L’imitazione degli adolescenti, in balia di una società che non li soccorre-Risoldi, Martini, Scotto di Fasano
Riproponiamo un interessante articolo della psicoterapeuta Maria Chiara Risoldi pubblicato sul sito del giornale “Il Manifesto” in data 30 maggio 2023 a cura della giornalista Eleonora Martini.
Intervista Parla la psicoterapeuta Maria Chiara Risoldi, autrice del romanzo «Di lotta e di cura» appena pubblicato. «Genitori che non sanno essere adulti, competitività, catastrofismo mediatico e la difficoltà dei giovani a riconoscersi in una comunità d’elezione sono segni di malessere sociale»|
«La società pecca di omissione di soccorso nei confronti degli adolescenti». Cita il giudice Gian Paolo Meucci, illuminato presidente del tribunale dei minori di Firenze dei primi anni del secolo scorso, Maria Chiara Risoldi, per tentare un’analisi profonda del disagio giovanile di oggi, prendendo spunto dal caso di cronaca di Abbiategrasso. Giornalista e a lungo psicoterapeuta, la settantenne Risoldi dal 2020 ha interrotto la professione per dedicarsi alla cura di suo marito malato, Antonio Laforgia, ex presidente della Regione Emilia Romagna morto due anni fa scegliendo la sedazione profonda. Da allora si è dedicata alla scrittura, dando alle stampe due mesi fa Di Lotta e di cura (Iacobelli editore), romanzo che intreccia la storia della Casa delle Donne di Bologna di cui l’autrice è stata tra le fondatrici 30 anni fa. Cammina leggera è invece il suo romanzo d’esordio per i tipi di Manni, ispirato al proprio percorso personale che intreccia psicoterapia e liberazione dalle costrizioni sociali.
La scuola in generale non riesce a farsi carico dei problemi psicologici degli studenti. Cosa manca?
È un problema che viene da lontano: anche quando nel 1967 andavo alle superiori, la scuola non era in grado di trattare i problemi dei giovani e tanto meno di aiutare le famiglie a farlo. Però un giudice bravissimo come Gian Paolo Meucci che, come molti nel suo ruolo, aveva una profonda formazione psicologica nell’approccio con i giovani, diceva che la società pecca di omissione di soccorso nei confronti degli adolescenti. Cosa vuol dire? Esistono servizi materni e infantili più o meno efficienti; dopo la riforma Basaglia abbiamo servizi per i grandi, anche questi più o meno funzionanti. Ma c’è un buco sugli adolescenti: non ci sono servizi pensati per loro. In Italia, poi, e solo noi, abbiamo anche una scuola assurda: le primarie e le medie inferiori non rispettano la biologia e la psicologia dell’età evolutiva. Ci vorrebbe una scuola primaria di sette o otto anni, e poi l’avvio di un altro iter scolastico. In sostanza, siamo incompetenti nella psicologia e nella pedagogia.
In ogni caso, mancano sportelli psicologici per gli studenti.
Non direi: nelle scuole, con molta approssimazione, lo sportello psicologico sarebbe stato già inserito. Quando andavo all’università c’era già. Lo psicologo però sarebbe obbligato ad avvisare i genitori, quando un minore chiede il suo aiuto. Nelle scuole medie può non farlo, ma nei casi gravi deve chiedere l’autorizzazione al magistrato perché in generale il minore può essere trattato da uno psicologo solo se entrambi i genitori firmano il consenso. Attualmente, non conosco nei dettagli la situazione delle scuole italiane ma non credo che il problema sia lo psicologo nelle scuole, perché non possiamo psicologizzare tutto. Il problema è che la cultura politica è ancora ferma lì dove la fotografò il giudice Meucci: non ci sono adulti. Dove per adulti si intende persone che abbiano elaborato la propria storia, che abbiano consapevolezza di sé, che riescano a differenziarsi dai giovani, nella cultura e nei gusti, e che non diano perciò l’impressione di essere in competizione con loro. È così già da qualche tempo: i genitori di noi baby boomer erano diversi da noi, avevano i loro valori, le loro canzoni, i loro gusti, i loro vestiti. Dai quali noi volevamo differenziarci e porci in contrapposizione.
Dove metterebbe la data del cambiamento?
Una volta Massimo Ammaniti disse che nel ’68 abbiamo abbattuto tutto, le strutture, i limiti e le regole, senza però proporne altre. E abbiamo fatto così sparire le differenze generazionali.
Che ruolo ha avuto il ventennio berlusconiano, nel quale abbiamo assistito ad un ribaltamento dei modelli di riferimento (citando Walter Siti, non più il proletariato che imita i gusti della borghesia, tipico dell’epoca di Pasolini, ma il contrario: il centro che imita la periferia)?
Il ventennio berlusconiano in qualche modo ha interpretato bene qualcosa che negli Stati uniti era già realtà da qualche anno: la cosiddetta società narcisistica, ossia la politica spettacolo, il leader carismatico ecc. Berlusconi in maniera clamorosa ha rimesso in scena il corpo femminile come oggetto, cosa che da allora anche le donne cominciano a usare per ottenere un pezzetto di potere. Eppure, anche in uno scenario sociale così profondamente mutato nessuno si occupa degli adolescenti. L’«omissione di soccorso» diventa sempre più grave, perché questi finti adulti non sono cresciuti malgrado siano diventati genitori.
Torniamo al fatto di cronaca, che inevitabilmente evoca le stragi americane nelle scuole. Posto che da un caso singolo non si possa trarre un vero spaccato sociale, secondo lei che ruolo ha giocato la pandemia negli adolescenti, in particolare riguardo la difficoltà di trovare una comunità d’elezione, così tanto mortificata dalle regole del lockdown rispetto alla famiglia d’origine?
Attenzione a non fare della pandemia un alibi per non vedere la continuità dei problemi. La gestione della pandemia andrà studiata a fondo, perché essa ha portato al pettine alcuni nodi: i congiunti chi sono?, per esempio. Ma ci porta fuori strada, dare troppo valore a quei lockdown. Il ragazzo che esplode nel modo in cui abbiamo visto ad Abbiategrasso, lo fa anche a nome di altri. Il suo malessere in qualche modo rappresenta una malattia comune a molti. Che si fonda sulla paura del futuro. Da quanti anni leggiamo sui giornali le catastrofi che ci aspettano? C’è molta differenza con le generazioni che leggevano sui giornali il progresso possibile. Ci sono ventenni cresciuti leggendo che siamo vicino alla fine, per gli umani sul pianeta. E allora, abbandonati a se stessi, con nessuna speranza nel futuro, basta un brutto voto o una delusione d’amore per esplodere.
Cosa si potrebbe fare per intercettare e curare questo malessere?
Bisognerebbe che la politica, a livello quanto meno europeo, cominciasse a occuparsi della fatica del vivere. Senza certezze, misurandosi con una società delle performance, con genitori che competono con i propri figli, vivere oggi è faticosissimo. Soprattutto per un adolescente. In particolare, la politica dovrebbe studiare le neuroscienze, che nel frattempo hanno fatto passi da gigante e scoperte importantissime. Il neouroscienziato David Eagleman, sulla base di queste scoperte, sta portando avanti negli Usa una battaglia giuridica affinché venga riconosciuta la causa neurologica di molti raptus violenti dei giovani nelle scuole. Noi funzioniamo per imitazioni: se ricevo una gentilezza il circuito imitativo umano tende a riprodurre quel gesto. Se vediamo violenza, la imitiamo. In sostanza, il catastrofismo dei mezzi di comunicazione, attenti solo ad attrarre l’attenzione dei lettori, la cultura emergenzialista che ha contaminato anche la sinistra, e la violenza verbale dei nostri politici sono parte di questo malessere. Ricordiamocelo.
Gli adolescenti, gli adulti. In dialogo con Maria Chiara Risoldi
di Daniela Scotto di Fasano
E’ vero ahimè, come scrive Maria Chiara Risoldi, che la genitorialità oggi è carente, latitante, quando non esistente. Con genitorialità, intendo l’adultità protettiva diffusa, non solo quindi il ‘papà’ e la ‘mamma’, ma tutta una serie di figure adulte che vedano, intervengano, non girino la testa dall’altra parte, sappiano ‘esserci’.
Procedo per gradi: è vero, l’intero mondo occidentale (ma, in realtà, non solo quello, basti pensare al Giappone dopo lo tsunami che ha distrutto la centrale nucleare di Fukushima, ne ho scritto in spiweb nel 2011) cancella, rimuove le proprie responsabilità quando queste hanno a che fare con ferite inferte ‘scientemente’, programmandole, alla specie umana… Occhio non vede, cuore non duole…
So che Maria Chiara Risoldi non sarebbe d’accordo con me per quanto sto per dire, ne parliamo da anni…. Ma credo che non possiamo in questo momento storico eludere la questione posta da Freud alla base della vita mentale umana: la pulsione di morte, Thanatos, in continuo rapporto con la pulsione di vita, Eros.
Pulsione di morte che, se ignorata nel suoi ‘lavoro’ clandestino dentro le nostre menti, rischia di prendere letteralmente possesso della nostra realtà senza che ce ne rendiamo conto. Infatti, secondo la lezione freudiana, l’Io si pone «al servizio della pulsione di morte e lavora contro le finalità dell’Eros.» (Freud, 1922, p.508). Ne deriva a mio parere ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti: il disagio della distruttività (Francesconi, 2004): in questo momento storico, noi lavoriamo letteralmente contro le finalità di Eros, adulti che trasmettono ai più giovani una tale angoscia di morte da doverla trasformare, noi (e, ahimè, di conseguenza), loro, in ‘morte dell’angoscia’, come ne abbiamo parlato Francesconi e io al recente convegno (Roma, novembre 2022) Still Life. Inoltre, mi pare importante richiamare alla mente l’idea di Melanie Klein (1932) di un bambino che Melanie Klein (1932) descrive alla nascita e per i primi mesi di vita in balìa di violente tendenze sadiche (p. 184). Un’idea, per i più, come ha scritto la stessa Klein, “ripugnante”.
Eppure quanto vera….basti leggere i racconti di fantascienza Il Veldt di Ray Bradbury o Sentinella di Frederic Brown.
Può quindi apparire meno paradossale di come sembra che la pulsione di morte, cacciata dalla rimozione e da congetture metafisiche, riesca straordinariamente a rientrare nella vita in forma non simbolizzata sotto forma di agiti ed essere costantemente oggetto di diniego, anche laddove la nostra quotidianità continua purtroppo a mostrarne l’evidenza e la prepotenza. Infatti, è intollerabile per molti di noi che “che l’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e ucciderlo”. (Freud, 1929, p. 599).
L’economia del crescere risponde al quesito “chi si assumerà la sofferenza?”.
Questo è anche il quesito che invita a porsi il problema teorico del poter contenere e tollerare il dolore psichico: la capacità di tollerarlo coincide infatti con la capacità di assumere responsabilità e mantenere relazioni. Ecco perché è necessario far riferimento alla funzione della norma come possibile contenitore delle angosce persecutorie. A chi cresce è necessario, infatti, un ambiente che man mano si sottragga al controllo onnipotente, concedendogli una giusta dose di frustrazione.
Non lo vediamo proprio più accadere, oggi.
Anzi.
Genitori pronti a definire ‘una ragazzata’ il lancio di sassi sull’autostrada, a individuare nella colpa o nell’errore dell’insegnante la ragione anche di piccoli insuccessi scolastici: un pestaggio punitivo – a parole quando non a fatti – degli insegnanti ad opera di genitori sono casi estremi, ma quante sono le aggressioni verbali dirette o indirette che passano sotto silenzio? Tali evidenze sembrano aver portato all’eccesso la comprensione facendone collusione, trasformando lo holding in un folding collusivo e confusivo.
A tale proposito può essere utile ai fini di questo contributo ricorrere alle riflessioni di Winnicott sul nesso tra bisogno di sicurezza e esplodere della paura, che avevamo riportato (Francesconi, Scotto di Fasano, 2006) in un lavoro di alcuni anni fa: “Ci possiamo a questo punto concentrare su un altro aspetto di cruciale importanza nell’ambito di una riflessione sulla violenza: la distruttività […]. Colui che vi ricorre «cerca quel grado di stabilità ambientale che potrà sopportare la tensione proveniente dal comportamento impulsivo…come se cercasse una cornice sempre più ampia, un cerchio di cui il primo modello sono le braccia della madre. Vi è tutta una serie di questi modelli: il corpo della madre, le sue braccia, il rapporto parentale, la casa, la famiglia, la scuola, il luogo di residenza con i suoi commissariati di polizia, il paese con le sue leggi. L’aggressività […] è quasi sempre la drammatizzazione di una realtà interna troppo cattiva per essere tollerata come tale. […] L’antisociale incallito deve difendere se stesso anche dalla speranza perché sa per esperienza che il dolore di perdere reiteratamente la speranza è insopportabile» (Winnicott, 1984). E’ evidente come per Winnicott l’azione antisociale ha la valenza, la funzione inconscia, di lanciare un grido di aiuto alla collettività […]. Chi compie gesti antisociali è infatti alla disperata ricerca di un contenitore che sappia accogliere e metabolizzare le sue azioni impulsive, le sue tensioni incontrollabili (Francesconi, Scotto di Fasano, 1991). Si tratta di una richiesta d’aiuto latente, criptica perché priva di parole, invisibile, ma pur sempre di richiesta d’aiuto si tratta”.
Chi lo sa fare, oggi? Oggi che prevale tra gli adulti, come scrive Maria Chiara Risoldi, una dimensione paidofilica, come scrivevamo anni fa Francesconi e io..
Per concludere, mi pare utile richiamare le funzioni genitoriali per come possono essere svolte dalla famiglia (Meltzer, Harris, 1986)).
Esse consistono in:
GENERARE AMORE, o, all’opposto, DIFFONDERE ODIO.
PROMUOVERE SPERANZA o, all’opposto, SEMINARE DISPERAZIONE.
CONTENERE DOLORE DEPRESSIVO o, all’opposto, EMANARE ANGOSCIA PERSECUTORIA.
PENSARE o, all’opposto, CREARE BUGIE E CONFUSIONE.
Negando il peso e il ruolo svolti nella mente dalla pulsione di morte, odiamo l’essere, comunque, costretti a odiare.
Altrettanto impossibile sembra pensare all’amore dei genitori – materno in particolare – come a sua volta segnato da sentimenti ostili nei confronti dei loro figli.
È, grosso modo, quanto scrive il filosofo Balibar (1996): come “suggerisce la lettura, anche superficiale, di Freud: la non-violenza […] è in parte legata ad uno sforzo che facciamo per odiare l’istinto di violenza in noi stessi ([…] il «male» in noi. (p.46).”
Balibar infatti descrive una polizia del pensiero operante al fine di permettere che “la violenza resti al di là del pensabile in quanto determinazione «normale» dei rapporti sociali […]: «Circolare, non c’è nulla da vedere…!». Questione di sicurezza, di ordine […] delle anime” (48).
Ecco perché indagare tali aspetti costituisce effettivamente, come notava il nostro collega Nielsen, “una sfida per la psicoanalisi”. E non negare la nostra propensione al male ci protegge, paradossalmente, proprio dal male.
Questo secondo me il lavoro dell’adultità necessario a far sì che i ragazzi possano apprendere a non aver paura della paura…..
Ecco perché non credo che, come scrive Maria Chiara Risoldi, noi funzioniamo per imitazioni: “se ricevo una gentilezza il circuito imitativo umano tende a riprodurre quel gesto. Se vediamo violenza, la imitiamo”.
Credo infatti che sia vero ma solo in parte, molto però non è imitare ma apprendere.
Bibliografia
Francesconi M., 2004, “Il perturbante del crescere”, in: Barone L., (a cura di), Emozione e disagio in adolescenza, Unicopli, Milano. 2004.
Francesconi M., Zighetti A., Costruzioni Psicoanalitiche, Angeli, 2-2004
Freud, 1922, L’Io e L’Es, O.S.F. IX, Bollati Boringhieri, Torino, 1989
Freud 1929, Il disagio della civiltà, OSF, vol. X, Bollati Boringhieri, Torino, 1989
Klein M., 1932, La psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze 1970.
Meltzer D., Harris M., Il ruolo educativo della famiglia, Centro Scientifico Editore, 1986
Winnicott D.W., 1984, La tendenza antisociale, in Il bambino deprivato, Cortina, Milano, 1986. (conferenza del 20-6-56)










































Illuminante……grazie, grazie per aver aperto un orizzonte verso il quale dirigere lo sguardo. Come è evidente,sono ignorante della psicoanalisi, e cioè non è il mio mestiere, ma seguo,con i miei limiti, il vostro pensiero,le vostre riflessioni,le vostre inquietudini,i vostri dubbi,i vostri contrasti,le vostre certezze e,soprattutto,le vostre speranze. Leggervi apre la mente,leggervi fornisce risposte, leggervi ridona speranza,leggervi alimenta la forza per continuare a lottare. Il vostro impegno è prezioso e, attraverso tutti i mezzi, dovrebbe arrivare ad un pubblico molto più ampio, un movimento che applichi pressione per un radicale cambio del sistema scolastico ( ho fatto le mie prime scuole in Argentina dove l’asilo iniziava a 4 anni, le primarie da 5 a 14 e le secondarie da 15 a 19) ma soprattutto per un costante adeguamento della società ad un sistema in cui l’umanità torni al centro del pensiero e riporti al suo ruolo il profitto e il consumo che dovrebbero essere al servizio dell’uomo e nonviceversa
Grazie, attendo con ansia e curiosità l’occasione di rileggervi…
Analisi molto interessante! La politica sufficientemente sano dovrebbe lavorare su questa lettura profonda tenerla presente per fare investimenti veri sui giovani e sulla loro crescita.