nella nostra vita un dolore acuto che riguarda ciascuno di noi, profondamente. Si tratta del diritto, che è inscritto nella nostra vita, di poter avere spazio per vivere. Si potrà fallire, bloccare il tempo e cercare di rimanere all’infinito a Catania con Joseph, ma qualcuno dovrà aiutarci a ricontattare la vita dove sperare che Joseph possa leggere la nostra lettera per lui. La lettera dice che puoi partire, ma che hai diritto di non riuscire ad arrivare.

Giuseppe Riefolo, (giusepperiefolo1@gmail.com)

Psichiatra e Membro AFT della Società Psicoanalitica Italiana. Ha lavorato per molti anni presso il Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma1 dove ha attivato un gruppo di servizi che, in rete si occupava di persone SD con gravi problematiche psichiatriche. Da quella esperienza è stata fondata SMES-Italia, di cui è presidente e che collabora con l’associazione “Binario 95” nella gestione di un presidio ambulatoriale denominato “Area 95” con sede in via Marsala 95 a Roma.

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Diana
Diana
3 anni fa

Bellissimo articolo che riflette la passione e la convinzione che qualcosa si può e si deve fare in questi casi, che anima il dott. Riefolo da anni e che traspare in tutto quello che fa e che scrive. Il caso di Elizabeth ci dovrebbe far riflettere su quanto male facciamo a chi arriva da noi con la speranza di una vita migliore. Lo stato, le realtà socio sanitarie e assistenziali dovrebbero lavorare all’unisono per accogliere, inserire e creare possibilità dignitose di vita. Grazie a chi come SMES e Binario 95 opera nel rispetto della dignità di tutti.

Giuseppe Riefolo
Giuseppe Riefolo
3 anni fa

Forse bisognerebbe aggiungere la drammatica notizia della donna nigeriana morta nel carcere di Torino proprio ieri. Sicuramente quando è partita dalla Nigeria non immaginava il carcere! Anche lei reclamava il figlio e per farsi ascoltare aveva cominciato a non mangiare più!

Giuseppe Riefolo
Giuseppe Riefolo
3 anni fa

Purtroppo accade che proprio ieri una nigeriana nel carcere di Torino chiedeva da tempo di voler vedere suo figlio. Avrebbe dovuto aspettare esattamente altri 7 anni! Lei ha cominciato a non mangiare ed era in un reparto psichiatrico delle Molinette! Non so bene cosa possa essere accaduto prima ma evidentemente non ci sono state risposte alla sua richiesta e nella nostra vita se uno non ti risponde tu non esisti….

Giovanna
Giovanna
3 anni fa

Grazie mille per la bella riflessione
Mi occupo da anni di persone che si trovano in situazioni simili in un deserto di mancanza di risposte e rimpalli di responsabilità vergognosi, nellindifferenza di chi è pagato per intervenire.
Grazie per la prospettiva di speranza che aprite

Andres
Andres
3 anni fa

Grazie, bello e necessario leggere fatti che aprono alla speranza. Ma soprattutto che invitano a lavorare insieme, a pensare insieme, a vincere insieme. Ecco, prendo lo spunto per invitare il Comune di Bolzano a “copiare” il Comune di Roma e mettere in rete le organizzazioni di volontariato presenti nella nostra città (suona incredibile che Bolzano debba prendere qualcosa di buono da Roma….) comunque sarebbe ora che le organizzazioni smettessero di sottomettersi al gioco dell’appalto e trovassero l’umiltà e l’armonia per mettere al centro la persona che soffre. Ma intanto avete aperto alla speranza, e non è poco…

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