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Adolescenza tra perturbante, massa e funzione del legame. La cura come luogo di passaggio, non di cattura – Bruno Marchi

Bruno Marchi

Abstract

L’articolo esplora il fenomeno degli agiti violenti in adolescenza attraverso il concetto freudiano di perturbante, interrogando il nesso tra angoscia collettiva, funzionamento della massa e risposta securitaria contemporanea. La reazione istituzionale viene letta come modalità evacuativa del non simbolizzato, mentre l’adolescente appare al contempo portatore e bersaglio del perturbante sociale. Un caso clinico tematizza la scissione tra piano psicoanalitico-sociale ed esito psichico individuale, evidenziando come la trasformazione interna non coincida necessariamente con il cambiamento istituzionale. La cura è pensata come luogo di passaggio e funzione di legame che può offrire continuità e affidabilità pur senza promessa di redenzione.

 

Chi perturba chi? 

Gli agiti violenti degli adolescenti sono frequentemente oggetto di quella che un tempo si chiamava cronaca nera. Un esempio recente è quello di La Spezia, dove un diciottenne è stato mortalmente accoltellato da un suo coetaneo, compagno di scuola.

Di fronte all’inquietudine adolescenziale, alcuni hanno invocato una rinnovata impostazione pedagogica nel rapporto con le nuove generazioni. Pochi, invece, hanno sottolineato l’importanza di attivare interventi di natura psicoterapeutica o neuropsichiatrica. Molti di loro, infine, hanno avanzato la richiesta di stringere, in termini repressivi, le maglie attorno alla vitalità adolescenziale. Da qui la proposta di inasprire il trattamento sanzionatorio, peraltro già previsto dalla disciplina della procedura penale minorile, o di installare all’ingresso delle scuole un metal detector per tenere fuori l’espressione del disagio – potremmo anche dire del sintomo – poiché restano non pensate le cause soggettive e sociali che lo determinano.

Il “non pensato” dell’adulto tende a coincidere con il “non pensabile”, giacché pensarlo implicherebbe entrare in contatto con il ritorno del rimosso adolescenziale nella sua dimensione più opaca, inquieta, frequentemente oscura e poco decifrabile.

I provvedimenti securitari auspicati da chi è perturbato dall’adolescente – da chi è spaventato dall’ombra minacciosa dell’irruzione del non simbolizzato, nel tempo differito della Nachträglichkeit – si ridurrebbero alla classica grattatina sulla crosta della Terra: una sorta di trattamento suggestivo – dall’effetto rapido e superficiale, con tanto di rimozione del sintomo – al quale Freud aveva già opposto la necessità di un lavoro analitico, lento, profondo e caratterizzato dalla ristrutturazione dei conflitti. Un lavoro “chirurgico” e non “cosmetico” (cfr. Freud, 1915-1917).

La pulsione securitaria è alimentata dalla suggestione e censura la possibilità che il cambiamento nasca da un lavoro interno di elaborazione; impone dall’esterno – per mezzo di un’istanza pubblica e politica che si propone come sapere acritico, autorità e protezione – una visione Unheimlich finalizzata a governare attraverso la paura le angosce collettive.

In Psicologia delle masse e analisi dell’Io Freud mostra come, nella massa, il pensiero critico venga sospeso e il lavoro dell’Io delegato a un’istanza esterna. L’angoscia, in tal modo, non viene simbolizzata, ma placata attraverso l’appartenenza e l’obbedienza. L’Io rinuncia alla propria funzione di giudizio in cambio di protezione.

Possiamo allora dire che la paura riattiva il bisogno di un oggetto-capo e che l’angoscia non viene pensata, ma organizzata. Il perturbante non viene tradotto, bensì utilizzato come collante identificatorio, così che la pulsione di morte possa essere canalizzata nella forma di una richiesta di sicurezza.

Non è difficile, a questo punto, intravedere il legame profondo con il clima di guerra, ibrida e diffusa, che caratterizza il nostro tempo. In tali condizioni la massa sembra accettare la sospensione del dubbio, semplificare la realtà, ridurre l’altro a nemico e delegare il pensiero in cambio di una promessa di protezione psichica. È una difesa che funziona, però, al prezzo della regressione, e non dal lavoro di elaborazione.

Dalla sua prospettiva, l’adolescente pare rispondere al perturbante adulto con la negazione e con un aumento dell’eccitazione psichica, come difesa di fronte a una realtà inquieta ormai prossima e incombente. Gli agiti aggressivi possono essere letti anche come una violenta evacuazione di un terrore indicibile, privo di parole e, proprio per questo, di difficile traduzione.

La risposta dei servizi, a loro volta turbati dall’Unheimlich adolescente, può assumere la forma securitaria o tendere a configurarsi in senso sedativo. Da qui il sempre più frequente ricorso all’istituzionalizzazione o al farmaco.

È in questo senso che l’adolescente, spesso non con/tenuto, per il legame sociale può diventare un rappresentante, altamente evocativo, del perturbante. La sua vitalità, non solo la sua paura, in molte occasioni non riesce ad essere con/tenuta e prende vie laterali d’espressione attraverso l’etero aggressività o l’auto aggressività, fino all’estremo del suicidio. In questi casi, direbbe Winnicott, il gesto, etero o autodiretto che sia, non è il vero problema: è insieme una richiesta d’aiuto nella quale un ambiente, che non ha fallito, accogliente e capace di ascolto, può scorgere una traccia di speranza.

La posizione dell’adulto oltre a indicare la non disponibilità all’esercizio dell’autoriflessione, mostra come la mancata traduzione nella Nachträglichkeit venga in qualche misura proiettata sull’adolescente “violento” che, così, diventa vittima di una cultura autoritaria descritta anche da Fromm (1941). Inoltre, non tiene in considerazione i più recenti sviluppi delle neuroscienze che ormai, su un piano squisitamente topologico, stabiliscono il termine dell’adolescenza intorno ai trent’anni (cfr. Mousley, A., Bethlehem, R.A.I., Yeh, FC. et al., 2025). Questo nuovo dato induce a ripensare l’adolescenza anche come processo neurofisiologico e non solo come evento mentale, sociale e culturale.

Di fronte a questo, la risposta securitaria si svuota di ogni capacità pensante – se mai l’avesse avuta – e si orienta verso una soluzione inefficace che, recuperando l’idea freudiana di pulsionalità, è evacuativa. L’abuso di psicofarmaci, l’istituzionalizzazione e la detenzione sono una scarica. Sono una risposta difensiva che nega cittadinanza ad un ascolto che apra al senso dell’essere. Ma chiedere che il “politico” ascolti – lo stesso che chiede metal detector nelle scuole – sarebbe impresa impossibile. Restiamo, in ogni caso, consapevoli che «il trattamento della tendenza antisociale non è la psicoanalisi, ma è l’offerta di cure che il bambino (e l’adolescente n.d.r.) può riscoprire e mettere alla prova, e nel cui ambito può tornare a sperimentare le pulsioni dell’Es» (Winnicott, 1946, p. 165), non certo la repressione.

Cent’anni di solitudine

Luigi all’epoca aveva quasi diciotto anni, mancavano pochi mesi. Occhi azzurri, nato e cresciuto in una terra antica troppo rapidamente urbanizzata, giunse scortato dalla polizia. Proveniva dall’istituto penale minorile e gli era stato concesso di fare la sua messa alla prova in comunità.

Quando lo incontrai la prima volta mi disse che con me non avrebbe parlato perché poi avrei raccontato tutto al giudice. Risposi che potevamo stare pure in silenzio, che avrebbe comunque avuto un significato. E così fu, restammo in silenzio, senza imbarazzo ed inquietudine, per l’intera durata del “colloquio”.

Quel silenzio attenuò la persecutorietà ed offrì una risposta alla sua domanda di contenimento cosa ben diversa dalla contenzione cui era stato costretto fino ad allora.

Nel giro di poche sedute Luigi mi raccontò la sua storia che conoscevo già dalla cartella, ma mi astenni dal dirglielo. Proveniva da una famiglia dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti e tutti gli uomini – il padre, gli zii e i cugini – erano in carcere. In qualche modo la famiglia restante, le sole donne, continuò a “lavorare”. Luigi aveva il compito di spacciare per strada.

Cominciammo a parlare anche di noi, lui più di me, e scoprii che era un vorace lettore. Uno alla volta gli portai diversi libri che mi restituiva, letti, dopo tre giorni. Gli chiesi perché fosse finito in quella condizione e la risposta, che mi porse senza rassegnazione e con gentilezza, fu: «La mia famiglia è quella che ti ho raccontato, tutti gli uomini di casa sono dentro; al paese sanno tutti chi siamo ed anche per questo non sono riuscito a farmi degli amici puliti». Compresi il piano socio-ambientale della sua pur breve esistenza ma anche quello affettivo, dei legami, quando aggiunse: «Ho deciso, insieme all’avvocato, di finire di scontare la mia pena in carcere non appena divento maggiorenne. Questo mi aiuterà ad accorciare i tempi ma anche a stare con mio padre». Nel gergo della giustizia minorile i ragazzi dicono “mi prendo la condanna”, espressione che dice molto dell’identificazione con la colpa e dell’introiezione dell’istanza punitiva.

Sulle prime la sua intenzione mi disorientò e fino al colloquio successivo riflettei molto su come fare a convincerlo a cambiare idea poiché avrebbe potuto completare la messa alla prova in comunità anche da maggiorenne, come è previsto dalla normativa. Ma, mi chiesi, era giusto provarci? Orientandolo “pedagogicamente” lo avrei colonizzato (cfr. Marchi, 2025) proponendogli il mio punto di vista che non avrebbe tenuto conto dell’importanza del legame affettivo con il padre e gli altri “maschi” della famiglia reclusi.

Luigi andò in udienza e dichiarò la sua volontà di farsi il carcere. Lo trasferirono il giorno dopo e fece in tempo a salutarmi, e io a salutarlo. Voleva rendermi Cent’anni di solitudine che gli avevo prestato. Ma gli risposi che poteva tenerlo e che lì dove stava andando non solo i suoi parenti, ma anche quel libro, a dispetto del titolo, lo avrebbe fatto sentire meno solo.

Non ebbi più sue notizie, con molti dei ragazzi che seguivo andava così.

Seguirono anni e il centralino della comunità mi passò una telefonata. Era un avvocato che mi chiese se mi ricordassi di Luigi, che all’epoca aveva circa trent’anni. Alla mia risposta affermativa mi disse che dopo avere scontato la pena quando aveva diciotto anni, il suo assistito aveva commesso ulteriori reati e nell’ultimo processo aveva ottenuto gli arresti domiciliari. Luigi chiedeva di stare ai domiciliari in comunità perché “si era trovato bene e conservava un buon ricordo”.

Non fu possibile soddisfare quella richiesta, era una struttura educativa per minorenni e lui non lo era più.

Where have you been, my blue-eyed son?

Quel silenzio iniziale non fu vuoto e neppure oppositivo. Avvertivo disponibilità ma anche prudenza e con la mente andai indietro nel tempo, alla mia prima adolescenza, quando vivevo in un quartiere difficile, alla periferia di una grande città industriale. I miei compagni di strada erano i Luigi di allora. Alcuni mi vollero bene ed altri mi fecero soffrire, ma da tempo avevo elaborato quel dolore: ero in pace con me stesso e con quei bambini che, comunque, non mi avevano fatto sentire solo. Così, intuivo che in quel silenzio anche Luigi non si era sentito solo e pensai che, probabilmente, si era impegnato nella conquista della capacità di essere solo. Quell’incontro aveva attivato una delicata dinamica transferale e controtransferale che ci consentì di ottenere dei risultati, seppure nel breve tempo che avemmo a disposizione.

Inoltre, il mio astenermi dal dirgli che già conoscevo la sua storia, oggi comprendo che non fu vissuta come distanza, ma come affidabilità. Per Luigi, in quel momento ero oggetto di un possibile legame non giudicante e non punitivo. Una funzione poteva essere introiettata, una presenza poteva divenire riferimento interno, tanto che fu cercata anni dopo.

La riflessione su questo caso propone la distinzione tra un versante psicoanalitico-sociale ed uno psicoanalitico-clinico che ritengo eviti ogni illusione salvifica. Non c’è redenzione, non c’è “lieto fine”, non c’è trionfo della cura. C’è, semmai, una discrepanza strutturale tra due piani che non coincidono mai del tutto.

Sul piano della realtà dei fatti Luigi torna in carcere. Qui la psicoanalisi non “vince”, non ripara il mondo, non spezza le catene della genealogia, del territorio, dell’economia affettiva e deviante. In questo senso, sul versante psicoanalitico-sociale, si potrebbe parlare di una sconfitta: la funzione simbolica non riesce a tradursi in destino sociale altro e fa ammettere che il cambiamento sociale non può prescindere da un cambiamento individuale, ma anche che quest’ultimo non basta a realizzare il primo.

Sul piano psicoanalitico-clinico qualcosa è accaduto. Non qualcosa di risolutivo, bensì di strutturante: Luigi ha introiettato una funzione, ha visto una traccia di legame non persecutorio, ha fatto un’esperienza di non-simmetria con la colpa e con il potere. Non è bastato a liberarlo, di sicuro, ma forse non lo ha lasciato identico a prima. La sua è stata una crescita senza garanzie, senza promessa di riscatto, senza il seguito di una narrazione edificante.

Si può dire che l’ambiente può fallire e tuttavia lasciare un’impronta di affidabilità? Il soggetto può ricadere e tuttavia portare con sé un oggetto interno che prima non c’era? Credo di sì, ma qui non si tratta di un destino fatalisticamente chiuso e neppure di una liberazione romantica. È nello scarto tra questi due finali che si può intravedere qualcosa che ha potuto muoversi – anche se solo di pochi millimetri – nel modo di sentire, di legarsi, di pensare la colpa e la protezione. Ed è questa tensione irrisolta tra clinica e sociale, tra trasformazione interna e immobilità esterna, che spesso si colloca il lavoro con i ragazzi difficili.

Un lavoro che, facendo appello alle nostre risorse di tollerabilità dell’incertezza, può renderci luogo di passaggio e non di cattura; appoggio e non destino; memoria viva e non promessa di salvezza.

 

Bibliografia

Freud S. (1915-1917), Introduzione alla psicoanalisi. In: Opere, vol. 8. Torino: Boringhieri, 1976

Freud S. (1921), Psicologia delle masse e analisi dell’Io. In: Opere, vol. 9. Torino: Boringhieri, 1977

Fromm, E. (1941), Fuga dalla libertà. Milano: Edizioni di Comunità, 1963

Marchi, B. (2025), Adolescenza, la nuova Terra Nullius. Riflessioni tra Unheimlich e tenerezza. In: Psicoanalisi e sociale.

https://www.psicoanalisiesociale.it/adolescenza-la-nuova-terra-nullius-riflessioni-tra-unheimlich-e-tenerezza-bruno-marchi/

Mousley, A., Bethlehem, R.A.I., Yeh, FC. et al. (2025), Topological turning points across the human lifespan. In: Nature Communications 16, 10055 https://doi.org/10.1038/s41467-025-65974-8

Winnicott, D.W. (1946), Alcuni aspetti psicologici della delinquenza minorile. In: Il bambino deprivato. Le origini della tendenza antisociale. Milano: Cortina, 1986

Bruno Marchi vive a Fasano (BR), dove svolge attività clinica privata come psicoterapeuta psicoanalitico. Per quasi trent’anni ha operato presso una struttura residenziale che gestiva quattro comunità educative per bambini e adolescenti inviati dai Tribunali per i Minorenni della Puglia e dai Servizi Sociali territoriali. Dal 2011 al 2021 è stato Direttore Clinico e Scientifico di due Comunità Educative Integrate, gestite dallo stesso ente, che accoglievano minorenni con problematiche psicopatologiche e psichiatriche su invio delle neuropsichiatrie del Servizio Sanitario Regionale. Dal 2021 si dedica prevalentemente alla clinica con giovani adulti e adulti, continuando tuttavia a seguire adolescenti su richiesta.

E-mail: marchibruno1@gmail.com

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

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Andres
Andres
6 mesi fa

Ottimo articolo, complimenti all’autore.Bruno Marchi, attraverso la sua testimonianza, apre a rispondere a quesiti a cui, chi opera nel sociale, fa fatica a rispondere.Fare luce, su drammi personali, senza dare giudizio, è la massima espressione di aiuto per chi deve gestire la rassegnazione.
Vero, non vi sono vittorie nel quasi tutto è perso, come nel mondo del carcere o degli homeless, ma vi sono speranze.
Se riusciamo a restituire speranza, è già una vittoria.
Grazie Bruno.

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