Articoli Scientifici

Processo di soggettivazione in un gruppo di separati/divorziati

di Lionello Petruccioli[1]; Melania Bonello[2];Franca Aceti[3]

Abstract

In questo lavoro descriviamo l’evoluzione di un gruppo terapeutico di separati e divorziati. Il gruppo si configura come un gruppo speciale e semi aperto. Speciale perché è costituito essenzialmente da soggetti separati o divorziati. Semiaperto perché esso ha la durata di un anno, ma i componenti hanno la possibilità di rinnovare il loro impegno per gli anni successivi.

La sfida che abbiamo accettato nel nostro lavoro con soggetti che vivono o hanno vissuto un evento di separazione ma che continuano a muoversi in un contesto poco definito di sé, è stato quello di promuovere la riattivazione di un processo di soggettivazione che abbiamo considerato bloccato o inibito. Descriviamo il lavoro che ha visto Il gruppo passare attraversiamo diverse fasi, che sono descritte in dettaglio utilizzando i sogni del gruppo, cercando di analizzare il processo di soggettivazione del gruppo e dei suoi componenti.

Introduzione

Il legame coniugale è stato molto studiamo da molti autori in passato, da Diks a Kenrberg, a Mitchel, Cigoli, Zavattini, etc, senza contare Freud stesso quando scriveva del legame amoroso, e che considerava i poeti più esperti di qualsiasi psicoanalista.

Nella nostra esperienza di valutazione di coppie con figli problematici o presunti tali, o coppie separate in profondo conflitto, abbiamo avuto modo di descrivere la presenza di una caratteristica di personalità di tipo narcisistico (Aceti, Petruccioli et al. 2006).

La clinica ci insegna che spesso i legami di coppia si sono instaurati e prolungati dall’adolescenza oppure dall’adolescenza hanno trovato energia e sostanza. Ma nello stesso tempo essi hanno impedito il naturale progredire del processo di sviluppo, che è propedeutico a qualsiasi rapporto con l’altro adulto, in un incontro che è fatto non più dalla comprensione ma dal confronto: “la parola confronto è usata qui a significare che una persona che è diventata adulta sta lì e rivendica il diritto di avere un punto di vista personale che può avere l’appoggio di altre persone adulte” (Winnicott 1971). Durante la separazione coniugale, ritornando spesso a casa dei propri genitori si ritorna ad un momento di dipendenza dal quale si credeva di essersi affrancati: l’individuo sperimenta una sorta di regressione, ad un periodo in cui la propria identità era incerta. L’attenzione a lavorare tenendo a mente il concetto di soggettivazione nasce dal fatto che proprio gli aspetti di personalità dei pazienti coinvolti, hanno radici in una adolescenza che è come non sia mai passata e che i legami tra coniugi si siano instaurati proprio su modelli adolescenziali. In altre parole il processo di soggettivazione inteso secondo i paradigmi della psicoanalisi francese ed italiana è compito centrale del lavoro dell’adolescente, ma è come non abbia potuto dispiegarsi completamente. (Novelletto, 2009), (Petruccioli, 2006).

Spesso in queste situazioni è presente anche un certo sentimento depressivo (Aceti, Petruccioli, et al. 2007).

In questo contesto abbiamo considerato l’evento separazione come una possibilità di intervento terapeutico: in fondo Fedida (2002) parlava della depressione come di un tentativo di “rianimazione del sé”, come di una possibilità di “sentirsi ancora vivi” e di uscirne.

In sintesi spesso e specialmente in quei casi dove il legame matrimoniale era stato una fuga in avanti verso l’assunzione di una identità fittizia, ci si ritrova che “la fine rimanda al principio, vale a dire a ciò che al legame era affidato in termini di soddisfazione, di bisogni, attesa, definizione e perfezionamento di sé, appartenenze famigliari e sociali. “(Cigoli, 1998).

Paradossalmente la separazione coniugale può essere quindi considerata una occasione di cambiamento: di tornare là dove tutto è cominciato, come diceva Cigoli, per correggerlo.

Il motivo che ci ha fatto scegliere di attivare dei gruppi analitici è stato fondamentalmente quello di ottimizzazione le risorse, cioè la possibilità di offrire un intervento psicoterapeutico a più persone, dal momento che le risorse umane sono sempre scarse.

La scelta dell’uso del gruppo quindi oltre a avere un significato economico, nel senso di poter di trattare molte persone, ha avuto però anche un altro significato, perché, appartenere ad un gruppo analitico significa l’inizio di un lavoro di ridefinizione identitaria (soggettivazione). Più precisamente rappresenta l’inizio di un processo che va in direzione opposta alla strada di solitudine e ripiegamento su di sé verso cui la persona si era precedentemente indirizzata, o verso cui era stata spinta. (Neri, 2021).

Inoltre sappiamo che l’uomo è una sorta di animale sociale e che tende a stare in gruppo. Il gruppo esiste anche nella psiche. Il Sé si struttura in relazione con l’altro (Garland 2010). Il gruppo primo è quello famigliare, e la rottura del rapporto coniugale rompe anche i legami e le relazioni con i figli così come erano prima.

Il gruppo che abbiamo promosso si configura come un gruppo semi-aperto. Esso ha la durata di un anno, ma i componenti hanno la possibilità di rinnovare il loro impegno per l’anno successivo. I componenti che decidono concludere la loro esperienza, sono sostituiti da altri in modo che il gruppo possa avere più o meno lo stesso numero di partecipanti (tra gli 8/10). In questo senso il gruppo è senza fine ma i componenti cambiano. Gli incontri hanno una cadenza settimanale ed ogni incontro ha la durata di 90 minuti. È condotto da una coppia di terapeuti: un uomo ed una donna.

Inoltre è da sottolineare che la composizione del gruppo è essenzialmente formata da persone, sia maschi che femmine, i quali stanno vivendo situazioni di separazione o divorzio. La loro età è varia, ma si aggira tra i 30 e 50 anni.

Il gruppo, nel corso di questi anni è stato sottoposto a dei cambiamenti. L’inserimento e l’uscita di componenti del gruppo è certamente il primo, ma ce ne sono stati altri. Per due volte un membro della coppia dei conduttori ha dovuto lasciare il gruppo, e a seguito di un trasloco, si sono cambiate le stanze dove il gruppo si riuniva.

In questa esperienza abbiamo verificato che: il gruppo è una totalità, un tutto in cui le persone tuttavia conservano le proprie prerogative, Il gruppo come un tutto non è un modo di dire, è un organismo vivente, a prescindere dagli individui che lo compongono. Esso ha umori e reazioni, uno spirito una atmosfera, un clima. (Foulkes, 1948). Ma è anche vero che l’analista è parte del gruppo, è più un facilitatore che un vero e proprio conduttore. Tutti i componenti di un gruppo hanno una pariteticità anche il conduttore è sullo stesso piano.

Ma è altrettanto vero che non si può fare a meno di considerare anche la possibilità che nel gruppo si possano instaurare dinamiche che hanno a che vedere con i concetti di “assunti di base”. In ogni caso il facilitatore si trova in una condizione complessa in cui è coinvolto nel gruppo e nello stesso tempo fuori, esso guarda il gruppo in toto e i componenti singolarmente. Un lavoro che ci ha messo alla prova e che si è andato affinando è strutturando nel tempo.

Il gruppo si costituisce come uno spazio psichico, un contenitore di pensieri personali che diviene pensiero comune: uno spazio officina di lavoro di pensiero. Uno spazio anche protetto da una sorta di “pelle psichica” in cui si sviluppa “una cultura, un Ethos che hanno significative differenze rispetto a quelli che solitamente sono dominanti nella vita sociale o professionale (Garland 2010).

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In questo lavoro intendiamo descrivere il cambiamento dell’atteggiamento della conduzione: infatti da una grande attenzione iniziale agli aspetti narcisistici del legame coniugale, si è passati ad un lavoro inteso alla promozione del processo di soggettivazione. Tutto questo è stato un cambiamento progressivo che intendiamo percorrere in questo lavoro guidati soprattutto dai sogni del gruppo.

Prima fase del gruppo

Con queste idee abbiamo iniziato quindi il nostro gruppo terapeutico, e l’ipotesi della prevalenza di una struttura di personalità di tipo narcisistico dei partecipanti al gruppo sembrava confermata

Emergeva che in genere le scelte matrimoniali, per quanto era stato possibile analizzare, erano scelte in cui l’altro era una immagine di sé.

Forse due sogni di esempio possono essere utili come flash per capire la situazione; una paziente racconta:

ho sognato che stavo parlando con una mia cognata che è sempre stata molto critica nei miei confronti e che mi diceva che avevo fatto tutto per riconquistare mio marito o per tenere insieme la famiglia, ma che per fare di più dovevo essere divina.

Le associazioni del gruppo hanno mostrato come ci fosse un rammarico del non essere divina: una ferita narcisistica alla sua onnipotenza. La sensazione che ci si ritrovasse nell’area narcisistica era rinforzato dal fatto che un altro componente del gruppo associava immediatamente un suo sogno in cui vedeva una donna per lui estremamente attraente e, mano a mano che si avvicinava, si accorgeva che era lui stesso. Va da sé che immediatamente nel gruppo si è evocata la figura di Narciso.

In linea di massima, quindi, il legame che sembra aver informato generalmente il matrimonio sembra essere stato di natura narcisistica e sembra andare in crisi quando l’altro non risponde più secondo la norma; cioè non viene accettata una elasticità tipica di qualsiasi rapporto coniugale.

Per un certo periodo il gruppo aveva lavorato tenendo a mente questi elementi della personalità fin quando una componente del gruppo raccontò che in prossimità delle vacanze estive il suo capo, salutandola poco prima delle ferie, le disse:

“allora buone vacanze, e… Mi raccomando… ritorni più donna!!”

La paziente riportando questo episodio si chiedeva e chiedeva a tutto il gruppo cosa quell’uomo avesse mai voluto dire. Lei che era stata sposata, con dei figli, con delle altre relazioni sentimentali…. Insomma “ritorni più donna…”. La domanda che si poneva al gruppo era: “che significava allora essere donna.” Una risposta che va cercata oltre un’identità di genere, oltre la sessualità, ma come essenza di sé come se attenesse al sé Soggettivo, cioè ad una consapevolezza di sé come soggetto donna.

Da quel punto abbiamo cominciato a porre la nostra attenzione al processo di soggettivazione dei componenti del gruppo e del gruppo stesso, senza certo perdere di vista né il tema del narcisismo né gli aspetti depressivi o di qualsiasi altra natura.

Seconda Fase del gruppo

Dopo qualche tempo nel gruppo compare un sogno:

Sono in un palazzo e ad ogni piano ci sono delle piscine. Non trovo mai una piscina adeguata a me per entrare a fare il bagno, ora una ha una cosa ora l’altra ne ha un’altra. Ci sono un paio di persone che nuotano, ma non capisco se sono uomo o donna.

Scendo tutti i piani senza trovare, quindi, la piscina giusta, sono amareggiata. Al piano terra trovo un supermercato e prendo delle cose da mangiare.

Questo sogno sembra avere delle componenti relative all’ identità sessuale, infatti non si capisce se chi nuota è uomo o donna, tanto che la sognatrice trova consolazione dalla frustrazione nella soddisfazione orale.

Esso però, ci è parso in linea con una sensazione di sé come soggetto soggettivo ancora tutta da costruire: non si sa in che acqua bagnarsi. Sembra come se l’acqua rappresentasse un battesimo in cui simbolicamente scegliendo il nome si dà una identità, ed una veste che assegna il soggetto ad una comunità[4].  Fino a quel momento è come se il soggetto non avesse scelto, tanto da trovarsi in un “limbo”. Nel sogno la sognatrice non sa bene chi era; essere uomo o donna? e se si è donna ritorna la domanda di qualche tempo prima: “ritorni più donna…. Che cosa avrà voluto dire?”. Quindi, anche nel sogno come nella vita, la “donnità” va chiarita ed assunta come propria.

Alla fine, quindi, non ci potrà mai essere una piscina giusta se non si assume se stessi come scelta.

Kierkegard ricorda che è solo nella scelta esistenziale, nello scegliere sé stessi, che gli uomini e le donne possono trasformare la propria contingenza in destino. Se falliscono in ciò, altri sceglieranno per loro.

In questo caso tutte le scelte fatte da altri diverranno così revocabili e, a tempo debito, saranno ripudiate.

Con queste riflessioni possiamo andare a vedere un altro sogno che compare successivamente:

 Mi sogno ‘sta bionda che aveva il suo corpo…… come una Escort?? aggraziata, io ci stavo cascando. Vado a spogliarla e aveva un clitoride grande, come un pisellino di un bambino di due anni. Allora nel sogno mi ritraggo … era brutta da vedere, mi faceva schifo. Poi nel sogno si avvicina un terzo soggetto, un maschio. Noncurante di questo clitoride grande, del mostruoso genitale, si abbassa, io mi dico ma che fa? ‘sto schifo, lui va più giù e trova un normale genitale femminile. tutti e due i genitali erano brutti, sensazione brutta, di schifo. Il viso era aggraziato

Posso dire l’altro sogno? Io ero un po’ più giovane di oggi, c’era una donna, un’amica… un’immagine, una donna di spalle, per niente sessuata. Era una mia amica, con cui stavo davvero bene, con mia moglie non ci sono mai stato bene, tutti e due seduti a terra di spalle, io a destra lei a sinistra, forse le poggio una mano sulla spalla 

Insomma il non sapere “chi si è” sembra ancora in primo piano. In questo caso l’incertezza di identità sessuale sembra risolta attraverso una indifferenziazione, si è sia maschio che femmina nella rappresentazione onirica di un ermafrodito. Il sogno evoca anche ansie di tipo omosessuale e le considerazioni delle componenti narcisistiche non possono essere sottovalutate, ma, a questo punto della nostra esperienza non possiamo non porre l’accento sulla mancata assunzione di sé come soggetto sessuato, cioè con una identità sessuale accettata, e fatta propria.

Tutto il gruppo lavora quindi intorno a questo tema relativo alla propria soggettivazione e a quella dei suoi componenti e in questo quadro compare un altro sogno:

Sto con mia figlia davanti ad un negozio di scarpe, mia figlia entra e si compra delle scarpe particolari, molto sexy anzi forse addirittura di tipo erotico. Io sono sconcertata, vorrei entrare ed impedirle di comprarle, ma lei (il terapeuta) mi tranquillizza e mi dice che andava bene così.

Il sogno rappresenta bene che questa donna non ha potuto sperimentarsi come soggetto sessuato e provocante. Ora la terapia le consente di poterlo fare autorizzandola (sé-figlia) ad accedere a quelle scarpe e quindi alla sua dimensione sessuale. La terapia le sta consentendo di operare una defusione tra sé e la figlia reale che tanti problemi ha creato ad entrambi.

È chiaro che accanto a queste interpretazioni che possono essere parziali e vaghe, probabilmente e necessariamente in questo contesto, c’è la persona che le sogna e il gruppo che stimola il sogno.

I soggetti che sognano sono certamente poco definiti e alla ricerca di qualcuno che dica loro chi sono, un po’ come sono i cuccioli che cercano un padrone. In questo senso non sono padroni di sé. È ovvio che tutto il gruppo si identifica con questo stato d’animo si rispecchia con queste situazioni ne quindi, tutto il gruppo sta operando una maggiore definizione di sé, basandosi sia sulle analogie, sia, e forse soprattutto, sulle differenze dei componenti del gruppo.

Quando si sceglie se stessi come uomini di una particolare vocazione (Weber) si sceglie se stessi nella differenza e la scelta è irrevocabile. È attraverso la scelta che si diviene ciò che si è: si acquista una identità soggettiva. (Heller 1990).

Terza fase del gruppo

Il nostro lavoro di riflessione sul paziente stesso come soggetto porta, piano piano e direi dolorosamente a contattare le parti di sé scisse nel tentativo di significarle e di reintegrarle.

Ed ancora un sogno di un paziente, che settimane prima aveva l’idea di aver delegato ad altri la sua funzione di padre, come se non avesse avuto nessuno che lo autorizzasse a farlo sebbene avesse due figli.

Io ho sognato, non so se è un sogno o un incubo: Cristiana[5] aveva cambiato casa, viveva in un’altra zona. Mi ritrovavo lì…. Mi ritrovavo in uno scantinato, una cantina che aveva questo buco……entrare lì dentro… e il panico di non riuscire a uscire… un’angoscia terribile.

Questo sogno rappresenta bene una sensazione che lui e il gruppo si trovano ad affrontare: trovarsi in un vicolo cieco, in un cunicolo buio da cui è necessario uscire. Una sorta di cunicolo-canale cervicale che evoca una nascita: la nascita di un vero sé.

Da lì a poco racconta di aver lasciato la sua amante che aveva dal tempo della separazione, perché sentiva che era una relazione che non portava niente per lui, anzi lo bloccava. Quello che lo interessava di più era sé stesso bambino, dimenticato dai suoi genitori che avevano sei figli, sé stesso che a sei anni ha vissuto il dramma di un tentato suicidio del padre, rappresentando l’interesse di fare un legame tra quel sé stesso e quello di oggi, legame foriero di una risignificazione della propria esperienza di vita nell’ottica di una soggettivazione dell’esperienza.

Ecco quindi una esperienza raccontata da un altro membro del gruppo:

Giulia racconta della sensazione dolorosa provata il giorno prima, in cui in attesa per una visita ginecologica di controllo, si è trovata a piangere su una panchina pensando a sé stessa e scoprendo il vero motivo per cui sta facendo terapia. Sentirsi espropriata di sé come donna, non aver potuto accettare la sua femminilità totalmente, e le angosce della finitezza della vita; le angosce di morte.

Ecco, sembra che, in questa confessione, la dimensione di donna che rivendicava un riconoscimento nella prima parte del nostro lavoro di gruppo, trova soddisfazione: essa rivendica il suo posto di soggetto che seppure dolorosamente trova e crea una parte di sé che era stata per troppi anni tenuta lontana, scissa e negata. Questa scoperta apre la strada ad altri interrogativi sulle angosce di morte e sul senso della vita.

Conclusioni

La sfida che abbiamo accettato nel nostro lavoro con soggetti che vivono o hanno vissuto un evento di separazione ma che continuano a muoversi in un contesto poco definito di sé, è stato quello di promuovere la riattivazione di un processo di soggettivazione che abbiamo considerato bloccato o inibito.

Se è vero che proprio nella relazione con gli altri è possibile soggettivarsi e “...il processo di soggettivazione può prodursi solo in uno spazio intersoggettivo, l’artefatto del gruppo a setting psicoanalitico è particolarmente appropriato ad aprire un campo di analisi dei rapporti tra lo spazio intrapsichico e gli spazi del legame intersoggettivo e quello degli insiemi transpsichici”. (Kaës 2006)

Il gruppo diventa un “soggetto” del campo dell’analisi nel duplice senso: di essere soggetto ai cambiamenti intrapsichici operati dai componenti del gruppo, nonché ai cambi dei conduttori e delle stanze di terapia, etc, ma di essere, nello stesso tempo, un soggetto capace di una continuità  e costanza di sé, testimoniando che forma passiva dell’essere influenzati non può essere disgiunta dalla sua forma attiva dell’influenzare, così si avvia un processo di negoziazione in continua oscillazione tra il bisogno di riconoscersi come soggetto e la necessità di riconoscere la soggettività dell’altro, rimanendo comunque fedeli a se stessi. Il gruppo impone una relazione tra il sé, l’altro e la visione che l’altro ha del sé, e riesce a creare e a sostenere la dialettica della differenza e non corre il rischio di trasformarsi regressivamente e negativamente in un oggetto soggettivo o in un oggetto-Sé.

Il gruppo intreccia l’intrapsichico con l’inter-relazionale come la trama con l’ordito, creando una tela utilizzabile per tratteggiare l’autoritratto di ciascuno, ma anche del gruppo stesso, così come si manifesta, nel tempo, nei suoi continui cambiamenti. In questo modo si configura uno spazio tridimensionale dinamicamente intrecciato. Il lavoro di soggettivazione del gruppo è funzionale e propedeutico al processo di soggettivazione dei membri che procedendo cambia il profilo del gruppo che deve a sua volta riassestarsi ad un altro livello. Il gruppo sembra essere sede del “già detto” che ci precede sempre e anche delle scelte creative dei membri che lo trasformano in continuazione, ma che nella sua stessa trasformazione trasforma i membri in un perenne movimento che è funzione del processo di soggettivazione, per tutto il ciclo della vita.

In definitiva anche nella gruppo-analisi la cura analitica che tiene conto del processo di soggettivazione, è in grado di offrire al soggetto, tramite un “Io” più disposto all’accesso all’Es, meno schiacciato dal Super-Io, uno spazio di apertura a sé stesso e al mondo, per cui la relazione tra il soggetto e l’altro ha una funzione soggettivante. Questo significa far emergere alla coscienza elementi preconsci, soggetti o meno alla rimozione, oppure prendere coscienza di un qualche elemento fino a quel momento escluso dalla coscientizzazione (Cahn, 2000).

La ripresa del processo di soggettivazione che, con il nostro intervento psicoterapeutico, promuoviamo, costituisce, da questo punto di vista, il cardine delle rappresentazioni interne cui l’adulto si rifà in un continuo gioco di ingaggio e separazione dalla relazione, di prossimità e allontanamento o di intimità e intrusione nel gioco reciproco di proiezione e introiezione con l’altro, anzi con più di un altro. (Rusczynski, Fisher, 1995).

È attraverso questa dinamica continua di proiezioni, esternalizzazioni e reintroiezioni che dialetticamente ci si differenzia dall’altro e nello stesso tempi ci si ritrova come soggetto: Si diviene ciò che si è. Se differenziamo noi stessi, muovendo dalla prospettiva di certe esperienze con l’altro, attraverso le esperienze soggettive, la nostra autoriflessione sarà caratterizzata da una mescolanza di elementi a posteriori e di elementi a priori. Il , a questo punto è sia sottoposto e sia creato da questa riflessione (Heller, 1990).

In conclusione ci sembra di poter dire che, nel momento in cui si è affrontata la terapia gruppo analitica con l’idea della soggettivazione ci è sembrato che si dinamizzassero le relazioni e che tutte acquisissero un significato particolare, soprattutto per l’enfasi data al processo, in cui il coinvolgimento consapevole dei conduttori è stato un valore aggiunto all’economia del gruppo (Foulkes, 1967).

Alla fine possiamo dire:

  • La dimensione gruppale viene a soddisfare il bisogno di appartenenza, riducendo il senso di isolamento, seguente alla perdita di una struttura famigliare e, nello stesso modo, consente il contenimento di emozioni forti, limitando l’espressione della rabbia attraverso l’acting out come difesa della propria vulnerabilità
  • La dimensione gruppale come rappresentazione del “gruppo famiglia” consente più facilmente di accogliere ed elaborare un “movimento regressivo” e la dipendenza esperita da coniugi separati che nel cambiamento di status assumono nuovamente il ruolo di figlio/a rispetto alla loro famiglia di origine sperimentando una sorta di opacamente della propria funzione genitoriale.
  • La dimensione gruppale promuove un processo di reintegrazione delle parti scisse del sé, in virtù della elaborazione nel contesto relazionale del gruppo.
  • La dimensione gruppale consente più facilmente una rapida messa in gioco delle dinamiche famigliari, attraverso le prioezioni sui componenti del gruppo (rappresentanti delle figure interne), il rispecchiamento reciproco, l’assunzione di ruolo, nella relazione tra i vari componenti.

Bibliografia

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ACETI F.; PETRUCCIOLI L. ET ALII. Comunicazione al convegno “Ansia e Disturbi d’Ansia. Valutazione e trattamento”, Roma 6-7 giugno 2007, Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica, Università degli studi di Roma “La Sapienza”, con la relazione “L’ansia di Essere Sé Stessi: Identità e Legame”.

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Note sugli autori 

Franca Aceti. psichitara, professore ordinario Presso il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Roma La sapienza. Fondatrice e responsabile nei primi anni 2000 dell’UOS Igiene Mentale delle Relazioni Affettive e del Post Partum. Poi si è particolarmente dedicata alle problematiche della Depressione Post Partum, dove dirige l’Unità di Igiene Mentale e Relazioni affettive nel Post Partum, centro di riferimento per il centro sud d’Italia.

Lionello Petruccioli, Medico specialista in psicologia clinica, con un Master presso la Tavistock Clinic di Londra. e psicoterapeuta dell’adolescenza e del giovane adulto (ARPAD). Collaboratore e negli anni 2000 dell’UOS Igiene Mentale delle Relazioni Affettive e del Post Partum. Fondatore poi dell’associazione che si occupa proprio delle problematiche relative alla conflittualità di coppia e della famiglia, IRLAS (Istituto per le Relazioni e I legami Affettivi e Sociali).

Melania Bonello, Psicologa, Specialista in psicologia clinica. Collaboratrice anche lei gli anni 2000 dell’UOS Igiene Mentale delle Relazioni Affettive e del Post Partum dell’Uninìversità di Rom. Trasferitasi poi ad Alcamo e ha continuato l’esperienza professionale nel capo delle relazioni affettive famigliari con l’associazione APRE (Associazioni Psicologi in Rete).

 

[1] Istituto per le Relazioni e Legami Affettivi e Sociali APS (I.R.L.A.S.)

[2] Associazione Psicologi in Rete APRE (Alcamo)

[3] docente di psichiatria dipartimento di Neuroscienze Umane “Università di Roma La Sapienza “

[4] Secondo la dottrina Cattolica, “mediante il Battesimo diventiamo membri di Cristo; siamo Incorporati alla chiesa e resi partecipi della sua missione.” “…significa e realizza la nascita dall’acqua e dallo Spirito Santo”.

[5] La madre dei sui figli da cui si separò anni prima

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2023- ” – ISBN 978-88-8247-45x-x

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