Prigioni

 di Maria Rosa Irrera

Una volta c’erano le prigioni fuori, oggi ci sono le prigioni dentro. È questa la prima immagine che sorge mentre, con la dottoressa Lisciotto, parliamo del passaggio dalla società disciplinare colta da Foucault a quella nostra della prestazione, a partire dalle righe de La società della stanchezza di Byung-Chul Han.

Certo, le prigioni-fuori continuano a esistere, ma il lavoro vero sembrano farlo le prigioni-dentro. Partiamo da considerazioni sociologiche per approdare presto a intimità psicologiche: del resto, come insegna anche Morin, la società è dentro noi non meno di quanto noi siamo dentro essa[1]. Anzi, per inciso, la separazione dei saperi è proprio una delle fonti più efficaci di quella “miracolosa” interiorizzazione della prigione di cui Pasolini vide i primissimi segni nell’Italia liberata dal Fascismo storico.

«L’identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti «moderni», dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente: ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all’edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non hai mai conosciuto»[2].

Se il carceriere è interno, pensate al gran risparmio di risorse per la società! E non possiamo nemmeno dire che, come nella prima metà del secolo scorso, il carceriere interno si chiami Super-io: là c’era un agonismo tra dovere e piacere, una tensione dinamica tra il trat-tenere della regola e la rottura trasgressiva imbrigliata nel sintomo isterico: un conflitto, appunto, impregnato di dolore per lo più e non a caso femminile, muto fino all’ascolto rivoluzionario di un uomo.

Oggi, sembra di avere più a che fare con un io gonfio fluido che si dimena disperato e goffo tra il dovere di piacere e del piacere, una “libertà” che scappa come la pipì e «l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui «deve» obbedire, a patto di sentirsi diverso»[3].

Senza un’infrastruttura identitaria in grado di sostenere la responsabilità vitale del proprio divenire desiderante, in grado di esprimere un “nuovo” (psichico, culturale, politico…) che non venga cronicamente divorato nell’ineludibile liturgia del consumo. Essa schiaccia il presente nella proiezione ansiogena del futuro e il futuro nell’implosione nichilistica del presente.

Non dimenticherò mai la scena di una mamma di una ricchissima famiglia che, quando voleva punire la figlioletta colpevole di ideare giochi fantastici e forse un po’ “plebei” (tipo fare costumi da bagno per le bambole con i cerotti), le urlava imperiosa: “Vai in piscina!”.

Che forme impreviste, bagnate di lusso, possono prendere le prigioni! Che volto persecutorio può assumere il piacere (o, meglio, quel che resta di esso)!

Un’altra forma interessante di prigione sono quelle conformistiche paroline magiche del politicamente corretto, intorno a cui si raggrumano finte battaglie retoriche (propinate anche ai più piccoli) che assicurano l’impossibilità di una battaglia vera. I cattivi tutti di qua, per favore. Le mode del dolore che impediscono di pensare alla gestione creativa e condivisa della conflittualità psicologica, sociale, politica.

Nonostante questo, anzi forse proprio per tutto questo, quando i giovanissimi ti aprono i loro cancelli, come hanno fatto venerdì i tirocinanti del Vicolo Cicala, ecco che i dubbi, il senso di impotenza, la pressione della prestazione e i tarli della sfiducia nel momento stesso in cui divengono comunicabili iniziano a dare qualche colpetto alla cornice consumistica in cui anche il tempo della formazione è inserito (un accumulo di qualcosa- in questo caso ore di tirocinio- per diventare qualcuno)…

Dentro la cornice, credo, il dovere-diritto di ri-significare soggettività svuotate dall’accumulo, le nostre e quelle dei pazienti. E il rischio di confondere la semplicità dell’essere con un accumulo specialistico.

[1] Cfr. E. Morin, Lezioni messinesi, a cura di A. Anselmo e G. Gembillo, Armando Siciliano, Messina 2006, p. 20: «La società si trova all’interno dell’individuo come l’individuo si trova all’interno della società».

[2] P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 2010, p. 46.

[3] Ivi, p. 60.