A bocce ferme
di Giorgio Carratta
Quando ero piccolo, il male era per me tre cose: la Nestlé, perché i miei boicottavano la Nestlé; la Nike, perché i miei boicottavano la Nike; e Silvio Berlusconi. Perché i miei odiavano Silvio Berlusconi. Anche se non lo ammetterebbero mai, nemmeno oggi.
Eppure, per Berlusconi e per nessun altro, i miei genitori tenevano tutta una serie di minuscole accortezze simboliche che, quelle sì, lasciavano trasparire un sentimento profondo. Da cui emergeva un vero conflitto. Io, da piccolo, la Mediaset non la guardavo.
Quando fu il momento di scegliere il nome per mia sorella, anche io partecipai al processo di proposte e suggerimenti che in quei giorni affollavano la casa. Proposi Elena – me lo ricordo. Proposi Ilaria, forse. E ad ogni proposta mia madre e mio padre riservavano la giusta dose di affetto e di incoraggiamento.
Proposi Silvia, che mi piaceva davvero. Silvia no. “Può essere frainteso”, mi venne spiegato.
Un’altra volta, sarò stato ai primi anni di elementari, scrissi come compito per la Scuola una poesia su mio padre. Una bellissima poesia, a detta di mamma. Se non fosse per una parola, che fu prontamente censurata e cambiata. “No”, mi diceva, “non lo chiamare il tuo “cavaliere””.
Ecco: era in tutta questa rete di accortezze simboliche, di minuscoli accorgimenti lessicali, che quel conflitto si articolava. Il conflitto, quando è profondo, è tale da creare parole magiche, parole innominabili, zone d’ombra, sentieri non percorribili. Ma non bisogna cedere a una valenza solo negativa del conflitto: su quelle zone d’ombra si costruiscono aree di luce, su quelle identità negate ha luogo la costruzione di un’identità.
Un giorno, in prima elementare, decisi di girare tra i tavoli della mensa per chiedere ai miei compagni se fossero di destra o di sinistra. Scoprii, con orrore, che a definirsi “di sinistra” eravamo solo in due. Lo dissi al mio compagno di lotta, ora più che mai prezioso. E lui mi rispose, sorpreso: “anche tu sei mancino?”
Allora cambiai la domanda: chiesi ai miei compagni se fossero per Berlusconi o per Veltroni (ai tempi sindaco).
Era attraverso quel moto oppositivo, attraverso la lente di quel conflitto, che costruivo la mia identità nel mondo. Sapevo poco, ma sapevo che non stavo con Berlusconi:
Di politica, sapevo solo che quando c’era Pajetta in televisione/ Dovevo stare zitto/
Altrimenti volava un coppino o uno scappellotto/ Se invece c’erano Fanfani o
Almirante/ Volava un coppino se stavo ad ascoltare./ In casa le idee erano chiare/ E si comunicavano senza troppo approfondimento/ Una trasmissione dei valori efficace/ Ancorché vagamente dolorosa.
Quando Silvio Berlusconi è morto, ho pensato che ci mancherà. Che ci manchi già, a dire il vero – e non da oggi – ciò che ha più caratterizzato la vicenda pubblica di Silvio Berlusconi: e cioè il conflitto. La storia di Berlusconi è la storia di un conflitto. Un conflitto aperto, polarizzante, feroce. Un conflitto capace di creare zone d’ombra, parole magiche, parole indicibili – il “B.” Di Travaglio o il “principale esponente dello schieramento a noi avverso”, di Veltroni. Un conflitto lungo vent’anni. Capace di assorbire – fino alla reductio – l’identità dell’una e dell’altra parte. L’identità di un Paese che, per vent’anni, non ha fatto altro che parlare di Berlusconi.
Arrivati al termine di un conflitto così decisivo per la Storia del Paese – tanto che la chiamiamo “Seconda Repubblica” – sarebbe il caso che qualcuno ne tirasse le somme. O che, quantomeno, ci dicesse qualche parola di circostanza. Invece, eternamente, siamo tutti Nanni Moretti all’inizio di Aprile, nell’attesa di qualcuno che esca dalla sede nazionale del partito e ci dica perché abbiamo perso.
Perché – andrebbe detto – cari compagni, abbiamo perso. O meglio: Berlusconi ha vinto. Ci ha vinto.
È morto nel suo letto. Con il suo patrimonio intatto. Con il suo partito al governo. Da parlamentare. Non sarà morto da incensurato, ma non ha mai fatto un giorno in galera. Eppure, anche su questo, sembriamo ormai troppo stanchi, troppo avvizziti, per prendercela davvero. Per provare la vergogna che dovremmo.
Quando Silvio Berlusconi è morto c’è stato, sì, un conflitto. Un piccolo, pallido spettro di ciò che è accaduto nei vent’anni precedenti. Il lutto nazionale contro il rutto nazionale (da Guzzanti). Eppure, questo sì, mi è sembrato solo un conflitto di circostanza. Una piccola posa. Not a bang but a whimper.
E ora che la polvere si è posata, ci si guarda tutti attorno con un certo imbarazzo. E si vorrebbe tornare a casa. Magari a guardare Italia1.
Quando Silvio Berlusconi è morto, non è successo niente.
All’inizio di Aprile, un giornalista francese spiega a Moretti la peculiarità dell’Italia, incredibile per uno straniero: una repubblica con il partito fascista al governo; e Moretti prontamente risponde: eh, ma in quel partito è in atto un profondo cambiamento.
Ecco: la mattina dopo le ultime elezioni, sono uscito di casa, e ho preso la Panda. Ho attraversato circonvallazione Appia e sono sceso giù verso piazza Zama. Poi su via Cilicia. Ho girato per Piramide, e lungo l’Ostiense. Ho preso il ponte di ferro e la Portuense. E non ho sentito niente. Non era successo niente. Il giorno dopo c’erano i segni/ Di una pace terrificante.
Al nostro Paese, il conflitto manca. E forse manca anche perché un uomo lo ha convinto che non fosse più utile. Che non servisse a niente. Che la giustizia non fosse uguale per tutti. Che il parlamento fosse adoperabile a piacimento. Che, comunque sia, le cose sarebbero andate in un certo modo.
È per questo, più che per tanto altro, che Berlusconi non può essere perdonato. Perché la verità è che il conflitto serve. Serve per crescere. Per costruire una propria identità. E un Paese senza identità è un Paese a cui si può fare tutto. In silenzio.
Però non è questa la prima cosa che ho pensato.
Quando Silvio Berlusconi è morto, la prima cosa che ho pensato è che il mondo in cui sono nato non esiste più. E che le merendine senza Nestlé di quand’ ero bambino non torneranno più.
Aprile è un film della mia infanzia. Vi appartiene per profumo, più che per cronologia. Vi appartengono i ritagli dell’Espresso; le camicie, i film, l’odore di caffè; il telefono fisso, le segreterie; i discorsi di D’Alema alla TV. Vi appartiene Silvio Berlusconi. Io riguardo spesso Aprile. Lo riguardo con attenzione, qualche volta, quando mi va. E lo riguardo disattento, tenendolo in sottofondo; scorrendo le battute che so a memoria. Mi piacerebbe dire che l’identità sia solo il campo da cui si attacca il nemico in battaglia. Ma l’identità è anche un rifugio, che ci viene costruito attorno. È un giaciglio, che riceviamo in dono. E a volte è difficile decidere di lasciarselo indietro. E spesso è necessario.
Quando Silvio Berlusconi è morto, ho pensato che la generazione dei miei genitori ha fallito. Ha fallito, come ha fallito, a suo modo, la generazione prima della loro. Come falliamo forse tutti, di fronte ai vortici e ai gorghi della Storia.
C’è una splendida intervista, condotta da Sergio Zavoli a Toni Negri, in cui a quest’ultimo vengono riproposte tutte le dichiarazioni d’intenti, le prospettive programmatiche, le fughe in avanti che hanno permesso di associare il progetto dell’Autonomia Operaia a quello del terrorismo. In questa breve, fulminea registrazione, Negri si difende su tutto: congestualizza ogni virgola, apologizza ogni apostrofo, o quantomeno sminuisce, allarga, generalizza, ogni parola pronunciata nei decenni precedenti. E lo fa in maniera secca, bruciante, senza remore né esitazioni. Poi però, alla fine dell’intervista, Zavoli gli chiede – non su un certo fatto, ma in generale – se crede che la ragione sia stata sempre ben spesa. E d’un tratto il professore si fa più cupo, e comincia a inciampare, a trattenersi:
No (…) Posso difendere qualsiasi momento della mia attività, ma quando devo guardare alla mia vita dico…no, non funzionava. O comunque bisogna andare avanti. Io posso difendere ciascuna delle mie decisioni, ma sarei un pazzo se dicessi…Ma quando mai la vita di una persona è sufficiente a portare avanti quello che si pensa, i desideri che si hanno, e soprattutto a evitare gli errori che si fanno?
Comunque bisogna andare avanti. Senza la fiducia che riusciremo a evitare gli errori gli errori che si fanno. Ma con la fede di imparare davvero qualcosa. Da tutti questi sbagli, imparare qualcosa.


Caro Giorgio,
torno a commentare un tuo testo, sempre molto sentito e partecipato.
Come la vedo io all’epoca di B. c’era ancora una generazione pronta a combattere. Come nel
1960 c’era una generazione che è riuscita a far cadere il governo Tambroni solo perché
appoggiato dal MSI.
Perché oggi accettiamo di avere un governo che a quella stessa storia si ispira?
Questa è la vera vittoria di B.: 40 anni di quella televisione, becera, maschilista, ignorante, ha
cresciuto generazioni, ora adulte, becere e ignoranti, tornate a guardare solo il loro “particulare”
e il loro “nepotismo”.
Voglio dirti altro: all’epoca di B. ancora scendevamo in piazza, ancora scioperavamo contro
misure economiche liberiste che hanno preteso “privatizzare” anche il lavoro pubblico, perché la
visione manageriale sarebbe più efficiente e meno costosa; così non è stato: tutto va in malora,
mentre i manager sono troppo pagati e poi non si hanno soldi per assumere nuovo personale di
giovani che vogliano fare.
(Sembrava che i costi della “casta” politica fossero esagerati e indecenti, tanto che è stato ridotto
il numero dei parlamentari, e ora si sono riassegnati il vitalizio e nessuno ha fatto motto, neanche
l’arrabbiato G.).
Permettimi ora di andare per la tangente ed esprimere mie riflessioni, forse non dimostrabili, ma
che il senno del poi me le fanno ritenere plausibili.
Penso che il vero discrimine sia rappresentato dalla vicenda “mani pulite”, quando sono stati
distrutti i partiti organizzati con loro procedure democratiche di scelte dei dirigenti, con partiti
personalistici, che vivono del carisma del capo, al quale gli altri si adeguano pedissequamente; e
poco importa se sia un B. in possesso di un monopolio dell’informazione
e di conoscenze mafiose; o un leghista che beve alle sorgenti del Po e vuole dividere il paese; o
una fino a ieri dichiaratamente fascista. Ancora nel 1989 la RAI produceva sceneggiati come I
promessi sposi, con grandi attori e masse di comparse che lavoravano e mangiavano. Ancora
prima la RAI aveva una sua orchestra leggera, una sua compagnia teatrale, una sua compagnia di
ballo: ora si danno barche di soldi ai vari Vespa, Fazio, Amadeus, e si riproducono solo format
presi all’estero, a ricalco delle televisioni private; appunto perché dopo il 1992 anche la RAI è
stata occupata dai seguici di B., che pure è stato sconfitto 2 volte.
Per ora mi fermo qui. Scusa la lunghezza del commento, ma, come dice qualcuno, ho tanti
sassolini nelle scarpe, così scusami se approfitto qui per farne balzare fuori qualcuno.
Angelo