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Un’adolescenza svelata. Paradise City. Recensione di Gianluca Biggio

Paradise City

di Susanna Nicchiarelli, Mondadori Editore, 2025

Recensione di Gianluca Biggio

Il libro Paradise City, da poco pubblicato, racconta l’adolescenza di una ragazza della Roma bene  degli anni Ottanta – Novanta, alle prese con la fisiologica turbolenza della propria età e il contatto con un ambiente agiato e privilegiato, apparentemente una città Paradiso.

Ma non è sempre vero ciò che appare come tale. In questo memoir sotto il Paradiso troviamo, infatti, un Inferno ingiustificato e incomprensibile. Serpeggia nei giovani abitanti di Paradise City un’ostilità maligna che si alimenta di sé stessa senza alcun motivo apparente, come la mitologica figura di Erisittone, re della Tessaglia, o di Narciso che si consuma guardando la propria immagine.

Susanna, inserita in una scuola privata per benestanti, da ciò che parrebbe un privilegio, si trova inaspettatamente immersa in un labirinto di relazioni ambigue e false. I rampolli della Roma bene non sono per nulla per bene, anzi sembrano padroneggiare con scaltrezza quell’arroganza di cui sono forse figli.

Susanna è invece una ragazza realmente per bene, forse ingenua ma per fortuna dotata di una forza talentuosa che si cela sotto il suo viso tempestato, in certi periodi, da brufoli adolescenziali. Lo scontro tra il desiderio di un’amichevole e solidale sincerità e questa compiaciuta aggressività del Paradise City, genera tormenti che s’intrecciano nella sensibile anima della protagonista. Attraverso una scrittura toccante e coinvolgente Paradise City rivela al lettore lo sviluppo di questo scontro tra mondi che non si comprendono e si fronteggiano, in un intenso crescendo che cattura e commuove il lettore.

Il libro è tratto dai diari adolescenziali dell’autrice, ricostruiti e ricomposti in un racconto che ci offre la cifra di un periodo esistenziale tormentato quanto importante per arrivare a scoprire il sentiero nascosto della propria individuazione.

Senza veli l’autrice parla dei suoi complessi, della paura di essere brutta e dei pettegolezzi che le vengono rivolti alle spalle senza che lei riesca a reagire o almeno trovare una solidarietà sincera da parte di amiche, che le siano realmente vicine.

Le amiche la difendono ma in maniera ambivalente, rassicurandola e contemporaneamente tenendo rapporti complici con i ragazzi viziati e arroganti che la ridicolizzano, alludendo malignamente a qualcosa che non va in lei, senza mai dire cosa sia.

Anticipando alcuni siti misteriosi della propria creatività, Susanna, tanto fragile quanto forte, reagisce con dentro di sé all’ingiusta pretesa degli arroganti compagni di depotenziarla. Si dispera per i pettegolezzi e gli appellativi che sente attribuirle, ma si ribella con forte vitalità all’insulto di ragazza bruttina e maleodorante, che i malvagi le vogliono rivolgere. Questo stigma, ai limiti del bullismo, non riuscirà realmente a raggiungere la sua pelle, per quanto attraversata dall’acne giovanile e dagli umori adolescenziali.

Susanna indaga, si dispera e si ribella, non solo per sé stessa ma per la cattiveria di un mondo che vorrebbe semplicemente più buono. Adolescenza, identità e soggettivazione si rincorrono nelle sue fantasie a occhi aperti e forse anche nelle sue notti.

A proposito del gossip stigmatizzante si scoprirà poi che si tratta di un pettegolezzo su un suo improbabile difetto, un presunto sgradevole odore del corpo, una “puzza”, che non trova giustificazione nella realtà.

Con il passare del tempo, la protagonista scopre vari epiteti che le vengono affibbiati fino a conoscere il doloroso appellativo di “crosta”, che sta a insinuare l’idea di una ragazza brutta che forse non si lava … , insomma che ha una crosta intorno al corpo. Questa crosta rappresenta per lei un’ingiusta camicia di forza psicologica dalla quale non riesce a liberarsi. Al tempo stesso l’energia d’animo della giovane si ribella contro queste dicerie; sa di non voler cedere, anzi si sente rafforzata nell’intimo orgoglio. Una tempra vitale si contrappone, fuori e dentro di sé, alla piccineria dei violenti sfaccendati.

La “crosta” esteriore sembra divenire una costrizione interiore, un guscio da cui non riesce a uscire, emblema di un’adolescenza incrostata sulla pelle. Ma come l’aragosta, che a un certo punto dello sviluppo si isola per liberarsi del carapace troppo stretto per formare un nuovo adeguato involucro, la giovane Susanna intravvede la sua immagine futura: quella di una bella donna impegnata nel perseguire le proprie passioni artistiche.

Il vissuto di Susanna è così limpido quanto torbido è il mondo delle invidie piccine che l’hanno circondata. L’adolescenza come sappiamo è un tormentato periodo di ricerca di una propria posizione identitaria tanto sconosciuta quanto misteriosa.

L’adolescente generalmente non vuole tornare dai genitori per trovare protezione; anzi vuole percorrere i propri passi da solo trovando una propria, pur provvisoria, autonomia, necessariamente fuori dal guscio protettivo della famiglia. Per questo si appoggia spesso al gruppo, alla banda, ai diari e ai “patti segreti” con gli altri e in fondo con il proprio sé.

Tuttavia la chance della complicità del gruppo adolescenziale non è data a Susanna, che si trova a fronteggiare un compito quasi impossibile; una sorta di tuffo solitario in un fondale periglioso.

Attraversare i labirinti interiori e i passaggi segreti della propria anima in formazione rappresenta la fatica di crescere verso la soggettivazione di ogni adolescente.

Dove non arriva la concretezza, la creatività della protagonista riesce però ad aprire degli spiragli di luce in orizzonti che nessun altro vede.

E così in Paradise City vola via l’adolescenza di Susanna, sotto la pioggia leggera del sogno di un futuro creativo che laverà per sempre l’invisibile crosta.

 

Gianluca Biggio

Ordinario con Funzioni di Training

SIPP, Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica

biggio@unitus.it

biggio1@alice.it

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