Articoli Scientifici

Fuori posto ovvero “Il senso e il buco”. Considerazioni sul funzionamento psichico intermedio – Tito Baldini

Di Tito Baldini

Abstract

L’autore, partendo dalla partecipazione scientifica alla mostra pittorica di una esule iraniana in Francia, considera sulla dimensione psichica degli stati intermedi della mente, sulle condizioni mentali di confine, sugli stati limite, e pone una rilettura personale dei processi di formazione del mondo interno a disposizione del mondo sociale e civile. Infine riflette sul rapporto tra arte e cura.

Penso sia opinione diffusa che esiste uno psichismo conscio e uno inconscio ma spesso più di là non ci muoviamo. Quello conscio è semplice perché è ciò che viviamo e pensiamo, ciò che ricordiamo e riconsideriamo, le cose concrete e quelle astratte con cui ci accompagniamo nella vita.

Ma già se ci spostiamo a pensare all’inconscio e magari a doverlo definire iniziamo a stare meno a nostro agio; certo la cultura anche diffusa aiuta perché tutti sanno che ci ricordiamo dei sogni e prima di ricordarceli non sappiamo dove erano messi, e se esiste un posto ove fossero; collochiamo lo psichico nella testa come il paradiso in cielo perché abbiamo bisogno di dare un luogo alle cose per tentare di calmare l’inquietudine che il non conoscibile solleva.  Sappiamo che c’è, quindi, questo inconscio, perché lascia tracce come Pollicino ma fatichiamo a dirci che esso per definizione è inconoscibile. Allora lo accessoriamo di dati del conscio ricorrendo ai suoi parametri e usiamo la geografia, la cartografia[1], la neurologia, la neurobiologia – specialmente oggi va di moda la neurofisiologia perché siamo diventati bravi a renderla obiettiva – o l’anatomia e lo ficchiamo nel cervello; siamo orgogliosi di dire che ora lo sappiamo che in adolescenza le aree prefrontali … mentre nell’infanzia altre aree … come a riprova che ci avevamo preso quando ipotizzavamo senza elementi, quando usavamo Freud e la sua metapsicologia. Pure quindi la psicoanalisi, che dovrebbe essere l’ambiente più sicuro per l’accettazione della natura inconoscibile dell’inconscio, si difende, studiando il funzionamento dei nervi per sostenere, ingenuamente, appunto difensivamente, che le cose stanno così,  riportando indietro l’orologio del tempo agli studi di prima del 21 settembre 1897, periodo aureo del positivismo scientista che in medicina avanzava nella neurofsiologia, prima di quel giorno appunto in cui Freud (1897) scrisse a Fliess l’oramai raggiunta sua netta convinzione che non esista un ‘dato di realtà’ nell’inconscio, dimodoché è impossibile distinguere tra realtà e finzione investita d’affetto.  Se la nostra realtà è influenzata dalla finzione investita d’affetto siamo tutti matti, oppure non lo è nessuno, e, semplicemente, risentiamo della non realtà dell’inconscio. Ci muoviamo nella nebbia e, preda di essa, cerchiamo di vedere; per farlo abbiamo a disposizione nel conscio solo i suoi occhi, con essi localizziamo addensamenti e li chiamiamo affetti inconsci. Così, affermiamo con coraggio che la parte più profonda e significativa degli affetti non è conoscibile e ci mettiamo una medaglia sulla giubba per l’audacia di ammetterlo senza troppo tremare. Ciò che è nell’ombra ci inquieta, e tutto il cammino dell’Umanità è nel senso e nello scopo della costruzione di una chiarezza. Quel che chiamiamo Umanità nel titolo alto, nobile e difficile che ci distingue dagli altri animali è un percorso dal buio alla luce attraverso zone di nebbia. Quelle ombre le facciamo divenire qualcosa nella nostra fantasia e con questa materia indefinita iniziamo a costruire trame come al telaio fino a che realizziamo qualcosa; e il prodotto in divenire, e poi divenuto, ci calma. Perché è. Solo che poi l’inquietudine uscita dalla porta rientra dalla finestra perché ci poniamo la domanda: “ma se è frutto di questo lavoro della nostra fantasia, il prodotto finito, che cosa realmente è?”   Realmente. Tutte le certezze crollano di nuovo. Vedo uno sgabello e dico: ma quanto è uno sgabello questo sgabello e quanto è invece frutto di un mio investimento affettivo, una esuberante ricaduta sui quei segmenti di legno di mie fantasie, fantasie fantasmatiche, fantasmi (quanto lavoriamo di lima con le parole per riuscire a non scappare e stare là…)? Ora io non lo so se lo sgabello che vedo io in quello sgabello là è lo stesso sgabello che vede Sibilla Aleramo che a quindici anni su uno sgabello fu rovesciata e violentata. Forse lei nel vederlo ha un sussulto mentre io no, forse prova disgusto e vomita mentre io sorrido perché magari da bambino ci cantavo sopra la casina in Canada. Posso dire di lei pazza perché vomita alla vista di uno sgabello e inserirla in una griglia per me rassicurante del dsm rinnovandolo ad ogni coraggiosa mia scoperta di nuove malattie, e dormire sonni sempre più tranquilli, perché sempre più malattie scopro, quindi porto alla luce; malattie degli altri, che io sano ritraccio e scrivo sicuro nel dizionario internazionale della fragilità dell’umanità che ha potere, contro quella che non lo ha, di dire cosa sia il sano e l’insano, il giusto e lo sbagliato: negli acquisti, nel modo di distinguere chi ruba nel fare ricchezza e chi la fa da onesto,  nel modo di pensare i pensieri giusti da quelli sbagliati[2].

Il mondo interno io me lo raffiguro come un fiume carsico che scorre sotto la vita di noi singoli e, più giù ancora, sotto quella di tutti; un fiume che nel più profondo è immenso come un mare; anzi, è un mare ove l’acqua va al contrario, e risale, dividendosi in corsi fluidi sempre più articolati che infine escono alla superfice piccolissimi, arteriole microscopiche, costituendo il conscio di ciascuno di noi. Sotto siamo uniti, poi iniziamo a dividerci; quel profondo è collettivo, il primo e più importante patrimonio dell’Umanità. Non ne ho le prove e non può ne mai potrà mai averle nessuno, di quel sto dicendo circa l’inconscio e il nostro psichismo. Possiamo solo ipotizzare a partire dai fenomeni e da quello che facciamo. Nel senso che se con una teoria applico un metodo e ottengo nel tempo molti risultati posso ipotizzare con un margine di ragionevolezza che questo inconscio si formi così, si rompa così e si curi così.

Siamo dotati di un’energia che deriviamo dall’istinto (sopravvivenza dell’individuo e della specie) e con essa, rincorrendo il piacere, di cui unici animali ci siamo potuti dotare, ricorrendolo appunto, il piacere, desiderando e non avendo l’oggetto del piacere, la meta, cerchiamo il modo di raggiungerlo. All’inizio del percorso di costruzione dello psichismo c’è quindi il mare carsico, un fluido appunto informe, ed energia, fondata su un transito irrisolvibile dall’istinto al piacere, energia e transito sostenuti dalla speranza di raggiungerlo, il piacere, sotto forma di oggetto immaginario, da cui la fondazione del concetto di psico-dinamica, la psiche come transito[3]. Piacere e meta quindi. Impastando tali due ‘sostanze’ iniziano a crearsi come dei fili che con l’energia e il sostegno della speranza si tessono in trame su una sorta di telaio d’anima. Questi primi e rudimentali intrecci di tessitura formano la base sulla quale si lavora ancora di sgrosso e poi di fino, ‘fino’ a definire qualcosa che somigli a un prodotto ultimato. Gli somiglia molto ma molto da lontano, diciamo ne è un’ombra, una immagine: siamo nell’immaginario, sede dei fantasmi, della fantasia, della fantasticheria. Siamo sempre nel sogno, come nel sogno eravamo prima, solo che ora, direi il sogno di un sonno meno profondo, un poco meno. Quel profondo, più di più profondo, è un denso angosciante perché immateriale e quindi informe; dato ciò, quindi data l’angoscia, inizio a provare delle rappresentazioni dell’informe ed ecco le prime trame al telaio: fonde, e, rudimentali. Sopra di esse tesso altre trame come dicevo ma adesso aggiungo che sono rappresentazioni poco più raffinate di rappresentazioni poco più grossolane. Siccome la rappresentazione non è la cosa ma appunto una sua rappresentazione, se la cosa era angosciante, con la sua rappresentazione al posto di tale cosa io sono meno angosciato. Per questo nasce e si forma lo psichismo: per ridurre l’angoscia che ci connota in origine senza alcuna possibilità di evitarlo. Se penso a una cosa grave che mi è accaduta, non la vivo (o ri-vivo); quindi, se la rappresento, non la percepisco addosso, e, mi angoscio meno. Mi persi al mare a tre anni di vita alle nove di mattina e fui ritrovato alle diciotto del pomeriggio. Ricordo quando mi girai e non vidi più mia madre dietro il pino col mattonato di tufo intorno, alto fino agli occhi, e ricordo quando la rividi su quel divano a fiori, alto tre volte me, che piangeva. In mezzo nulla. Però se andavo al mare mi sentivo male, mi veniva da vomitare e mi mettevano all’ombra. Non ho mai avuto interesse ad andare al mare per molta vita e semplicemente non ci andavo, dicevo che se lo avessero levato non me ne sarei accorto, ma andavo in montagna e tutto era a posto. Non ci pensavo. Se ci andavo, sentivo come una nenia che aveva a che fare col sole, come un senso di smarrimento interno ma non comprensibile, come qualcosa che aveva a che fare con

sole che fa solo

solo nel sole

ma così so dirlo adesso; vedete: adesso so pensarlo e finanche metterlo in parole, certo evocative ma pure sempre parole, al posto di angosce impensabili, indicibili, inscrivibili, illeggibili (quanti termini psichiatrici sono stati creati negli ultimi vent’anni per mettere nomignoli ad arginare la paura che ha tale disciplina del proprio ambito epistemologico, l’inconscio?). Adesso – che poi ci feci dieci anni d’analisi personale quattro sedute la settimana e potei creare trama sopra quella ganga minerale informe[4]; trama quindi sopra una a-senza, un buco. Un buco di senso. E qui è il punto. Il senso e il buco. Io non avevo trama per pensare quell’accaduto come non ne aveva Sibilla Aleramo perché i nostri accaduti non avevano senso per noi in quel momento in cui ac-caddero, e quel non senso non era una lacerazione nella trama che puoi, seppure con dolore, cucire e tenere in un’augurabile nevrosi scompensata, benevolo taglio che può rimanere e dare problemi o cicatrizzarsi e dare fastidio. No: , non c’è tessuto e non puoi quindi riparare (altro temine nobile della salvezza negata al buco di senso), cucire. La psiche si cura cucendo come i rapporti tra umani che si reggono, più che su nobili slanci, su lacerazioni e cuciture. , non c’è da cucire perché non ci sono lembi più o meno attigui; , non c’è niente.  Eppure quel niente lo abbiamo.

Dove?

Dov’è?

Qualcosa di quel nulla, tuttavia, nella nebbia più densa si può aggrumare, deve essere tra il meriggio e il tramonto; e allora vedi, vedi qualcosa, e sul torrione comparve il primo fantasma alla giovane e brava istitutrice[5]. Possiamo definire pazza la donna e tornare tranquilli perché noi non lo vediamo, quello spettro, quindi non c’é. È obiettivo. Questo ci rassicura, E per rimanere tranquilli iniziamo a rintracciare pazzi come lei, catalogarli, e convincerli con la violenza dell’emarginazione e della cura della verità obbligata, dell’ammissione sotto tortura di una diagnosi psichiatrica grave, come nell’inquisizione, sotto la tortura degli interrogatori malato-sano, paziente-psichiatra, possiamo, dobbiamo, convincerla che sia pazza, e che per curarsi debba ammettere che vede fantasmi come volare asini; poi, con condotte cognitivo-comportamentali, che ricordano la pedagogia del bastone e carota, la rieduchiamo a pensare come noi, noi sani, noi che non ci siamo, in quella zona fuori posto, in quella terra non segnalata dalle nostre cartografie dell’inconscio[6] le quali, se scritte in tale, scellerato e sedicente sano, caso, altro  non tracciano che la rassicurazione della distanza. Invece quei fantasmi erano tutto quel che ci sarebbe stato utile se avessimo avuto la capacità rara di aiutarla, quella donna, come pure Tito e Sibilla; lo smarrimento del bambino rimasto nell’adulto che evita il sole al mare; la posa in terza persona di un lungo romanzo tutto scritto in prima, in terza solo quel breve passaggio, periodo di quattro righe, in cui viene reso il corpo stuprato di una bambina dalla donna che da sé quella non esperienza dissocia per tutta la vita e ad essa, come una pianta tragica, la avviluppa.  In quella zona ipodensa, in quella area anaerobica sopravvivono cose in sé[7] come dentro cisti chiuse. Ma in tali formazioni il contenuto si mantiene come era, intatto, e per irradiazione da esse quella cosa immodificabile, quel sé-immodificabile va a caratterizzare di sé il Sé della persona. Siamo al trauma.

Mia madre mi chiese di non aprirla e l’assicurai che ciò non sarebbe accaduto. Mi telefonò e mi cercarono al lavoro perché “è urgente”. Mi diedero la linea e lei parlava senza darmi riferimenti; per lei era ovvio, riprendeva il discorso interrotto il giorno prima. Erano passati più di trent’anni e io allora neanche ero al mondo. “Il padre – mio, padre – me l’ha promesso, che nessuno oltre lui l’avrebbe toccata con le mani, che lui l’avrebbe collocata dentro delicatamente”. La rassicurai con dolcezza. Aveva perduto al parto il primo bambino, lo aveva sentito muoversi e morire soffocato dal cordone e dai tentativi di un’ostetrica frettolosa, cose di altri tempi “sei giovane ne farai tanti, dimenticherai presto” e fine là. E lei così fece: mise al mondo ancora mezza squadra di calcetto e crebbe generazioni di alunni a scuola, invecchiò e tutto andava; poi quel richiamo cimiteriale e la necessità di ridurre salme nella tomba: si aperse la cisti e il contenuto era intatto, così come allora. Lei, le mie sorelle, io: abbiamo tutti lavorato nella messa in sicurezza dei bambini e dei ragazzi e certo non è stato facile per me essere il figlio maschio vivo. L’unico. Ma a quell’epoca, come pure addietro –  leggetevi il toccante e colto Chiara d’Assisi di Dacia Maraini se avete dubbi – le cose andavano così, si va avanti che la vita è questa, e si organizzano balli americani su sessanta milioni di morti in sei anni d’impazzimento generale[8].

Solo che le donne continuano ad essere abusate, stuprate e uccise (Paola Di Nicola 2012; 2018), e a Nicolajewka si combatte come ottant’anni fa[9]. Nessuno raccontava dell’Olocausto, nessuno voleva ascoltare i racconti, nessuno narrava l’orrore delle trincee; le donne hanno difficoltà a denunciare violenze, abusi, stupri, minacce di morte e spesso incontrano muri[10] di banalità del male (Arendt 1963). Mi soffermo sul dato di fatto della difficoltà a mettere pensiero e parole sul trauma da parte sia di chi lo ha vissuto sia di chi potrebbe raccoglierlo con ascolto attento, profondo e partecipe. Perché? Perché quello si ferma nell’area al limite, fuori posto, ove l’assenza di rappresentabilità fa insorgere angoscia impensabile e indicibile, e appunto l’impensabilità e l’indicibilità iniziano a dominare la scena, nella geografia e nella storia di ogni persona, popolo, fino all’Umanità tutta. L’inconscio spaventa ma sta sotto come le montagne nella storia spaventavano ma stavano sopra. Non ci vai e hai risolto; apparentemente, è vero, ma in quell’apparenza, subendone le conseguenze come mia madre l’umanità vorrebbe vivere. Poi però dall’inconscio collettivo la stessa Umanità tira fuori esemplari di esploratori e si comincia a salire le montagne e a scendere l’inconscio lasciando il mondo al contempo ammirato e spaventato (gli attacchi ai padri alpinisti e ai padri psicoanalisti è nella storia). Tra le straordinarie e audaci risorse della psicoanalisi c’è anche quella di avere a un certo punto[11] raccolto il coraggio di collocarsi dove Freud l’avrebbe a mio avviso voluta, là nel mezzo, tra il magma e le rappresentazioni consapevoli, Noi psicoanalisti ci siamo così attrezzati a stare ; ove tutto è indefinito, l’angoscia di casa, nella casa dell’angoscia, sulle pareti spaventanti della scesa vertiginosa, giù nel pozzo delle donne di Alba de Céspedes[12]. E là usiamo la nostra attrezzatura interna, quella della nostra stessa anima, per avviare trame di tessuto sulle nuvole, sulle condizioni eteree, senza mai giudicare, senza bloccare dentro una diagnosi come radiografia indelebile dell’anima: senza pregiudizi o preconcetti, senza spazio né tempo, privati quindi per scelta di ogni riferimento a ciò che è conscio; stare là, e lavorare tessuti ineffabili d’anima, seduti a terra davanti al mare infinito dell’inconscio come antichi pescatori a riparare reti per altri irrecuperabili.

Un lavoro analogo lo svolge l’arte quando ha il coraggio di non definirsi eccessivamente, quando preferisce l’implicito, il non chiaro, l’evocativo, il suggestivo; figure retoriche della fuggevolezza e imprendibilità dell’esperienza. Il discorso con l’arte e l’artista diverrebbe enorme e non posso affrontarlo qui per più motivi di contenitore (lo spazio e il tempo di uno scritto) e di contenuto (non sono un artista né un critico d’arte). Vorrei solo dire che a mio avviso, e credo ciò mi avvicini a Lacan, detta esperienza creativa è amata fino all’indispensabile dipendenza perché espone, con la sua magia, l’inconscio nel conscio; in qualche modo lo fa, aperture improvvise, e, in questo modo, ci aiuta a fare altrettanto, ripercorrendo, e, anche da essa aiutati, sciogliendo, quei passaggi di blocco che chiamavo trauma, piccoli o grandi che siano (chi mai potrebbe azzardare un parametro di misura?), isolati o ripetuti, nella nostra storia personale e collettiva. L’arte credo nasca dalla tragedia con la cultura greca e nella tragedia vi sono due cose, la rappresentazione delle angosce profonde, e, il bisogno di assistere alla loro rappresentazione come manutenzione e cura dell’anima. Tutti sanno che non sia un caso che Freud andò a ficcare il naso quando avviò il percorso che lo porta a realizzare il dispositivo psicoanalitico. Non credo si fatichi quindi a considerare che per me detto dispositivo consista in un affinamento e potenziamento di meccanismi psichici di auto-etero manutenzione e cura in dotazione dello psichismo stesso, noti all’Umano fin dalla fondazione della civiltà, e, che si basano sul lavorare rappresentazioni possibili della, e nella, dimensione dell’angoscia; una preparazione militante per stare in quel tante volte citato in questo scritto; stare e lavorare, lavorare le proprie aree impensabili e indicibili riattivate dal contatto e dalla co-incarnazione con quelle delle persone che si stanno aiutando, lavorarle usando un bagaglio formativo di alta precisione, sempre monitorato e aggiornato; direi, tanti agganci alla parete per lasciarsi poi andare a peso morto e occhi chiusi, sapendo, pur nelle piene percezioni di angoscia che arrivano, di avere quel che serve per risalire in due su percorsi, sempre meglio definiti, di rappresentazioni di ciò che non è né mai sarà. Ma, se non lo sarà, se non sarà mai nel concreto della vita, se quindi non diverrà, per assenza di rappresentazione, un concreto assurdo terrorizzante che incombe nel presente come convitato di pietra, se così non sarà per via delle rappresentazioni che ‘realizza’, che quindi pone come simbolo nel reale, come simbolo che determina il reale al posto del concreto terrificante, ebbene, se va così, l’opera della manutenzione, psicoanalitica o artistica che sia, se così va abbiamo vinto, anzi, con-vinto, vinto insieme all’altro, ove il suffisso con apre l’obiettivo sulla convivenza con detti stati limite della mente, i quali, anche per questo, via via divengono familiari, domestici, salvando tutto perché, visto così, tutto chiede salvezza[13].

 

Bibliografia

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Revelli Nuto (1977) Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina. Torino: Einaudi;

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Daniela Scotto di Fasano dialoga con Tito Baldini

a partire dal suo scritto “Fuori posto – ovvero: Il senso e il buco.

Considerazioni sul funzionamento psichico intermedio”

Spero non sia una recensione ‘fuori posto’ questa mia del commovente articolo di Tito Baldini “Fuori posto. Ovvero Il senso e il buco. Considerazioni sul funzionamento psichico intermedio”, presentato nel contesto della mostra Fuori posto, esposizione pittorica di Samaneh Atef, iraniana esule negli Stati Uniti e attualmente nel Sud della Francia?

Si, credo di si, almeno questo è il mio spaesamento di fronte alle esperienze narrate in quanto vissute da Tito. Uso non a caso il termine s/paesamento, perché allude all’esperienza inquietante di Tito bambino, del – come scrive nel suo commento Donatella Lisciotto – bambino Tito in Tito adulto, e, infine, ma non meno pregnante, lo s/paesamento di un’esule: Samaneh Atef.

Tito bambino si perse al mare per nove lunghissime ore irrapresentabili, ore di sole, ore di luce così abbagliante da non permetterne la ‘visione’, dunque – apparentemente – il ricordo, e quindi, inevitabilmente, buco di pensiero, sorta di scatola nera alla quale ricorrere per colmare un ‘vuoto di senso’ nel funzionamento di un aereo o di un’automobile. Possiamo allora pensare a quanto scrive Tito del suo terribile perdersi perdendo al contempo le sue figure di riferimento che resta come inciso nel corpo, impedendogli per anni il piacere del mare? Cioè un corpo che tiene a corpo (Scotto di Fasano 2003) quello che la mente troppo intensamente traumatizzata non può tenere a mente? La percezione come dimenticanza del ricordo? Bion illustra “quello che un musicista potrebbe descrivere come un’incapacità di ‘sentire’ o di ‘accordarsi’ rispetto a quanto è stato detto, in modo tale che l’asserzione enunciata non può essere ‘sentita’ a meno che non sia esattamente e precisamente sintonizzata al ricettore […] un bersaglio mancato soltanto di pochissimo è comunque mancato del tutto” (1996). In tal caso, con le parole di un altro psicoanalista, Winnicott, possiamo dire che il soggetto non può che “continuare a cercare quell’evento del suo passato di cui non ha potuto ancora fare esperienza. Ricerca che assume la forma di una attesa dell’evento nel futuro” (Winnicott 1974). Vediamo quanto detto mediante un riferimento alla clinica.

Si tratta di un paziente che, per molteplici ragioni, non poté, per l’intero primo anno di vita, né crescere con i suoi genitori né nella sua patria, avendo dovuto essere trasferito, dopo il parto, in un paese straniero. Egli fu quindi esposto a una brusca rottura della continuità di contatto sia con la voce della mamma sia con la lingua madre, voce e lingua che ritrovò (supponiamo identiche-ma-diverse) molti mesi dopo. Nel corso dell’analisi, capitò che in una seduta io fossi rauca. Ciò comportò per il paziente l’accrescersi di un intenso e, via via, ingovernabile stato d’ansia che lo costrinse, alla fine, a sollevarsi dal lettino per voltarsi a rassicurarsi che io (io-ma-non-io a causa del mio usuale accento ma in un timbro vocale diverso), fossi davvero io, avessi cioè conservato – nella discontinuità timbrica –  la continuità d’immagine suggerita dalla continuità d’accento. Si trattò di un vero attacco di panico (il disturbo che aveva all’inizio motivato l’analisi), il primo e l’unico sul lettino, che permise, con il riaffiorare di ricordi e fantasie, di restituire senso a un’esperienza rimasta, fino a quel momento, incomprensibile (sul piano emotivo) perché indicibile: insensata. La dimenticanza di ricordi troppo insopportabili era all’improvviso venuta allo scoperto, comportando la possibilità di rivivere all’unisono con l’analista l’esperienza traumatica del primo periodo della sua vita, che come tale non era accessibile alla pensabilità. L’ipotesi che si può fare relativamente all’episodio occorso in seduta è che, accordandosi, come scrive Bion, le due esperienze – della voce diversa per timbro ma uguale per accento nell’area della continuità dell’immagine -, si siano date le premesse per costruire nella realtà relazionale dell’analisi un contesto di senso per quel grumo d’insensatezza risalente alla rottura di continuità dell’esperienza con la voce materna, perduta/rirovata uguale-ma-diversa alle origini della vita, quasi che, attraverso un’immagine visiva siano stati espressi elementi primordiali che ancora non avevano trovato accesso alla mentalizzazione. Egli si trovava pertanto di fronte a elementi percepiti ma non mentalizzabili perché mai trasformati, come dice un altro psicoanalista, Racalbuto, “da una attività psichica di risposta all’enigmaticità del dato sensoriale […] Freud (1911) aveva segnalato, […] ne I due principi dell’accadere psichico […] [che] In questo caso le impressioni somato-sensuali prevalgono […] senza alcuna possibilità di collegamento con rappresentazioni, espressioni mentali, tantomeno verbali. […] [poiché si tratta di] Esperienze vissute in una condizione di impreparazione per la psiche, e che non hanno originariamente a loro disposizione un pensiero organizzato […], per cui in questi casi l’originario è nel corpo” (Racalbuto A., 1997).” Ed è dal corpo che chiede di essere decifrato come dimenticanza di un ricordo privo di parole.

Ecco, credo che Tito ci abbia – con grande onestà e coraggio ‘esponendosi’ – messo a contatto con quanto può far sì che esperienze ‘in attesa di un sognatore (e poi più in là, grazie al sogno, di un pensatore) possano farsi vive, letteralmente, come nel caso del mio paziente, chiedendo udienza per arrivare al senso. Uno psicoanalista greco ma naturalizzato francese, Castoriadis, ha scritto che la mente, più ancora che di latte, ha bisogno di senso. Però, occorre, come ci mostra Baldini, poter accedere e ricorrere al funzionamento psichico intermedio. Infatti, come lui stesso scrive e ha scritto, e come la Psicoanalisi continuamente testimonia, la psiche è transito: “Possiamo richiamare a questo proposito «l’importanza degli Zwischengedanken (pensieri intermedi), concetto questo che vorremmo, con Kaës, sottolineare come centrale nella Psicoanalisi, costantemente rivolta all’intendere-fra», in quell’area condivisa da paziente e analista, assieme dediti a disidentificazioni possibilmente felici. Come il chiasmo è il luogo della poesia, così Eros inaugura il luogo dell’incontro tra gli individui, fa legame.” (Francesconi, Scotto di Fasano, 2023).

Esperienza che probabilmente la mostra di Samaneh Atef attesta e testimonia.

Mi piace concludere con un riferimento a mio parere prezioso di incontro tra esperienza traumatica-sogno-arte-rappresentazione. Mi riferisco cioè alla funzione metaforica della mente. Forse funzione della memoria implicita di cui parla Mauro Mancia (2001) potrebbe essere quella di conservare intatta la dimensione emotiva e affettiva connotante, al momento del loro verificarsi, le esperienze divenute poi non coscienti.  Forse proprio a tale dimensione – in cui è il corpo ad essere affetto (Racalbuto 1997) – potremmo riferirci per dar conto di quei ricordi in cerca di un pensatore (Francesconi, Scotto di Fasano 1997) che irrompono (o fanno ingorgo) con tutto il peso corporeo dell’insensatezza.

La genialità di Freud fu quella di scoprire che le isteriche soffrivano di ricordi e che non restava loro altra strada, per parlarne, che quella del ricorso al linguaggio d’organo, con ciò sganciando l’esistenza dalla coartazione del destino e restituendo senso allo scarto, al residuo, all’apparentemente insensato, fondando, in tal modo, una scienza riflessiva:

In questo forse è essenziale la funzione di una scienza ‘riflessiva’ che possa liberarci dalla predeterminazione contenuta nell’idea di un destino già segnato e immutabile, e ci aiuti a trovare sempre nuovi modi per rinnovare l’interrogazione, ma con la consapevolezza e l’accettazione che il nutrimento del pensiero deriva proprio da quella parte dell’esperienza che rimane meno esprimibile…Un polipo sognava alla luna…” (Preta 1993, XXXII – XXXIII).

Lorena Preta si riferisce a un disegno con cui Giuliano Briganti, lo storico dell’arte, dava senso – “mediante una trasformazione poetica e cognitiva” – a un’avventura estiva occorsa in Turchia: un polipo, all’imbrunire, sulla spiaggia di scogli, s’avvinghia per un attimo alla gamba di Lorena Preta. I disegni schizzati sul foglio e le parole che li accompagnano narrano:

il polipo innamorato viene staccato dalla gamba di Margaretha, ma nell’urgenza dell’azione è tagliata insieme al tentacolo anche la gamba… Giorni tremendi… un medico turco compie il miracolo, ma commette un errore: al posto della gamba attacca il tentacolo…e così la bella, tutte le notti sulla sua barca, sogna nostalgicamente il polipo, che ormai in parte le appartiene. E la paura, l’eccitazione trovano una forma, una via di rappresentazione. E le emozioni sono restituite trasformate. E l’invenzione narra anche della realtà” (Preta 1993, XXXI).

Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: ‘Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?’.

Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante (de Saint Exupéry 1943, 7-8). Se c’è modo di ospitare un apparente non-senso e di integrare le esperienze “ora faro / ora mare”, allora corpo e mente possono reciprocamente com-prendersi oltre il piatto apparire di “un cappello”.

Bibliografia

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Mancia M., 2001, L’arte del corpo: una riflessione psicoanalitica, in Longhin L., Mancia M., a cura di, Sentieri della mente, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

Preta L., 1993, a cura di, La passione del conoscere, Laterza, Roma-Bari, 1993.

Racalbuto A., 1997, Pensare, L’originario della sensorialità e dell’affetto nella costruzione del pensiero, Convegno Intern. per il Centenario della nascita di W.R.Bion, Torino, 1997, http://www.sicap.it/~merciai/papers/racal.htm

Scotto di Fasano D., 2003, Dall’incomprensibile fatto corpo alla mentalizz-azione, Psiche, 1, 2003

Winnicott D.W., 1974, The fear of breakdown, Intern. Rev. of Psychoanal., 1, 1974

 

Donatella Lisciotto[14] dialoga con Tito Baldini a partire dal suo scritto:

Fuori posto – ovvero: Il senso e il buco.

Considerazioni sul funzionamento psichico intermedio”

Leggere Baldini può essere vertigine, sconfinamenti, frequentare abissi e risalire. È l’ebbrezza del “liberamente associare”, del perdersi nella straordinarietà dell’attenzione fluttuante. Una scrittura palpitante dove si può riscontrare un misto di struggimento, speranza e caparbietà, imporsi sulla vita, anche con sfrontatezza. Lui sembra conoscere – e non ne fa mistero- cosa si prova a stare nelle “zone di nebbia”, quelle in cui si impatta “l’ombra”, quella che “ci inquieta”, quella che spinge l’Umanità verso la ricerca e la costruzione della chiarezza. Generosamente e coraggiosamente ci inoltra nel trauma che ha conosciuto e che pare sia stato, in seguito, responsabile della sua sensibilità psicoanalitica, e del suo spessore ma anche della sua personalità inclusiva, che è ricerca della “sponda”, dell’altro, piacere della condivisione. Un ricordo d’infanzia, una giornata di mare e sole, e improvvisamente di paura disorganizzante al cospetto dell’essersi perso – di “essere perso”-. Smarrito.

È solo, rimanda alle angosce primitive di Winnicott. “Un buco di senso” che poi si trasforma nella capacità di pensarlo, quel buco, e trovarvi anche un senso.

Ed è allora che il “buco” si arricchisce di significato o diventa significante: diventa “senso” “Vedete: adesso so pensarlo e financo metterlo in parole (…) al posto di angosce impensabili, indicibili, iscrivibili.”

Un buco di senso è la descrizione azzeccatissima di quello che si prova durante un’esperienza traumatica.

“Io non avevo trama per pensare quell’accaduto come non ne aveva Sibilla Aleramo perché i nostri accaduti non avevano senso per noi in quel momento in cui accaddero”.

In “quel momento” avviene un “buco” nella vita dell’individuo che ha attraversato il buio o l’abbacinamento del trauma, sì, AVVIENE, come uno strappo nel tessuto, una lacerazione inspiegabile e inaspettata ma che AVVIENE indefettibilmente, e senza sconti o responsabilità, trovandoti inerme e senza alcun potere (altro aspetto traumatico).

“Là – dice Baldini – non c’è da cucire perché non ci sono lembi più o meno attigui; la, non c’è niente “E come si fa a ricucire lo strappo, il buco, se i lembi sono strappati? Come si ricuciono le lacerazioni? Come si ricuce dove “non c’è niente”? Eppure da quel “niente” si può ripartire poiché, in un dato momento, è SOLO quello che abbiamo, È, ed un punto sostanziale da cui partire. È una “zona fuori posto” che tuttavia costituisce un patrimonio per reinventarsi partendo proprio da quel buco di senso. Per Tito è “lo smarrimento del bambino rimasto nell’adulto che evita il sole al mare”.

Questo articolo ha il pregio di permettere al fruitore di contattare e interagire con zone di sé aliene, attraversate dal trauma, che tuttavia possono trovare una significazione, possono esprimersi nel dolore anziché nell’indicibilità.

Da questa suggestiva quanto realistica disamina dell’esperienza traumatica, Baldini passa all’Arte come esperienza creativa che espone l’inconscio nel conscio determinando “aperture improvvise”. L’arte, rappresenta e veicola angosce profonde dell’individuo e del mondo, come nella tragedia greca, ma al contempo è “manutenzione e cura dell’anima”.

[1] In tale ambito di approfondimento risulta irrinunciabile citare il testo di Lorena Preta Cartografie dell’inconscio (Mimesis 2016), come pure il volume Una psicoanalista a Teheran, di Gohar Homayounpour (Raffaello Cortina 2013), da lei voluto e curato nell’edizione italiana.

[2] Nel senso riferito, notabile è  l’operazione epistemologica, sociale e civile dello  psicoanalista con funzioni di training Ezio Maria Izzo, la quale – raccolta in uno straordinario docu-film che realizzò con Agostino Raf e Gianni Garko, “Raggi nelle tenebre” – è stata presentata e discussa in una recente Serata Intercentri SPI romani; materiale che trovate in chiaro nel sito del Centro Psicoanalitico di Roma (https://centropsicoanaliticodiroma.it).

[3] Approfondisco la tematica nel capitolo “L’intramontabile contributo di Freud” del libro Ragazzi al limite (Baldini 2011) e nella docu-serie filmata Freud e le professioni d’aiuto (www.psicoanalisiesociale.it).

[4] Con tale evocativa, intensa espressione Italo Calvino (1988) definisce tali livelli profondi della psiche.

[5] Mi riferisco a Giro di vite di Henry James, 1897, Mondadori, 1989. Tratto l’utilizzo di tale racconto lungo (novella) nell’aiuto nell’ultimo capitolo di Ragazzi al Limite (op. cit.).

[6] Cfr nota 2.

[7] Tratto il concetto della cosa in sé, da Platone a Kant a Bion, nel ciclo di seminari di formazione Bion e le professioni di aiuto (www.lesrarubin.it; in uscita su www.psicoanaisiesociale.it).

[8] Espressione coniata da Marco Revelli quando dialogammo su la follia della guerra (www.psicoanalisiesociale.it).

[9] Il padre di Marco, Nuto Revelli (1946; 1962; 1977) , compie nella vita un tentativo ammirevole quanto disperato di dare senso alla morte di un’intera generazione italiana di ventenni caduta – dal crudo concreto all’evocativissimo metaforico – nella sacca di Nicolajewka il 26 gennaio 1943.   Il figlio eredita e continua l’opera di dissuasione dalla banalità del fare la guerra incontrando le difficoltà che sono sotto gli occhi di tutti. Tra i suoi tanti libri: Mai tardi. Diario di un alpino in Russia. (1946), Einaudi 2020; La guerra dei poveri. Einaudi 1962.  Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina (Einaudi 1977).

[10] Inevitabile il richiamo al muro di spalle di Alba de Céspedes (1949) in Dalla parte di lei.

[11] Mi riferisco a quella che gli Autori chiamano la “svolta degli anni” ’50 del secolo scorso (Russo 1998a; 1998b; 2005).

[12] Nel 1948, nell’ultimo numero dell’ineguagliabile e ineguagliata Rivista Mercurio da lei fondata e diretta, Alba de Céspedes – in replica al monito di Natalia Ginzuburg alle donne di non farlo – condivide col mondo l’importanza della capacità, peculiare secondo lei del solo genere femminile, di scendere nel pozzo, nel loro proprio pozzo, e da là trarre e riportare in superficie il meglio della natura umana perché lavorato nell’insicurezza, nella paura, nell’angoscia e nel dolore, nella capacità, quindi, di stare in detti stati d’animo senza fuggirli, e di gestire tale esperienza fino ad uscirne, riportando, così, e acquisendo, dentro, un corredo esistenziale altrimenti inaccessibile.

[13] Mi riferisco allo straordinario romanzo omonimo di Daniele Mencarelli (2020), Premio Strega Esordienti e Finalista Premio Strega 2022, opera più seguita per mesi in Italia nella versione in serie Netflix.

[14] Donatella Lisciotto è Membro Ordinario SPI e Segretaria Scientifica del Centro Psicoanalitico dello Stretto.

titobaldini@gmail.com

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2023- ” – ISBN 978-88-8247-45x-x

Riproduzione riservata

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Silvia Golino
Silvia Golino
3 anni fa

“C’è sempre qualcosa di terribile, e allo stesso tempo splendido, nell’attimo in cui decidi di guardarti dentro”. Così esordisce il monologo teatrale ‘L’interpretazione dei Sogni’ di Stefano Massini. Voce fuori campo, palcoscenico e tribune completamente al buio. Voce che ti entra dentro come questo scritto. Tito Baldini in queste poche pagine si apre e ti avvolge con qualcosa che può apparire terribile, ma che in realtà è splendido: “Si comincia a salire le montagne e a scendere l’inconscio lasciando il mondo al contempo ammirato e spaventato”. Atto coraggioso, militante… vitale per noi e per coloro di cui di prendiamo cura! 
Bianca Tosatti, curatrice della mostra di Samneh Atef, per la quale il testo di Baldini è stato scritto, afferma: “Con l’arte si soffre di più ma ci si sente anche più liberi”. Il gruppo musicale italo-palestinese Radiodervish recita nel bellissimo brano dal titolo ‘Lontano’: “La vita ha un suo dolore, indecifrabile.” Ma è proprio là, dove più si soffre e dove tutto è indecifrabile, che si attrezza l’anima “per avviare trame di tessuto sulle nuvole”. (La canzone dei Radiodervish prosegue, e nei suoi versi in arabo recita: “Le tue mani impastavano la speranza con le nuvole”)
Tutto questo, descritto da Tito in modo altissimo e profondissimo allo stesso tempo, è l’approccio che caratterizza il nostro lavoro, ma è anche irrinunciabile scelta di vita.

Andres
Andres
3 anni fa

Conosco il buco, il pozzo, le nebbie, e l’arte della luce nel buio. Ora ho fatto le paci anche io con il mare, e leggervi illumina il buio del mio percorso.Grazie.

Maria Rosa Irrera
Maria Rosa Irrera
3 anni fa

La tessitura stessa di questo pezzo mi pare rendere appieno il lavorio ritmico dell’umano. Con un mix, più unico che raro, di spessore e candore (tra riflessione psicoanalitica, profondità clinica, squarci di vita e pagine in dialogo) diventa possibile dirsi lo s-paesamento del bambino nel radicamento dell’uomo, e viceversa: dirsi e darsi nella possibilità di “catarsi clinica” , ri-scrittura creativa del sé nella bellezza dinamica degli incontri.

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