Articoli Scientifici

Il rapporto con i fondatori – Marco Grignani

Riflessioni a margine della presentazione del libro di Francesco Scotti: “Nascita ed evoluzione di una psichiatria di comunità in Umbria”

Marco Grignani

Abstract

Si vuole qui sottolineare brevemente la necessità del rapporto con i fondatori e con la storia della fondazione. Il tema viene trattato a partire da due vertici: il primo recupera la storia di Enea, nell’epica narrata da Virgilio, quale fondatore di Lavinio e, tramite i suoi epigoni, della città di Roma; il secondo si riferisce alla teorizzazione di Kaёs riguardo la perdita dei fondatori. In entrambe le versioni il mito fondativo lascia tracce e deve essere portato alla luce con opportune considerazioni ed elaborazioni che costituiscono parte integrante del lavoro di riflessione del Servizio pubblico.

 

Nessuna cosa muore che in me non viva

(da “Seme” in “Oboe Sommerso” 1932. S. Quasimodo)

Questo verso di Quasimodo può bene rappresentare, nel suo ermetismo, la vicenda sulla quale mi accingo a parlare: se manteniamo attivo il pensiero su un determinato argomento, questo argomento non morirà, anzi verrà vivificato. Sono da leggere in questo senso i due ponderosi volumi di Francesco Scotti sui primi quarant’anni di vita della psichiatria umbra post-manicomiale; abbiamo modo così di rivivere e riflettere su quello che ha significato il passato e su come questo si possa inserire nella vita presente e futura dei Servizi. I tomi suscitano moltissime riflessioni in varie e diverse direzioni. In particolare mi vorrei soffermare qui su un punto specifico, quello della relazione con i fondatori.

Questo testo tratta di storia, propone un’ampia documentazione e contemporaneamente parla della vita degli operatori ed infine è anche una forma di autobiografia. Si può considerare un compendio di una serie di funzioni fondative, e di trasmissione della tradizione che devono essere prese in considerazione ed esaminate con attenzione. Mi sembra che siano proprio quelli elencati sopra alcuni degli elementi chiave che contribuiscono alla fondazione di un gruppo di lavoro. Non ci si può soffermare soltanto sulla parte documentale, ma è necessario rivolgersi anche ad altri forme, quelle appunto dell’aspetto narrativo della storia, della descrizione delle varie componenti di questo sviluppo ed infine non si può non tenere conto del punto di vista di chi narra. Se ci approcciamo in questo modo allo sviluppo del movimento psichiatrico umbro, emerge che i primi tempi della vita della psichiatria territoriale possono essere assimilati ad un mito delle origini. Possiamo cioè oggi rivolgerci al passato con la consapevolezza della presenza di forti radici interne che si approfondano in una dimensione mitologica e quindi collettiva, oltre che personale, così da rendere contemporaneamente comune e individuale una storia.

La parola mito attinge alla radice indoeuropea mi- che ritroviamo anche nel sanscrito mimâti e nel greco antico μυκάομαι (entrambi esprimono l’idea di muggire o, più in generale, di emettere suono)” ed ha la caratteristica centrale di fornire una spiegazione di fenomeni (trascendentali, sociali o sacrali) di un determinato gruppo. Non credo che però si possa utilizzare questa definizione in modo rigido, non si può prendere il mito come una spiegazione dell’attualità; preferisco riferirmi alla posizione di Lentano (2017), intendendolo come una forma viva di narrazione, che non raggiunge mai la configurazione definitiva e che vive nella sua infinita possibilità di generare variazioni in continua modificazione, capace di evolversi, trasformarsi e arricchirsi. Il mito è quindi un processo attivo ed ogni volta che viene raccontato si accresce di nuove armonie e melodie.

Così mi viene quasi spontaneo fare riferimento al mito di Enea, comprimario nell’Iliade e protagonista nell’Eneide, che rappresenta il personaggio che più ha incarnato la continuità nello sviluppo mitologico della fondazione della grande civiltà romana, almeno così come è stato cantato da Virgilio.

Ripercorrerò rapidamente le vicende dell’Eroe (Virgilio, Guidorizzi, 2020). Nel momento della decisione di fuggire da Troia, Enea si preoccupa di portare con sé elementi importanti della sua vita precedente, che ormai sembra perduta per sempre. Raduna una parte del suo popolo, che diventerà una sorta di protagonista interno della sua vicenda, prende per mano il figlio Ascanio e si carica sulle spalle il padre Anchise, precocemente invecchiato a causa della sua storia d’amore con Afrodite. Improvvisamente si rende conto che manca qualcosa: torna nella casa avita e recupera le statuette dei penati; la creazione dei Bernini, custodita nel Museo di Villa Borghese a Roma, dimostra chiaramente l’importanza del recupero: i Penati sono nelle mani di Anchise alla sommità del gruppo marmoreo. Questo gesto guadagnerà ad Enea il favore degli dei: il rispetto e la cura della consuetudine familiare produce rispetto e cura per il soggetto che agisce secondo questo precetto.

Successivamente, nella fuga, la moglie di Enea, Creusa, scompare; ancora, Enea si muove per cercarla, in questo caso senza frutto concreto, ma la preoccupazione e la cura per chi gli sta vicino sono sempre presenti.

Dopo molte peripezie, conflitti con popoli vicini, dimostrazioni di sfiducia da parte di coloro che credeva amici, dopo la triste perdita del padre Anchise, Enea, divenuto a sua volta pater della sua gente, giunge nei pressi di Cartagine.

Qui entra nel tempio di Giunone e riconosce, insieme al fido Acate, la storia della guerra di Troia, incisa nei fregi del tempio; nota la pietà per i vinti, riconosce in qualche modo sé stesso e finalmente piange di fronte all’amico. Nel verso di Virgilio: “sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt” si trova tutto il dolore che l’Eroe prova. A Cartagine incontra ed ama Didone. Nella storia d’amore indugia a lungo fino al punto di poter pensare di concepire lì un figlio che dia continuità alla sua vita, ma si rende conto che quella non è la sua città, che quella non è la sua comunità e quindi, con grande dolore, fugge, radunando il suo vero popolo per fondare una nuova città in Italia. In questo luogo nuovo incontrerà Lavinia e da questa unione nascerà la stirpe che porterà a fondare Roma. Si potrebbe portare avanti a questo punto una riflessione sul ruolo del femminile come accoglienza, contenimento e ripresa, ma questo discorso ci porterebbe troppo fuori dagli scopi di questo scritto. Vale la pena di segnalare anche questa parte del mito come altrettanto fondativa: la presenza di un femminile è necessaria a qualsiasi creazione.

Ho volutamente segnalato solo alcuni episodi che servono in modo specifico ad illuminare il legame del gruppo con i fondatori e dei fondatori con il gruppo, perché in questo mito si possono ritrovare elementi significativi per il percorso di evoluzione di un gruppo di lavoro.

Il legame con i fondatori è innegabile. Sono loro che danno forma al gruppo, sono i registi del delicato equilibrio tra i modelli teorici e la loro declinazione metodologica, danno un’impronta significativa alle dinamiche interne al gruppo e definiscono la flessibilità dei confini con l’esterno.

Sono in sostanza i custodi del genius loci, dedicati a costituire, attraverso la promozione di sentimenti di appartenenza, scambio e partecipazione (Neri 2017), la base di una mentalità di gruppo che si potrà sviluppare nelle generazioni successive.

Enea rappresenta proprio questa figura, ma nel contempo è anche il prototipo dell’evoluzione della Storia di Troia che attraverso lui viene custodita e sviluppata in nuove forme di creazione. Nel momento di lasciare il luogo delle sue origini, da una parte porta con sé i simulacri degli antenati, dall’altra continuamente si muove per trovare una strada nuova che sviluppi i potenziali ancora presenti nel suo popolo, che necessita di nuove terre e di nuove frontiere. È proprio questo il legame che lo tiene connesso al suo gruppo di appartenenza, così come è necessaria in ogni gruppo di lavoro una connessione con i propri fondatori.

La storia è memoria ed a questa memoria è necessario rendere onore – come fa Enea, quando lascia le spoglie del padre- attraverso un continuo riferimento, in particolare sul piano della riflessione su ciò che di transgenerazionale è vivo e vivificante e su ciò che in qualche modo va rielaborato e superato. Anche Enea si trova quindi a ripercorrere le tappe della sua storia quando le vede rappresentate nel fregio del tempio di Giunone e lì avviene la presa di coscienza del trauma. Due mi appaiono gli elementi fondamentali che si possono sottolineare: il primo è la necessità di una rappresentazione esterna; così come Enea vede la propria storia inscritta in un nuovo contesto e come tale immediatamente risignificata, così noi possiamo vedere la storia del gruppo di lavoro rielaborata nella rappresentazione scritta. Abbiamo così la possibilità di mettere tra noi e il nostro vissuto una pausa, uno iato che consente la distanza necessaria alla riflessione ed all’elaborazione. Il secondo elemento è la presenza di un testimone; si introduce qui il tema del lutto della fondazione. Enea versa le sue lacrime in presenza di qualcuno che ha condiviso con lui la storia e che con lui ha vissuto le peripezie e i lutti che la traversata del Mediterraneo ha comportato. È la condivisione della narrazione e del dolore che dà la possibilità di renderli attuali, effettivi e fruibili nel momento presente. Attraverso questa esperienza, che si potrebbe definire catartica, si innesca un momento di sosta e di ponderazione che porta Enea, alla fine, a riconoscersi nel suo popolo, nonostante ciò possa provocare altri dolori ed altre perdite.

È a questo punto che ci viene in aiuto la riflessione di Kaes (2008) sul rapporto con i fondatori. Il loro lascito diviene importante perché ci collega con l’originario, con il nucleo sincretico dell’instaurazione del gruppo. Lì si trovano le energie iniziali e lì si dà la prima forma ai legami ed alla mentalità del gruppo stesso. Sono i fondatori che ne costituiscono le forme di base. Ma la loro dipartita o il loro allontanamento costituiscono l’occasione per un lavoro di ulteriore definizione del gruppo stesso. Affermano Nicolle e Kaes:

“La morte o la partenza di un fondatore costringe il gruppo ad affrontare il lavoro del lutto o della separazione, all’interno del quale si attiva il lavoro dell’originario. Chiamo lavoro dell’originario un’elaborazione che attraversa i rapporti di unione-rigetto con l’oggetto perduto” (pag.58). Si riportano di nuovo qui i due temi portanti del discorso: l’originario e l’elaborazione del lutto. Non è questa la sede per affrontare il tema dell’originario, che comunque pervade la costituzione di ogni gruppo di lavoro. Si è già detto come la presenza di un nucleo sincretico (Bleger 1967) a nostro parere (CTR2 il Borgo 2021) rappresenti il crogiuolo iniziale da cui trarre energie significative per la formazione del gruppo: è necessario slegarle dalla formazione simbiotica e riportarle all’interno del compito, investendo appunto su obbiettivi e non sulla sopravvivenza del gruppo stesso.

Si può così utilizzare nuovamente l’energia derivante dalla presenza dei fondatori per la definizione del contratto narcisistico, successivo al lavoro sull’originario. È cioè necessario elaborare una sorta di lutto che consiste nel rendere fruibili quelle porzioni di teorie, credenze, operatività e attività che possono ancora trovare posto nell’attuale e nel contempo rinunciare a ciò che invece costituisce un lacciuolo o addirittura una catena che ci incardina rigidamente nel passato.

Se tentiamo di definire in modo più preciso il contratto narcisistico, dobbiamo rifarci alla concezione della Aulagnier (1975) e considerare la nascita del narcisismo infantile all’interno di una relazione strettissima con la madre: è lei a fornire il nutrimento per la crescita fisica ed emotiva del proprio figlio. All’interno di questo legame si attua un contratto in cui madre e bambino sono uniti da una sorta di “investimento” reciproco che li tiene insieme, di cui la madre è la fonte, per la sua peculiare appartenenza ad una specifica catena transgenerazionale. In modo analogo, “la nozione di contratto narcisistico attribuisce a ciascuno un posto nel gruppo determinato e indicato dalle voci che, prima dell’apparizione del nuovo venuto, hanno tenuto un discorso conforme al mito fondatore del gruppo. Questo discorso che contiene gli ideali e i valori del gruppo e che trasmette la sua cultura, deve essere fatto proprio da ogni soggetto. È attraverso questo discorso e questo investimento narcisistico che viene a legarsi all’Antenato fondatore.” Tramite questa attività di lavoro sull’originario si evita di cadere in un “patto narcisistico” in cui prevalgono l’idealizzazione del passato e l’illusione di un gruppo mitico e perfettamente funzionante. Il gruppo potrebbe trovarsi prigioniero di aspetti irrigiditi e paralizzanti che di fatto impediscono la valutazione della realtà attuale, vissuta come persecutoria o deprimente. Questo comporterebbe di fatto un distanziamento dalle necessità attuali dei Servizi e il ricorso a modelli di intervento non aderenti alle nuove istanze dei pazienti e dell’organizzazione. Le forme difensive classiche di questa condizione cioè la totemizzazione del fondatore e l’adorazione delle reliquie (pazienti con psicopatologie classiche, luoghi storici, perfino testi) possono essere utilizzanti come blocchi paralizzanti l’evoluzione critica dei Servizi, ma anche come modalità per proteggersi da realtà distruttive e disgregative. Nel secondo caso si manifestano attraverso un esercizio del pensiero che si svolge in una narrazione che tiene conto del passato, ma che contemporaneamente utilizza in maniera creativa questa storia, la rende viva nelle attività del presente e propone un investimento in nuovi contratti narcisistici da contrarre nel futuro. Come Enea diviene capostipite della fondazione di molte città latine e di Roma stessa, così il gruppo dei fondatori può divenire capostipite di fondazioni future.

Torniamo al mito di Enea per un attimo e vediamo come la caratteristica della parte finale della sua epopea sia proprio quella di muovere guerra in modo riluttante e di cercare piuttosto alleanze per arrivare infine a commistioni. Ancora una volta ci sembra emergere un’indicazione di uso di testi di questo tipo: bisogna utilizzarlo nella forma di manuale. Bisogna cioè che i testi non vengano trattati come reliquie, ma utilizzati costantemente, giorno per giorno, consultati, consumati e soprattutto discussi all’interno dei gruppi. Si troveranno allora indicazioni ed aperture, certo non protocolli di intervento, ma possibilità e potenzialità per costruire nuove progettualità e nuovi modelli operativi, basati sulla commistione di quanto portato dalla storia con la realtà attuale.

Sitografia

(https://www.etimoitaliano.it/)

Lentano M. (2017) YouTube L’ultimo degli eroi: come Enea è diventato il capostipite dei Romani ·Università del Piemonte Orientale·12 feb

 

Bibliografia

Aulagnier P. (1970) la violenza dell’interpretazione, Roma, Borla.

Bleger J. (1993) Simbiosi e ambiguità, Loreto, Libreria Editrice Lauretana

CTR2 Il Borgo, DSM Usl Umbria1 (2021) Crescere in gruppo realtà e immaginario nelle comunità terapeutiche; in AA.VV. Gruppi che curano, gruppi che ammalano, Marino De Crescente (a cura di), Roma, Alpes.

Guidorizzi G. (2020) Enea lo straniero, Torino, Einaudi.

Kaёs R. (2004). Elementi teorici generali per costituire il legame e il soggetto del legame quali concetti pertinenti il campo della psicoanalisi PARTE PRIMA Il Soggetto del legame: aspetto teorico. Ricerca Psicoanalitica Anno XV, n. 3, pp. 261-281.)

Neri C. (2017) Gruppo, Milano, Raffaello Cortina.

Nicolle O. Kaёs R. (2008) L’istituzione in eredità Roma, Borla.

Scotti F (2021) Per una storia della riforma psichiatrica in Umbria “Nascita ed evoluzione di una psichiatria di comunità in Umbria”, vol I e II, Perugia, Morlacchi.

Marco Grignani psichiatra, membro associato SPI/IPA è attualmente il Direttore del DSM dell’Usl Umbria 1. Si è sempre dedicato alla riflessione sulle attività delle organizzazioni del Servizio Pubblico da una prospettiva psicodinamica, in particolare delle Comunità terapeutiche e delle strutture semiresidenziali. Ha svolto attività di ricerca e didattica presso l’Università di Perugia, dove è attualmente docente della scuola di specializzazione in psichiatria. È docente di varie scuole di psicoterapia.

È membro del Direttivo SIRP, del comitato di redazione della Rassegna Italiana di studi psichiatrici, coordinatore del Comitato Scientifico di Mito e Realtà. In passato è stato membro di comitati di redazione di varie altre riviste e giudice onorario presso la Corte d’Appello di Perugia sez. minori

Email: marco.grignani@live.it

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2023- ” – ISBN 978-88-8247-45x-x

Riproduzione riservata

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Barbara
Barbara
2 anni fa

Di pure al mondo quello che vuoi ma lasciaci quello che e’ nostro per diritto, soldi e sangue versato . E non scriverci un rigo.Barbara.

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