Effetti poco noti della pandemia di Covid 19 – Franco D’Alberton
Tentativi di suicidio e pratiche autolesionistiche in preadolescenza
di Franco D’Alberton
Abstract
Sottovalutata nel confinamento fisico e sociale dovuto alla pandemia Covid 19 la sofferenza psichica nei preadolescenti e negli adolescenti sembra essersi espressa con un aumento degli atteggiamenti autolesionisti e delle sintomatologie emotive ad espressione somatica. In questo lavoro si prendono in considerazione i cambiamenti psichici conseguenti allo sviluppo puberale alla base del percorso evolutivo della preadolescenza e della successiva prima adolescenza nei quali il confronto con i coetanei e la condivisione di attività e momenti di socializzazione rappresentano un vitale fattore di crescita.
Per un lungo periodo dell’epidemia di Covid 19 i comportamenti dei giovani sono stati visti come una minaccia al controllo della pandemia. Classificati come assembramenti per gli aperitivi, “movide”, pericoli per un mondo in quarantena erano visti come manifestazione dell’intolleranza dei giovani alle regole, espressione della megalomania onnipotente e di un egoismo giovanile incurante del rischio del contagio delle fasce più fragili della popolazione.
Se ciò in parte può essere vero, una valutazione esclusivamente negativa dei comportamenti dei giovani e del loro bisogno di incontrarsi, rischia di non tenere sufficientemente in conto l’impatto negativo che un isolamento fisico e sociale può avere in una fascia di popolazione per la quale il confronto con i coetanei e la condivisione di attività e momenti di socializzazione costituiscono un vitale fattore di crescita.
E nell’opinione pubblica sta prendendo sempre più piede un atteggiamento maggiormente comprensivo verso i bisogni dei ragazzi e si è affermata la consapevolezza che un confinamento così prolungato da non consentire neppure la frequenza scolastica rischia di avere pesanti ripercussioni sul benessere fisico ed emotivo delle giovani generazioni.
In questo lavoro prenderemo in esame un aspetto specifico delle conseguenze del confinamento sulla salute emotiva dei preadolescenti: dagli organi di stampa e dalle sensazioni dei medici impegnati nei Pronto soccorso degli Ospedali sembra si stia assistendo a un importante aumento di accessi riferibili a manifestazioni ansiose e soprattutto (alcuni parlano di un aumento dal 20 al 50%) di ragazzi e ragazze dai 12 ai 18 anni che hanno avuto comportamenti autolesionistici o effettuato un tentativo di suicidio [1].
Questi dati, che iniziano ad accumularsi, evidenziano un problema reale e crescente e ci impongono una riflessione sugli effetti del confinamento in famiglia di ragazzi che per le esigenze del loro percorso evolutivo tenderebbero fisiologicamente a cercare spazi personali al di fuori del nucleo familiare.
La fascia dai dodici ai diciott’anni comprende la prima adolescenza, cioè il periodo che segue l’inizio dello sviluppo puberale che Gutton (2000) definisce “il pubertario” contrassegnato dalla tumultuosa produzione di esperienze sensoriali connesse alle trasformazioni della pubertà, e “l’adolescens”, cioè, l’avvio dell’adolescenza vera e propria, il cui compito evolutivo in parte consiste nell’elaborazione psicologica di quell’enorme quantità di sensazioni, in particolare quelle legate alla maturazione sessuale, che dovrebbe portare il giovane adulto all’integrazione del corpo sessuato nella rappresentazione che ha di sé stesso (Laufer e Laufer, 1986).
Da un punto di vista emotivo, prima dello sviluppo puberale e dell’instaurarsi della preadolescenza, il riferimento ai genitori costituiva per i bambini, un sostegno fondamentale al sentimento di sé in termini di identità personale e riconoscimento sociale. Pur in presenza di situazioni caratterizzate da possibili episodiche conflittualità, le figure dei genitori si stagliavano come una sorta di colonne d’Ercole del mondo relazionale conosciuto. Tutto si svolgeva all’interno di una realtà nella quale, anche se i genitori venivano messi in discussione la loro contestazione si riferiva a momenti occasionali, a conflitti relativi ad aspetti particolari che appunto, non intaccavano la loro autorità e lo statuto della loro figura.
L’irrompere dei cambiamenti puberali, l’improvvisa crescita del corpo, la maturazione dei caratteri sessuali secondari con le emozioni legate alla sessualità’emergente, l’enorme ampliamento delle capacità di ragionamento per ipotesi non ancora compensato da un’esperienza in grado di bilanciare l’allargamento iperbolico dei confini del pensare, comportano una enorme richiesta di lavoro ad una mente ancora in evoluzione e determinano un’improvvisa modificazioni delle relazioni familiari e sociali..
In questa situazione, i genitori che credevano di conoscere il proprio figlio o la propria figlia, si trovano davanti un perfetto sconosciuto, come ben descritto nel recente film “Genitori vs Influencers” di Michela Andreozzi che mostra con evidenza lo smarrimento di un papà nei confronti di una figlia che non riconosce più, apparentemente così diversa dalla bambina con cui aveva condiviso momenti importanti della loro vita precedente.
E capita che anche i genitori avvertano il bisogno di prendere qualche distanza dal coinvolgimento fisico proprio dell’infanzia quando il figlio o la figlia cresce, sentendosi imbarazzati a riproporre le modalità di gioco e di contatto fisico che prima venivano spontanee e che ora, non sono più possibili con figli ormai diventati fisicamente degli uomini delle donne.
In modo complementare, quando l’essere attraversati da una inquietante sessualità e il riconoscere nel proprio corpo inequivocabili caratteristiche sessuali arriva alla consapevolezza dei ragazzi e delle ragazze, la relazione con i genitori cambia ed essi diventano terribili e potenti presenze da tenere a bada e dalle quali prendere le distanze.
Avvertire che gli stessi genitori che fino a poco tempo prima rappresentavano interlocutori riconosciuti ed affidabili, sono improvvisamente anch’essi colorati da una sessualità sconosciuta e inquietante porta i ragazzi e le ragazze a prendere le distanze da loro, ricorrendo innanzitutto al meccanismo della deidealizzazione, quel processo che porta a far diventare papà e mamma persone poco significative se non insignificanti, per poter prendere da loro quella distanza e tenere a bada un coinvolgimento temuto.
Nel vissuto del genitore, ciò si esprime con un radicale cambiamento.
Quando i figli erano più piccoli, il prendersi cura di loro richiedeva fatica e impegno, risvegli notturni in occasione di malattie ma si trattava di una fatica ed un impegno che avevano un senso, radicati nell’essenza della funzione parentale, che anche in quei momenti trovava il riconoscimento che derivava dalla sensazione di adempiere con impegno al proprio ruolo.
All’improvviso tutto questo si modifica nel modo spesso contraddittorio e confondente con cui un ragazzino alterna una rivendicazione di autonomia “non statemi addosso” con una quasi contemporanea richiesta di presenza “in questa casa nessuno mi vuole bene” inducendo Il sentimento prevalente è quello di dover stare in un posto quasi solo per sentirsi dire che si è inutili.
D’altra parte, la perdita del sostegno emotivo prima fornito dalla famiglia determina un sentimento di perdita, a volte un vero e proprio lutto, che lascia i ragazzi in uno stato emotivo depressivo, anche se spesso coperto da comportamenti reattivi di autonomia che rasentano la provocazione.
Jeammet (2007) riferendosi al riattivarsi di fantasie incestuose e aggressive parla di uno “spazio psichico allargato”, una sorta di “circolazione psichica extracorporea” che consente all’adolescente di “sbarazzarsi” di alcune funzioni psichiche, dell’io o del super-io collocandole in membri dell’ambiente familiare o sociale.
“Alla spinta sessuale della pubertà e alla concomitante sollecitazione della problematica edipica, fattore primario, si aggiungono la progressiva separazione dall’ambito genitoriale e la modifica degli investimenti delle imago interne. Ne consegue che la minaccia che la prospettiva del lutto dei legami infantili, o addirittura il rimpasto pulsionale che spesso accompagna i movimenti regressivi, fanno pesare su questi legami”. (pp.29-30).
L’allontanamento dai genitori che il processo pubertario rende necessario, comporta che la perdita del senso di sé, del supporto narcisistico garantito fino a quel momento dai genitori e dall’adeguamento agli ideali da loro proposto, trovi nel gruppo dei coetanei una nuova fonte di riconoscimento e un’occasione di rispecchiamento, di scambio e condivisione di esperienze.
Il gruppo può diventare un antidoto al senso di vuoto e di perdita rispetto al lutto per le figure parentali; può fornire un ascolto al contenimento alle sofferenze individuali, può consentire una forma condivisa di espressione ai desideri aggressivi e libidici senza il timore di un passaggio all’atto, può limitare la paura di impazzire attribuendo a questo a quel coetaneo aspetti e parti di sé che in questo modo possono venir trattate mantenendo una certa distanza da esse.
“Attraverso questa esternalizzazione diffusa, favorita anche dalla particolare permeabilità dei confini del sé, i coetanei con le loro specifiche fisionomie incarnano aspetti diversi: a volte personificando l’Ideale dell’Io spesso nel leader carismatico, oppure la dimensione egoica nel coetaneo più capace di mediare oppure le pulsioni sessuali o aggressive personificate dalla ragazza seduttiva e promiscua oppure dal bullo che tende a dominare il gruppo. … La coloritura narcisistica tipica di questa fase influenza fortemente le dinamiche gruppali, il coetaneo è spesso vissuto come un’estensione di sé ma di cui si ha bisogno per essere confermato nella propria identità” (Ammaniti, 2021).
Se, come sostiene Winnicott, la pubertà fa uscire dal puro registro della fantasia la possibilità di uccidere e generare, l’allontanamento dai genitori, lo star fuori di casa, andando a scuola, stando con gli amici, facendo sport, diviene un imprescindibile momento di presa di distanza dalla temuta possibilità di un corto circuito del pensiero e dall’angoscia connessa ad un possibile passaggio all’atto.
“È di grande valore paragonare le idee dell’adolescente con quelle dell’infanzia. Se nella fantasia della prima crescita via contenuta la morte allora in adolescenza via contenuto l’uccidere. Anche quando la crescita nel periodo della pubertà procede senza crisi di rilievo, ci si può trovare a dover far fronte ad acuti problemi di trattamento ambientale, perché crescere significa prendere il posto dei genitori. Lo significa veramente. Nella fantasia inconscia, crescere è implicitamente un atto aggressivo ed il bambino non è più ora di proporzioni infantili” (Winnicott, 1971, pp. 238-239).
Come esprime il sogno di una quattordicenne nel quale: “un gruppo di amici stava facendo del male a un anziano mendicante, rischiando di ucciderlo e lei, che pure era parte del gruppo, cercava inutilmente di fermarli sostenendo che in fondo quell’uomo era buono”.
Ivan
A 10 anni, soffre da un po’ di tempo di un tic nervoso e di febbricole frequenti che hanno limitato le sue attività in un calando depressivo.
Nei primi colloqui ha un’aria triste, non parla mai spontaneamente, risponde alle domande in modo coinciso, non gioca, parla guardando da un’altra parte. Conferma di essere un ragazzino introverso e chiuso quando racconta di avere un rapporto abbastanza buono con il papà mentre sente la mamma distante e impegnata.
Nel corso del colloquio, dopo altri disegni gli viene proposto un foglio diviso in quattro zone e chiesto di disegnare una storia inventata (Trombini 2007).

Quando descrive il disegno, racconta con un filo di voce che il protagonista sta lottando con un personaggio maligno per conquistare qualcosa e riesce a vincere.
Poi dopo un silenzio e un lungo tempo che pare di intensa riflessione, prosegue con il racconto: il protagonista ha vinto ed è andato in una torre vigilata da delle guardie dove c’era un amico che voleva liberare.
Dietro l’atteggiamento depressivo e inibito, può esprimere la fantasia di lottare e trionfare su un competitore nei confronti del quale può esprimere la propria aggressività.
Il castello da conquistare sembra una rappresentazione di un maschile e di un femminile enigmatici, una sorta di genitorialità combinata e minacciosa dalla quale sembra affrancarsi nell’ultimo riquadro potendo ricongiungersi con un maschile riappacificato.
Luigi [2]
I genitori di Luigi chiedono una consultazione perché loro figlio, di 13 anni dopo una discussione ha mostrato loro gli avambracci per mostrare i tagli che si era fatto. Molto buono e con un ottimo profitto scolastico alle elementari, Luigi sembrava privo del minimo segno di aggressività e a disagio in tutte le situazioni di conflittualità, alle medie aveva cominciato a prendere qualche voto non brillante.
Alcune preoccupazioni di ordine medico, ora completamente risolte, per qualche possibile crisi notturna lo avevano portato per un lungo periodo a dormire nel letto con i genitori, essendo la mamma preoccupata per le conseguenze potenzialmente mortali di una qualche possibile crisi notturna.
Aveva accettato di andare da “qualcuno” a parlare, spaventato dal fatto che si tagliava e non voleva smettere, soprattutto quando di sentiva triste. Anche se dopo che ne aveva parlato con i suoi i tagli erano molto diminuiti per le preoccupazioni che pensava di dare alla mamma.
Non sembrava provare emozioni quando si tagliava, piuttosto manifestava quasi una sorta di punizione meritata a fronte dell’emergere dei desideri di autonomia preadolescenziali e dell’aggressività che immaginava commessa ad una separazione dai genitori.

Invitato a disegnare traccia un villaggio di casette con delle porte chiuse, poi un fuoco e un grande falò. Il paesaggio appariva come attraversato da un fiume che tagliava verticalmente la scena. Da un lato all’altro del fiume vi era un ponte, accanto al quale, successivamente aveva tracciato una linea diritta “tipo la linea del tempo” con un prima e un dopo. A sinistra “sembra un tempo antico. C’è una strega, una strega al rogo, tipo il medio evo. Chissà cosa aveva fatto?” Poi disegna degli uomini che la indicano, uno dei quali è felice (Fig. 2).
La lotta contra la strega, rappresentazione della mamma fallica pregenitale, potente e intrusiva, terrificante e desiderata, è indicato da Blos (1962) come uno dei temi preminenti della preadolescenza del maschio. Qui Luigi sembra poter immaginare il suo disfarsi di una immagine materna impegnativa e intrusiva immedesimandosi nella persona che è contenta che la strega venga bruciata mentre altri personaggi o parti di sé assistono alla scena.
Nel disegno Luigi si rappresenta nel mezzo del guado del fiume della pubertà tra la sponda di una psiche invasa dai vissuti puberali e dai suoi affetti irrappresentabili e quella che ormai può immaginare di esprimersi attraverso rappresentazioni, simboli e parole, senza più bisogno di ricorrere a pratiche autolesionistiche.
Conclusioni
Le considerazioni esposte in precedenza sul percorso preadolescenziale e gli spunti derivanti dalle vignette cliniche mettono in evidenza l’intensità degli impulsi libidici e aggressivi che in questo periodo della vita pressano il preadolescente e gli fanno vedere l’ambiente familiare, di cui al tempo stesso ha tanto bisogno, come pericoloso e invadente.
Pericoloso e invadente perché rischia di risucchiare il bambino che il preadolescente non è più in un contatto che riattiva le fantasie inconsce infantili rinforzate dalle dinamiche edipiche che lo sviluppo puberale illumina di nuova luce.
Si verifica così il paradosso che, pur rimanendo l’ambiente familiare un punto di riferimento imprescindibile, questo diventa allo stesso tempo un ambiente temuto dal quale prendere le distanze per evitare il rischio che le fantasie libidiche ed aggressive che occupano la mente del preadolescente si possano tradurre in realtà.
La frase “questa casa non è un albergo” che spesso risuona nelle famiglie di adolescenti per sottolineare il fatto che essi tendono ad essere a casa solo per le esigenze basilari del nutrirsi e del dormire può essere intesa anche come un modo per far capire ai ragazzi che non ci si rassegna al loro allontanarsi, anche se per un certo periodo della vita ciò rappresenta una delle possibilità più sane.
Fuori dall’”albergo” familiare che pure rimane sempre a disposizione e su cui si può fare affidamento diventano importanti gli amici, i coetanei, il gruppo, fornitori di opportunità di condivisione e di appartenenza, mentre la famiglia viene sentita come una fonte di limitazioni e possibilmente da evitare. Anche se questo non è del tutto vero perché dietro atteggiamenti positivi o rivendicativi si cela un bisogno di presenza che infonde sicurezza, anche quando ad uno sguardo superficiale sembrerebbe essere solo fonte di insoddisfazione.
Se la presenza dei genitori in questo periodo è fondamentale anche solo per la funzione “parafulmini” dell’ “è tutta colpa vostra”, il poter tenere il contatto anche con persone che interpretano le parti scontente di sé mantiene una importanza fondamentale.
Ma se una condizione come quella del confinamento rende la convivenza e la vicinanza continua e inevitabile, il timore di venire risucchiati in un contatto con genitori più intenso di quanto sostenibile, può provocare nel preadolescente una sorta di corto circuito del pensiero e sfociare in temuti atti aggressivi o autolesionistici, rivolgendo l’aggressività e la sofferenza verso sé stessi.
Il Covid 19, ha costretto le persone a rinchiudersi nelle loro abitazioni in una situazione con una traumaticità in tempi diversi.
Se nel primo lock down rispetto al possibile trauma del confinamento prevaleva una spinta creativa, le canzoni sui davanzali, le vignette umoristiche su questo o quell’aspetto della vita in confinamento, la riscoperta delle abitudini semplici come il cucinare, che i social tendevano a divulgare con una sorta di energia produttiva, quella che stiamo vivendo sembra un après coup della prima, nella quale predominano gli aspetti depressivi e la reale natura traumatica dell’isolamento. Un elemento depressivo che porta a guardare senza troppa fiducia alla possibilità, non troppo lontana ma ancora non abbastanza vicina di una uscita dalla situazione.
È la natura dell’esperienza traumatica che si svolge in tempi differenti, il primo quello dell’effrazione effettiva (primo lock down) alla quale si è risposto con i mezzi a disposizione per superare una situazione di angoscia ancora tenibile in uno stato di latenza. La caratteristica principale del trauma è quella di esporre l’individuo e il suo apparato psichico ad una quantità di sensazioni eccessive rispetto alle competenze dell’apparato psichico di dominarle, soprattutto se vengono meno le relazioni significative, eredi delle prime relazioni con un oggetto che aveva fornito rassicurazione e benessere.
E l’impossibilità di utilizzare il sociale, il gruppo, i compagni di scuola, lo sport, gli amici per un aiuto nel gestire le tematiche della preadolescenza e della prima adolescenza può portare all’azione aggressiva o alle forme di autolesionismo che i servizi sanitari segnalano in aumento.
Un motivo in più per pensare alle esigenze dei giovani in termini di necessità evolutiva per affermare, appena possibile, il ripristino delle attività educative e delle possibilità di socializzazione come esigenze prioritarie.
Franco D’Alberton – Società Psicoanalitica Italiana
Esperto nell’analisi del bambino e dell’adolescente
Via Matteucci, 10 – 40137 Bologna
franco.dalberton@gmail.com
Bibliografia
Ammaniti M. (2021) Fra narcisismo e attrazione per i coetanei: il paradosso dell’adolescenza. Relazione presentata al Centro Psicoanalitico di Bologna il 30 gennaio 2021
Blos, P. (1962). L’adolescenza: una interpretazione psicoanalitica. F. Angeli, Milano 1988
Gutton Philippe. (2000) Psicoterapia e adolescenza. Borla Edizioni, Roma 2002
Gutton Philippe. (2013) La seduta. In L’adolescente e il suo Psicoanalista. A cura di Gianluigi Monniello, Casa Editrice Astrolabio, Roma 2014
Jeammet P. (2007). Psicopatologia dell’adolescenza. Borla, Roma.
Laufer M., Laufer E. (1986) Adolescenza e breakdown evolutivo, Bollati Boringhieri.
Trombini, E. (2007). Valutazione psicodiagnostica e psicoterapia in età evolutiva: il contributo delle Storie Disegnate. In Psicologia clinica (pp. 181-188). Springer, Milano.
Winnicott D.W. (1971). Concetti contemporanei sullo sviluppo dell’adolescente e loro implicazioni per l’educazione superiore, in Winnicott D.W. (1971) Gioco e realtà, Armando, Roma 1974.
Note
[1] Adolescenti in crisi, come il Covid infiamma il disagio – ilSole24ORE, I bambini dell’era Covid abbandonati ai loro incubi – L’Espresso 21 marzo 2021 pp.14-22.
[2] Il presente materiale clinico è stato cortesemente fornito dalla dott.ssa Michela Miali
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata










































