Articoli Scientifici

Patriarcato – Maria Luisa Mondello

Maria Luisa Mondello

Abstract

Considerando l’organizzazione sociale, familiare, il testo prova a seguire nella cultura corrente gli aspetti diffusi di una consolidata concezione della superiorità/potere del maschile sul femminile. Sempre meno dichiarato ma non per questo volatilizzato. Una violenza simbolica (Bourdieu), sembra permeare la relazionalità maschio-femmina, trovando espressione nella vita quotidiana.

Facendo seguito al testo “Mi sto arrabbiando…” scritto con Rosanna Provenzano per il Portale Psicoanalisiesociale (2023), intendo dare spazio al tema violenza di genere, nei suoi aspetti diffusi, pervasivi, a volte impalpabili che ci attraversano tutti e che fanno la storia.

Non ne farò una trattazione sistematica, ne riferirò l’estesa aneddotica che, credo, chiunque ormai sa riconoscere nelle forme del sessismo sociale, nelle tante sfaccettature delle espressioni relazionali che quotidianamente pratichiamo. Tutti, senza farci caso, immersi nella cultura immateriale di appartenenza, espressione inconsapevole di un mondo patriarcale, del quale sempre più si sottolinea un potere sempre meno legittimabile.

Mi darò la libertà di prenderla larga (storia, religioni, etc.) e stretta (la teoria psicoanalitica della crescita ad es.) procedendo in modi non bilanciati ma per coaguli, accensioni.

Siamo dentro una forte accelerazione dell’attenzione ai modi che regolano culturalmente la vita relazionale, i rapporti affettivi, sessuali, di lavoro, la socialità.

La cronaca quotidiana, molto segnata da gesti gravi contro le donne, sembra costringerci tutti a un’attenzione imprescindibile. In Italia, il femminicidio, centocinquesimo nell’anno 2023, della giovane Giulia, uccisa dal quasi ex fidanzato e collega di corso, quando si apprestava a conseguire la laurea, subito seguito da altri due femmicidi, ha dato luogo sui giornali, nelle sedi dell’attenzione sociale e della cultura, a riflessioni e prese di posizione a proposito dell’esistenza o meno del grande accusato: il patriarcato. I gravi eventi, che in modo esteso continuano a punteggiare l’attuale quotidianità, sembrano segnare un punto di non ritorno nell’attenzione pubblica, una forte spinta a uscire da una condizione ormai con troppa evidenza non riducibile al fenomeno straordinario, al gesto fuori controllo di una psicopatologia non riconosciuta, a improvvisa follia, a arretratezza culturale, a….

Veniamo dall’aver accolto la normalità di un andamento culturale, esteso e totalizzante, maschile, investito dal biblico mandato di possedere il mondo in tutte le sue espressioni, ormai non più teorizzabile, per lo meno in Occidente.

Ritengo che nessuna competenza culturale, specie se dedicata alla comprensione psicologica, possa non essere attraversata ed esprimere il vivere consolidato, il tempo in cui si cimenta a dare forma teorica al sentire condiviso.

In due testi di tempo fa (Mondello M.L. 2008, 2009), affrontavo la difficoltà di leggere il maschile e femminile accogliendo l’ottica psicoanalitica, dovendo riconoscere o la forte connotazione personale, religiosa -per quanto di un ebreo ateo- storica, sociale del pensiero freudiano.

Colpisce ancora oggi quanto la forza creativa della concettualizzazione psicoanalitica abbia dato forma esplicativa a una pensabilità della crescita umana, segnata dal simbolico, da percorsi pulsionali descrittivi di un femminile e maschile, oggi difficilmente sostenibile. Evidente e sostanziale la centratura su un procedere essenzialmente maschile.

La forte incidenza della cultura freudiana, nel secolo appena trascorso, ci ha consegnato il triangolo edipico con tutte le sue vicissitudini, come paradigma forte in grado di permeare tanto la cultura psicologica che il pensiero comune: Edipo abita la nostra comprensione dell’infanzia come storia di famiglia che si ripete.

La lettura della conflittualità dei sentimenti infantili, polarizzati dall’attrazione verso il genitore di sesso opposto e la rivalità verso l’altro, matrice di ogni nevrosi, le angosce di castrazione diversamente lesive del maschile e del femminile ed i complessi conseguenti, hanno occupato l’attenzione competente e estesa di analisti e pazienti per lungo tempo.

Un testo tra tutti sembra esemplificare l’accidentato procedere freudiano al quale mi pare interessante tornare in riferimento alla maturazione identitaria: La lezione 33, della Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni) del 1932 dedicata alla Femminilità (Freud S., 1932).

Maschile e femminile occupano molta dell’attenzione successiva della psicoanalisi nelle revisioni kleiniana, winnicottiana, un po’ meno la bioniana, per citare i principali contributi. Sostanziali trasformazioni e rimaneggiamenti, ma lasciando in filigrana il pensiero freudiano in alcune sue componenti che sembrano costituire lo shibboleth attraverso il quale riconoscere appartenenza, coerenza e incoerenza teorico-metodologica di ciascun psicoanalista.

Questioni ampie che travalicano le esigenze di questo scritto.

L’attenzione freudiana sembra poter teorizzare la crescita identitaria del maschile in modi diretti e chiari, quella del femminile invece attraverso una necessaria differenziazione, per polarizzazioni logiche, per assenza delle caratteristiche tipizzanti quanto appartenente al sesso opposto.

Lo statuto del femminile freudiano ruota soprattutto intorno all’amore materno, disposizione naturale, istinto sfuggente ai processi di sublimazione, così essenziali per un sano superamento dell’edipo; essendo espressione della libido femminile, meno forte e più repressa di quella maschile; sessualizzato quel tanto che basta a sostenere il legame col bambino.

Sinteticamente due posizioni permettono di comprendere il femminile freudiano:

– si esprime compiutamente nella maternità, ha come oggetto naturale il bambino, matura un Super-Io debole, condizione che sembra nutrire una inibizione del desiderio sessuale e una inibizione della competenza intellettiva;

– è represso e socialmente messo nell’impossibilità di esprimersi. Ha necessità, per raggiungere la sua piena realizzazione, dell’acquisizione di una sua specifica modalità desiderante rivolta al maschio adulto, condizione indispensabile perché si realizzi un sano e reale accoppiamento generativo, oltre che l’accesso a qualità intellettive. Freud ritiene ciò possibile ma, come si diceva, in appoggio a qualità maschili, dovendo poi riconoscere di non poter formulare una buona ipotesi compiutamente descrittiva del femminile. Lascito oneroso per le generazioni future di psicoanalisti.

La sessualizzazione del materno freudiano, espressa fino al limite della perversione e contemporaneamente repressa fino alla totale inconsapevolezza della madre, non trova posto nella teorizzazione psicoanalitica successiva, sempre più centrata sugli assetti relazionali del neonato e della sua crescita.

Lo sviluppo delle teorie dell’attaccamento (Bowlby e altri), della sintonizzazione degli affetti di Stern, della maturazione mentale infantile come processo integrato affettivo-cognitivo di modellizzazione di una teoria della mente e di una funzione riflessiva (Fonagy) ha messo in ombra il tema del diverso destino identitario del maschile e del femminile. Sembra volatilizzarsi la quasi costituzionale minorità o debolezza, perdendosi ogni traccia di un “erotico materno” per le donne, nell’enfasi di una competenza che, a partire dall’apprensione materna primaria (Winnicott), attribuisce qualità mentalizzanti al materno, apparentabili alla funzione psicoanalitica (Bion).

Nelle teorizzazioni post-freudiane tuttavia, il padre mantiene, pressoché con le medesime caratteristiche a valenza superegoica, la competenza sociale, il primato normativo, la qualità desiderante della sua sessualità.

Va a questo proposito rilevato che lo stesso Winnicott (1956), nell’individuare un’area di pertinenza maschile e simbolica, afferma: “Mi sembra che l’idea di ciò che in termini psicoanalitici è chiamato pene compaia in origine in relazione a certe qualità della madre, quali norme, regole, temporizzazioni, durezza[sic!], indistruttibilità [doppio sic!]. A un’epoca variabile queste idee si raccolgono insieme e possono essere trasferite al padre, se questi è presente.”

Mi si lasci dire: norma, regola e quant’altro è inevitabile leggerli, anche per lo psicoanalista più “maternizzante” come qualità maschili. Non importa chi ne porta i segni. Solo al bambino che ha presente il padre è data la possibilità di arrivare ad una sana realizzazione della fondazione naturale di quanto dal sesso maschile deriva: cultura e posizionamento sociale.

E qui compare una funzione paterna universalmente riconosciuta, riferita alla coppia madre-bambino. Si assume come significativo il suo darsi il compito di costituire la distanza, lo spazio necessario perché ci sia comunicazione tra due esseri, perché il bambino approdi a una possibile individuazione. Il Padre dunque come garante dell’incontro tra madre e bambino, come ponte che favorisce la relazione perché è garantita tra i due la separazione.

Torna da tutte le parti e per versi diversi il pensiero che il Padre è la regola, il tempo, lo spazio necessario perché la pericolosa tendenza alla fusione di madre e figlio si divarichi attraverso la penetrazione della funzione paterna che come un cuneo la impedisce e per questo garantisce individuazione, crescita affettiva e cognitiva, pensiero. E tutto questo semplicemente esistendo o, più o meno pesantemente, reclamando la madre per sé.

Se ha dato spazio a questa teorizzazione dai forti connotati sociologici è per condividere quanto, sia nella nostra competenza che nel sentire comune, appaia consistente la concezione di una funzione nelle mani esclusive del maschile imprescindibile per una buona crescita.

Possiamo ammettere che la estesa teorizzazione psicoanalitica sembra puntualmente essere il riconoscimento antropo-sociale e la sottolineatura degli assetti di vita familiare propri del tempo in cui prende forma la lettura proposta.

Ho voluto riprendere per accenni la concezione freudiana del femminile e del maschile, così fortemente polarizzata, gerarchica, per riconoscere quanto la clinica successiva, a partire dai contributi kleiniani, la ricerca, ci consegnano con sempre migliore precisione la lettura della competenza neonatale e infantile con qualità e caratteristiche che non sembrano richiedere specializzazioni e polarizzazioni di sorta.

Il riconoscimento freudiano poi di una bisessualità primaria, da risolvere senza sfrangiature nel percorso di crescita in decisi e precisi maschile e femminile ha dovuto lasciare spazio, nella realtà individuale e sociale, a posizionamenti più compositi e articolati. Consentendo di affermare che le identità individuali si collocano in un continuum che muove tra gli estremi maschile e femminile.

Abbiamo imparato a distinguere sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale.

Necessario riportare sinteticamente quanto sembra oggi comunemente condiviso. Nella consapevolezza che si tratta di una materia le cui ricadute sono oggetto di travagliato e sofferto dibattito: intuitivo che si tratta di mettere contemporaneamente mano alla costituzione di generatività e genitorialità.

In breve, che gli esseri umani possano essere descritti attraverso due sole categorie di genere, il maschile e il femminile eterosessuali, appare improprio. Anche se condizione comune.

Proviamo a minimamente definire le componenti dell’identità sessuale:

Sesso biologico, concetto intuitivo, è definito dalle caratteristiche genetiche e anatomiche che permettono di leggere una persona, come maschile, femminile, o intersessuale (cioè portatrice di stati genetico-morfologici per i quali si rimanda alla letteratura).

Identità di genere, la costruzione del genere, non è un dato, come è intuibile per la definizione precedente, ha determinati culturali. E forti connotazioni psicologiche. Cosa sia proprio del genere maschile o femminile ha contorni frastagliati e in trasformazione in ogni tempo e latitudine. L’accento relativo all’ identità di genere va posto sulla condizione, lungo l’asse maschile/femminile a cui ciascuno si percepisce appartenente.

Ruolo di genere, specificazione della identità di genere in riferimento ai ruoli; si tratta dell’insieme di prescrizioni e aspettative che la cultura di appartenenza in modi espliciti (giuridici, religiosi, cerimoniali, educativi) e impliciti (simbolici soprattutto), indica o impone in modi connotativi al maschile e al femminile. Pare a prima vista evidente poter attribuire la maternità (dalla gravidanza agli accudimenti primari) al femminile, e al maschile funzioni che a partire dalla paternità biologica, si realizzano socialmente.

Consideriamo le diversissime condizioni socio- antropologiche sparse per la Terra.

Potremo incontrare l’assenza fisica e simbolica del padre nella costituzione e nella gestione del gruppo familiare (ad es. la costituzione matrilineare della familiarità nelle isole Trobriand della Papuasia) come sistemi patriarcali, a noi più prossimi, in cui l’intero ordinamento sociale è nella sua definizione esplicita (in Occidente oggi più spesso implicita) in mano maschile, con conseguente definizione del femminile e dei minori in ordine alla appartenenza al maschile. A cominciare dal cognome.

Orientamento sessuale: può essere definito come l’orientamento stabile e prevalente dell’attrazione affettiva e/o sessuale verso le altre persone. Ḗ eterosessuale chi percepisce tale attrazione rivolta a chi ha un sesso differente dal proprio, omosessuale chi invece sperimenta tale attrazione verso persone dello stesso sesso di appartenenza e, infine, bisessuale chi non distingue una prevalenza dell’una o dell’altra attrazione nella propria esperienza (condizione raramente corrispondente a uno stabile orientamento della persona, più spesso prodromico alla rivelazione/ accettazione di una condizione difforme dalla comune differenziazione di maschile e femminile secondo l’assetto biologico).

Necessario affermare che la teorizzazione psicoanalitica, intenzionata a proporsi come lettura universale della crescita umana, debba fare l’esercizio di collocarsi in una dimensione storica, segnata dalla cultura consolidata.

La psicoanalisi attuale, sembra consentire, rispetto al nostro tema, ampie trasformazioni e cambi di paradigma ma come un grande fiume, mantenendo percorsi, modi di dire, concezioni che un secolo fa furono certamente fondativi ma che andrebbero ripensati e risolti.

La professionalità di donne colte e competenti della psicoanalisi sembra accogliere il portato freudiano come se non fosse poi così necessario rileggere la teorizzazione freudiana e successiva alla luce di quanto, per merito della stessa clinica psicoanalitica ha preso forma e valore per comprendere il femminile, ma anche il maschile.

Forse continua a funzionare l’escamotage riportato da Freud, adottato durante i dibattiti tra psicoanalisti e psicoanaliste a proposito del tema maschile e femminile. Quando gli analisti si trovavano a essere accusati dalle colleghe di manifestare pregiudizi, diremmo oggi, maschilisti: “A noi… – scrive Freud – … per contro era facile evitare, invocando la bisessualità, ogni scortesia. Non avevamo che da dire: “Questo non vale per Lei. Lei è l’eccezione, essendo, su questo punto, più maschile che femminile.”!

In sintesi. Per diluizioni progressive e in modi sempre meno accentati e contrapposti, la psicoanalisi non frequenta quasi più il dover definire i paradigmi necessari per comprendere in modi fortemente differenziati maschile e femminile. La centralità del bambino e della sua relazione con la madre, o più ampiamente, con chi in modi intensamente dedicati se ne prende cura, ha velato la questione. La teorizzazione Kleiniana ha per così dire oscurato il primato del padre, centrando l’attenzione sul bambino e le sue relazioni.

Winnicott e Bowlby, Bion, naturali espansioni del discorso Kleiniano, hanno sempre meglio accentato il valore dell’incontro del bambino con la madre.

Ma non si può trascurare che la storia della declinazione culturale, sociale, del vivere, tutta al maschile è così estesa, diffusa in ogni parola, gesto, concezione implicita, regolazione comune, da informare il discorso, la vita quotidiana anche se non ne abbiamo percezione.

Dico in ogni parola perché lo stesso vocabolario ha e continua ad avere struttura maschile.

Il Vocabolario Treccani, unico forse, da circa un anno, ha adottato l’ordine alfabetico per procedere nella elencazione delle parole, nella sistemazione progressiva dei lemmi. Con questa scelta metodologica gatta, ad esempio, compare prima di gatto.

Così la presentazione del cambio strutturale ripreso dalla pubblicistica nazionale: “Cronaca di una lingua che, finalmente, si evolve.

Architetta, notaia, medica, soldata: Treccani presenta il primo ‘Dizionario della lingua italiana’ che lemmatizza anche le forme femminili di nomi e aggettivi tradizionalmente registrati solo al maschile, promuovendo inclusività e parità di genere.”

Era così naturale che le parole fossero declinate al maschile e poi, dopo, femminile, plurale etc.!

Una scelta che rivoluziona il vocabolario, da sempre possibile, ma solo oggi adottata.

Bisogna ammettere che è per tutti difficile, poco familiare, orientarsi nel nuovo sistema.

L ‘ultima edizione del vocabolario Treccani, ha come parola simbolo Femminicidio[1] sostenendo che è il neologismo che meglio evidenzia, «l’urgenza di porre l’attenzione sul fenomeno della violenza di genere e stimolare la riflessione».

Anche questa scelta, segnata dal tempo presente, viene naturale ascriverla al fatto che è nell’aria un mutamento consistente del posizionamento del femminile nell’universo umano. Dovendo riconoscere in aggiunta che dal 2023 dirige la redazione del Vocabolario Treccani , una donna[2].

Ci accompagna la considerazione che i termini che individuano le professioni, le posizioni sociali come la denominazione delle cariche dello Stato, sono declinati per la gran parte al maschile, difficilmente dicibili al femminile. Mentre osserviamo che sempre più donne coprono incarichi un tempo effettivamente solo maschili.

Con una radicale scelta di genere dagli inevitabili effetti stranianti l’Università di Trento si è data un nuovo regolamento di ateneo: ha adottato come unica declinazione il femminile anche se a ricoprire i ruoli regolamentati sono uomini. Rettora, allieva, segretaria, etc!.[3]

Operazione straniante si diceva, ma indicativa del difficile insediamento del femminile nella vita culturale con legittimità, veste propria.

Rivolgendo l’attenzione a un sistema millenario, l’insegnamento religioso cattolico che prende le mosse dai 10 Comandamenti, in un tempo non lungo, io ne ho memoria, ne ha cambiato alcune forme adeguandole al sentire comune.

Un comandamento il nono, “non desiderare la donna d’altri”, chiaramente formulato per una società in cui desiderio e possesso erano in maniera dichiarata attributi del maschile, oggi è allargato al femminile: “non desiderare la donna/ l’uomo d’altri” Ma prima di questa precisazione non si faceva quasi caso alla dizione riferita al maschile.

Naturalmente il pronome indefinito “altri” declinato al maschile include tutti/tutte!

Insomma, anche precetti eterni pare prendano le forme che appartengono a ciascuna cultura, al tempo in cui sono proposti.

Aggiungo, ma senza attardarmi, un fatto storico che sembra scomparire dai testi per la scuola elementare: il ratto delle Sabine.

Lo stupro, il suo essere strumento di guerra, oggi riconosciuto ed esecrato come massima violenza esercitata attraverso il femminile (l’offeso è il nemico nella predazione di un suo possesso), sembra rivelarsi agli occhi di tutti nella sua gravità comunque lesiva, non consentendo più di esporlo come leggiadra leggenda a fondazione di Roma.

Quello che qui voglio ulteriormente notare riguarda il necessario e riconoscibile ancoramento di ogni pensabilità significativa sul piano culturale nel tempo e nelle concezioni esplicite e implicite che la attraversano.

Fino ai nostri giorni il sessuale sembra segnalare la disparità valoriale tra uomo e donna. Ma una disparità lapalissiana, naturale, senza necessità di dimostrazione.

Superiore potenza del maschile a cui attribuire comando ma anche protezione, se oggi soggiace a una lettura inevitabilmente critica, perché colta sempre meglio e sempre di più negli aspetti aspramente vessatori se non lesivi della stessa attribuzione della posizione di persona al femminile, è storia; ma la storia è fatta della contingenza, di cambiamenti che procedono per sviluppo, per micro-macro rivoluzioni.

Se le donne sono state soggette al maschile, nel suo possesso e nella sua giurisdizione, ciò è parso sensato per millenni. La presenza dei sistemi patriarcali espliciti, è così estesa nel mondo da rendere rivoluzionario, e dunque eversivo dell’ordine sociale ogni cambiamento che attribuisca autonomia al femminile. A cominciare, lo abbiamo visto, sia pure per minimi accenni, dalla dicibilità.

Non c’è elemento regolativo(giuridico) e culturale che a seguirne le tracce non ancori quanto quotidianamente viviamo in filosofie declinate lungo la linea greco-latino- cristiana che ultima raccoglie e condensa i fondamentali intendimenti maturati culturalmente.

Una traccia, ma in realtà diffusamente tutta la modernità ne è espressione, la troviamo nelle Iscrizioni funerarie greche riprese da Nicosia (1992). Mentre il maschile è connotato, per così dire, dalla sua stessa esistenza ben nominata con nome e patronimico, il femminile è riconosciuto attraverso un nome proprio seguito da figlia di…, moglie di… o anche madre di…, fondamentale l’appartenenza declinata per linea maschile. Ancora oggi in Italia il Cognome sottolinea la collocazione del femminile all’interno di un sistema maschile imprescindibile.

Solo dal 1975, con la riforma del diritto di Famiglia, la donna, sposandosi aggiunge il cognome del marito. Prima lo assumeva perdendo il proprio. Anche per questo aspetto, oggi si affaccia timidamente in Italia, e tra molte perplessità, la possibilità per i figli di assumere il cognome materno.

La materia di cui ci occupiamo è estesa, in un intreccio fitto e pervasivo di ogni aspetto della vita. Le donne dunque hanno vissuto in una cultura che è maschile e che coerentemente norma, ha valori, da potere a uomini tra uomini.

Tutto questo sta radicalmente mutando e siamo sostanzialmente impreparati, uomini e donne, a viverne gli assetti, per forza di cose, nuovi, disorientanti, avendo perso la chiarezza regolativa di sistemi autoritari sì, ma capaci di tenuta del sociale.

Grandi i mutamenti hanno preso forma. Accesso alla vita pubblica del femminile, mutamento sostanziale del matrimonio con l’irruzione di innamoramento e amore, la cui eternità non sembra pratica possibile, mentre la costituzione della famiglia e della cura dei figli è per sempre. Tanto permettere in campo centrali questioni.

Bambini e donne nella stessa barca 

Il 900 è stato il secolo della scoperta del bambino. In psicologia forte la necessità e l’invito a comprendere, osservare la crescita fino alla stessa vita fetale, perché nell’infanzia è stata colta la fondazione della salute e del disagio mentale.

il paradigma evolutivo della crescita umana, ha avuto come estesa ricaduta una mutata sensibilità sociale e legislativa rivolta alla tutela e alla valorizzazione dei processi di crescita.

Da questo punto di vista la sempre migliore competenza sia socio-culturale che legislativa, riferita a maltrattamento e abuso all’infanzia, ha aperto all’attenzione condivisa la vita familiare essendo stata messa in evidenza la assoluta necessità di cure genitoriali competenti accanto al bambino. Ma anche lo stato di minorità non solo dei figli, minori per definizione tutelante, ma anche delle madri, delle donne, spesso non tutelanti e non tutelate.

La loro corresponsabilità collusiva nei confronti dell’uomo di casa, spesso violento, ha consentito di riconoscere la loro stessa minorità e una abituazione alla violenza intrafamiliare che la rende possibile, naturale.

Più di recente sempre maggiore l’accesso delle donne a studio, professionalità, diritti, trasformazioni nell’aria fortemente teorizzate dal femminismo, dal ’68, perseguite con lotte e movimenti di piazza che hanno sempre più chiaramente denunciato il sistema della violenza implicita negli assetti politici e sociali.

È divenuto non procrastinabile affrontare giuridicamente, necessaria messa in forma della regolamentazione interpersonale, quanto gli stessi apparati legislativi autorizzavano, perpetuando una minorità del femminile non più accoglibile.

Bambini e donne stanno acquisendo lo stato di persona insieme.

Bisogna riconoscere che la grande attenzione al bambino della infant research, della clinica psicoanalitica, della ricerca cognitivista e neuroscientifica nutre oggi una percezione della crescita che riconosce al neonato qualità mentali presenti ancora prima di nascere, competenza a intrecciare intersoggettivamente forme validamente dialogiche nei gesti ancor prima della parola con gli umani, col mondo Mondello M.L. (2021). Di pari passo l’accudimento materno rivela qualità e competenze non più declassabili a mero gesto concreto di poco valore culturale.

  

Sulla sottomissione della donna al maschile 

Come afferma P. Bourdieu-sociologo francese che tanto si è occupato dei meccanismi di riproduzione delle gerarchie sociali, attribuendone la matrice a fattori culturali e simbolici– è lo sguardo maschile a sottomettere il femminile.

Dobbiamo a lui la definizione di violenza simbolica frutto della capacità delle posizioni dominanti di nascondere l’arbitrarietà di queste produzioni simboliche, e quindi di farle ammettere come legittime agli attori sociali dominati.

Costituisce quindi una violenza “dolce”, invisibile, che è esercitata con il consenso inconsapevole di chi la subisce e che nasconde i rapporti di forza sottostanti alla relazione nella quale si configura.

Aggiungo che tale sguardo è frutto del patto tra maschi, di regole convenute tra chi ha potere e possiede, amministra. Il rispetto delle regole impegna per primi i titolari del patto sociale. Bambini e donne oggetto di regola.

Le considerazioni di P Bourdieu( 2012) sull’affrancamento del femminile dallo sguardo maschile, detentore di una simbolica che appunto rende oggetto, riguardano le donne che praticano sport, ma queste, a suo parere, corrono il rischio di perdere in femminilità; coglie bene, ma non declinando la polarizzata complementare modellizzazione delle qualità maschili e femminili, quanto l’avere un corpo che si esprime attraverso la muscolarità, fa accedere a una condizione di forza, di potenza che si pareggia, in termini ideali ma non solo, al maschile. E dunque sottrae a quella debolezza, arrendevolezza, inefficacia fisica che è alla base del contratto maschile-femminile.

Contratto sotteso, in filigrana, non visto e non percepibilie a prima vista, ma costantemente presente, rappresentato nei tanti modi in cui si declina, soprattutto all’interno della coppia e della famiglia, il potere.

A questo proposito afferma che il femminile che accede allo sport sembra vivere la corporeità come propria e non assoggettabile all’altro (Bourdieu, Op.Cit): “…la pratica intensiva di una certa disciplina sportiva determina nelle donne una trasformazione del rapporto con il proprio corpo e permette loro di accedere a una visione di esso che si potrebbe definire maschile; consente loro insomma di avere un corpo per sé invece di essere un corpo per gli altri, dà loro un corpo che è in sé il proprio scopo.”

Anche in queste considerazioni, essere e avere il corpo come proprio è ottenuto al prezzo di frequentare una caratteristica maschile, come per le psicoanaliste della prima metà del ‘900 l’essere pensanti a patto di essere un po’ mentalmente maschili.

Credo che molte delle qualità che il maschile ha assunto come proprie, escludendo gli altri /altre, oggi sembrano diventare, uscendo dalla polarità maschio/femminina, di tutti, disponibilità da declinare ognuno a modo suo. Ma questo non è immediatamente percepibile e ovvia conseguente agibilità.

Da questo punto di vista le tante fluidità che si sono insediate soprattutto nel mondo adolescenziale, sembrano indicare l’esigenza sul piano del riconoscere la propria identità, quasi si trattasse di una condizione chimerica, aspetti non più chiaramente definibili come sicuramente polarizzabili in maschili o femminili. Condizione che finalmente supera la mostruosità della chimera, composita creatura di parti a prima vista non conciliabili l’una con l’altra, per divenire le naturali espressioni del vivere, le tante sfaccettature possibili dell’essere umani.

Bisogna riconoscere che la condizione dimorfica tra maschio e femmina della nostra specie è banale constatazione di uno sperequato potere muscolare maschile, che, come tutti gli aspetti del vivere, soggiace a un sistema simbolico che lo rende evidente o lo occulta.

Il femminicidio, il comportamento violento maschile, altrimenti rivolgibile a chiunque, segnala, nella sensibilità sociale attuale, il riconoscimento di condotte aggressive che hanno come oggetto le compagne di vita delle quali non risulta sopportabile l’autonomia, la libertà, il venir meno del possesso. L’essere persone, non oggetti. Essendo in atto per il femminile l’acquisire una determinazione, una lettura di Sé come esistenti senza soggezione e dipendenza dal maschio, evidentemente fino a ora “accettato”, vissuto o consentendogli di essere-credersi padrone. Ma anche origine di status, protezione, posizionamento familiare e sociale.

I rapporti di dominanza-sottomissione, attengono certamente anche all’ordine del simbolico, ma il simbolico non muove esclusivamente in aree finzionali, congetturali.

Piuttosto assume consistenza e forza laddove il reale ne sostiene funzionalità, riconoscibilità, verità.

Bisogna aggiungere che il luogo designato, lo spazio riconosciuto dei rapporti di potere e della sua difesa prendono consistenza nel fuori, luogo dell’agire maschile, lavoro, politica o guerra che sia: lo spazio esterno alla casa è maschile, lo è stato per millenni.

“Io accanto a un uomo mi sento protetta!”

Affermazione che si sente fare da donne emancipate e forti, se si pensano fuori. Perché la predazione maschile è in agguato.

La storia millenaria ci consegna l’immagine di un maschio forte dunque, al quale è naturale accostare lo statuto essenziale del femminile: essere arrendevole e bella.

Appare pertinente citare l’affermazione freudiana che non nega al femminile la possibilità di essere attiva ma che fondamentalmente le mete da raggiungere per il femminile sono mete passive.

Possiamo ritenere la tanta cura femminile della bellezza come essenzialmente rivolta a una meta passiva? Avere e mantenere i caratteri per essere scelte dal maschile.

Non è necessario che mi dilunghi nel considerare i modelli culturali che storicamente hanno definito i campi separati dell’espressione seduttiva di ciascun sesso. Anche in questa area a prima vista fortemente polarizzata, sembra che tanto stia cambiando.

E sembra difficile individuare una direzione. Convivono per il femminile acquisizioni di reale potere culturale, sociale, senza che venga meno, ad esempio, la ricerca esasperata di mantenere negli anni un aspetto fisico che non superi mai i tratti della prima giovinezza e per il maschile un difficile riposizionarsi nel sociale senza il potere sulla presunta, ma per lungo tempo affermata e coltivata, minorità femminile. Acquisendo in aggiunta tratti accudenti, competenze emozionali un tempo esecrabili. Da far diventare femminucce!

Oggi dobbiamo misurarci e lo facciamo da poco tempo, con un cambio di passo: il mondo sociale nella sua totalità, si affranca sempre di più dalla logica sperequata, sul piano del potere uomo-donna, e compie tragitti per ognuno dei quali è necessario ricontrattare e ricomporre l’intero quadro.

Non possiamo non sottolineare che l’area psicoanalitica, ha, nel pensiero del suo fondatore, ma anche in tanti epigoni attuali, consolidato il primato del maschile e contemporaneamente gettato le basi per una lettura emancipativa del femminile. Tutta da fare però.

Per tornare agli enunciati freudiani, sembra possibile affermare che il possesso di un pene, espone sì a timori vessatori di castrazione, ma garantisce un Super-Io forte, capacità di sublimazione e dunque energie per pensiero, cultura e scienza, ineguagliabili per un femminile, la cui essenza è vivere la castrazione, come fatto inconfutabile e foriero di invidie debilitanti e senza risultato. Tutto è giocato intorno agli apparati generativi. Genitalità come status.

La questione che qui comunque interessa sottolineare riguarda la supremazia del maschile sul femminile, fondativa delle rispettive posizioni sociali e funzioni, evidente già nell’esercizio amoroso e frutto della” biologica”, ancora una volta, attività, sempre attività, forza a partire dallo sperma, contro passività, solo passività, debolezza, sin nell’ovulo.

L’esercizio del primato maschile ha una ratifica legale, sociale, educativa, religiosa. Accenno soltanto allo Jus corrigendi che il Codice Rocco attribuiva al marito nei confronti di moglie e figli, superato dalla nostra giurisdizione[4], ma rimasto, per così dire, a fior di pelle sulle mani di tanti uomini [5].

È divenuto aggraziato consiglio di accettare certe veemenze e intemperanze maschili nei consigli che la Contessa Laura impartiva tanto tempo fa. Mi riferisco a un libriccino, munito di imprimatur e rimasto, sicuramente fino agli anni ’50 del secolo scorso, a fare da viatico per la giovane donna prossima al matrimonio (C.ssa Laura di Barezia,1938).

Una volta ricordato che l’istituzione del matrimonio, religioso per definizione, è fondata sull’unione tra Gesù Cristo e la Chiesa, unione da cui deriva la sottomissione della Chiesa- moglie a Dio incarnato-marito, la nostra supposta contessa elargisce a piene mani puntigliosi consigli di vita matrimoniale.

Nell’ istruire la giovane sposa, la contessa Laura definisce i doveri “verso il suo sposo: affabilità, modestia, obbedienza” (Op. cit.P.210) e consiglia: “…mostrati verso tuo marito umile, affabile, modesta né ti dolere se mai qualche volta egli ti tratta a guisa di ragazza-. Spesse volte sorgono occasioni di malcontento e di disturbo, perché una donna non vuol soffrire che lo sposo la tratti da ragazza. Ciò mi è avvenuto non rare volte e allorché io me ne doleva col mio confessore, il saggio direttore mi rispondeva; -persuadetevi bene, mia cara figlia, che le donne sono delle ragazze in confronto dei loro mariti” (Op. cit p.210-11).

E già, mai adulte!

I pensieri della Contessa Laura proseguono sollecitando la giovane sposa all’accettazione estesa di quanto provenga dal consorte fino ad arrivare a questa affermazione: “Se tuo marito…avesse un’indole impetuosa, violenta, furibonda, difetto che alcune volte trovasi in un cuore eccellente, ah! guardati bene dall’irritarlo con le tue asprezze, coi lamenti e coi rimproveri. Venga allora la tua inalterabile dolcezza a calmare quella violenza quasi sempre involontaria” (Op cit. p.212-13).

Ho dato tanto spazio a perle di saggezza per quanto nobiliare, popolare, per affermare la pervasività, dalle più alte teorizzazioni alle banalizzazioni comuni, di una concezione del rapporto maschile-femminile estesamente giocato in termini di potere, nella cultura secolare giustificato dalla minorità della donna secondo regole di portata divina.

Altri tempi si dirà. Ma non così passati come gli anni trascorsi autorizzerebbero a credere.

Educazione del guerriero 

Il mio lavoro accanto alla crescita infantile mi permette di affermare come riconoscibile, già tra madre e bambino, ma anche tra piccolo e sorelle, un percorso affettivo-educativo che da tempo ho definito educazione del guerriero. Riferisco di questa modalità per affermare che andamenti di potere e di forza, riferiti al maschile, sembrano essere perseguiti e per certi versi resi possibili proprio dal femminile.

Succede che intorno all’anno d’età i gesti imperiosi del bambino, i colpetti che il piccolo può anche inavvertitamente rivolgere alla madre sono accolti con sottolineature gioiose della prodezza e da mostrare e condividere con gli altri familiari. Gli stessi gesti rivolti ad es. a una sorellina più grande e comunque capaci di fare male, sono consentiti ed è richiesto dalla stessa madre che abbiano la medesima accoglienza che lei riserva: gesti significativi della qualità maschia del piccolo e perciò accettabili. E apprezzabili.

Quando il bambino crescendo diviene più competente nel suo desiderio e meno disposto a cedere, l’atteggiamento materno muove spesso attraverso compiacenze stirate perché non si arrivi al diverbio, per tracimare poi in atteggiamenti disperati e disperanti quando il figlio, nel suo essere irriducibile, passa, a suo modo, alle vie di fatto colpendo, gridando senza recedere. E solo di fronte all’esasperazione di questo andamento, quando è evidente che il bambino ha la vittoria morale in pugno, che la madre diviene dura e intransigente, passa lei alle vie di fatto ma per disperazione, vinta comunque dal piccolo che è come confermato nello stile di conduzione del diverbio. Nel giro di brevissimo tempo sarà consuetudine il conflitto, l’incendio continuo per i motivi più disparati, irrisolvibile. Il femminile potrà difendersi, solo dopo che si è arrivati al disastro, alle percosse, ai morsi del piccolo despota. Sempre impari.

 Posso affermare che molto spesso, nelle consultazioni, nelle osservazioni dei primi anni di vita, ho avuto modo di constatare questo andamento.

A questo proposito giova annotare i modi di gestione del sistema emozionale della rabbia. Equamente a disposizione di tutti, sembra avere sfaccettature molto differenti nella sua espressione in maschi e femmine.

Elena Gianini Bellotti (Gianini Belotti E.,1973), dava alle stampe Dalla parte delle bambine, testo ancora oggi apprezzabile per l’acuto cogliere nei modi educativi e relazionali in famiglia, gli accenti che in una estesa tessitura consentono al maschietto atteggiamenti e comportamenti assai differenziati da quelli richiesti alla bambina.

Quello che intendo qui sottolineare riguarda il valore dato alle accensioni di rabbia lette come forza e carattere nel maschietto, come forme forse immature di Assertività, a cui sembra essere destinato.

Mi sembra di poter riconoscere nell’educazione del femminile, ma più ampiamente nei modi del femminile di arrabbiarsi, il lamentare la sconfitta, il non avere accesso a una qualche possibilità di condurre il diverbio, l’impotenza.

Come la mamma del piccolo destinato a essere guerriero, capace di rabbia e furia, come il maschile, ma potendo ricorrervi solo in una posizione difensiva.

Solo se offesa, capace di divenire tigre, ma assai di rado, e in ogni caso poco percependo e differenziando il sentimento di rabbia, non solo come significativo dell’aggressione, ma anche percezione emozionale che consente competenza assertiva, fino all’indignazione.

Penso opportuno che il riconoscimento della disparità muscolare tra maschi e femmine , insieme al riconoscimento della pari dignità e necessità vivere in libertà e nel rispetto delle specificità di ciascuno, consenta in maniera esplicita, come già sta avvenendo attraverso sistemi legislativi e sanzionatori (denunce di stalking, codice rosso, tribunali e forze dell’ordine in ascolto di un femminile che comincia a riconoscersi nella necessità di porsi fuori dall’ordine patriarcale, per nulla paterno) di svelare e diminuire il valore implicitamente prevaricatore del maschile.

A evitare che una condizione di sperequato potere continui a riversarsi nella quotidianità, fatta, per fortuna sempre di più, da uomini e donne che vivono vite al riparo dall’esercizio e dalla edificazione simbolica della forza maschile come naturale supporto della sopraffazione.

Pare dunque ormai consolidata nel mondo occidentale l’esigenza di superare andamenti di potere del maschile sul femminile, nei fatti non proponibili e incongrui rispetto alla ampia e funzionale partecipazione delle donne alla vita sociale e lavorativa, oltre che familiare, a prima vista regno indiscusso del femminile.

Ci vorrò del tempo ma ogni aspetto della vita culturale condivisa sembra dare e poter dare il proprio contributo ai sostanziali cambiamenti in atto.

 

Bibliografia

Gianini Bellotti E., Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. Feltrinelli, Milano ,1973

Bourdieu P. Così dall’antichità a oggi la sottomissione della donna sta nello sguardo maschile in

Lettera Internazionale n. 112, 2012

Contessa Laura di Barezia, La sposa cristiana– Edizioni Ferrari Milano 1938

Freud S. (1932) Femminilità in Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di lezioni) in OSF, Vol 11, p.223

Mondello M.L., Da padre a papà; in AA. VV. Le Forme del Padre, Armando ed.,Roma 2008

Mondello M.L., “Vergine e madre e figlia” in C. Busato Barbaglio, M.L. Mondello (a cura di) Tra femminile e materno: l’invenzione della madre. Franco Angeli Milano, 2009

Mondello M.L., Il tempo veloce della vita, in Mondello M.L. Fare conoscere sapere, Alpes ed., Roma, 2021

Mondello M.L., Provenzano R., “Mi sto arrabbiando” in G. De Intinis (a cura di), Quaderno raccolta di articoli scientifici Marzo 2021- Febbraio 2023, Vecchiarelli ed, Roma 2023

Nicosia S., Il segno e la memoria. Iscrizioni funebri della Grecia antica, Sellerio, Palermo 1992

Winnicott D.W. (1956), Lettera a Gabriel Casuso in Lettere, Cortina, Milano 1987, pag. 16

[1] Mentre rivedo questo testo la scelta di questa parola è stata commentata e sottolineata dai giornali, nei commenti editoriali. Segnale consistente di una sofferta presa d’atto della necessità di risolvere una violenza che annovera ormai troppi martirii.

[2] Valeria Della Valle, la più grande linguista italiana: “Più una persona è colta, più è semplice” – la Repubblica

[3]https://www.repubblica.it/cronaca/2024/03/29/news/universita_trento_femminile_sovraesteso-422392301/

“È il rettore a spiegare, sul sito della sua università, la genesi e le ragioni di questa decisione: “Nella stesura del nuovo Regolamento abbiamo notato che accordarsi alle linee guida sul linguaggio rispettoso avrebbe appesantito molto tutto il documento. In vari passaggi infatti si sarebbe dovuto specificare i termini sia al femminile, sia al maschile. Così, per rendere tutto più fluido e per facilitare la fase di confronto interno, i nostri uffici amministrativi hanno deciso di lavorare a una bozza declinata su un unico genere. Hanno scelto quello femminile, anche per mantenere all’attenzione degli organi di governo la questione”.

[4] Nel 1956 la Corte di Cassazione fa decadere l’art. 571 del codice Rocco, (Legge Rocco N. 563, 3 Aprile 1926) lo ius corrigendi: il marito perde il potere educativo e correttivo che comprendeva anche la coazione fisica.

[5] Un film “C’è ancora domani “di P.Cortellesi, da poco uscito con grande risonanza mediatica, ha con leggerezza rappresentato la naturale violenza domestica, l’avvio della sua soluzione a partire dalla acquisizione del diritto al voto delle donne in Italia.

Maria Luisa Mondello

Psicologa, psicoterapeuta, Presidente del CSMH di Palermo, Direttore Scuola quadriennale di Psicoterapia di Psicoterapia per bambini, adolescenti e famiglie, Modello Tavistock di Palermo.

mondellomarialuisa@gmail.com

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2023- ” – ISBN 978-88-8247-45x-x

Riproduzione riservata

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Andres
Andres
2 anni fa

Come non essere d’accordo con quanto lei scrive, in modo così profondo e dettagliato. La parità di genere dovrebbe essere materia scolastica sin dalle elementari,allora forse, fra qualche generazione l’umanità arriverà ad un equilibrio che insegue da sempre ma senza convinzione. Ho vissuto in altre latitudini, dove al potere del maschio era contrapposto un potere superiore, quello della madre, ruolo che annulla le presunte debolezze della femminilità. Ma a parte alcune eccezioni, le cose stanno come lei descrive egregiamente e inviterei tutti i maschietti a leggere le sue parole. Così come proporrei alle scuole medie di inserire come libro di testo Oliva Denaro di Viola Ardone. Non parla di antica Grecia o di epopea romane, parla dell’Italia d’oggi, anche se vorremmo sognare che si riferisce al passato.Grazie S.ra Mondello, come avrà capito, non sono uno psicoanalista, ma soltanto un uomo, che vorrebbe vedere gli umani vivere in pace godendosi questa meraviglia chiamata vita.

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