“Mi sto arrabbiando”. Prendersi cura del maltrattante nella violenza di genere – Mondello, Provenzano
di Maria Luisa Mondello[1], Rosanna Provenzano[2]
“Se mescolate con gli uomini vivessero delle creature che, per quanto razionali, fossero dotate di una forza così inferiore a quella degli uomini, sia nel corpo sia nella mente, da essere incapaci di qualsiasi resistenza e da non riuscire mai, nemmeno se provocate al massimo, a farci sentire gli effetti del loro risentimento, penso che ne deriverebbe per necessaria conseguenza che [...]. non ci atterremmo, propriamente parlando, ad alcuna restrizione di giustizia nei loro riguardi […]. Il nostro rapporto con esse non si potrebbe chiamare società, poiché questa suppone un grado di uguaglianza; per contro si avrebbe da un lato tutto il potere e dall’altro una servile obbedienza (T. Hume, 1751, Ricerche sui principi della morale, Laterza, Bari, p. 39. in M. Tomasello, 2016, Storia naturale della morale umana, Raffaello Cortina ed, Milano, p.49).[3]
Abstract
L’articolo, a partire dalla stringata trattazione del tema nelle sue componenti legislative, culturali, socio-ambientali, espone il lavoro che dal 2017 gli UEPE (Uffici di Esecuzione Penale Esterna del Ministero di Grazia e Giustizia) portano avanti (sensibilizzazione e sostegno psico-sociale individuale e di gruppo) per accompagnare le persone (di sesso maschile per la gran parte) che commettono reati in ambito familiare e di coppia, ascrivibili alla difficile trasformazione antropo-psico-sociale della relazionalità maschio-femmina.
Il ’900 è stato, tra le altre cose, il secolo della scoperta del bambino e in psicologia ha preso forma la forte necessità e l’invito a comprendere, osservare la crescita fino dalla stessa vita fetale, perché nell’infanzia è stata colta la fondazione della salute e del disagio mentale.
Il paradigma evolutivo della crescita umana, assunto freudiano estesamente presente in buona parte della ricerca e riflessione delle cosiddette scienze umane, ha avuto come ricaduta una mutata sensibilità sociale e legislativa rivolta alla tutela e alla valorizzazione dei processi di crescita.
Da questo punto di vista, la sempre migliore competenza sia socio-culturale che legislativa, riferita a maltrattamento e abuso all’infanzia, ha collocato in prima istanza la assoluta necessità di cure genitoriali competenti accanto al bambino; ma anche lo stato di minorità non solo dei figli (minori per tutelante definizione) ma altresì delle madri, delle donne, trattate da minori, spesso non tutelanti e non tutelate ha manifestato la necessità di una cura competente. La corresponsabilità collusiva di queste ultime nei confronti dell’uomo di casa ha consentito di riconoscere la loro stessa minorità e una abituazione consistente alla violenza intrafamiliare , spesso presente sia in forme gravemente lesive che in atteggiamenti prevaricatori e simbolici non meno pervasivi e significativi di rapporti di potere. Da ciò si osserva come il circuito della violenza familiare, inevitabilmente travasato nella gestione del potere e caratterizzato da una distanza relazionale, si nutre dei gesti attivi e passivi presenti nelle relazioni parentali.[4]
Un vento che viene da lontano
Soltanto nel 1956 finalmente la Corte di Cassazione fa decadere l’art. 571 (lo ius corrigendi) del codice Rocco, con la conseguenza che il marito (il capo famiglia, figura giuridica contenuta nell’art 144 del Codice civile che verrà soppressa dalla legge 19 maggio 1975, n. 151 con la Riforma del diritto di Famiglia) perde il potere educativo e correttivo che comprendeva anche la coazione fisica – pallida, ma consistente ombra, che permane in molti rapporti violenti che frequentano la vita quotidiana di coppia, familiare e che divengono, nei casi estremi, femminicidio.
Gli anni ’70 del secolo scorso sono stati attraversati da una stagione di riforme che ha innovato il nostro Paese in diversi ambiti e settori della pubblica amministrazione. Nell’economia del discorso che vogliamo portare avanti va evidenziata la riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 1975. L’introduzione di quella riforma ha inciso fortemente sul senso della pena quale occasione di ricerca di un significato trattamentale attento alla dimensione umana e al recupero del reo, fino alla attuale messa in forma della Giustizia riparativa.
Rinnovati processi di innovazione culturale hanno spostato l’attenzione delle politiche penitenziarie al sistema della probation e della cosiddetta “giustizia di comunità”, i cui effetti sul piano della riorganizzazione dei dipartimenti (con il DPCM n. 85 del 2015) hanno accentuato un decisivo cambio di direzione anche sul piano metodologico e trattamentale del condannato o dell’imputato con la sospensione del procedimento per “messa alla prova”.
Il nuovo “Dipartimento della giustizia minorile e di comunità” ha orientato con più efficacia paradigmi e metodologie di lavoro multidisciplinari e specialistici, differenziati a seconda delle specifiche fenomenologie criminologiche trattate. Si tratta di un approccio innovativo per il sistema della pena italiano e orientato a fare della stessa comunità non solo il luogo ma anche l’attore principale della cosiddetta “riparazione”. Su queste basi possiamo aprire uno sguardo non ingenuo sul fenomeno noto come “violenza di genere”.
Cambiano le persone e la loro interazione familiare e sociale
Le date riportate danno la misura della trasformazione lenta della struttura sociale che, per cerchi concentrici e in un andamento a spirale, ridisegna con fatica e a macchia di leopardo il tessuto affettivo, emozionale, le relazioni, i compiti, le funzioni che gli umani vivono e condividono.
Abbiamo compreso che l’accesso del femminile alla posizione di persona-soggetto ha scardinato sistemi millenari di potere, patriarcali, mutato i rapporti interpersonali, gli scenari fatti di dipendenza, senza libertà.
In un percorso che muove dalla arrendevolezza – qualità precipua del femminile nella relazione col maschile – alla assertività, posizionamento in corso d’opera, le cui forme sono tutte da inventare (vedi il lungo e articolato dibattito che ha preso forma nelle proposizioni femministe). Ridisegnare le relazioni, gli spazi e i modi dell’incontrarsi, è alfabeto in via di edificazione.
Un elemento sembra in ogni caso sbilanciare fortemente la conduzione dei rapporti quando divengono conflittuali: la diversa forza fisica[5]. Si può riconoscere che armi che colpiscono oltre la lunghezza delle braccia sono a disposizione di tutti, ma prima ancora del braccio che strozza o spara c’è la percezione costante e irrisolvibile di diversi rapporti di forza tra maschi e femmine giocati a partire da un investimento identitario nell’avere una muscolarità competente all’offesa e alla difesa che riguarda il maschile; al contrario essendo il femminile tutto centrato sull’avere un corpo seduttivo, minuto, fragile e infantilizzato. Debolezza fisica come qualità essenziale della seduttività al femminile a fronte della muscolarità-forza, qualità della fascinazione maschile. Il secolo appena trascorso ha imparato a rispettare, ma anche in questo caso in linea di principio, non sempre nella vita quotidiana, i bambini – che comunque rimangono “minori”. Ma il femminile, apparentemente più in grado di un bambino di far valere i propri diritti, sembra ancora oggi non aver acquisito l’agibilità di una parità col maschile. C’è da pensare che la perdita di potere del maschile sul femminile si configuri come vero e proprio danneggiamento dell’assetto indentitario, crollo verticale del senso di Sé.
Il sistema uomo-donna va considerato come un sistema funzionale, funzionante ma in evoluzione e come tale posizionato in una omeostasi mutevole e tutta continuamente da ridefinire.
Oggi nel mondo occidentale (qualsiasi cosa voglia dire questa espressione) dobbiamo misurarci con la legittimata frequentazione dello spazio sociale, lavorativo, del femminile ma nel farlo dobbiamo adottare un cambio di passo: il mondo sociale nella sua totalità, si affranca sempre di più dalla logica sperequata sul piano del potere sociale uomo-donna e compie passi per ognuno dei quali è necessario ricontrattare e ricomporre l’intero quadro. [6]
La violenza di genere e la sua trattazione
Il concetto della “violenza di genere” permette di rileggere fenomeni per i quali occorre ripartire da stereotipi millenari. L’effetto di tale violenza sull’integrità fisica e mentale delle donne è quello di “privarle del pari godimento, esercizio e conoscenza dei diritti umani e delle libertà fondamentali” (NAZIONI UNITE, CEDAW, Raccomandazione generale n. 19, 11ma sessione del Comitato CEDAW, 1992, para.11). Questo fenomeno, per usare le parole di Amartya Sen, non è “un residuo del passato”: la violenza sulle donne, pur avendo radici lontane, è ancora presente, annidata in modo silente “nel corpo delle donne”, quasi “inconsapevolmente”.
Nel corso degli anni ‘60 del Novecento, grazie alle spinte dei movimenti femministi, soprattutto di estrazione americana, alcune importanti riforme sono state promosse e recepite da diversi Ordinamenti giuridici, tra cui il nostro; basti pensare al superamento del cosiddetto “omicidio d’onore”.
Il legislatore italiano nel 2013 ha recepito la Convenzione di Istanbul, grazie alla quale si è assunto l’impegno a implementare la prevenzione e la punibilità rispetto al reato di femminicidio, un passo in avanti di enorme importanza per la civiltà del diritto europeo. Il legislatore richiama un approccio olistico e globale al fenomeno, mettendo in evidenza i piani della Prevenzione, della Protezione della vittima, della Punizione e della Presa carico del reo, termini che definiscono il nuovo perimetro tracciato dalla Convenzione di Istanbul.
La normativa legislativa ha ultimamente preso forma nella legge n.69/2019, chiamata anche legge ‘codice rosso’, che include dei principi insiti nella Convenzione di Istanbul con le così dette quattro “P”.
- Punire, per cui c’è un aggravamento delle pene per determinati tipi di reato (tra cui la violenza sessuale e lo stalking);
- Prevenire. Il mondo sociale, a partire dalla Scuola e tutta la rete territoriale, deve essere stimolato verso un nuovo grado di consapevolezza;
- Prendere in carico. Oltre a punire il maltrattante, è importante anche prenderlo in carico. La n. 69/2919 afferma che il soggetto può avere una sospensione della conduzione della pena, là dove dia prova di voler intraprendere un programma di trattamento (il pagamento del trattamento è però a carico dell’individuo, aprendo perciò scenari sconvolgenti);
- Protezione, la finalità di tutto questo sistema è la protezione della vittima. La presa in carico dell’uomo si configura a supporto della vittima; Un maltrattante che esce dal carcere ritrovandosi, ad esempio, ancora in un contesto di deprivazione lavorativa, affettiva, e senza alcuna rielaborazione di quello che ha fatto, può dar luogo a comportamenti recidivi o seriali. Per questo la sua presa in carico è, innanzitutto, una forma di tutela nei confronti della vittima, anche futura o potenziale.
Il maltrattante: perché occuparsene?
La violenza di genere accompagna diverse tipologie criminogene. Ma ancora prima di diventare un reato, nasce come una modalità comportamentale. Questa problematica ha infatti una forte connotazione socio-culturale. Tant’è che in pochi casi ci troviamo di fronte una condizione psicopatologica. Gli uffici UEPE (Uffici di Esecuzione Penale Esterna del Ministero della Giustizia Minorile e di Comunità), dislocati in ogni provincia, hanno il compito di accompagnare la riparazione di persone che entrate a vario titolo nei circuiti penitenziari, possono, nei termini di legge, avvantaggiarsi di misure alternative alla carcerazione.
Dal 2017 in Sicilia una prima riflessione tra operatori ed esperti in materia, portata avanti sperimentando percorsi mirati di sensibilizzazione e sostegno psico-sociale individuale e di gruppo, ha permesso agli UEPE di accogliere e trattare nelle diverse sedi provinciali uomini maltrattanti[7].
Tale mutamento introduce un tema centrale, sebbene ancora poco dibattuto, ed è quello che riguarda gli uomini autori di violenze sulle donne e il loro destino. Cosa pensano di fare, società e istituzioni (gli attori principali dell’egemonia culturale), di questi uomini? è sufficiente infatti etichettarli come “mostri”, “belve”, “carnefici” e chiuderli nei penitenziari? O non occorre invece partire dal fatto che questi soggetti sono anche mariti, figli, genitori e che come tali sono stati – e dovrebbero tornare a essere – parte del patto che tiene insieme i gruppi sociali? Ci pare sensato supporre che, oltre che sanzionati penalmente, costoro vadano anche aiutati a comprendere e a capire il male agito e, successivamente, ad essere responsabilizzati cioè capaci di dare conto di ciò che hanno commesso. Su questi interrogativi dovrebbe aprirsi un lungo dibattito pubblico, dal quale potrebbero scaturire politiche innovative e, forse, più efficaci. Perché il mutamento culturale in atto è di tutti e necessita di una assunzione di responsabilità estesa.
Uno degli strumenti più importanti è sicuramente quello della formazione aperta ad agenzie importantissime del territorio tra cui le forze dell’ordine, la Questura, gli UEPE, i Centri anti-violenza ed il mondo della Scuola. Sempre in ambito formativo vanno coinvolte anche la Magistratura, ed i suoi diversi gradi di giudizio, e il mondo della sanità, tutto ciò all’interno di un modello di lavoro che potremmo definire multi-agency. Si tratta comunque di un percorso che apre numerosi interrogativi:
– come coniugare l’iter penale e la relativa prescrizione/indicazione del percorso di sensibilizzazione e sostegno psicosociale con la maturazione, inevitabilmente personale, della necessità di risolvere il cortocircuito violento che si attiva nelle proprie mani?
– negli UEPE la presa in carico dell’utente ha natura coatta: può accadere che l’attenzione istituzionale centrata sulle misure alternative per un reato comune, poiché è previsto il coinvolgimento della famiglia, faccia emergere la presenza di andamenti violenti intrafamiliari. Come fare a trattare la violenza se è un altro il reato che individua la misura restrittiva e il suo superamento?
– ancora, considerando che la maggior parte degli assistenti sociali e psicologi, figure professionali sono donne, come gestire gli interventi, oltre le disposizioni che prendono forma in Tribunali, Carceri, per riconoscere e risolvere il più ampio perdurare di atteggiamenti sessisti, prepotenti, vessatori, che senza giungere al femminicidio o alla violenza agita, abitano molta della relazionalità uomo-donna?
Affinché si possano sviluppare politiche sociali e penitenziarie, capaci di guardare sia alla vittima sia al reo, occorre una sostanziale apertura in un’ottica multidisciplinare e con un approccio “olistico”, soprattutto da parte di chi si preoccupa non soltanto di preservare le donne, di incidere attraverso la prevenzione nei contesti sociali e culturali ma, soprattutto, di capire come attivare processi di recupero e di responsabilizzazione nei confronti degli autori di reati già condannati o imputati.
L’opera “rieducativa” richiamata dalla Costituzione – termine che oggi potremmo attualizzare con quello di “inclusione” – inizia in primo luogo dentro la comunità, le strutture specializzate, il mondo delle associazioni, del non-profit e dei servizi rivolti alla persona, i quali rappresentano una forma di “accompagnamento” ad un programma “trattamentale” che parte da una diagnosi, si fonda su un patto e dà seguito a un progetto di reinserimento sociale.
Ci sembra quindi rilevante, rispetto al fenomeno della violenza di genere e alla sua trattazione, accedere a due differenti aperture: da un lato occorre che la donna che subisce violenza riesca a trovare un passaggio per uscire dal ruolo di vittima a cui spesso la storia personale la inchioda, inibendole la riprogettazione esistenziale per una possibilità di rinascita; dall’altro è necessario che la comunità nel suo insieme – come accade per la malattia mentale in certe aree dell’Africa ma anche in alcuni piccoli paesi olandesi-, si faccia carico degli uomini autori di violenze di genere, affinché non rimangano schegge impazzite ma possano rientrare nei confini urbani e ripercorrere le strade che hanno condotto dal dolore, probabilmente sofferto, alla violenza agita da adulti.
La competenza peculiare dell’ottica psicoterapica, unitamente agli assetti definibili come clinica sociale, maturati e modellizzati dal servizio sociale della giustizia adulti, trovano naturale banco di prova nell’affrontare un tema tanto scabroso e delicato: si può riconoscere che l’impegno congiunto dell’attività degli UEPE e del CSMH sul campo, si consolida come impegno di punta sul piano non solo della consueta cura alla persona, ma di un mutamento culturale e sociale ormai necessario e imprescindibile.
Essenziale trovare i modi per consentire alle nuove generazioni di vivere relazionalità familiari libere da potere e violenza antica. Hanno già avuto realizzazione incontri tematici con gli alunni di alcune scuole superiori in diverse città siciliane. Siamo consapevoli della estensione millenaria delle culture, più o meno centrate sul primato maschile, su rapporti di potere espliciti e impliciti, sulla continua ridefinizione di identità, ruoli, oggi non più riducibili a maschile e femminile. I cambiamenti che pensiamo hanno il respiro della storia. Riteniamo utile, una goccia in mezzo al mare, il condividere con i ragazzi la tematizzazione di quanto andiamo facendo e pensando. Poco certo, sono i cambiamenti sostanziali che mutano le forme del vivere individuale e sociale. Ma sono i tanti contributi di forma e di sostanza, le esperienze che passo dopo passo facciamo, che consentono mutamenti epocali.
[1] Psicologa, psicoterapeuta, Presidente del CSMH di Palermo, Direttore Scuola quadriennale di Psicoterapia di Psicoterapia per bambini, adolescenti e famiglie, Modello Tavistock di Palermo
[2] Dirige l’Ufficio dell’Esecuzione Penale Esterna (UEPE) di Caltanissetta. È stata docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo, dal 2008, insegna presso la Lumsa Santa Silvia Organizzazione dei servizi Sociali. Formatore. Ha svolto molti incontri formativi in diverse sedi tra cui la Scuola Superiore della Magistratura, di Scandicci.
[3] Citazione riferita ai processi di dominanza propri della organizzazione sociale delle grandi scimmie. Sembra naturale pensare, non crediamo fosse nelle intenzioni di Hume, né di M.Tomasello che lo propone, a maschi e femmine della nostra specie.
[4] Nell’ottica dei modelli familiari relativi alla abituazione/formazione alla violenza intrafamiliare facciamo riferimento a un testo di M.L. Mondello (Il femminile nella cultura occidentale tra maternità, minorità e in quanto al sessuale, In Da Antigone a Sakineh, a cura di A. M. Di Vita, P. Miano, Franco Angeli ed. Milano 2011) in cui compare la definizione “educazione del guerriero”. Vengono descritti i modi femminili, materni, volti a sostenere forza e assertività del maschietto sin da piccolo.
[5] È in atto un rimodellamento del dimorfismo sessuale per la taglia corporea: la differenza tra uomo e donna diminuisce. Un’ipotesi l’attribuisce alla selezione sessuale centrata sulle scelte estetiche femminili. Nei Bonobo, scimmie egalitarie e pacifiche, si direbbe su basi culturali, il dimorfismo sessuale è elevato ma non sembra significativo rispetto alle condotte violente maschio- femmina, comuni tra le scimmie. Una sessualizzazione pervasiva e libera dal compito riproduttivo sembra esserne la chiave di volta. (v. Prum R.O. (2017), L’evoluzione della bellezza, Adelphi Edizioni, Milano 2020)
[6] I cambiamenti degli assetti identitari , non solo maschi e femmine ma anche GLBTQAA+, sembrano consentire l’acquisizione ampia di stati della persona che non si definiscono nella polarizzazione maschio-femmina e che iniziano a disegnare, specie tra gli adolescenti le forme, scenari “fluidi”, confusi e confondenti, ma a nostro avviso portatori della disarticolazione e ridistribuzione di qualità e caratteristiche personali, psicologiche, sociali in cui il potere si spezzetta e essere maschi e femmine o altro non consente in un sol colpo le antiche e ampie definizioni, da Aristotele aFreud, che passano attraverso attivo-passivo….etc.
[7] Tanto la messa in forma del Progetto “Violenza di genere e maltrattante. L’organizzazione sicura”, che la supervisione delle 8 équipe composte da assistenti sociali e psicologi di tutti i servizi UEPE, operanti in tutto il territorio regionale, anche con la collaborazione del privato sociale, è stata curata da M.L. Mondello.
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021-2022” – ISBN 978-88-8247-452-2
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