Due interessanti articoli di Claudia Cardia, Chiara Scopelliti e Donatella Lisciotto sulla notizia della grave malattia che ha colpito la scrittrice Michela Murgia.

Lei ha un tumore al quarto stadio. Suona come una cannonata. O forse no. Cosa significano queste parole? Serve un attimo per riordinare i pensieri e prender fiato per capire esattamente cosa sta succedendo ed addentrarsi nel vuoto e nel silenzio che queste parole creano.
Che sensazione ci provocano? In che modo riordinano il significato della nostra esistenza?

Michela Murgia ha avuto tempo di rifletterci a lungo. Si, perché i tempi di “cura” di una neoplasia sono lunghi, nella maggior parte dei casi ci vogliono mesi, spesso anche anni.
E se alla fine del percorso resta ancora tempo, la vita cambia sapore. La seconda volta che si incontra una neoplasia si ha già avuto modo di prepararsi all’idea che il nostro corpo è fragile, che la vita non è dovuta ma è solo un prestito e, in quanto tale, prima o poi va restituito.
Il linguaggio che spesso viene adoperato in queste situazioni ricorda quello bellico (affrontare la malattia, combattere il tumore, essere dei guerrieri), ma non sempre una battaglia deve essere vinta a tutti i costi. È probabilmente molto più difficile disarmarsi ed accettare la vita nella sua semplicità.
Anziché imbracciare le armi ed intraprendere la sua crociata personale contro “il male”, “il nemico”, “il mostro dentro di me”, quasi come fosse posseduta da un demone contro cui lottare, Michela decide di abbracciare questa sofferenza, questa fragilità che connota l’esistenza umana, troppo spesso trascurata, fatta fuori.

Quando fenomeni come questo ci colpiscono direttamente, molto spesso la prima reazione è la negazione: non sta accadendo davvero, non a me. È quasi come se queste cose possano accadere solo agli altri, quasi come se la nostra vita fosse eterna. Ma invece, proprio perché ha un inizio, l’essenza stessa della vita è destinata anche ad avere una fine. Non potrebbe esserci l’uno senza l’altro. Riuscire ad integrare i due concetti è forse anche la chiave per comprende che il dolore, per quanto spaventoso, fa parte della vita stessa, non è uno spreco, non va eliminato, va accolto, abbracciato, bisogna prendersene cura.

La nostra vita è piena di avvenimenti apparentemente senza senso. Ci succedono, il più delle volte, o forse siamo noi stessi a farli accadere. C'è chi crede nel destino, chi nell'inconscio, chi nella scienza, chi in ``tutto insieme``, ma forse basterebbe semplicemente pensare che ad alcune cose non si deve necessariamente dare una spiegazione.
Il male si combatte per raggiungere il bene. La definizione di male e quella di bene, prego?
È tutto personale, è delle persone la scelta di farsi bene o male perché sono entrambe cose che fanno parte della vita. Anche il male, a volte, è necessario e il bene, a volte, è banale.
Forse, quando ti viene un ``male``, invece di farti ``bene``, puoi farti ``libero``. Libero di conoscere il tuo male, libero di capire cosa sia e se ti può servire, libero di capire se vuoi negarlo o renderlo parte di te, libero di capire se va eliminato o combattuto come un nemico, oppure se va risparmiato, curato, tenuto, trasformato.
Che male c'è nell'essere amico di un mostro?
Ma a chi non è mai capitato di sognare un’ombra? Deve essere per forza aliena o è solo quella parte di noi che non vogliamo vedere ma che, se provassimo a conoscere, magari diventerebbe più visibile e persino utile?

E se le malattie fossero provocate da noi stessi inconsapevolmente? Se servissero al nostro percorso di vita?

Claudia Cardia e Chiara Scopelliti
Dott.sse in Psicologia
La notizia della grave malattia che ha colpito la scrittrice Michela Murgia, riportata assieme alle sue personali considerazioni, ripropone l’argomento del prendersi cura, della vita e della morte e introduce un messaggio, che definirei, innovativo e che fa molto riflettere.

In una società sempre più performativa e proattiva, che mira al benessere psicofisico e all’allungamento della vita a tutti i costi, ecco un “fuori dal coro”.

Spesso quando una persona è molto malata gli stessi medici, gli infermieri, gli amici e le persone vicine incitano a lottare contro la malattia, a “farcela”, all’essere forti – più forti del male – ma potrebbe anche esserci un’altra posizione che consiste nello “scegliere” di non lottare, non perché si è depressi o rinunciatari o deboli ma per libera scelta: quella di accettare la caducità della vita e i limiti dell’esistenza.

Il diritto di scegliere liberamente
Scegliere liberamente significa saper affrontare la morte come compagine della vita, niente di più e niente di meno.

Quando una nave lascia il porto l’ormeggiatore lancia forte un segnale : “Mollaaa!” – urla. E allora le funi restano sulla banchina mentre l’imbarcazione si avvia verso il largo. Questa metafora per dire che “Mollare” non necessariamente significa perdere, rinunciare, essere sconfitti e fallibili, piuttosto può anche essere l’inizio di un altro viaggio, una “scelta”. Quella di accettare di andarsene, di staccarsi, di separarsi. Quella di finire. Concludere!

Il messaggio della Murgia è un lascito prezioso nella misura in cui, a chiare lettere, dice che, per continuare a vivere, non dobbiamo trasformarci in “guerrieri” (quante volte c’è lo sentiamo dire!) ma basta prendere semplicemente atto che “l’iter” sta per finire, e sorreggersi con la riflessione, farsi accompagnare dalla tenerezza (che forza la tenerezza!) della condizione di arrendevolezza che non significa tuttavia arrendersi.

Lo dice bene il filosofo coreano Byung Chul han quando, correva il 2020, raccomanda il “dis-armo dell’Io” in una società che piuttosto vive sotto la “dittatura dell’Io”.

Sembriamo liberi, e non lo siamo affatto stritolati in un Sistema che manipola e strumentalizza. Alla fine prendiamoci la libertà di scegliere se e come morire!

La libertà di Mollare come una nave che lascia il porto piuttosto che intraprendere una guerriglia con la vita come farebbe un Marines.

Donatella Lisciotto
Psicoanalista