Recensione del volume “Rotture evolutive” di Anna Maria Nicolò
Pubblichiamo questa recensione per gentile concessione della dott.ssa Diana Norsa, che presto uscira’ nella rivista “Interazioni”.
Recensione di Diana Norsa
“Rotture Evolutive”
Autore: Anna Maria Nicolò
Editore: Raffaello Cortina
“Rotture evolutive” è un testo che mancava nel panorama nazionale, ma direi anche internazionale, riguardo al trattamento psicoanalitico degli adolescenti, perché fa il punto di quella che è stata la grande rivoluzione della teoria della tecnica psicoanalitica che è iniziata negli anni settanta e ottanta, ed è ancora in atto. Si tratta di una evoluzione del metodo psicoanalitico che, a partire dai pazienti gravi e dagli adolescenti a rischio psicotico, ha avuto l’effetto di modificare profondamente l’approccio clinico ai pazienti in genere. Ovviamente questo implica una ridefinizione dei modelli teorici, tema a cui Anna Nicolò è molto attenta, offrendo così un testo ricco, da studiare e discutere.
L’autrice, che ha da poco concluso il suo mandato di Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, è stata una delle protagoniste di questa trasformazione, soprattutto a livello europeo, nella FEP (Federazione delle Società Psicoanalitiche Europee), prima ancora che nelle fila dei colleghi italiani, ancora sordi a certe esigenze.
Malgrado il fermento della psichiatria che con Basaglia aveva aperto il manicomio coinvolgendo la società civile perché si facesse carico del disagio mentale come un problema di tutta la comunità e non del singolo soggetto, la psicoanalisi in Italia era rimasta chiusa a questi fenomeni, confinata nella sua “torre eburnea”.
Il fatto è che fra il movimento basagliano e la psicoanalisi c’erano divergenze incolmabili, perché gli psichiatri di “psichiatria democratica”, salvo poche eccezioni come Giovanni Jervis, erano refrattari a considerare la necessità di un intervento curativo sul singolo e sulla sua famiglia, preferendo seguire un pensiero ingenuo che tutto dipende dal sociale e dove tornare al sociale.
Il lavoro pionieristico psicoanalitico con gli adolescenti in Francia e Inghilterra stava invece cominciando a dare frutti (ricordiamo che ancora fino agli anni 50 molti giovani uomini e donne finivano in manicomio e lì si cronicizzavano); si poteva dimostrare che il giovane in breakdown, se preso in tempo non era inevitabilmente destinato a diventare l’adulto schizofrenico da lì a qualche anno; operando un imponente cambiamento di paradigma dell’impianto teorico clinico psicoanalitico si poteva infatti provare a rispondere alla sfida del disagio giovanile.
Come Anna Nicolò dice nell’introduzione il lavoro con gli adolescenti la appassionò fin dall’inizio della sua formazione di analista. Anna Nicolò è neuropsichiatria infantile e psicoanalista, con una formazione sistemica. L’Istituto di Neuropsichiatria Infantile diretto da Giovanni Bollea, come racconta l’autrice, è stata la culla per la formazione di tanti psicoanalisti interessati ai processi di sviluppo e alla cura delle patologie psichiatriche della infanzia e della adolescenza. I nostri maestri Adriano Giannotti e Arnaldo Novelletto, stimolati da Andreas Giannakoulas che si era formato a Londra, hanno avuto la lungimiranza di chiamare a tenere seminari didattici, a noi giovani che ci stavamo specializzando, i più interessanti psicoanalisti del settore: Egle e Moses Laufer, Raymond Chan, Otto Kernberg, Evelyn Kestemberg, ma anche Christopher Bollas, Paula Heimann, Adam Limentani, Francis Tustin e molti altri…per molti anni la Neuropsichiatria Infantile è stata la punta di diamante della psicoanalisi dei bambini, degli adolescenti e dei loro genitori.
Anna Nicolò insieme a Egle e Moses Laufer, a Arnaldo Novelletto, François Ladame e altri si è battuta per introdurre un Forum sulla adolescenza nella FEP (di cui è anche stata Chair per dieci anni nei primi anni 2000). Il Forum era concepito per dare la possibilità a tanti analisti di confrontarsi sul lavoro che stavano facendo nel loro paese, condividendo tentativi, dubbi, fallimenti ma anche successi e soprattutto riflessioni teoriche e metodologiche.
Dopo aver ripercorso i passi che l’hanno portata a mettere a punto le sue convinzioni l’autrice fa il punto dello stato dell’arte della psicoanalisi dell’adolescente oggi, dopo più di mezzo secolo dagli esordi, e lo fa seguendo tre direttive:
- la psicopatologia specifica dell’età, tenendo conto della presenza massiccia del corpo, oltre che di un funzionamento mentale specifico.
- La introduzione di modelli teorici nuovi.
- La importanza della rete di legami in cui l’adolescente è calato.
Questi tre vettori sono presenti in tutto lo svolgimento del libro, perché l’intento non è manualistico, ma è invece di portare il lettore dentro alla problematica adolescenziale, mostrando il modo di procedere dell’analista al lavoro, i vissuti di controtransfert, le difficoltà da affrontare, e soprattutto la rete di relazioni familiari che se prese in considerazione permettono di osservare sotto un’altra luce la psicopatologia individuale, come l’emersione di una problematica che è al contempo del singolo e del gruppo, quando il giovane diventa il “porta parola” di uno stato di disagio della famiglia.
Per questo non c’è una trattazione specifica delle diverse tipologie di sintomi: patologie alimentari, disturbi d’ansia, dissociativi, compulsivi ecc. anche se più volte l’Autrice richiama il lettore a impegnarsi in un lavoro diagnostico, nel senso di distinguere il senso soggettivo e o familiare del disturbo, le soluzioni difensive adottate e in che misura un quadro pur preoccupante può essere ricondotto ad una problematica evolutiva, potenzialmente soggetta a trasformazioni.
L’autrice entra nello specifico di una tecnica di intervento complessa, in quanto articolata su più versanti; nella stanza d’analisi, nel lavoro con le famiglie, nel gruppo di pari, e lo fa declinando le tematiche teoriche sempre corroborate da esempi clinici. E riesce a farlo mantenendo un livello di leggibilità e chiarezza, malgrado la complessità del tema trattato, che riguarda la ricerca psicoanalitica tesa a mettere alla prova la tenuta dei modelli correnti, individuando modelli più adeguati e altri meno. Come ad esempio la necessità che l’analista al lavoro nella sua stanza d’analisi con l’adolescente sappia mettere in gioco insieme al controtransfert, anche le proprie capacità creative e una genuina curiosità verso il paziente: è importante che il terapeuta sia consapevole, ci dice l’autrice, che con l’adolescente l’analista “supposto sapere” deve lasciare il passo all’analista consapevole che il senso della interpretazione nasce nella co-costruzione con il paziente, per poi tornare ai propri modelli teorici e poter verificare con il gruppo dei pari la validità di taluni costrutti teorici.
Un altro punto focale di tutto il lavoro di Anna Nicolò riguarda il rapporto fra intrapsichico e intersoggettivo nell’ambito familiare: il lavoro sull’intrapsichico, soprattutto con l’adolescente, non è mai isolato dall’attenzione alla famiglia in cui la patologia del ragazzo esplode non solo come esito ad uno stato di sofferenza interno, ma anche come “porta parola” del disagio del gruppo di appartenenza. Cogliere gli effetti patologizzanti di contesti familiari che ripetono nell’attuale modalità relazionali tossiche è indispensabile se si prende in considerazione che il disturbo dell’adolescente è attuale oltre che effetto della riemersione di traumi originari; perciò se si opera contemporaneamente con sedute individuali e sul funzionamento del nucleo familiare si darà maggiori possibilità alla spinta evolutiva di attivare processo di separazione/individuazione.
Al modo in cui il lavoro di cura si estende anche all’ambiente familiare è dedicato un bel capitolo, il numero 8 che invito a leggere interamente.
Ma il tema a mio avviso più interessante, riguarda la definizione di “mente adolescente”, ed è particolarmente rilevante perché ha una portata teorica oltre che clinica.
Partendo dalla affermazione di Raymon Chan che “l’adolescenza non è solo una fase temporale di transizione, ma un agente organizzatore della mente che permette l’accesso all’età adulta e la ristrutturazione della identità”, Anna Nicolò parla di una “mente adolescente”, basandosi anche sui più recenti studi delle neuroscienze che ci descrivono la grande plasticità del cervello dell’essere umano, che nella fase adolescenziale subisce una ristrutturazione imponente dovuta alla pressione dell’evento puberale con il correlato ormonale, la attivazione di nuove esuberanti sinapsi, e la disattivazione di altre, e nuove ramificazioni nervose…
La mente adolescente, dice l’autrice, considerando la spinta trasformativa insieme di psiche e funzioni cerebrali, funziona come un enzima, presente in qualche misura anche in fasi successive del ciclo di vita, capace di operare trasformazioni e adattamenti importanti.
Ma questa grande plasticità è anche la ragione della estrema labilità dell’adolescente che lo pone nel rischio di ammalarsi psichicamente. Anna Nicolò tornerà spesso nei vari capitoli del libro su questa affermazione, perché in un certo senso, pur non negando la linea diagnostica che collega i disturbi dissociativi, depressivi, confusionali al riemergere di traumi originari, permette al contempo di dare maggiore attenzione agli effetti traumatici di eventi attuali, oltre che alle potenzialità autocurative, sempre che ci sia un interlocutore capace di favorire quel lavoro psichico che è alla base di qualunque processo di crescita. Per dirla con Kaes:
“Per accedere al legame e nascere alla vita psichica il soggetto deve affrontare alcune esigenze di lavoro psichico imposte dall’incontro con l’altro e con gli altri o, in altre parole, ‘dall’incontro con la soggettività dell’oggetto’. Questo dimostra chiaramente quanto la componente intersoggettiva sia all’opera nella formazione della pulsione.” (p.169 “Il concetto di legame” di René Kaes; Ricerca Psicoanalitica, 2001, Anno XII, n. 2, pp. 161-184)
Voglio ora soffermarmi a questo punto sulla speciale attenzione che Anna Nicolò pone al tema diagnostico. Come dice l’autrice l’impegno diagnostico è una componente importante, fatto salvo che ci si chiarisca su cosa si intende con diagnosi: non certo la diagnosi psichiatrica come etichetta che ingabbia il paziente da fuori, quando di fatto è già ingabbiato da dentro! La diagnosi è invece un divenire della conoscenza di sé del giovane paziente che si rivela agli occhi del clinico e dell’adolescente strada facendo. Molti dei sintomi, anche gravi dell’adolescente, data la specificità della fase evolutiva, sono di difficile diagnosi, perché lo stato magmatico in cui versa il paziente, con cambi repentini di quadro psicopatologico, passaggio all’agire, difficoltà a mentalizzare rispondono ad una pluralità di ipotesi tutte altrettanto valide con esiti assai differenti.
Nicolò cita Ogden (2014) quando si chiede:
Che cos’è il breakdown? a) La rottura della mente nella psicosi? b) Un’organizzazione difensiva contro la psicosi? c) Una difesa contro un’agonia molto primitiva?
Ogden torna a interrogarsi sulle esperienze primarie del neonato con la madre, riproponendo la relazione analitica come il luogo in cui poter risperimentare il senso dello stato di profondo malessere. La specificità dell’approccio psicoanalitico, con un operatore in ascolto che, attraverso una consultazione prolungata, offrire al paziente un’altra mente disposta a costruire insieme il senso di quello che sta avvenendo, diventa perciò lo strumento principale per favorire insieme con la diagnosi anche un principio di cura.
Significativo è il caso di Carolina, descritto nel capitolo sull’enigma transgender; solo alla fine di un lungo e tormentato processo terapeutico è possibile giungere ad una diagnosi di “conflitto pubertario”. Si tratta di un caso che si era inizialmente presentato con una sintomatologia ingravescente che faceva ipotizzare un disturbo psicotico. Qual è allora lo scopo della diagnosi? Certo non la possibilità per il terapeuta di avere chiare indicazioni della strada da percorrere! Diventa pertanto uno scopo di ricerca, nella più classica tradizione psicoanalitica, dove il paziente diventa anche un alleato dell’analista nella ricerca dei significati del disturbo affettivo.
Molte sono le implicazioni di questo approccio e la generosità con cui Anna Nicolò presenta i casi clinici, soprattutto riguardo a patologia “nuove” che mettono in crisi le nostre certezze, mettendo tutto ciò a disposizione di chi lavora sul campo con gli adolescenti, sono un enorme stimolo a portare avanti la ricerca.
Molto spazio è dedicato al discorso sul corpo, che, come si sa, è un protagonista centrale dell’adolescenza, ma che è anche richiamato continuamente dal dibattito psicoanalitico nello sforzo di descrivere le memorie sensoriali non pensate con cui il clinico si trova a dover lavorare nella sua stanza d’analisi anche con il paziente adulto.
Nel materiale clinico dei vari pazienti evocati in questo libro si può leggere il modo in cui nella mente adolescente il corpo si riverbera in un inquietate gioco di specchi, fra rappresentazioni mentali, agiti, legami familiari e transfert. Ma anche un piano relazionale primitivo rappresentato dalla immagine interna del proprio corpo, forse derivante dalla relazione primaria con la madre, come ci dice un certo modello psicoanalitico, ma anche l’immagine che gli altri del mondo reale rimandano all’adolescente del suo corpo attuale, sessuato. Seguire il caleidoscopio dei diversi significati intrapsichici e intersoggettivi richiede una agilità mentale che solo una profonda formazione analitica consente. Si sente Meltzer in queste pagine cliniche! il Meltzer di “Stati sessuali della mente”, il Meltzer che aveva portato alle estreme conseguenze il discorso kleiniano riguardo agli oggetti parziali e alla loro relazione fatta di amore, odio, creatività distruttività in continuo movimento di proiezioni e identificazioni con l’analista nel transfert! Ma qui oltre all’analista e alla stanza d’analisi c’è il vasto mondo dei social, del gruppo dei coetanei, della famiglia… dove il discorso interno si fa continuamente attuale in un mondo che ha trasformato le più assurde fantasie in realtà, virtuali ma anche reali. Mai come oggi, con il diffondersi di opportunità sempre più alla portata di tutti di intervenire sul proprio corpo e modificarlo a proprio piacimento si rende necessario per la ricerca psicoanalitica di avere a disposizione una cassetta degli attrezzi che permetta di maneggiare i processi mentali che si muovono fra realtà materiale, realtà psichica e reti di legami. Anna Nicolò ci dice che lo psicoanalista del prossimo futuro deve mantenere una “mente adolescente” sempre attiva e funzionante se vuole intercettare le nuove forme psicopatologiche dell’adolescenza, ma che sono anche sempre più evidenti negli adulti.

