Articoli Scientifici

Da sofferenza privata a cura collettiva – Nadia Muscialini

di Nadia Muscialini

Abstract

In questo articolo si affronta il tema della violenza contro l’Altro, in particolar modo donne e bambini, in una prospettiva psicoanalitica. Nello specifico, si pone al centro la questione del femminile declinandola a partire dall’evoluzione del ruolo della donna agli effetti che la pandemia ha inevitabilmente avuto su tali cambiamenti nella società. Vengono, infine, proposte e discusse possibili linee di intervento al fine di introdurre nuove prospettive educative favorendo un cambiamento nella considerazione stessa del tema della violenza.

Introduzione

La violenza sulle donne è la manifestazione più diffusa e pervasiva della violazione dei diritti umani fondamentali, della loro inosservanza, di discriminazione e di abuso; devasta vite, disgrega comunità, ostacola lo sviluppo.

Non risparmia nessuna etnia, età, classe sociale, distribuzione geografica ed epoca storica, non c’è un solo ambito della vita delle donne dove non sia presente e si manifesti. Ciò dipende in gran parte dai ruoli di genere assegnati nelle diverse culture, società e tradizioni, che provocano differenze marcate di trattamento tra uomini e donne e nelle condizioni della loro vita.

Le donne ricoprono con maggior frequenza posizioni di subalternità e hanno minori possibilità di accesso a posizioni di potere e di autonomia decisionale; in alcuni paesi le differenze sono così marcate da impedire loro di studiare, lavorare, avere un’assistenza sanitaria adeguata o mangiare a sufficienza.

La cultura machista e patriarcale capillarmente diffusa considera la donna un oggetto di possesso dell’uomo (padre, fratello, marito); naturale la condizione di subalternità.

Queste credenze insieme alle rigidità e ai ritardi nell’attuazione dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza non permettono di debellare il flagello dei femminicidi, degli abusi e il superamento di ogni discriminazione, nonostante esistano oramai moltissimi programmi e leggi a tutela delle vittime.

La globalizzazione, la liquidità dei confini fisici e psichici, il dinamismo dei flussi migratori e l’uso delle tecnologie hanno permesso che le diverse forme di violenza si contaminassero e amplificassero reciprocamente; le modalità più arcaiche di esercizio della violenza nei vari contesti culturali non sono scomparse, anzi, a queste si sono aggiunte nuove forme della sua espressione e modalità di perpetuazione (ad esempio reati informatici).

Già nel 1990 Amartya Sen[1], premio Nobel per l’economia, denunciava che circa 100 milioni di “femmine” sono demograficamente scomparse dalla faccia della terra. La violenza è a livello mondiale la prima causa di morte e invalidità per le donne, dei loro problemi di salute fisica e mentale. I dati ci dicono che uccide più delle guerre e delle malattie e che rappresenta un fenomeno distribuito in maniera quasi egualitaria sia a livello geografico che storico.

In Africa e in Asia raggiunge quasi il 40%, nelle Americhe il 30%, nel Medio Oriente, in Europa e nel Pacifico occidentale il 25%[2].

La violenza contro donne e bambine inizia prima ancora prima che nascano con il feticidio e l’aborto selettivo, permane come rischio reale, concreto e probabile fino alla fine della loro vita; è compiuta dai familiari all’interno delle mura domestiche, nei luoghi di lavoro o ricreativi, da sconosciuti nelle strade, sui mezzi di trasporto, durante le feste, nei luoghi di cura, nel web.

Non risparmia bambine, gestanti, disabili, anziane, razze, etnie, livelli socio economici. In questo senso possiamo dire che è democratica.

Io credo che la violenza contro le donne sia il prototipo della violenza contro l’Altro da se, della parte oscura di se, l’Ombra che alberga in ognuno di noi, forse proprio per questo così spaventosa e perturbante. È familiare ma al tempo stesso inquietante.

La violenza sulle donne non è mai giustificabile, lecita, accettabile o tollerabile. Cercare giustificazioni sul perché viene agita (raptus, amore malato, provocazioni, stati di degrado socio economico, ecc.) rende possibile la sua legittimazione e non sempre aiuta a trovare soluzioni per contrastarla. Se si rende pensabile e quindi plausibile la si legittima, e con essa anche quella verso ogni soggetto diverso per razza, provenienza geografica, sociale, orientamento sessuale, politico, portatori di disabilità fisiche e\o mentali, ecc.

Tutti gli individui, le comunità, i governi, le organizzazioni internazionali hanno una responsabilità nel porre fine a tali violenze e riparare le sofferenze che hanno provocato e provocano ogni giorno. La lotta contro la violenza sulle donne deve essere una priorità dei governi, della società civile, debellare ed estirpare anche tutte le forme di violenza di cui ne rappresenta il precursore. I programmi di prevenzione, contrasto, tutela e protezione si rendono quindi indispensabili così come iniziative che trasformino i diritti sanciti sulla carta in realtà concrete in ogni contesto e paese del pianeta.

Da ultimo, la consapevolezza e la solidarietà maschile sono una componente fondamentale per sradicarla definitivamente e completamente. Anche gli uomini devono diventare portatori di interesse in questa battaglia; alleati, compagni e non rivali o nemici perché obbligati a difendere ruoli e spazi, in ambito pubblico e\o privato che non hanno più ragione di esistere se non perché ancora unico modello identitario.

La categorizzazione dicotomica e semplificata degli stereotipi e dei ruoli di genere è alla base del sessismo e della violenza contro le donne. Questo non è funzionale e utile nemmeno agli uomini in quanto sono in fase di rottamazione i ruoli di potere consolidati della cultura patriarcale che li vedeva padri padroni, unici detentori del potere sociale, economico e familiare.

Verso un cambiamento

Nell’attraversare il turmoil di una profonda crisi identitaria molti uomini non hanno saputo reinventarsi, costruire un nuovo modello maschile adeguato a transitare nel nuovo millennio senza sentirsi soli e abbandonati; sono aumentati fenomeni di autolesionismo, suicidio e l’uccisione dei propri figli come vendetta nei confronti della donna che li ha “abbandonati” separandosi.

Proprio come una sindrome di Medea al contrario: il maschio che non detiene più un ruolo di rilevanza sociale, economica né tantomeno famigliare ha risentito della cresciuta autonomia femminile e della conseguente intolleranza nei confronti del maschio violento, possessivo, narcisista e non autonomo in senso affettivo.

Sempre più donne scelgono di non legarsi in maniera duratura in relazioni di convivenza o matrimoniali, di non diventare madri e di prediligere la carriera e il tempo libero come motivi di gratificazione e realizzazione al posto della relazione amorosa. Questa dicotomia così estremizzata rappresenta l’espressione della difficoltà femminile a realizzarsi senza sacrificare nessuna parte del suo essere.

La donna non dovrebbe essere obbligata a scegliere se sacrificare il suo desiderio materno o di investimento extra familiare, ad esempio in ambito lavorativo e nella progressione di carriera, così come non dovrebbe essere costretta a rinunciare ad una relazione amorosa per paura di rimanere “intrappolata” con un uomo da accudire o peggio ancora un compagno violento.

Luigi Zoja, psicoanalista Junghiano, afferma che la violenza maschile contemporanea deriva dalla fragilità dell’identità maschile paterna, ossia quella dell’uomo che si prende cura del figlio e della famiglia. Secondo l’autore l’identità maschile moderna è di recente costruzione e conseguente allo sviluppo della società del diritto; l’identità maschile è meno definitiva e assai più fragile di quella femminile basata da sempre sull’essere madre. Questo potrebbe essere uno dei motivi che ha portato ad enfatizzare il dominio maschile sulla donna e il bisogno di negare questa precarietà identitaria. Inoltre, secondo lo psicoanalista l’identità maschile è costituita da due poli non integrati reciprocamente né posti sullo stesso piano: il padre e il maschio competitivo, animalesco o pre paterno.

Il padre sarebbe in rapporto all’evoluzione una costruzione recente, sostanzialmente anti istintuale ma non stabile. Si tratta di una costruzione che è stata messa profondamente in crisi dalla nuova identità femminile sempre più autonoma e indipendente e dalla rottamazione del modello patriarcale maschile.

In questa contemporaneità in cui la famiglia tradizionale con i suoi valori è sgretolata, l’equilibrio tra i sessi si è necessariamente alterato. Così come le differenze tra i sessi sono gradualmente annullate dal predominio del genere fluido.

“Sotto la tenue crosta del patriarcato occidentale, quando la convivenza civile si spacca emerge direttamente il maschio animale. Il centauro che agisce come cieca furia e porta anche alla morte il vincolo che può legare una coppia e, siccome non lo comprende, può solo provare invidia distruttiva. Al di là del momento in cui aggredisce questa furia getta i semi di una meta violenza. Inseriti nell’anima essi germogliano lentamente.

Ma violenza contro le donne non è semplice sfogo animalesco perché include la perversione del potere, cerca la sottomissione e l’umiliazione della vittima”. [3]

 È indubbio che per risolvere il problema della violenza contro le donne bisogna risolvere problemi concreti affinché esse possano esercitare ogni diritto umano fondamentale: il diritto alla vita, il riconoscimento del valore di ogni individuo, della dignità, il rispetto della libertà; diritto all’uguaglianza di fronte alla legge, alla libertà di movimento, il diritto di proprietà, la libertà di pensiero, di coscienza, di religione, di libera associazione, di opinione e di espressione; il diritto alla sicurezza sociale, a lavorare in condizioni giuste e favorevoli, a condurre un livello dignitoso di vita ed educazione. Il diritto ad alimentarsi a sufficienza e a vivere in un ambiente sano.

È necessario risolvere i problemi di impunità dei rei e aumentare il numero di personale specializzato nell’assistenza legale e sanitaria alle vittime, deve essere loro garantita l’indipendenza economica e la libertà decisionale ma è altrettanto importante lavorare sulle dinamiche profonde che declinano le relazioni amorose e della costruzione identitaria.

La disgregazione dello stato sociale, della famiglia tradizionale, la crisi economica, le guerre, le migrazioni, l’inasprimento dei conflitti, l’aumento del divario tra gli strati sociali della popolazione, la diminuzione dei finanziamenti per il welfare, la condizione della salute mentale post pandemica, la crisi dei ruoli normalmente assegnati a uomini e donne, il dissolversi del sesso e del desiderio sessuale sono determinanti nel favorire lo sviluppo della violenza anche in questo nuovo Secolo in cui abbiamo molte informazioni e consapevolezza del fenomeno ma non riusciamo a trasformarle in conoscenza e azioni efficaci a debellarlo.

Indubbiamente la condizione femminile è migliorata moltissimo, si può dire che sia l’unica rivoluzione realmente riuscita grazie al fatto che le donne con i loro movimenti, studi e proteste hanno contribuito alla realizzazione di azione concrete per la conquista dei loro diritti e il cambiamento del loro ruolo nella società. Esse non sono solo portatrici di interessi ma hanno fatto un vero e proprio cammino interiore, una presa di consapevolezza che ha modificato il ruolo sociale imposto dalla cultura millenaria e patriarcale.

Sono cambiate profondamente, intimamente, radicalmente non accettando più i limiti e le costrizioni imposte dagli stereotipi sessisti e dalle regole della famiglia patriarcale. Si sono dissociate dalla narrazione e dai modelli che imponevano loro di essere fragili, dipendenti e incomplete nella mancanza di un uomo che le proteggesse e le facesse sentire realizzate solo come mogli e madri. Adesso si vogliono distaccare da una narrazione che le vede specie fragili e da proteggere da gli specialisti quando subiscono qualsiasi forma di abuso e violenza.

Di strada se ne è fatta tanta ed è importante non dimenticare le conquiste ottenute ne perdere terreno su queste ma nemmeno pensare di risolvere il problema annullando le diversità sessuali, sacrificando l’Eros e l’eterno gioco amoroso.

Gli effetti della pandemia

La pandemia e le misure restrittive hanno ridotto quelli che erano i più consolidati fattori di protezione e prevenzione di ogni forma di sopruso: il sostegno sociale, la fuoriuscita dall’isolamento, il disvelamento della segretezza, la stigmatizzazione dei comportamenti violenti, la discussione pubblica, l’abbattimento degli stereotipi che ne legittimano l’esistenza.

Se donne e bambini così come le fasce sociali più deboli (poveri, immigrati, persone con disabilità, ecc.) sono sempre state le categorie più vulnerabili e più a rischio di essere vittima di ogni forma di violenza oggi stiamo assistendo alla diffusione esponenziale di tutti questi reati in ogni luogo e contesto.

Il conflitto innescato dalla paura della pandemia e della morte di massa sembra essersi spostato in ambito pubblico: nelle guerre tra popoli, tra i sostenitori di pensieri e opinioni divergenti, tra categorie di soggetti appartenenti a gruppi diversi.

È per questo motivo che dobbiamo riprendere dimestichezza, riarmare il nostro equipaggiamento per promuovere azioni di protezione sociale, l’unico vero antidoto per prevenire la violenza in ogni sua forma.

È più che mai necessario che le istituzioni facciano di nuovo sentire la loro presenza, forte e democratica a tutela delle fasce deboli della popolazione e che vi sia una riparazione collettiva dei femminicidi e delle violenze contro le donne che ogni giorno spiccano ai primi posti nella classifica della cronaca nera.

La risoluzione della violenza non è un affare privato ma un’offesa pubblica e la cura deve essere necessariamente collettiva. Pensieri e azioni di prevenzione e contrasto devono partire contemporaneamente dall’alto e dal basso per costruire e diffondere una cultura di pace e di non violenza.

Quali possibili interventi?

L’affrancamento della donna dall’autorità e dalla supremazia economica maschile rimane l’elemento cardine nel raggiungimento di una reale parità e della possibilità di separarsi da un uomo violento. È legata all’indipendenza economica e alla possibilità di guadagnare sufficientemente da poter avere una vita autonoma.

Anche nei paesi “sviluppati” e capitalisti sono rilevanti la disparità salariale, l’espulsione delle donne dal mondo del lavoro dopo la nascita di un figlio o perché dedite alla cura di persone fragili, alla costrizione lavorativa, allo sfruttamento o mancato riconoscimento del lavoro domestico e di cura. Violenza è la mancanza di politiche di conciliazione realizzabili, la disparità salariale, il mancato accesso a posizioni apicali, il tetto di cristallo…

La libertà, la parità giuridica, la possibilità di inserimento nel mercato del lavoro in tutti i ruoli non devono rimanere opportunità sulla carta perché sancite da trattati internazionali e leggi nazionali ma devono diventare una reale possibilità di esercitare i propri diritti e fare sentire la propria voce.

È necessario che le donne possano accedere ai servizi essenziali per un’esistenza dignitosa e non pagare cari i generi di prima necessità (come ad esempio assorbenti e contraccettivi, pannolini bambini, latte in polvere, ecc.).

È importante che le donne possano avere autonomia decisionale, economica e abitativa poiché queste incidono sulla loro sicurezza e sulla possibilità di salvarsi in caso di violenza. Dipendenza e mancanza di sicurezza, infatti, si rafforzano a vicenda.

È necessario eliminare ogni disparità tra i sessi, migliorare la salute delle gestanti imporre la diminuzione del tasso di mortalità materna nel mondo e rendere universale l’accesso alla sanità riproduttiva.

Altra questione indispensabile per debellare la violenza di genere è comprenderne le dinamiche, riuscire a distinguere tra la collusione tra la vittima e carnefice e la difficoltà della donna a comprendere di essere vittima di violenza e capire come uscire dalle maglie della ragnatela che il maltrattante le ha tessuto intorno. Gli specialisti della salute sono i primi che possono identificare e aiutare la donna a diventarne consapevole. Per fare questo bisogna conoscere le dinamiche su cui si incardina la violenza e anche le tecniche di intervento psicologico oltre che concreto (ad esempio attendere che la donna abbia raggiunto un certo livello di consapevolezza e forza per suggerire di denunciare, assumersi la responsabilità, che è anche un obbligo, di denuncia della situazione di violenza qualora si ravvisi un serio pericolo per la donna e\o i suoi figli). I numeri ci dicono che ogni specialista della salute ha incontrato nella sua vita molte donne che sono vittime di qualche forma di violenza.

Partendo dal presupposto che in nessun caso il comportamento violento è giustificabile e deve essere sempre sanzionato è necessario sapere perché la donna sopporta così a lungo le violenze, perché non chiede aiuto alle prime avvisaglie, anche se ciò inizia ad accadere sempre meno soprattutto nelle nuove generazioni.

Come e dove chiedere aiuto?

Le donne non chiedono quasi mai aiuto al primo gesto di violenza perché la maggior parte delle volte non lo capiscono, ne rimangono sconcertate, vengono convinte dal partner che nulla è accaduto e vi è stato un fraintendimento o semplicemente non riescono a crederci.

La dinamica violenta si snoda come tutti sappiamo in un susseguirsi di aggressioni, insulti, ricatti, scuse, pianti, pentimenti e periodi di luna di miele.

La maggior parte delle volte le vittime chiedono aiuto quando finiscono in ospedale ma spesso ce la fanno da sole con l’aiuto del contesto di riferimento familiare o amicale. Se non hanno un contesto sociale di supporto arrivano in prima battuta in Pronto Soccorso e in misura minore ai centri antiviolenza.

Il Pronto Soccorso è spesso il primo (a volte l’unico) luogo dove la donna si reca per chiedere aiuto per due ragioni: 1) l’urgenza delle cure necessarie a guarire le ferite del corpo connessa ai maltrattamenti che si tramutano in sintomi e malattie; 2) quando è presente depressione e annichilimento 3) quando la sofferenza psichica si traduce in danno d’organo e malattie psicosomatiche.

Anche quando sanno di soffrire le donne maltrattate non sanno che il loro malessere è la conseguenza delle continue ingiurie subite.

Quando arrivano in ospedale a curare le ferite del corpo possono finalmente dare un nome alla propria sofferenza e fatti fino ad allora innominati e, quindi, senza esistenza possono venire identificati, raccontati, compresi, significati.

Invalidità, ferite fisiche, cicatrici nella mente modificano in profondità l’esistenza della donna.

Tutte le vittime portano i segni della violenza incisi sulla loro pelle, nel loro cuore, nelle ossa, nella mente: è la vita tutta intera che viene sconvolta.

Le percosse causano dolore nel corpo mentre gli abusi, i soprusi psichici e morali la mortificano, la umiliano e portano alla sua regressione, ad un’incapacità di agire come persona autonoma e autosufficiente.

Assieme al dolore del corpo violato, strappato, spezzato, bruciato, sfigurato dall’acido, la donna esperisce sentimenti di annichilimento, prostrazione, obnubilamento; può essere invasa da sensazioni di non esistenza e dalla morte psichica. Diventa insicura, dubbiosa, bisognosa di aiuto e supporto anche per svolgere semplici compiti quotidiani o prendere decisioni che paiono scontate.

Le conseguenze della violenza prolungata sono infatti profonde alterazioni nella personalità, nelle modalità di percepire sé stessa e il mondo circostante, nel funzionamento psichico poiché alterano le capacità di critica, di giudizio e di interpretazione della realtà. Viene minato il senso profondo di essere donna e se si hanno figli anche quello di essere madre. Queste alterazioni del funzionamento psichico diventano negli anni la prigione che impedisce loro di fuggire dal proprio carceriere. Una vera e propria condizione di inabilità.

Lo strumento più efficace con cui l’uomo riesce ad asservire e rendere schiava la donna è il silenzio, l’imposizione del segreto; segreto che legittima l’esistenza e la ripetizione del crimine nascosto. L’ineffabilità è la condizione per la sua perpetuazione.

La violenza domestica è un crimine nascosto perché consumato entro le mura della propria casa, il perpetratore impone alla donna il silenzio; il segreto causa profonde lacerazioni del Sé.

L’assenza della possibilità di comunicare quanto accade revoca la parola e prosciuga le lacrime. Assenza di parola che è assenza di speranza e della possibilità di cambiamento.

Ferita nel corpo, lacerata nella mente, ridotta al silenzio e isolata dal mondo la donna è e si sente sola, abbandonata in un deserto senza umanità.

Perché allora la donna non riesce a dire basta, a scappare dal suo carceriere?

Michael Eigen[4] nell’articolo “La morte psichica” afferma “Dobbiamo ricordarci che possono passare anni o vite intere prima di poter comprendere ciò che ci accade dalle o sulle nostre esperienze”. Questo potrebbe essere ancora più evidente nel caso di donne a cui viene minata persino la capacita di credere alle proprie percezioni e pensieri, poiché vengono costantemente manipolate e convinte di avere mal compreso, frainteso, avere volutamente provocato. Perché tra le strategie del maltrattante c’è anche quella della manipolazione mentale: l’uomo violento agisce con astuzia e tattica per fare in modo che la donna non si fidi più delle proprie percezioni, la convince di essere impazzita, la confonde.

Le manipolazioni minano il pensiero e le percezioni, la vittima vive con angoscia la sensazione di stare impazzendo. Il perpetratore della violenza svaluta la confusione e la sofferenza della vittima e si proclama vittima egli stesso.

I comportamenti agiti per confondere vengono definiti dalla letteratura inglese gaslighting[5], condotte messe in atto affinché una persona dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà, al punto di sentirsi confusa o temere di impazzire. Non dimentichiamo, inoltre, che per secoli le donne che cercavano di ribellarsi alla violenza o all’imposizione di ruoli e destini a loro assegnati sono state etichettate come streghe, isteriche, pazze, criminali e rinchiuse in manicomi, conventi o prigioni.

Tra le ragioni che legano le donne ai loro partner perversi e impediscono l’uscita dalla relazione violenta c’è la difficoltà a vivere i maltrattamenti come tali ma anche una testarda e disperata convinzione della possibilità di aggiustare l’Amore guasto[6]. Ma improvvisamente, inaspettatamente, repentinamente la donna si accorge che qualcosa nella relazione di coppia non va per il verso giusto, che alcuni atteggiamenti e comportamenti del partner acquisiscono un senso inquietante, non chiaro, talvolta anche solo per motivi futili ed è questo il momento in cui iniziano il percorso di liberazione.

Quando la donna percepisce un alone di anormalità, di perturbante, qualcosa che da familiare diventa inquietante, incomprensibile, minaccioso è il momento in cui germoglia il seme della paura e la consapevolezza della necessità di proteggersi.

Termina di cercare di correggere la situazione, di modificare il proprio comportamento e smettono di credere al partner che le convince di essere la causa dei problemi della coppia.

Se fino a quel momento la donna ha sentito la responsabilità di salvare l’unità della coppia e della famiglia e ha tentato inutilmente di convincere il partner dell’utilità di una terapia per gestire l’aggressività, smette di mettersi in discussione e di assumersi la responsabilità per una situazione che non dipende da lei e accetta la dolorosa consapevolezza di una situazione paradossale, assurda, incomprensibile.

Quale ascolto?

Quando è obbligata a chiedere aiuto per un danno che non riesce più a riparare da sola la donna violata ha l’opportunità di tramutare il breve incontro con chi deve curare le ferite , se capace di ascoltare, credere e non giudicare, in un buon incontro. Incontro che può aprire un raggio di oscura luminosità[7], una breccia, una crepa, un piccolo varco nella confusione affinché sia possibile penetrare nell’inaccessibile e manifestare l’inesprimibile.

Davanti ad un testimone partecipe che ascolta può svelare ciò che giace nascosto, incompreso, escluso, inespresso. L’ascolto dovrebbe essere autentico, compassionevole, come quello del guaritore aperto alla sofferenza altrui ma consapevole di non poterla cambiare senza il volere e il consenso della vittima.

Solo quando si riaccende la forza irresistibile della narrazione il cammino verso la libertà comincia. La narrazione aiuta la donna a sapere chi è oggi, a ricordare chi era ieri e chi spera di essere domani.

La narrazione trasforma una creatura intrappolata nel suo passato in un essere liberato per mezzo di esso.

È la presenza dell’altro che permette che la narrazione diventi vittoria. Vittoria che, come dice Pavese, è la pietà che si fa gesto[8]. Gesto della cura del corpo ferito, dell’ascolto vigile, della presenza rispettosa e attenta.

Il guaritore diventa così il libro su cui iniziano a scriversi in maniera ordinata gli accadimenti confusi, il testimone vivente dell’armonia perduta, delle tracce del vero Sé della donna che piano piano emergono. Nel racconto germoglia la speranza della guarigione che coincide con la separazione e la liberazione dall’uomo violento. Ascolto che diventa impegno etico quando comincia con l’intenzione di crederle e si tramuta così in azione.

Davanti ad un testimone partecipe la donna può finalmente svelare ciò che giace nascosto, incompreso, escluso, inespresso e che per questo motivo si ripete all’infinito.

Il racconto rompe la ripetizione, rende possibile re-interpretare la storia e cambiare il futuro perché getta un ponte, un filo di speranza, un salvagente a cui aggrapparsi nel presente per liberarsi dal passato e progettare un futuro.

La corretta accoglienza di una vittima può essere il luogo e il tempo privilegiato, talvolta l’unico, per dare inizio alle cure del corpo a alla guarigione delle lacerazioni del sé.

La donna maltrattata sottratta al dialogo può, attraverso le intermittenze del cuore raccontare a qualcuno la sua “lotta quotidiana per la sopravvivenza”, prendendo consapevolezza attraverso lo svanire dell’illusione d’amore, della sua mancanza e della violenza.

Poiché “all’inizio era il Verbo”[9] la narrazione si trasforma in progetto concreto di fuga e libertà.

La consapevolezza è il primo passo per trasformare un fatto reale (le percosse) in un fatto simbolico (la mancanza di amore) trasformabile da e nel pensiero attraverso la donazione di senso.

Dall’errare nello spazio del dolore attraverso la rivisitazione della propria storia può trovarsi in un luogo nuovo, quello del cambiamento e della trasformazione, lo spazio e il tempo della rinascita come essere umano e come donna.

Il percorso dall’uscita dal tunnel della violenza domestica è lungo e faticoso, si tratta di rimettere insieme pezzi di un’identità polverizzata e frantumata dalle violenze.

La cura non è indolore poiché il percorso è lungo e tortuoso e il desiderio sarebbe quello di dimenticare e voltare pagina. Ben sappiamo, però, che il trauma si inscrive profondamente nelle memorie del corpo e della mente e che se non viene rimosso si ripresenta riattualizzandosi.

“Chi ha subito un abuso traumatico in un eccesso difensivo è pronto al suicidio pur di evitare la riedizione del trauma. Le persone abusate perdono speso la voglia di vivere. Il trauma tende a riprodursi e la vittima favorisce le occasioni di auto riproduzione. Per il trattamento è importante non tanto la ripetizione dello stesso quanto la possibilità di aprire il soggetto a nuove occasioni relazionali che possano consolidarsi e coesistere con quelle traumatiche….(…) È la sofferenza stessa che ci suggerisce e determina la modalità del prendersi cura, e non viceversa, cioè non è la competenza tecnica o teorica che decide come si può curare la sofferenza di cui stiamo facendo esperienza”[10].

In un primo periodo prevarranno meccanismi di evasione e negazione del trauma e le donne preferiranno non parlare dell’accaduto, successivamente esprimeranno un bisogno profondo di comprendere le motivazioni di chi ha commesso la violenza. Col tempo saranno pronte ad immergersi nel dolore e nella sofferenza, ad intraprendere azioni legali, a diffondere la propria esperienza per aiutare altre vittime. Alcune di loro riescono a salvarsi investendo su attività di advocacy per i diritti delle persone che subiscono violenza[11].

La terapia è come una sorta di travaglio con momenti di grande sofferenza emotiva, magari non dolore oppure anche dolore fisico. Ci vuole pazienza, non volere anticipare i tempi; in questo faticoso cammino la terapeuta è il faro che non ci abbandona, come l’ostetrica.

 Si sa che si deve soffrire per poi stare meglio. 

La terapeuta è la mia figura di riferimento, è come un punto fermo sempre al suo posto mentre io vago in tutti gli spazi che mi sforzo di esplorare, di scandagliar, per non lasciare nessun angolo di me al buio e inesplorato.

Ma poi devo uscire da quei posti e so che la dottoressa c’è, pronta a tendermi la mano nel caso non riuscissi a uscire. Senza questa consapevolezza acquisita nel tempo, non avrei il coraggio di avventurarmi come un sub in queste grotte buie.

Andando su giù avanti indietro aprendo tutte le porte chiuse. 

La terapeuta è ferma nel suo posto e io so che è pronta a darmi la mano e a salvarmi se mi avventuro in un posto da cui potrei non tornare o che potrebbe essere per me troppo pericoloso

Una guida, un faro sempre fermo immobile, che fa da contraltare a questo mio continuo movimento e oscillazione, come per i marinai nella tempesta. 

Poi scatta qualcosa: esperienze molto forti in studio e anche a casa dopo le sedute, il dolore che riemerge fortissimo. Ma è un dolore o una sofferenza o entrambe, che purificano, che puliscono, che “servono”.

Quindi, simile a quello del parto, tranne che quello del parto è solo dolore.

Dopo, la pace, la rinascita”.

Il ruolo della società

Ai fini della guarigione è importante anche che la violenza venga svelata, esca dalle mura di casa o dello studio dove è stata medicata, è fondamentale che non rimanga un dramma privato. La donna deve sapere che tutti noi non accettiamo quanto le accade e che le offriamo aiuto e solidarietà.

Dobbiamo manifestare chiaramente e in maniera esplicita che siamo contrari ad ogni forma di violenza e discriminazione.

La collettività deve agire a partire dall’infanzia impegnandosi nello sviluppare una cultura dell’equità, del rispetto e della pace; dobbiamo impegnarci nella decostruzione degli stereotipi e dei pregiudizi che sono a monte della de-umanizzazione che facilita l’agire della violenza e della discriminazione delle donne, dell’Altro, il diverso da sé, il più debole.

Noi donne dobbiamo diffondere la cultura del rispetto, la necessità della collaborazione con l’altra metà del cielo, perché solo dall’incontro tra il maschile e il femminile è possibile creare l’armonia, l’equilibrio, la creatività, la fecondità e un mondo nuovo.

Dobbiamo ammettere che i vecchi modelli e le soluzioni per contrastare la violenza risultano in molti casi inefficaci (e lo dimostrano l’attuale numero dei femminicidi e i casi di violenza), che spesso i professionisti sono impotenti e che molti operatori non sono ancora in grado di identificare i segni e i sintomi della violenza. I professionisti della cura non conoscono la clinica né le conseguenze che la violenza e i maltrattamenti possono avere sulla vita psichica e la salute della donna, senza incasellare i sintomi che esprimono quanto accade alla vittima in generiche e non specificate classificazioni diagnostiche da manuale di salute mentale.

Nuove prospettive

Bisogna investire sulle nuove generazioni, al passo oramai verso una nuova definizione dei ruoli di genere, dei rapporti di coppia, della famiglia e dell’Amore. Essere presenti in tutti i contesti dove si manifesta la violenza con una presenza consistente, vigile, attiva e resistente alle provocazioni e agli attacchi. Non basta sensibilizzare bisogna dare il buon esempio.

È necessario riuscire a trasformare la colpa o la paura della punizione di chi agisce violenza in senso di responsabilità, anche perché abbiamo visto che le sole sanzioni da parte dei rappresentanti dell’autorità non sono più un deterrente.

Facciamo uscire il crimine dalla segretezza e la vittima dall’isolamento, rompiamo il muro della collusione silente, dell’omertà.

È il tempo di costruire un nuovo modello maschile condiviso e non autoritario, bisogna farlo assieme agli uomini, alle nuove generazioni. Sottolineiamo l’importanza di atteggiamenti disponibili, tolleranti, collaborativi e di condivisione dei compiti fuori e dentro le mura domestiche, gli Uomini diano l’esempio.

Costruiamo un nuovo modello identitario maschile degno di riguardo, rispettabile, importante, onorevole, onorato, influente, stimato, insigne, prestigioso, più di quello precedente proprio perché non violento.

Non basiamo il contrasto alla violenza solo con la punizione dei reati ma stigmatizziamo i comportamenti violenti con la sanzione sociale e la vergona, non la vergogna che espelle dal gruppo ma che rende il gruppo non violento appetibile e desiderabile, pronto a riaccogliere chi ne vuole fare parte rispettandone le regole.

Riempiamo il vuoto educativo su questi temi con una presenza e una cura vigile; sostituiamo il controllo e l’obbedienza con l’autocontrollo e la responsabilità; l’ ”autorità assoluta” con “l’autorità sostenuta dalla rete sociale”[12].

Insegniamo che è vantaggioso sostituire la reazione impulsiva e immediata con quella posticipata, pensata, contenuta e controllata.

Sostituiamo il concetto di punizione con di restauro, poiché spesso al male fatto non c’è rimedio ma è possibile trasformare il rammendo in un ricamo.

Diamo maggior valore all’amore piuttosto che all’onore, all’assertività che all’aggressività.

Gli adulti devono essere un porto sicuro nelle profondità dei fondali psichici, dimostrando di avere autocontrollo e resistenza non solo quando il mare è calmo ma anche quando si agita la tempesta.

Manteniamo un dialogo e parliamo dei problemi che la violenza nelle relazioni d’amore provoca. Asseriamo con convinzione che i panni sporchi non si lavano in famiglia ma pubblicamente, che saremo disposti anche ad agire azioni unilaterali di tutela e protezione nei confronti delle vittime e per neutralizzare i comportamenti violenti.

La collettività deve essere pronta e sollecita a compiere gesti di riparazione dei danno compiuti con la violenza, a gesti di riconciliazione sia quando vi è un’ammenda di chi ha compiuto il gesto ma anche in assenza di essa e del desiderio di riparazione[13].

Educhiamo fin dalla prima infanzia a coltivare l’empatia e la compassione[14].

Contrastiamo la violenza con l’Amore e la tenerezza[15]. E infine ringraziamo le tante donne che non solo sono uscite da storie di violenza ma hanno fatto della loro vita un impegno quotidiano per sconfiggerla. 

 

Riferimenti bibliografici

https://www.amnesty.ch/it/news/2007/8-marzo-giornata-mondiale-della-donna.

Dalai Lama (Tenzin Gyatso), “Le radici dell’amore”, 2020, Nord-Sud Edizioni, Milano.

Eigen Michael, “La morte psichica”, 1998, Astrolabio, Roma.

Haim Omer fondatore NVR (Non Violent-Resistence) approach for parents e teachers.

Moroni Angelo, “Il male in adolescenza. Gruppo e setting nella cura psicoanalitica dell’adolescente delinquente”, 2022, Alpes, Roma.

Muscialini Nadia, in Revenge Porn 2020 Giuffrè Lefevbre, busto Arsizio.

Pavese Cesare, Dialoghi con Leucò. 1947, Einaudi, Torino.

Pellizzari Giuseppe, “La luminosità oscura”, in Rivista di psicoanalisi”, XLVI, 3,2000, Raffaello Cortina, Milano.

Sen Amartya, “More than 100 million women are missing”, The New York Review of Books, 20.12.1990.

Vergine Adamo, “Una ferita all’origine. Il trattamento psicoanalitico del bambino traumatizzato”, in Monniello Gianluigi rivista psicoanalisi 2014, LX, I.

Zoja Luigi, “Centauri”, 2016, Bollati Boringhieri, Torino.

Nadia Muscialini

nadia.muscialini@asst-santipaolocarlo.it

[1] Sen A. More than 100 million women are missing, The New York Review of Books, 20.12.1990.

[2] https://www.amnesty.ch/it/news/2007/8-marzo-giornata-mondiale-della-donna

[3] Zoja L.,”Centauri”, 2016, Bollati Boringhieri, Torino.

[4] Eigen M:, “La morte psichica”, 1998, Ed. Astrolabio,Roma.

[5] Il termine gaslighting deriva dall’opera teatrale Gas Light del drammaturgo britannico Patrick Hamilton (nota negli USA come Angel Street) e dagli adattamenti cinematografici di Alfred Hitchcock “Rebecca – la prima moglie” del 1940 e “Angoscia” di George Cukor, del 1944.

[6] “Amore guasto. La violenza nelle relazioni affettive”, 59° Convegno di studio 25-26 novembre 2022, Seraphicum Roma.

[7] Pellizzari G:, “ La luminosità oscura”, in Rivista di psicoanalisi”, XLVI, 3,2000.

[8] Pavese C., “Dialoghi con Leucò”, 1947, Einaudi,Torino.

[9] All’inizio era il verbo” è ciò che vi è stato insegnato. Voi eravate con me lì all’inizio, vi ricordate? Noi abbiamo pianificato, creato. Questo è ciò che state facendo ora, solo in questo regno, dove i vostri poteri sembrano limitati. Non sono limitati. Vi assicuro che non ci sono limiti, perché questo sfida la mia natura, ed io vi ho creato. Vangelo di Giovanni, 1,1-14

[10] Vergine A., “Una ferita all’origine. Il trattamento psicoanalitico del bambino traumatizzato”, in Monniello Gianluigi rivista psicoanalisi 2014, LX, I, Raffaello Cortina, Milano.

[11] Muscialini N., “Revenge Porn, aspetti psicologici”, in “Revenge Porn. Aspetti giuridici, informatici, psicologici” 2019, Giuffrè Lefevbre, Busto Arsizio.

[12] Haim O., fondatore NVR (non violent-resistence) approach for parents e teachers.

[13] Haim O., Piacentini D. “La resistenza non violenta. Un approccio innovativo ai problemi comportamentali e psicologici di ragazzi e adolescenti”, 2021 Alpes Roma.

[14] Dalai Lama (Tenzin Gyatso), “Le radici dell’amore” , 2020, Nord-Sud Edizioni, Milano.

[15] Moroni A., “Il male in adolescenza. Gruppo e setting nella cura psicoanalitica dell’adolescente delinquente”, 2022, Alpes, Roma.

 

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2023- ” – ISBN 978-88-8247-45x-x

Riproduzione riservata

5 1 Vota
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Oldest
Newest Most Voted
error: Content is protected !!
0
Lascia un commentox