I bambini, la guerra e i sogni – Patrizia Montagner
Patrizia Montagner
Abstract
L’autrice parte dalla sua esperienza di lavoro con bambini abitanti in una zona del nordest sulla quale volavano i bombardieri durante la guerra della Bosnia. Riflette sulla sofferenza psichica e l’insonnia dei piccoli che i genitori allora avevano difficoltà ad ascoltare. Discute su quanto la negazione e il diniego entrino in gioco nell’atteggiamento dei genitori e della società in generale, e abbiano un effetto sulla sintomatologia psichica dei bambini anche ora, trent’anni dopo. L’angoscia per la guerra e gli impulsi distruttivi vengo difficilmente visti e tollerati e soprattutto contenuti ed elaborati , tanto da arrivare ad esprimersi in forme esse stesse potenzialmente pericolose per la relazione interpersonale.
Vorrei raccontare la mia esperienza di bambini in guerra. Esperienza piccola, fatta qui, dove vivo e lavoro, non in qualche area lontana.
Nei primi anni novanta, trent’anni fa, lavoravo in un servizio pubblico per l’Età Evolutiva e in quel periodo c’era la guerra in Bosnia. Ho visto numerosi bambini della nostra zona che preoccupavano i genitori perché avevano problemi di insonnia, non volevano dormire, o dormivano aggrappati ai genitori e durante il giorno erano impauriti e stanchi. Cosa stava succedendo? C’era la guerra.
La mia città è relativamente vicina alla base NATO di Aviano, da lì partivano in quel periodo i bombardieri che andavano a scaricare le loro bombe sulla Bosnia, che dovevano intervenire per far cessare la guerra, ma intanto bombardavano.
Era una esperienza orribile, durante la notte sentivamo tutti questi enormi aerei volare bassi sopra le nostre teste, sapevamo dove andavano, il rumore era molto forte, era una cosa nuova. Nonostante la base fosse vicina e sapessimo che era un luogo pericoloso, che c’erano bombe potenti, che nei bunker c’erano anche atomiche, tutto era stato silenzioso fino a quel momento, non li avevamo mai sentiti nemmeno durante le esercitazioni.
Del resto come si può vivere a pochi chilometri da una polveriera, nella quale un qualsiasi scoppio può causare una distruzione tale da farci sparire in pochi secondi? Non pensandoci. Facendo silenzio.
Lo sapevamo, non ci pensavamo, cercavamo di non pensarci mai. Il diniego è una potente difesa, aiuta a sopravvivere. Fino ad allora le notti erano silenziose.
Ma ora i bombardieri che ti sorvolano il tetto, così bassi, non puoi non sentirli, cerchi di addormentarti e di non pensarci, se sei un adulto. Non pensarci anche per non sentire l’enorme impotenza di fronte a quella potente forza distruttiva.
Ma i bambini di notte si svegliano perché il rumore è molto forte ed è nuovo.
Fa paura.
E i genitori? Dicono tutti la stessa cosa- Non pensarci, dormi, non vengono qua-
Sì, non vengono qua, ma vanno a bombardare, qua vicino, molto vicino. I bambini più grandicelli sanno bene di che cosa si tratta, le maestre ne hanno parlato, bombardano e altre persone moriranno, altri bambini come loro. È una cosa che li riguarda. Sanno della guerra.
Inutile dire che sono cose a cui non si deve badare, che non vengono da noi, che possiamo dormire. Perché sono cose che ci riguardano.
In quel rumore e in quegli aerei che volano bassi (una immagine ambivalente) i bambini vedono i morti, le case distrutte, i genitori perduti. Forse anche la loro rabbia e violenza che ospitano anche nel loro mondo interno, diventa concreta, non contenibile.
Qualcuno mi ha disegnato quei bombardieri: ricordo un disegno colorato, con case, bambini, fiori sulla terra ma solo questa cosa enorme nera nel cielo. Sopra di tutto.
I bombardieri portano via i sogni dei bambini. Nella terra le cose continuano ad esistere, ma lassù, dove stanno i sogni, l’oggetto del terrore cancella lo spazio per sognare.
Come ricorda il poeta palestinese Darwish (2002. p.27) “Quando i caccia scompaiono, le colombe spiccano il volo/bianche, bianche a lavar la gota al cielo/con ali libere riprendono lo splendore e il possesso/ dello spazio e del gioco”.
Che puoi fare? Che cosa fa uno psicoterapeuta? I genitori chiedono di convincere i bambini che non c’è pericolo. Io ascoltavo, soprattutto ascoltavo.
Perché il problema dei bambini è che non sono ascoltati volentieri, soprattutto quando disturbano gli adulti che sono già spaventati e cercano di allontanare la paura con diniego, ma i bambini lo dicono, allora i genitori rispondono: “Stai zitto, cerca di dormire. Non sono qua, vanno lontano”
Le paure sono qua, non vanno lontano. I bambini non ascoltati sperimentano la solitudine. La paura vera è dentro nella loro mente, hanno bisogno che sia ascoltata, contenuta, che prenda un senso.
Il bambino non ascoltato si trova da solo ad affrontare un terribile suono che rompe il suo sonno e forse teme di andare lui stesso in pezzi, che la bomba arrivi nella sua testa e non sia possibile proteggersi né contenerla. Forse l’inizio di una paura del crollo (Winnicott, 1963).
Per farlo ci vorrebbe una mente adulta, una mente capace di far fronte e contenere.
Certo, i bambini più spaventati sono forse quelli un po’ più fragili, più dipendenti.
L’insonnia dei bambini è frequente. Dormire nel letto dei genitori, o dormire con la mamma realizza nella fantasia un desiderio edipico (Freud 1905). Talvolta è la realizzazione di una fantasia fusionale, in cui non c’è separazione con l’adulto.
Ma è proprio una realtà positiva, la capacità dei genitori di affrontare la separazione, di gestire la loro stessa angoscia, di gestire serenamente il conflitto edipico che aiuta il bambino ad elaborare le sue angosce.
Ora la realtà è terrificante, per alcuni traumatica (Garland 1999, Levine, 2021), troppo intensa e inaspettata, perciò non affrontabile. Nella notte, quando c’è buio e la realtà positiva è lontana e non si vede, le angosce aumentano, ora la realtà non è rassicurante, si presenta come un carico intollerabile, una prospettiva distruttiva.
La guerra, il suono terribile della guerra è qui vicino, è reale.
Ascoltare i bambini li ha aiutati a trovare uno spazio in cui le loro angosce, i loro orribili pensieri spesso evitati o minimizzati dagli adulti, ha consentito loro, in alcuni casi almeno, di contenerli, di dare un senso
Ma è molto diverso lavorare sulle fantasie interiori quando sono tali e invece fare i conti con una realtà di paura e distruttività che sta sopra la testa.
Avevamo paura anche noi, tutti noi eravamo angosciati, avevamo la guerra “in casa”. Speravamo che non sarebbe più successo, non a noi. Qualcosa di analogo è detto anche fa Freud nei suoi due scritti sulla guerra (Freud 1915, 1932)
Tutti noi ci sentivamo un po’ bambini impotenti che stavano a guardare e bambini in pericolo che non potevano essere salvati.
Mi chiedo trent’anni dopo che cosa sarà rimasto nel mondo interno di quei bambini? Dove sarà finito quell’enorme aereo nero che solcava il cielo nel disegno del mio piccolo paziente?
Non lo so, quello che so è che è difficile da adulti parlare delle paure di quando eravamo bambini, perché arriva la vergogna, il timore di mostrarsi fragili, e poi la rimozione copre. Se ne parla in terapia. Magari escono altri sintomi, ad esempio resta una strana insonnia. Forse si ha timore che parlandone aumenti il rischio di sentire una angoscia incontenibile. Come allora. I sintomi al posto di un non-detto, di una distruzione che i bambini riconoscono.
Credo che qualcosa sia rimasto, in molti, forse anche trasformato in identificazione con l’aggressore? Essere forti e aggressivi per coprire la paura?
Quello che vedo ora[1] è che qualcosa è cambiato nel tempo e che i bambini mi vengono portati in consultazione più spesso per l’irrequietezza, per l’aggressività, per il non rispetto delle regole, per la rabbia, per la ribellione, per un atteggiamento dominate. È davvero curioso osservare che nessuno di quelli che ho avuto in consultazione negli ultimi due/tre anni ha mai parlato della guerra, eppure sanno che c’è, quella in Ucraina, e poi quella israelo-palestinese.
Vedono le immagini dei telegiornali, a scuola ne parlano, ma loro tacciono.
Forse i genitori, quelli che una volta avevano paura, tollerano molto di più l’aggressività dei figli che la loro angoscia? Forse i figli sembrano più forti, meno indifesi come loro si sentivano da piccoli, se reagiscono con la violenza? I sintomi sono diversi, anche se scavando un poco le angosce sono poi le stesse. Ma il modo di affrontarle sta cambiando?
Le difese narcisistiche sono forse più intense e più spesso utilizzate? A costo di quali impoverimenti?
Se la realtà è stata violenta e traumatica e l’ambiente deludente, il ritiro narcisistico sembra la soluzione più facile. Non c’è più necessità di fare i conti con l’Altro, l’Io non rischia di incontrare un desiderio da gestire, un non conosciuto là fuori, sembra bastare a sé stesso (Green, 1983).
Sembra. Tutto ciò che può disturbare viene denegato, c’è ancora una parte che dice – Non ci pensare, non vengono qua. Dormi-
Concludo con un pensiero di Green (ibidem): “(…) L’Es comprende tutto il rumore della vita dell’Eros, come anche il silenzio delle pulsioni di distruzione. Questo silenzio che mai si sente. Per essere inteso esso ha bisogno di essere detto con l’aiuto dei suoni e dei segni, inevitabili, troppo rumorosi, troppo visibili per rappresentarlo” (1983, p. 264).
Patrizia Montagner – patmontagner28@gmail.com
Bibliografia
Darwish M. (2014) Stato d’assedio, Trad. di Wasim Dahmash, Ed Q. 2002, Roma.
Freud S. (1905) Tre saggi sulla sessualità, OSF. Boringhieri, Vol. V, 1976, Torino.
Freud S. (1915) Considerazioni attuali sulla guerra e la morte. OSF. Boringhieri. Vol. VIII, 1978, Torino.
Freud S. (1932) Perché la guerra? Carteggio con Einstein. OSF. Boringhieri. Vol. X, 1997, Torino.
Garland C. (1999), (A cura di) Comprendere il trauma Un approccio psicoanalitico. Mondadori 2001.
Green A. (1983) Narcisismo di vita. Narcisismo di morte, Borla 2003, Milano.
Levine H. Trauma, process and representation, Int. J. Psychoan. Vol. 102 n.4, 2021.
Winnicott D.W. (1963) La paura del crollo in Esplorazioni psicoanalitiche. Cortina 1994, Milano.
[1] Naturalmente questa è una impressione personale, una osservazione che riguarda i miei piccoli pazienti, ma è certamente troppo ridotto il loro numero perché sia significativa statisticamente.
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata










Patrizia Montagner ha risvegliato in me ricordi di gioventù ad Ancona. Ero spesso a Belgrado, Lubiana, Spalato, e per noi Zara era quasi casa.Lavoravo con la Jugoexport nei tempi di Tito e andavo in vacanza negli anni 80 a Trogir. Mai e poi mai avrei potuto immaginare che l’amore fra quelle belle persone potesse tramutarsi in odio,inimmaginabile concepire che, in Europa, ancora una volta, l’umanità lasciasse spazio all’attrocità. Oggi mi chiedo come è possibile che la storia si ripeta in Ucraina, sotto gli occhi indifferenti di gran parte della società, chiusa nella propria banale ed egoistica
solitudine.
Grazie Patrizia Montagner per averci ricordato, attraverso i tuoi bambini, che la guerra ci riguarda tutti.