“La sua barba non è così blu”. La chiave di Barbablù: tra fiaba e realtà – Giuseppina Calvo
Giuseppina Calvo
Abstract
Le fiabe sono codici di accesso e di significazione della realtà, soprattutto quando questa si configura come esperienza traumatica. Barbablù è l’Ombra che possiamo incontrare e integrare per attivare processi di consapevolizzazione. Ma cosa accade quando Barbablù è reale? L’articolo utilizza la fiaba di Barbablù come una potente metafora delle dinamiche di abuso psicologico e relazionale. Attraverso la storia della giovane sposa che scopre il segreto oscuro del marito, l’articolo mette in luce i meccanismi tipici della violenza: il controllo, la manipolazione, il divieto di accesso alla verità e la costruzione della paura. Nel percorso psicoterapeutico, la narrazione diventa uno strumento simbolico per esplorare il trauma, il senso di colpa, l’identificazione con l’aggressore come difesa dall’impotenza e dallo sperimentarsi come oggetto di soddisfacimento dell’Altro. L’atto di aprire la “stanza proibita” assume un valore trasformativo: è il momento in cui la negazione cede il passo alla conoscenza, condizione necessaria per interrompere il ciclo dell’abuso. L’articolo evidenzia come la parola, all’interno di una relazione empatica e rispettosa, possa favorire la cicatrizzazione delle ferite emotive e psicologiche, aiutando i pazienti a dare significato alle proprie esperienze e a riattivare le risorse creative, propositive e vitali della mente. In questo modo, Barbablù si trasforma da racconto inquietante a strumento clinico, capace di illuminare i percorsi di uscita dalla violenza e di favorire la rinascita psicologica.
Camminiamo lungo le strade impervie dell’esistenza impegnandoci nel compito di affermare ciò che siamo autenticamente. Il tragitto riserva non poche sorprese: incontri nutrienti e rispettosi a volte lasciano il posto ad altri segnati dalla sopraffazione, dall’oscuramento delle proprie aspirazioni fino alla lacerazione dell’anima.
Storie che si ripetono, di generazione in generazione e che dalla notte dei tempi sono narrate nelle fiabe che costituiscono il patrimonio psicologico, emotivo, esperienziale dell’Umano.
«C’era una volta un uomo, il quale aveva ville principesche e palazzi e piatterie d’oro e d’argento, e mobilia di lusso ricamata, e carrozze dorate dentro e fuori. Ma quest’uomo aveva la barba blu, blu come la notte più scura. La sua barba lo rendeva così spaventoso che non c’era donna, ragazza o maritata, che soltanto a vederlo non fuggisse dalla paura (…) Dopo un mese di felice matrimonio, Barbablù disse a sua moglie che per un affare di molta importanza era costretto a mettersi in viaggio (…) Le consegnò le chiavi dei due grandi guardaroba, degli scrigni dove teneva le monete e le gioie più preziose, le chiavi per aprire tutte le porte del castello. “Potete disporre di tutti i miei averi e usare tutte le chiavi, soltanto – disse – questa piccola chiave che serve ad aprire lo stanzino in fondo al pianterreno, non dovrete usarla mai e poi mai, vi proibisco di aprire quella porticina e se lo farete nulla vi risparmierà la mia collera» (Perrault 1697).
Marie Louise von Franz (1983) afferma che le fiabe sono rappresentazioni dell’inconscio collettivo (…) esprimono contenuti inconsci per i quali la mentalità collettiva non possiede un linguaggio”.
La fiaba è la porta sull’inconscio. È ricca di elementi archetipici che chiedono udienza, che cercano parole ed immagini per manifestarsi e permettere all’individuo di raggiungere maggiore consapevolezza.
Lungo la strada dell’esistenza, dietro qualche angolo, subito dopo una curva non è improbabile incontrare l’Ombra, l’Uomo Nero, Barbablù.
Barbablù appare mostruoso, estraneo e pur familiare, “perturbante” (Freud, 1919), seduttivo.
Si presenta mascherato a tal punto che a volte vien da pensare che Barbablù forse non ha “la barba così blu”, forse è benevolo, forse il suo potere controllante è preoccupazione, forse la sua avidità è determinazione, forse la sua manipolazione è protezione “… ma la più piccola pensò che se un uomo poteva essere tanto affascinante, allora forse non era neanche così cattivo. Più rimuginava tra sé e meno le sembrava terribile, e anche la barba le pareva meno blu”(Perrault, 1697).
In ogni essere umano è presente un Barbablù che tenta di sabotare ogni spinta vitale all’autoaffermazione consapevole di sé; un’Ombra densa e piena di tutte le esperienze non digerite, non dicibili, non pensabili che come tali esercitano un potere sinistro sul processo di crescita, ostacolandolo, impedendone la piena manifestazione.
La fuga non è la via, al contrario è necessario fermarsi e affrontare Barbablù, conoscerlo, riconoscerlo, dargli uno spazio che contiene e integrarlo, creando un equilibrio fra gli opposti “Non c’è energia senza la tensione degli opposti; perciò è necessario scoprire l’opposto della propria disposizione conscia.”(Jung, 1921).
Eppure Barbablù consegna, proibendo di usarla, una piccola chiave che apre una porta: l’ambivalenza del gesto rimanda alla manipolazione, al falso senso di libertà che confonde. Bion (1970) afferma che abbiamo necessità della Verità così come del cibo: è un bisogno primario! La giovane per diventare donna deve accettare il peso della realtà, accettare, comprendere, andare “al di là dell’ovvio”, solo così potrà mettersi autenticamente in protezione.
Altro è il caso in cui Barbablù è anche all’esterno, personificato, accanto, prossimo… “con la barba che non è così blu”.
“Posso sedermi a terra … mi sento più al sicuro…” Lisa si siede a terra, spalle al muro, sguardo basso, gambe incrociate mentre le mani torturano antiche e nuove ferite sulle braccia.
La durezza del pavimento sostiene e struttura un’anima in fiamme mentre il freddo anestetizza il bruciore delle ferite.
Lisa alza le maniche dell’abbondante felpa e si scortica nervosamente la pelle già arrossata.
Silenzio, i minuti passano in un tempo assente, bloccato nel passato dal trauma dell’esperire qualcosa che la mente non può tenere, ricordare, significare.
Non ci sono le parole per rendere conto dell’orrore subito ma il corpo grida, la pelle arde.
“Sai quando ero piccola avevo una tata che mi raccontava le favole, la mia preferita era quella di Barbablù… il mio papà non voleva che me la raccontasse e anche la mamma diceva che era troppo violenta per una bambina… a me piace tanto perché la giovane protagonista, insieme ai fratelli, uccide Barbablù”.
Nelle fiabe abitano orchi cattivi, streghe feroci, lupi famelici ma “alla fine tutti vissero felici e contenti”: una soluzione viene individuata e le principesse, i bambini, le giovani spose trovano salvezza. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi sfida, qualsiasi prova si debba sostenere, in ogni fiaba che si rispetti, viene affermata la speranza, la possibilità, la vita. Eros vince sempre su Thanatos.
La realtà spesso per orrore supera la fantasia e le vittime si trovano mangiate dai propri carnefici.
Lisa conosce personalmente il suo Barbablù, vive insieme a lui, a volte è affettuoso, generoso e perfino simpatico, tanto che Lisa prova profondi sensi di colpa nel ritrovarsi ad odiarlo.
A volte Lisa sente dentro una grande rabbia e allora apre, con le mani paffutelle ancora da bambina, il portacolori con le penne, la gomma, i pennarelli ordinati per sfumatura e prende il temperamatite; svita la piccola lama dall’involucro di plastica e lesiona la sua bianca e morbida pelle.
Il rosso del sangue impregna le sue mani e i vestiti “non è facile pulire le tracce di sangue!” Esclama. Anche la giovane moglie di Barbablù tenta di pulire la chiave che si è sporcata del sangue delle donne uccise dal marito, ma ricompare continuamente perché il delitto non può essere cancellato.
Lisa è stata lacerata dal suo Barbablù, violata nella sua intimità, strappata così come adesso lei stessa fa a brandelli la propria pelle delicata.
Nelle situazioni in cui la vita psichica del bambino viene attaccata da esperienze traumatiche segnate dalla confusione fra il “linguaggio della tenerezza con quello della passione” (Ferenczi, 1932) e dalla insostenibile impotenza, è frequente che si verifichino dinamiche di identificazione con l’aggressore. L’adulto abusante/maltrattante (ancora più pervasivo il processo se si tratta di un familiare), fonte di terrore, è introiettato dal bambino come tentativo di controllo di una realtà inaccettabile: “…questa paura, quando raggiunge un certo livello, li costringe automaticamente a sottomettersi alla volontà dell’aggressore, a indovinare tutti gli impulsi di desiderio e, dimentichi di sé, a seguire questi desideri, identificandosi completamente con l’aggressore” (Ferenczi, 1932).
Attraverso il meccanismo difensivo della identificazione con l’aggressore il bambino introietta e si identifica con la parte abusante sentendosi colpevole, immeritevole, indegno.
Lisa si scortica, si taglia, si procura escoriazioni colpendo le pareti con i pugni stretti; inizia percorsi di studio che sistematicamente interrompe alle soglie della laurea; non si concede una coccola, un premio, una soddisfazione: si sente immeritevole e deve confermare con ogni sua scelta e con l’intera organizzazione della propria vita questa rappresentazione che ha di sé.
Nella sala d’attesa Barbablù attende, sornione, che Lisa concluda la seduta, sicuro della devozione della figlia. E Lisa pur di non tradire il suo “amato” Barbablù, si scarnifica, si uccide a poco a poco perché meglio considerare sé stessa “cattiva” piuttosto che i propri genitori.
«“Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?” “Sì, li vediamo! I nostri fratelli sono arrivati e sono appena entrati nel castello”. (…) Mentre Barbablù avanzava pesantemente nella stanza con le mani tese per afferrarla, i fratelli (…) con le spade sguainate, avanzarono verso di lui, colpendo e fendendo, tagliando e sferzando, abbattendolo a terra, uccidendolo infine e lasciando alle poiane il suo sangue e le cartilagini.» (Perrault, 1697).
I Barbablù secondo Clarissa Pinkola Estes (1992) possono essere affrontati, non sono onnipotenti ma sono necessari orecchie e sguardi che non abbiano paura della loro forza e che sappiano trasformarla in progettualità, in possibilità.
Incontrare “fratelli” e “sorelle” che sappiano tenere l’orrore, che non ne temono il contatto perché hanno già calpestato quei territori, hanno usato le chiavi sporche di sangue, è fondamentale per mettere in salvo le anime-bambine e permettere l’attivazione di processi di individuazione segnati dalla creativa vitalità.
“Quando si lotta per qualcosa di importante bisogna circondarsi di persone che sostengono il nostro lavoro. È una trappola e un veleno avere intorno persone che hanno le nostre stesse ferite ma non il desiderio vero di guarirle” (Pinkola Estes,1992).
Lisa bussa alla porta della psicoterapia con in mano i frammenti della sua giovane vita; un’esistenza segnata non solo dal trauma subito, ma soprattutto dalla negazione che l’esperienza traumatica sia stata veramente tale. Se ciò che ha provato non ha trovato spazio di elaborazione e autorizzazione a esistere, Lisa non può che attaccare la propria mente e la propria capacità di pensare, naufragando nel non senso, nel vuoto occludente della verità non dicibile, nel buio denso della stanzetta della casa di Barbablù dove si nascondono pezzi di un reale che è testimonianza dell’orrore patito.
A pezzi si riduce la mente sotto gli attacchi di esperienze distruttive e violente con un Altro, che poco ha da mettere in campo per proteggere, contenere, sostenere. E nella stanza d’analisi, questi pezzi intrisi di sangue, questi brandelli di pelle vengono dolorosamente portati dai pazienti: si presentano con le loro stoffe bucate, strappate, lacerate dalla violenza dell’incontro con l’Altro e si accasciano vinti sulla sedia. Nell’iniziale silenzio, dapprima si osserva la stoffa, gli scampoli; si prosegue analizzando lo squarcio e infine, “con ago e filo”, si tenta di ricucire con pazienza e con lentezza, il tessuto dell’anima.
Giuseppina Calvo – giusicalvo73@gmail.com
Bibliografia
Wilfred Bion, (1970) “Attenzione e Interpretazione”, Armando Editore 2010.
Giuseppina Calvo (2023), “Con ago e filo. Trauma psicologico, lacerazioni e cure possibili”, La Meridiana 2023.
Clarissa Pinkola Estes (1992), “Donne che corrono coi lupi”, Saggi Frassinelli 1993.
Sandor Ferenczi, (1932), “Confusione delle lingue tra adulti e bambini” trad. Opere, Raffaello Cortina 2009.
Marie Louise von Franz (1983), “Il femminile nella fiaba”, Bollati Boringhieri 2007.
Sigmund Freud. (1919), “Opere”, Bollati Boringhieri 1978.
Carl Gustav Jung (1921) “Opere” Vol. 7, Bollati Boringhieri 1994.
Charles Perrault (1697), Traduzione “I racconti delle fate” di Carlo Collodi. Ed. Newton Grandi Tascabili Economici 173 (Novembre 1992)
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021-” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata




