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Adolescenza 3.0 – Interpretare la crisi, curare il disagio. Recensione di R. Goisis

Leggendo “Adolescenza 3.0 – Interpretare la crisi, curare il disagio”
di Cecilia Ferrari, Gianluca Marchesini – FrancoAngeli – 2025

Recensione di Pietro Roberto Goisis

Molti anni, ormai, di vita e quasi altrettanti anni di professione mi hanno insegnato l’importanza e la necessità di essere autentici. Nell’esistenza, nelle relazioni, nella terapia, nella scrittura, nelle opinioni e nei sentimenti. È un compito impegnativo, qualche volta scomodo. Ne vale la pena sempre. Lo sarò anche ora.
Quando mi è stato regalato questo libro, ho provato emozioni contrastanti.
Dei due autori che hanno ideato e curato il volume non ho mai conosciuto Gianluca Marchesini, fino ad ora solo un nome e un cognome.
Conosco piuttosto bene, invece, Cecilia Ferrari, l’autrice. Ne ho seguito la crescita, varie tappe della vita, le sue passioni, le sue competenze poliedriche, pure la sua scrittura. Conoscevo molto meno, al contrario, la sua attività professionale. Tutta da scoprire, quindi.
Prendo in mano il libro. Sono contento per la contentezza e l’orgoglio dipinto sul viso di Cecilia. Leggo il titolo, intrigante. Guardo la copertina, austera. Valuto la corporeità materica, agile e compatta. Controllo il numero di pagine e il corpo della stampa, impegnativo. Ora mi toccherà pure leggerlo. Non ne ho tanta voglia.
Pur appartenendo alla categoria di chi pensa di avere qualcosa da dire e scrivere, ogni volta mi chiedo cosa ci sia ancora di così necessario e nuovo da mettere nero su bianco. L’argomento, poi, è uno dei miei cavalli di battaglia. Presumo di saperne molto.
Però sono anche curioso e anch’io, come molti, come gli autori del libro, come Aglaia Vignoli nella prefazione, mi chiedo: “Cosa sta succedendo ai nostri adolescenti?”.
E allora, una mattina di qualche giorno fa, inizio a leggere. Dentro di me sapevo che l’avrei fatto prima o poi, un po’ per “dovere”, un po’ per necessità, un po’ per desiderio di conoscenza.
Il tempo che impiego nella lettura di un testo è il segnale del mio interesse.
È inversamente proporzionale: meno tempo mi serve, tanto più mi piace. Sono come le lacrime e la commozione quando vedo un film, che spesso valuto con una sorta di igrometro.
Adolescenza 3.0, che ho letto tutto d’un fiato, è proprio un bel libro.
È pieno di cura.
Nella ideazione, nella costruzione (di un amore, come canta Ivano Fossati, opportunamente citato), nella struttura, nella scrittura, nelle parole usate, nella presenza degli autori in ogni capitolo (sono praticamente tutti firmati da loro, con una piena assunzione di responsabilità), nell’editing (menzione speciale a chi trova un refuso).
È pieno di passione.
Per il lavoro psicoterapeutico, per i ragazzi curati, per i maestri e gli ispiratori citati, per i colleghi incontrati.
È pieno di umanità e sincerità.
Per le proprie storie e fatiche, ben dosate e raccontate senza esibizione e selfies. Per i dubbi, le incertezze, i tentennamenti, il modo di guardare l’altro senza giudizi o pregiudizi. Per la fiducia profonda e autentica nei confronti degli adolescenti.
È pieno di domande.
Quelle che il lavoro in questa età incerta che è l’adolescenza necessariamente pone. Una su tutte, il confine tra fisiologia e patologia, che trova il suo equilibrio nel riconoscimento del disagio. Unico momento che permette di vedere l’adolescente per quello che è davvero. E poi quelle sui cambiamenti e sui turbamenti che le nuove adolescenze ci pongono (come ci ha mostrato la serie tv Adolescence, ad esempio)
È pieno di risposte.
Nelle indicazioni, nei suggerimenti, nei distinguo, nelle riflessioni. Senza presunzione.
È pieno di teoria e di tecnica, ma senza la pesantezza di citazioni dotte ed esibite.
È pieno di storie cliniche, ben dosate, stimolanti, pensate, non mostrate o usate per riempire pagine, sempre ben collegate con i concetti da sviluppare.
È molto serio, visto che tratta tra l’altro di vita e morte, ferite e guarigioni, salute e malattia, ma sa toccare con accurata misura le corde dell’ironia.
È prezioso.
Per tante ragioni, soprattutto quando ricorda l’importanza dell’integrazione. Cioè, poter utilizzare tutti i saperi e le risorse disponibili, senza pretese di egemonie intellettuali o di ruolo. La vera integrazione è riconoscere ad ogni operatore e ad ogni tecnica una pari dignità, senza supremazie precostituite o ideologiche. In questo modo, il vero potere è la capacità e il dialogo.
È un esempio.
Per la realtà e fattibilità di un progetto, per l’importanza fondamentale delle micro-realizzazioni come segnale e atto di cambiamento. Per la collaborazione non conflittuale e non scontata tra pubblico, privato sociale e privato.
È pieno di attualità.
Le novità sociali, i cambiamenti di paradigmi, i nuovi malesseri, i diversi modi di essere.
È pieno di associazioni e rimandi oltre il campo psicoanalitico.
Segno di una apertura, attenzione e sguardo anche al mondo esterno. La vita, insomma.
È pieno di amore e di esperienza.
Verso le persone incontrate, le loro difficoltà, i loro limiti. Verso la fatica di essere genitori. Verso i loro errori ed i nostri. Le umane imperfezioni che ci rendono più vicini.
È pieno di gratitudine.
È un mio vezzo e una mia abitudine leggere, spesso come primo assaggio di un libro, i ringraziamenti. Sono per me una specie di forma letteraria. Come le dediche e gli exergo.
Essere grati a qualcuno non è un atto retorico, ma una pratica di umiltà.

Voglio anch’io quindi dire grazie a Cecilia e Gianluca, ad Aglaia e Patrizia, a Francesca, Margherita, Candida, Valentina e Desirée, a Silvia e Paolo. Mi hanno fatto compagnia, mi hanno fatto conoscere e imparare, mi hanno fatto risuonare cose note e ricordarne altre smarrite, mi hanno fatto sorridere e commuovere. Mi hanno fatto sperare in un futuro ancora possibile.
Una bella orchestra, forse un coro, capace di comporre e suonare buona musica. Davvero.

Per concludere, torno un attimo all’autenticità.
Le mie parole sono vere o diplomatiche? Influenzate magari dalle pregresse conoscenze.
Per fugare ogni dubbio, aggiungo che questo non è un libro perfetto. Ed è un bene.
È imperfetto come ogni prodotto della mente umana, per fortuna e ovviamente. Perché ci consente di progredire e cambiare, si spera e credo in meglio. L’importante è che ognuno cerchi sempre di fare ogni cosa con il massimo delle proprie possibilità, con un obiettivo e un risultato. Adolescenza 3.0 lo dimostra pienamente.

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andres
andres
1 anno fa

Dopo aver letto questa recensione, non riesco a non leggere il libro.
Complimenti, un piacere leggerla.

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