Care ragazze e cari ragazzi di Sallo”, uso l'”ouverture”  comunicativa con voi di Sarantis Thanopulos per presentare un’operazione nobile di Maria Lizzio, Poeta insigne e a vita Docente di materie classiche; pedagogista nel midollo dell’anima. Chiesi  quindi a Maria di scrivere qualcosa per Sallo sull’altissima persona di Danilo Dolci, nobile e coraggioso esempio della migliore pedagogia planetaria, che trovò nella Sicilia – allora terra degli ultimi che già sono i primi – terreno di nutrimento, e al tempo stesso di coltura, per la costituzione della propria filosofia esistenziale. Quando, nell’anno 1960 in cui io nascevo, vide morire di fame un bambino, appunto in terra di Sicilia, Egli si distese nell’umile pagliericcio del piccolo martire, e avviò il suo primo sciopero della fame. Lo Stato fu imbarazzato, perchè filosofi, storici  e intellettuali di fama planetaria si candidarono per sostituirlo, a sua morte avvenuta, dopo aver visitato il luogo del martirio infantile, raggiungendo quel povero pagliericcio di bimbo. Egli finì anche in carcere, perchè, uno Stato complicemente e occultantemente perbenista,  imbarazzato cercava di fermarlo, con motivazioni banali, testimoni della debolezza istituzionale dell’epoca (ad esempio tra altro fu arrestato per “sciopero della fame in luogo pubblico”, operazione non perseguibile nè impedibile dalla legislatura). Spero che Maria Lizzio abbia modo e tempo anche per raccontarci aggiuntive storie di Alti pedagostiste e pedagogisti italiani, mentre – ringraziandola dal cuore, a titolo personale e a nome di tutta Sallo – mi auguro che giovani e veterani lettrici e lettori di Salo/Psicoanalisi e Sociale si “piacciano” (liberamente tratto dalla Boheme) di dialogare con lei, commentando l’articolo.

Tito Baldini

 

Danilo Dolci, l’utopia fiorita nel deserto

 

L’attenzione empatica di Danilo Dolci per le “piccole” cose emerge subito con chiarezza già dalle sue opere poetiche. Così, nella prima sezione di Creatura di creature, intitolata La luce chiama, due voci umane comunicano indicando con affettuoso coinvolgimento umili elementi del paesaggio naturale: il rovo spinoso desideroso di aprire l’intenerita scorza all’arrivo della primavera, gli alti gridi controvento/di invisibili allodole, il seme che preme tumido di sole, i glicini che straripano[1].

È attento a ciò che è piccolo, Danilo Dolci, ma pensa in grande, tanto da lasciare un comodo futuro da architetto nel suo Nord (era nato a Sesana, allora in provincia di Trieste, il 28 giugno del 1924), per dar vita a un’avventura sociale e umana faticosa, ma straordinaria e fertile, da educatore scomodo, in un Sud povero, vessato da ingiustizie secolari e chiuso in un immobilismo che sembrava insuperabile.

Ma Danilo ha lo sguardo lungo di chi intravede possibilità oltre la scorza dura del reale, insieme con l’empatia del grande comunicatore e l’esperienza importante maturata nella comunità cristiana di Nomadelfia, di don Zeno Saltini, che gli ha insegnato l’importanza di crescere insieme, realizzando progetti che coinvolgono l’intero gruppo.

Il paesino che sceglie è Trappeto, nella provincia di Palermo, dove il padre aveva lavorato come ferroviere: vi arriva nel febbraio del 1952 e vi morirà il 30 dicembre del 1997.

Dolci condivide, dunque, per decenni, la vita di quelli che chiama “poveri cristi”, per capire fino in fondo cosa possa fare per loro e con loro, in una sfida con tutto ciò che sembra immutabile. Il suo è un metodo partecipativo e inclusivo, che, partendo da un dialogo e un confronto con la popolazione, mira a favorirne l’emancipazione attraverso la presa di coscienza delle proprie potenzialità e dei propri diritti; è necessario, infatti, ricercare insieme e insieme decidere e agire, lontani da ogni dominio, che è abuso e tradimento dei diritti umani, “seppellire l’eroismo mitico e il santonismo”, per dare spazio ai “nuovi eroi, semplici e puliti”[2]. Naturalmente, massima attenzione a quel “paese delle domande” che è l’infanzia, dove i ragazzi “poco a poco nelle ore intense si aprono come petali di un fiore”[3]: per lui, i problemi della scuola richiedono la stessa urgenza dello studio del cancro.

Dunque, sotto l’impulso di questo educatore che costruisce azioni, nasce a Trappeto la prima casa del “Borgo di Dio”, cui si aggiungerà, nei due anni successivi, un’altra casa-asilo per i bambini più bisognosi, e anche l’Università popolare.

Danilo lavora aiutato da contadini e pescatori, e, quando bisogna affermare un diritto, digiunano compatti o attuano lo sciopero alla rovescia: centinaia di disoccupati, ad esempio, nel febbraio del ’56, a Partinico, riattivano una trazzera inagibile e dimenticata dalla politica.

Queste proteste non violente fanno molto rumore e Danilo dovrà affrontare problemi non solo con i mafiosi, ma anche con i politici; finirà persino in galera, all’Ucciardone di Palermo, e vi rimarrà due mesi.

Fra i grandi successi di queste febbrili attività c’è la fondazione, a Partinico, del Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione (’58), punto d’incontro di tanti intellettuali italiani e stranieri; la costruzione della diga sullo Jato, iniziata nel ’63, che fornirà acqua a tutta la zona, strappando alla miseria molti contadini del luogo; il Centro Educativo Sperimentale di Mirto (’74).

In questi Centri, Dolci porta avanti la sua maieutica reciproca, un metodo in cui ognuno è educatore dell’altro, così come ognuno è portatore di saperi e capace di apprendere in modo creativo e non passivo. Non c’è, infatti, uno che conduca per mano: “L’alunno fiorisce e fruttifica per le forze intrinseche al suo stesso essere. L’ educatore non perde in nessun momento la qualità di discente: docendo discitur. È uno dei partecipanti”[4]. E ancora: “Nasceva un metodo e questo metodo procedeva in due direzioni. La prima consisteva nell’incontro con le persone singole: approfondire la visione, l’elaborazione, l’esperienza personale. La seconda si svolgeva in gruppo…Tra le diverse forme possibili di riunione, la più indicata era questa: individuato il tema di interesse comune, chiedere e lasciar parlare, l’una dopo l’altra, le persone. Ognuno parlava sul problema scelto insieme, secondo l’ordine del giro. Questo perché potessero parlare anche le donne, i vecchi e i bambini, gente che di solito tace. Quando tutti si erano espressi, qualcuno chiedeva la parola, per ribadire un concetto o discutere quello degli altri; e poi, nella terza fase, approfondita la discussione generale, il coordinatore cercava di trovare i punti accettati da tutti…tutti potevano sperimentare che insieme si possono meglio verificare i propri pensieri”[5].

Ha fiducia nei “piccoli”, Danilo Dolci, nella loro energia e nella loro terra:

Questa terra è come una delle tante sue

bambine bellissime nei vicoli dei suoi paesi,

bellissime spesso sotto le croste,

i capelli scarmigliati, nei cenci sbrindellati;

e già si intravede come, crescendo lei bene,

tra anni quel volto potrebbe essere intelligente,

nobilmente vivo; ma pure si intravede come,

in altre condizioni, quel volto potrebbe

rinchiudersi patito e quasi incattivito.[6]

Bisogna, dunque, conoscere quelle storie di vita, ascoltare quelle voci, quelle testimonianze, quei bisogni: da lì inizia il lavoro di maieutica reciproca, la comunicazione che porta frutto: “La comunicazione è un complesso processo in cui due o più sistemi di osservazione-esperienza in ricerca, nel confronto, riescono ad integrarsi superandosi”[7].

Questo tipo di educazione, che Dolci chiama anche autoanalisi popolare, trasforma il contesto in cui si pratica, perché, come si è visto, ha ricadute sull’intera società.

Fra le strategie comunicative formative, insieme con digiuni e sciopero alla rovescia, c’è la poesia e la radio.

La poesia contiene in sé una “visione alternativa avanzata”; essa è “possibilità di vedere ogni volta in un volto, in un determinato volto, oltre quel volto: cogliendo in esso la parabola che rivela oltre di sé”[8]. Insomma, essa è lo strumento per intravedere la possibilità di un mondo diverso.

Nel marzo del 1970 nasce Radio Libera Partinico, breve ma significativa esperienza di “controinformazione”, che, alcuni anni dopo, sarà ripresa da Radio Aut di Peppino Impastato.

Questo “Gandhi italiano” organizza anche proteste antimafia e marce per la pace: “Per la Sicilia occidentale e per il nuovo mondo” (’67), e, nello stesso anno, “Per la pace nel Vietnam”; si mobiliterà, l’anno successivo, per il soccorso immediato ai terremotati del Belice.

Il pensiero, in Danilo Dolci, si trasforma sempre in azione, guidata dall’amore per l’umanità e dalla fede nella nonviolenza. L’ amore muove tutta l’azione educativa, quell’intelligenza del cuore che sa “sognare gli altri come ora non sono”, ed è cosa indispensabile, perché “ciascuno cresce solo se sognato”[9].

Si tratta, quindi, di costruire una nuova storia, con nuovi metodi, che salvi l’umanità: “Io non so se gli uomini decideranno di sopravvivere o di suicidarsi; ma mi è certo che se decideranno di sopravvivere, saranno costretti a inventare una nuova cultura, una nuova morale, una nuova organizzazione, e questa dovrà essere non violenta”[10].

Parole non solo sapienti, ma anche di stringente attualità.

 

[1] Danilo Dolci, Creatura di creature-Poesie 1948-1978, Armando editore,1986, p. 3, p. 5    

[2] Verso un mondo nuovo, in Conversazioni con Danilo Dolci, a cura di G. Spagnoletti, Mesogea, Messina 2013, p. 20

[3] Caterina Benelli, Danilo Dolci tra maieutica ed emancipazione, Edizioni ETS, Pisa 2015, p.104, p. 124

[4] Danilo Dolci, Gente semplice, La Nuova Italia, Firenze1988, pp. X-XI

[5] Giacinto Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, Mondadori, Milano 1977, pp.132-137

[6] Danilo Dolci, Spreco. Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale, Einaudi, Torino 1960, p. 18

[7] Danilo Dolci, Nessi tra esperienza e politica, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 1993, p.95

[8] Giacinto Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, Mesogea, Messina 2013, pp. 150-151

[9] Danilo Dolci, Il limone lunare, Laterza, Bari 1972

[10] Giacinto Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, Mesogea, Messina 2013, p. 160