Movimenti di dialogo
Movimenti di dialogo è il frutto maturo di una riflessione aperta e pre-veggente sulla più bruciante attualità: quella del non-dialogo, della compressione del pensiero, dell’asfissia della speranza, della guerra. E, soprattutto, è il disegno dia-logico e dinamico di un’alternativa a tutto ciò.
Il filosofo e accademico Massimo Cacciari e lo psicoanalista e scienziato sociale Tito Baldini incrociano prospettive e sguardi che spostano entrambi, e spostano gli spettatori dall’immobile urgenza di uno sconfinato presente.
Il tempo trascorso tra la registrazione e la pubblicazione (a cura di Silvia Golino, Maria Rosa Irrera, Andrés Pablo Pietkiewicz) non fa che esaltarne l’attualità, rivelare appieno la necessità imprescindibile di pensare, e pensare insieme.








Pensiero e dialogo posti a fondamento di una strategia anti- crisi; idee e non oggetti; cura e vigilanza contro la seduzione di una falsa sicurezza, che abdica alla responsabilità e all’impegno e cade nell’ossessione; incontro di saperi; legami di pensieri.
Questi concetti, né scontati né astratti, animano e sorreggono l’intero dialogo fra Cacciari e Baldini e sono puntualmente presenti anche in quei ” ponti” fra le varie parti di esso, curate da Silvia Golino, Maria Rosa Irrera e Andrés Pablo Pietkiewicz: vere e proprie “staffette” filosofico- poetiche.
Questo dialogo, lucido e profondo, nasce, insomma, dall’urgenza concreta di costruire un argine allo sfascio di una società, di fronte al quale si appare generalmente distaccati o rassegnati, per aver smarrito la coscienza di sé e la capacità di leggere il reale( lasciando spazio, così, a chi è pronto ad approfittarne) e di agire su di esso, in un sostanziale, allarmante
isolamento.
Questo intenso momento di dialogo ambisce, dunque, ad essere operativo, e per questo sottolinea con energia e passione non solo la necessità di pensare alto, ma anche di comunicare e condividere, creare legami per una nuova ” Resistenza”, che ci aiuti a restare, insieme, nella Democrazia.
Alcuni di noi sentono forte il bisogno di parlare della sconfinata attualità del non- dialogo, a cui le generazioni contemporanee si stanno adattando, trasformandola in un futuro che deve interessare anche gli altri saperi, non più volti solo al potere.
Se Massimo Cacciari sente di dover scrivere “Metafisica Concreta”, rivelando la necessità di far ripensare il teorico in concreto, gli psicoanalisti dovrebbero tutti esserne felici e onorati. Il XXI Congresso della S.P.I. si è appena concluso portando questa prospettiva di dialogo con la filosofia, con la società dei credenti (Chiesa Cattolica) , dei laici (Giuristi) e altri ancora.
“Il mondo salvato dai ragazzi indifferenti” libro di Tito Baldini ci apre alla speranza per i tanti adolescenti hikikomori non solo in Giappone . Anche “Metapsicologia concreta e operante” libro di Ezio Maria Izzo di prossima pubblicazione, ci invitano a riprendere un dialogo con la post-modernità.
Mi collego a quanto detto da Izzo e dalla collega Lizzio di cui condivido i temi. Dell’intervista e scambio mi colpisce l’attualità anche se poi certo non so se sia proprio un bene. Senz’altro lo è per la voglia di trovare un ‘in comune’ per reagire e come dice Tito resistere. Sono però passati tre anni dall’intervista, tra i più difficili trascorsi e sarebbe anche bene capire come e quali alleanze nel frattempo abbiamo saputo costruire. Mi è parso che dal Congresso scaturisse tanto sulla indispensabilità a non essere soli e per questo certo dialogare ma anche proporsi, dal basso come sempre dice Tito, forse per noi anche novità. Di Metafisica concreta e’ secondo me utile l’idea della filosofia ‘domestica’, Cacciari la pensa come un luogo di pensieri di prossimità da spendere, aggiungo io in una casa allargata al confronto, il nostro oggetto senza questo scambio non vive. Scrivo il commento su sollecitazione di Tito volentieri, per grande apprezzamento del portale e tutta la costellazione che riesce, lui con il gruppo, a costruire intorno, tra di noi e fuori di qui. Stupisce la sua capacità di mettere in accordo pensieri anche divergenti, da studiare per me il suo metodo, credo questo sia il punto, come convivere e produrre lavoro tra dissimili dato che psicoanalisi non è una fede né ideologia ma pensiero critico che richiede un oggetto di affezione che va poi condiviso. Da questo legante libidico, vertice di attenzione anche al Congresso emerso, mi pare si possa antagonizzare l’odio sociale portato a valore comune, con qualche problema anche di clinica.
Molto stimolante e interessante!
Davvero uno splendido incontro! Profondamente grazie!
Mi piace l’idea di una resistenza quale lavorio continuo di tessitura su sé e sull’altro, nell’incessante processo di realizzazione dell’ideale democratico, una cura continua affinché non muoia, come l’acqua che nutre la terra e che periodicamente si deve dare. La democrazia per me è un po’ un’ idea platonica, sta nell’iperuranio, non sulla terra e in quanto tale non esiste in termini assolutistici, ti ci puoi avvicinare progressivamente con tanta fatica e dedizione, ma non la raggiungi mai completamente, è il risultato del limite di x che tende all’infinito e l’infinito, come si sa, per noi essere finiti è incoglibile. Per questo credo anche che in realtà la democrazia non esista, è un sogno che alle volte ci appassiona e ci mobilita. Tra l’altro come ti ci avvicini, te ne puoi allontanare, a meno che non resisti alle spinte bestiali che premono dal basso, alla follia che elberga in te. Resistenza in tal senso è continua tensione, inquieto dinamismo affinché non si degeneri in posizioni via via sempre più anti-democratiche.
Per me la democrazia non è solo un concetto politico, è anche uno stato della mente, il migliore e il più alto possibile, in cui le varie istanze psichiche, tra loro discordative si trovano in un equilibrato rapporto dialogico, un intricato e complesso sistema di pesi e contrappesi, desideri e difese, affinché vi sia un bilanciato riconoscimento e appagamento delle stesse. La democrazia, come la psiche, è un equilibrio precario, da sotto spinte bestiali continuamente premono. In tal senso mi sento vicino a T.Hobbes, a S. Freud e a Vasco quando dice: è tutto un equilibrio sopra la follia”. Resistere è faticoso, ma al di là della fatica, in cima alla salita, c’è l’altro e quando c’è l’altro allora c’è democrazia.
Condivido a pieno l’ipotesi di un umanità che si và infragilendo, di una psiche che si va assottigliando, parallelamente alla crescente incapacità di tollerare l’assenza, aspetto con cui collude l’economia di mercato che ci offre continuamente un enorme varietà di oggetti di immediato consumo che saturano completamente ogni spazio e ci rendono profondamente bisognosi. Se non c’è spazio dove può nascere il pensiero? La creatività?
Altro aspetto a cui spesso penso e che mi sembra legato a ciò è che da un lato la tecnologia aiuta l’umano dall’altro però lo impoverisce in termini di capacità, perché quanto viene depositato nella macchina è quanto si perde in termini di competenze umane. Non so se questo sia un bene o un male ma sicuramente qualcosa a cui pensare. Al riguardo penso al timore di Socrate, figlio di una cultura tramandata oralmente, nei riguardi della scrittura in quanto a sua detta avrebbe impoverito la capacità di ricordare, quanto però tale passaggio è stato fondamentale? Grazie ancora,
B.
Bello e molto interessante il tuo commento, spero avremo occasione di parlare di questi temi. Sulla democrazia condivido le sensazioni che descrivi, in questi giorni rileggevo un libro di Pepe Mujica, e forse è vero che ci hanno venduto dittocrazia per democrazia, quest’ultima dobbiamo ancora viverla….a presto!!
Contraccambio il piacere!
Pensare pensieri, stare con loro, stare con noi: questo il filo conduttore del dialogo. Questa la questione per chi non può assentarsi: l’uomo, a confronto con ciò che si assenta, il mondo. Ed è proprio nell’epoca in cui viene registrato questo dialogo che il mondo si assenta, il mondo compreso. Prendere insieme, stare con, accanto a un invisibile, a un ignoto fuori e dentro di noi, in cui entrambi i pensatori hanno le mani in pasta, anche se in due isole, sempre più isole, diverse nello stesso mare. Tito, con la sua enorme esperienza, prende le misure e pone interrogativi necessari a chi, come lui, non si accontenta di una presentificazione perversa della “cosa che risolve”. L’attesa è un oblio tra un riempirsi di cose e un altro, che lo studioso tocca con mano, confrontandosi con l’individuo ogni giorno. Cacciari, dal canto suo, lavora dall’alto; la sua anima politica ancora viva prova a ripensare un rapporto con l’idea che resiste. Perché resistere significa stare fermi contro questa tempesta che svuota tutto. Tenersi a noi, a quell’eredità da cui entrambi, attraverso lotte, movimenti di dialogo passati e presenti, attingono. Resiste dunque la speranza di fare un cambio di rotta “dall’alto e dal basso” e questa speranza deve sempre più sperare, cioè sempre più avere fede che l’illusione del desiderio di niente un giorno verrà trattata così com’è: qualcosa che non riempie, su cui non ci si può né sedere né poggiare, qualcosa da cui non nasce nulla perché non vive di “attese con” né di “risposta da”, ma di facili soluzioni che entrambi non accolgono e non hanno mai accolto.
Oggetto onnipresente, che non ti permette di sentire l’essenza e sviluppare identità…ma gli adulti stanno troppo comodi nella situazione di non pensiero, dei figli dei discenti. Troppo spesso anche a scuola ci si presta alle logiche di mercato non considerando che ci sono linee guida europee che indicano Età e didattica dei devices (uso consapevole come strumenti non come impero). C’è un ribaltamento di paradigma che non porterà ad uno nuovo ma ad una continua stasi(Erasmo da Rotterdam diceva dia andare oltre l’apparenza, di guardare direttamente le fonti, bisogna essere istruiti e viaggiatori per conoscenza, nel tardo quattrocento …)
Scrivo qui in qualità di co-curatrice di questa edizione dell’intervista, di operatrice sociale a convinto orientamento psicoanalitico e, non da ultimo, da economista. Ritengo che tanta parte del discorso sollevato in “Movimenti di Dialogo” sia anche economico o, detto meglio, anti-economico. Come ha affermato Baldini in altra occasione, la cultura occidentale trae enorme energia dalla produzione e dal consumo su cui si fonda coi suoi modi, ritmi e tempi non considerevoli di quelli dello psichismo. In altre parole: i modi, i ritmi e i tempi dello psichismo, se rispettati come tali, farebbero crollare l’economia mondiale!
Simili affermazioni si ascoltano, si leggono, chiamano alla riflessione in numerose parti di “Movimenti di Dialogo”.
L’oggetto-merce che (oggi con fluidissima facilità e capacità di adattamento) viene imposto dal mercato proprio nel momento più delicato e sensibile dello sviluppo di psiche e affetti, si lega indissolubilmente con il concetto economico di “produzione”. L’oggetto-merce è un “prodotto” tangibile ed estetico, formato da fattori quali materie prime, lavoro di macchinari e lavoro umano (spesso geograficamente lontano, per cui “invisibile”), che marxianamente si aliena. L’oggetto-merce prende cioè identità propria rispetto all’essere umano che vi investe il proprio tempo e il proprio lavoro, ma (scopriamo, ora più che mai) ritorna a colpire l’essere umano nel punto in cui sta per nascere il pensiero. E il pensiero-critico – secondo Cacciari è la stessa cosa.
Ripropongo lo spezzone di una conversazione risalente agli anni 80 del secolo scorso, di Massimo Caccicari con l’economista “critico” Claudio Napoleoni. Si tratta di un’affermazione che trova interessantissima risonanza in questo filmato e in tutta la riflessione che stiamo sviluppando attorno a esso:
“Noi facciamo (produciamo) per debolezza dell’anima, per ‘asthenia’ – perchè costretti a cercare di vedere-toccare ciò che siamo impotenti a pensare chiaramente. La potenza del nostro produrre misura l’asthenia del nostro ‘theorein’ “.
“La potenza del nostro produrre” oggi dilaga.
Da qui il mio umile appello all’ibridazione dei saperi, al fertile connubio tra psicoanalisi, filosofia, ma anche economia sociale, antropologia e le altre scienze umane, al fine di dare forma a quelle che Lorena Preta, con potente femminilità definisce “ghirlande di pensiero”: indissolubili intrecci, colorati e profumati, eticamente ed esteticamente imparagonabili a qualunque oggetto-merce proponga o imponga il mercato.
Con il contributo di tutti, l’anti-economia è ancora possibile!
Cara Silvia, mi associo a quanto hai esposto in modo impeccabile, aggiungo soltanto una frase di Pepe Mujica ” Per essere liberi bisogna avere tempo da spendere nelle cose che ci piacciono,la libertà è il tempo della vita che se ne va e che spendiamo nelle cose che ci motivano” Un’altra economia sarebbe possibile, ma occorre stimolare il sapere umano. Leggendo questi commenti e dopo aver lavorato all’intervista, mi rendo conto che abbiamo iniziato a promuovere l’alternativa….coraggio. ..
“Resistere, resistere, resistere, come su un’ irrinunciabile linea del Piave”, infiammava la platea il giudice Borrelli in occasione di un incontro pubblico sulla legalità, che noi potremmo, per estensione, applicare alla lotta contro l’ infiltrazione del luogo comune, della retorica artificiosa, opposta al rigore del pensiero.
Tutto il resto ahimè ne deriva, dentro il gregge belante dei social che aggredisce chi non si adegua e asseconda chi propone la tesi di prossimità del momento, un tanto al chilo.
Ma la “tesi” per non rischiare di essere tautologica, deve avvalersi della dimostrazione che ne attesti la validità e questo ragionamento è imprescindibile dal principio di non contraddizione ( che ovviamente esclude il campo emotivo che di contraddizioni è intessuto), questa disabitudine al pensiero logico o solo al pensiero, allarma non poco perché se non si è rigorosi, la “tesi” diventa una congettura che quando è ben vestita di ideo(logia), si trasforma in dogma. A quel punto il mondo al contrario di Vannacci te lo ritrovi come il Talmud dei nuovi profeti che ne esaltano l’elogio della supercazzola.
E se la democrazia è la peggiore forma di governo dopo tutte le altre, è anche vero che un piccolo problema di rappresentanza ce l’abbiamo…anche al netto del periodo post ideologico.
Quindi: cosa fare per argonare la deriva e far alzare lo sguardo del ragazzo al Ponte di Rialto o anche solo per tentare di stanare l’ hikikomori, quando la velocità dell’informazione superficiale e la necessità di esistere solo se si appare, cedendo all’inganno che qualcuno si prenda la briga di notare l’altro, spegne il tempo che occorre per accendere il pensiero? Quando la famiglia vacilla e delega alle agenzie educative che essa stessa delegittima e tutti si affannano per rimanere a galla in un mare di indifferenza emotiva?
Non so rispondere in maniera compiuta, personalmente la tentazione del ritiro bella torre di avorio dove me la canto e me la suono con i pochi disposti a dialogare, è alta, però così mi piace meno perché finisco per parlare ai convertito, con buona pace dell’ emozione del confronto ( se scambio una monteta con un altro avremo solo una moneta, ma se scambio un pensiero ne avremo due).
In conclusione, che fare? Ritorno all’ inizio con ” resistere” e poi lancio la monetina in alto e aspetto, accompagnata da una, seppur flebile, speranza.
Ringrazio Tito Baldini e il prof. Cacciari per aver favorito un brainstorming sulle relazioni liquide dei nostri giorni e sulla pericolosità del vuoto di pensiero
Bella e profonda riflessione, a me viene da aggrapparmi al “resistere” ,all’attendere, ma anche all’agire, nel buio che ci avvolge, non aver timore di fare i passi necessari verso la finestra, aprire gli scuri delle menti e lasciar filtrare la luce, la luce che riporta l’uomo al centro.
Dall’appartenenza al dialogo è il modello che nell’intervista viene utilizzato per costruire dei ponti tra diversi linguaggi e diverse discipline. Ciò che dovrebbe emergere da questo dialogo o ancora meglio da questa Cum-Versazione è l’idea di riproporre come dispositivo di letture dei propri vertici osservativi un modello della complessità. ” Se in quest’aula sta girando qualche idea semplice uccidetela oppure sarà lei ad uccidere voi”, con questo incipit iniziava la sua lectio Magistralis, Andreè Green nell’unico incontro che fece in Italia. Accedere al paradigma della complessità significa poter assumere la realtà dai diversi vertici osservativi che la nostra personale competenza, storia e posizione socio-culturale ci propone. Abdicare a questa legge significherebbe promuovere il fanatismo del dogma personale, il dogma della propria verità. Ed è questo sforzo di mantenere uno sguardo sulla complessità che diventa davvero apprezzabile in questo dialogo. Altra questione è il trasferimento dei contenuti che dovrebbe mantenere il linguaggio della leggerezza così come proposta da Calvino nelle sue lezioni americane. Anche rispetto a questo punto, ho apprezzato lo sforzo di parlare di cose “difficili”, con un linguaggio che nella maggior parte del processo dell’intervista non si è nutrito di suoni altisonanti ma di note dritte al punto. Ecco, un linguaggio dritto al punto. Tanti i punti affrontati di cui non è sufficiente una recensione per poter restituire la complessità di riflessioni che questa conversazione mi ha sollecitato. Tra queste ne propongo qualcuna che già in altre occasioni ho declinato a partire dal mio osservatorio professionale privilegiato che mi porta a lavorare co i bambini e gli adolescenti a basso tenore di libertà, senza vento nell’anima, lecerati o laceranti o semplicemente adolescenti e giovani adulti che lottano per il proprio diritto di soggettivarsi. Nell’animo degli adolescenti è già inscritto il futuro di un avvenire che come ogni epoca diventa spirito del tempo.
Ritorno ancora con forza a chiedere di poter costruire insieme una psicoanalisi per il sociale capace di declinarsi nelle forme di una modernità che spinge verso la costruzione di un umano che abdica alla propria facoltà di pensare.
Mi chiedo se si possa ancora fare controcultura se invece di pensare si consuma.
Spesso con Tito ci siamo ritrovati a parlarne di queste tematiche, spesso proprio in relazione agli adolescenti più sofferenti. In un convegno in Sardegna chiamammo” Senza Vento Nell’Anima”, parlammo davvero con tutti, con i servizi, con le comunità, con gli operatori, con i genitori, con la scuola e con gli adolescenti. E ci fu chiaro come, aldilà di quello che fino a quel punto avevamo compreso sull’impossibilità di queste nostre ragazze e ragazzi di avere esperienza desiderante ( senza vento nell’anima appunto), eravamo tutti attraversati da un sociale che già allora proponeva le forme sempre estreme dell’evaporazione dei corpi ( ritiri, espansione della mente attraverso sostanze, controllo del corpo, evacuazione del proprio sé nel corpo del Sociale. Da gruppo analista direi tutte manifestazione di una patologia dell’Ideale del Se. Ma rimanendo nel linguaggio più specifico della Psicoanalisi, patologie del desiderio, attraverso la sua scissione, sostituzione o trasferimento nel corpo virtuale. Marco Revelli scrive un libro ” Umano, Inumano, Post Umano – le sfide del presente”. Un libro di grande bellezza . Vorrei proporre quindi 4 punti di riflessione:
1. Il Trans-Umano.
A ciò che scrive Revelli andrebbe aggiunta la categoria contemporanea del Trans-Umano. Di questo vorrei discutere e apportare il mio contributo. In breve, penso che ci stiamo tutti americanizzando anche in Europa e anche nella nostra cara Italia. Le istituzioni deputate alla cura e all’educazione si sono trasformate in aziende e la lotta per salute mentale è rimasta in mano agli utopisti, a chi fa re-Esistenza.
Ecco in primis i giovani sono sempre più uguali. Il Trans Umano si situa proprio in questa falla. Non apprendere dall’esperienza porta tutti ad essere attraversati dall’idea dell’espansione della mente, senza limiti. Aumento dell’intelligenza attraverso microchip nel cervello, crioconservazione, Intelligenza artificiale, fino ad arrivare all’upload della personalità da trasferire in un pc, sono tutte le sfide del Transumanesimo ().
Esiste già una folta massa di ragazzini che negli stati uniti ha impiantati microchip sotto pelle o usa occhiali per aumentare l’intelligenza. Il neoliberismo unito alla velocità di sviluppo della tecnologia sta creando l’uomo cyborg. Anzi già esiste e tanti giovani che vengono da me, in uno sconosciuto studio di un paese della Sardegna mi dicono di essere interessati ad un impianto sotto cute per ampliare il loro controllo sulla vita, sulle cose, sulle persone.
Se il cristianesimo poneva la morte come luogo di passaggio ad una nuova vita in funzione di una morale divina, il transumanesimo pone la morte come un fatto scomodo, risolvibile attraverso la cultura cyborg ( sostituire parti anatomiche attraverso impianti bionici o tessuti umani creati in laboratorio) e come ultima sfida l’espansione dell’intelligenza e l’immortalità attraverso la possibilità di trasferire la specificità di una conformazione neuronale in un algoritmo da trasferire in un pc ( Trascendence Transcendence è un film del 2014 diretto da Wally Pfister).
È chiaro che questa seconda fase se mai sarà raggiunta ci vorranno ancora molti decenni. ( Ray Kurzweill, 2005).
Il cyborg invece e la sua cultura è già ampiamente presente (https://it.wikipedia.org/wiki/Neil_Harbisson).
Elon Musck ha con la sua azienda Neuralink, innestato il primo microchip in un cervello umano (il nome “commerciale” del dispostivo è Telepathy).
Con questo non si deve pensare di diventare preoccupati e contrariati da quello che sta accadendo. È lo spirito del tempo, è inevitabile e ci attraversa tutti direttamente o indirettamente.
La vera questione è intercettare in che modo questa cultura cyborg impatta sugli adolescenti, diventando capaci di poter comprendere non solo il dato intrapsichico e relazionale che ha promosso il blocco evolutivo ma anche il dato sociale d’appartenenza che in primis ha costruito le forme del suo stesso abitare il mondo in un determinato modo.
Questo mi porta a delineare il secondo punto:
2. Le Famiglie Non Sono Libere Di Essere Le Famiglie Che Vogliono
Sarebbe un grosso problema assumere che le famiglie possono permettersi il lusso di essere quello che vogliono e di essere completamente libere nell’educazione dei propri figli.
È il sociale, insieme di riti, miti, consuetudini e leggi che normano la famiglia, a indicare alle famiglie che tipo di famiglie devono essere.
Se 50 anni fa nelle famiglie agricole, il sociale dava mandato di educare un figlio che diventasse un cittadino capace di restituire qualcosa allo Stato, ora il mandato del sociale è: “Tu famiglia devi costruire un figlio Felice”.
Questo è un dato che porta con se anche tante cose buone, maggiori diritti dei bambini e degli adolescenti,(Convenzione sui Diritti dell’Infanzia), scuola pubblica, maggiore disponibilità economica.
Ciò che invece si è sempre poco dibattuto è quale prezzo abbiamo dovuto pagare per porre la felicità come status di un’infanzia e adolescenza giusta e buona. Affinché si potesse far fronte alla richiesta del sociale di “fare figli felici”, i genitori costretti a diventare iper accudenti, hanno costruito le forme di un’educazione volta ad evitare sistematicamente qualsiasi possibilità di frustrazione.
Bambini nati nell’idea della perfezione e dell’evitamento del dolore che ha portato poi a quella strana narrazione di un’adolescenza fragile. Di fatto adolescenti che crollano di fronte ad un no di una ragazza o si tagliano perché l’interrogazione è andato poco bene o ancora che si ritirano perché il mondo è difficile, ed è vero lo è, ma non lo è sempre stato?
A questo dato, segue una narrazione che oramai dilaga tra gli Psi in generale ma anche tra i tanti educatori ( Insegnanti, educatori, pedagogisti), narrazione di un’adolescenza naturalmente fragile. Ma questo è un dato non vero. L’adolescenza è per sua natura se si considera anche il giovane adulto, l’età in cui vi è il massimo picco di forza, creatività, fertilità e rischio. È l’età che ha sempre trasformato le società. Le rivoluzioni sono sempre state fatte dagli adolescenti. Come siamo passati da un ragazzo che 50 anni fa a 17 anni si sposava ad un ragazzo oggi che a 25 non ha ancora trovato una propria dimensione identitaria?.
Ancora una volta il sociale va preso sul serio. Questo mi porta ad introdurre un terzo punto:
3. Diventare Sé Stessi È Un’affermazione Ingenua
Mi sembra sia stata messa poco riflessione sull’idea che la personalità per sua natura non possa essere integra ma mantenga continuamente declinazioni di se stessi sebbene con una coerenza interna fornita da memoria e coscienza.
Da dopo il covid nel mio studio arrivano sempre più adolescenti diagnosticati con disturbo bipolare o disturbo multiplo di personalità. In un anno sono tre le diagnosi di disturbo di personalità multipla che mi sono state inviate dalla neuropsichiatria infantile.
Tuttavia poi nel corso già delle consultazione si comprende il grande fraintendimento di chi fa diagnosi. E cioè non considerare il maggior uso della dissociazione che la psiche oggi deve fare per poter rientrare in una categoria identitaria. Parlo di stati del Sé che “ Si fondano su una configurazione complessa di stati mutevoli di consapevolezza, ognuno con una propria realtà soggettiva, mantenuti in interazione dinamica da processi di tipo dissociativo” ( Bromberg 2007).
A mio avviso ciò che sta collassando sono i garanti metasociali (Kaes R. 2008.) a partire da quelli comunitari che non permettono più di “Esistere” perché vige il mandato del “Funzionare” (Miguel Benasayag, 2019).
Adolescenti che sempre più depressi, non si deprimono come una volta per senso di colpa o per vergogna ma per angoscia esistenziale, per la faticosità della vita. Allora tanto meglio ritirarsi dal mondo, dal gruppo, dalla famiglia diventando “ adolescente senza nome”, con un inconscio diffuso nel corpo del virtuale, nel cellulare, in un ritiro nell’Io sempre più estremo.
Quando anche l’Io colassi, si diventa senza luogo, si vive nel ritiro di fantasia, molto più rassicurante.
Adolescenti psicotici che non lo diventerebbero se ci fosse un corpo capace di trasferire il desiderio, le pulsioni e gli ormoni nel corpo dell’altro amato, odiato o semplicemente attraversato.
E questo mi porta al 4 e ultimo punto di questa mia breve riflessione:
4. L’evaporazione Del Corpo
“Il corpo è un problema, ci ricorda la nostra umanità di merda”. Questo è il commento di Tobias che ritirato in casa da due anni e che seguo online, mi spiega quanto il corpo sia per lui un problema vero. Il ritiro è la logica conseguenza di questo odio verso il suo corpo.
Sempre più ci si conosce tramite un app, tramite un social. E sempre più invece di fare l’amore di persona si fa sexting nella rassicurante camera della propria casa. Il desiderio dell’espulsione del corpo e dell’espansione dell’intelligenza sarà sempre più presente. Se dovessi pensare ad una Neo categoria generale direi che oggi viviamo le forme declinate in vari sintomi della generale patologia da “contenimento”. Nulla è più contenibile, tutto crea stress, trauma, dolore incontenibile. In ultima analisi, credo che la richiesta di Tito di poter riflettere su questa nostra epoca sia necessaria, lavorando affinché si possa sempre più diventare professionisti Re-Esistenti, capaci di cambiare la narrazione sulla fragilità dell’infanzia e dell’adolescenza, restituendo agli sguardi impauriti degli adolescenti che curiamo, un occhiolino speranzoso e determinato. Non vorrei che oltre all’evaporazione dei padri possano anche pensare che si stia svolgendo l’evaporazione dei fratelli.
Bibliografia
Benasayag M.,2019. Funzionare o esistere? Vita e pensiero, Milano
Bromberg, P. M. (1998). Standing in the spaces: Essays on clinical process, trauma, and dissociation. Hillsdale: The Analytic Press. (trad. it. Clinica del trauma e della dissociazione: standing in the spaces. Milano: Raffaello Cortina, 2007).
O’Connell M., 2021. Essere una macchina. Un viaggio attraverso cyborg, utopisti, hacker e futurologi per risolvere il modesto problema della morte. Adelphi, Milano.
Revelli M., 2020. Umano Inumano Postumano. Le sfide del presente. Einaudi, Torino.
Kaës, R., (2008). La trasmissione delle alleanze inconsce, organizzatori metapsichici e metasociali. Generi e Generazioni. FrancoAngeli.
Kurzweil Ray, 2008. La singolarità è vicina. Apogeo Education , Milano.
Linguaggio dritto al punto….la via che conduce verso la luce a cui mi riferivo nel ringraziare Debora Baldini, sai sempre cogliere l’attimo Michele, e far amare il dono di pensare…
In qualità di co-curatrice di quest’opera, psicologa e persona che per prima incespica tra canto e disincanto, ritiro e partecipazione, desidero ringraziare “di mente e di cuore” tutte le persone che, con i loro ricchissimi commenti, stanno sostenendo e ri‐lanciando la vivacità e la necessità del dialogo tra umani (e dentro l’umano); l’intenso e irrinunciabile lavor(ì)o politico-poetico alla base del nostro stare con le sfaccettature di noi stessi e dell’altro…
Profonda poesia la tua, incanti e rendi dolcemente piacevole anche la tecnica dello stimolare il dialogo umano. Silvia direbbe che “sei in treno”…..quel treno che riesce a stimolare il tuo io più profondo e a fare emergere, appunto, poesia.Hai avuto in dono l’arte delle arti….
La strada per accedere al pensiero alto, libero parte dal “basso”
Coltivare un pensare critico (Cacciari) nel ventre del pensiero gruppale (Baldini)
Lavoro intenso coinvolgente! Ci devono essere dei luoghi preposti, ci deve essere un’offerta e questo è l’invito di Baldini dove pensare insieme.
Lo strumento psicoanalitico sviluppa cultura partendo dal basso dalla conoscenza profonda di sé, delle emozioni, delle proprie viscere. Baldini ce lo dice in maniera propulsiva; confusi e disorientati a livello transgenerazionale, abbiamo bisogno di ridare senso, risignificare, e la psicoanalisi “è l unica che capisce nel profondo i fenomeni in atto”(Baldini). Questa modalità del sapere, appunto dal basso, è da sempre esclusivo appannaggio della psicoanalisi; io noto “sgomenta” che in più ambiti culturali si pecca tuttora di una quasi totale ignoranza della realtà psichica, se non una sorta di visione mistica della psiche.
Noto ancora, quanto dalla pandemia in poi sui media si faccia ricorso al termine disagio psicologico sempre più spesso, rispetto al prima; una consapevolezza maggiore verso questo ambito? Non direi! il “buono psicologo” ad esempio – parlo senza dati statistici evidentemente ed è anche troppo presto per dire come la faccenda evolverà – tuttavia ho l’impressione che sia piuttosto una concezione interventistica, di tipo pronto soccorso, qualcosa su cui intervenire solo quando costretti dall’urgenza ( io che ho lavorato nell’istituzione pubblica questa specie di coazione a ripetere , lavorare costantemente in urgenza , l’ho constatata troppo spesso). La paura di assumere responsabilità, di “metterci la firma”, in ambito di salute mentale, è lontana dall’idea del prendersi cura, di prevenire il disagio psichico nonché sociale. Anche la concezione di gratuità, sì che può essere un invito intanto ad iniziare un percorso psicoterapeutico, ma l’ammiccamento alla gratuità e all’intervento psicoterapeutico (assolutamente) breve, ha il sapore dell’ambiguità, appartiene più all’ottica di mercato che al garantire (l’istituzione) il prendersi cura della persona (utente).
Credo anch’io come già detto qui in un commento, che il pensiero libero necessiti di tempo. Oggi ogni cosa che si fa non deve prenderci troppo tempo tutto deve essere consumato in fretta, come calorie da bruciare, vivere andando di corsa , tutto appare ugualmente urgente e destinato ad un procedere dis-attento; dobbiamo riprenderci il Tempo, rallentare per assumere uno Sguardo più attento sul mondo (più pienamente anche su quello Naturale) : R-esistere.
Ho pensato questo incontro, tra lo psicoanalista studioso di fenomeni sociali e l’invitato filosofo politico, come ospitalità nella “casa psicoanalitica” dove contrariamente allo spazio tv , il tempo per pensare profondo insieme, qui è dato, come avviene nella stanza d’analisi: dall’individuale al sociale, a partire dal latte materno, l’assenza dell’oggetto (degli oggetti), la frustrazione come stato della mente che può aprire al pensiero. C’è bisogno di unire le competenze nei confronti sui temi sociali, c’è bisogno di offrire almeno un po’ di conoscenza dell’ottica psicoanalitica : “la psicoanalisi ha un ruolo fondamentale perché il sapere psicoanalitico è un sapere altro” dice Baldini. Spazi per pensare insieme per affrontare l’urgenza dei nostri tempi, tempi di “politici fragili”.
“Sviluppare giudizio critico“!(Cacciari) : la lente della psicoanalisi “può dare il suo grande contributo in quanto (la psicoanalisi) è legata al sociale” (Baldini), ed il suo è uno sguardo rivoluzionario (io).
Baldini offre lo spazio della “casa psicoanalitica” per pensare insieme all’invitato filosofo, il “visionario” che non fanno parlare in TV ; in tal senso, penso questo spazio anche come uno spazio che giovi al pensare psicoanalitico stesso, ancora oggi, fuori dai suoi ambiti, considerato visionario . E per la psicoanalisi non essere soli, proporsi è una gran bella novità.
Complimenti anche per la scelta del sottofondo musicale!
G.ma Marina, lei ha colto in pieno l’architettura del dialogo che abbiamo cercato di rendere chiaro, semplice,ma penetrante. Il suo commento è superlativo ,ha colto tutti i segnali emergenti e ha portato il dialogo dove volevamo arrivasse, ad essere comprensibile ma non banale, chiaro ma non semplice, d’altronde semplice e banale un dialogo fra Tito Baldini e Massimo Cacciari non poteva esserlo, ma ascoltarlo è una cosa è capirlo un’altra.Lei ha colto l’invito ( il grido!) garbato, di tornare a far pensare. La musica è scelta di Silvia, e grazie di averla notata perché secondo noi, la musica,un certo tipo di musica, aiuta a sviluppare pensiero.
Onorato di fare la sua conoscenza.
Andrés
Questo mio commento è nato anche dall’invito di Tito Baldini, grazie per l’accoglienza
Illuminante risulta la riflessione avanzata dal prof. Baldini riguardo i retaggi della politica e della mentalità berlusconiana affiancata alla metafora della “MilanoPerBene”. Essa si intreccia con l’attuale società e i suoi aspetti narcisistici.
Un chiaro esempio è il contesto storico, sociale e politico che pervade il nostro paese; la ricerca della sicurezza è evidente chiarificazione dell’incapacità di sopportare l’assenza dell’oggetto prodotto dal meccanismo sadico capitalista.
La banalizzazione del pensiero spinge a deresponsabilizzarsi della sofferenza altrui, un chiaro esempio è l’attuale situazione dolorosa e sofferta che continua a macchiare di sangue la Palestina.
Il conflitto tra Israele e Palestina su larga scala crea una distorsione di pensiero ed emozioni, ma non coinvolge direttamente in termini umani anche gli altri Stati, è ritenuto importante quanto basta ma non abbastanza, nonostante la collettività si stia ribellando contro questo atroce atto di disumanità.
Concludiamo citando lo scambio epistolare tra Freud e Einstein, ricordando quanto sia urgente ed essenziale ribellarsi con il semplice “atto” rivoluzionario di pensare e andare oltre le barriere:” Tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.”
Commento elaborato dalle triennaliste in scienze e tecniche psicologiche presso l’università degli studi di Messina, tirocinanti del laboratorio psicoanalitico “vicolo cicala” di Messina:
Martina famulari
Fabiana Sciacca
Valentina triolo
Complimenti. Siete giunti all’essenza del messaggio.Seminate pensiero per riemergere dal apatico buio che ci avvolge.
Care Martina, Fabiana e Valentina, come vedete tante persone, e non tutte precettate 🙂 si sono sentite d’intervenire in dialogo col bellissimo articolo di Silvia, Maria Rosa e Andrés che tanto insieme a voi ringrazio. Gratitudine che esprimo anche per tutte e tutti i dialoganti. per il loro pensiero, per averci dedicato tempo, per la scelta di dialogare. Il vostro, tra i tutti belli e intensi e veri risalta per freschezza e lucidità a voler capire la Storia geopolitica che diviene fattore d’incidenza nella costituzione e manutenzione della psiche individuale e collettiva. Sarebbe bello se voi continuaste a dialogare con le altre e gli altri scriventi come loro con voi e con tutte e tutti, contribuendo anche così a realizzare Movimenti di dialogo; come questo articolo: immaginato dai tre Autori in detta lungimirante veste rimandante a un concetto che, unico, ci salverà come pensiero e quindi in quanto Umanità.
Dalla rivista Altreconomia (n. 271/giugno 2024, pp. 45-47):
“TEATRO E POLIZIA PENITANZIARIA. UN INCONTRO DISINTOSSICANTE”
Nel carcere di Vigevano (Pavia) si è tenuto un laboratorio teatrale rivolto agli agenti di polizia penitenziaria, curato dal regista e drammaturgo Mimmo Sorrentino. “Un’esperienza originale per scuotere un ambiente in guerra”, si legge in sottotitolo.
A un certo punto dell’intervista, il giornalista chiede: “Perché secondo lei il mondo degli agenti di polizia penitenziaria è uno specchio della società?”
Sorrentino risponde: “Perché si sentono impreparati a vivere in un modo che corre a cento all’ora, dove non c’è posto per la storia, ma per il consumo immediato, tutto e subito. Perché ‘non ci sono più i detenuti di una volta’. Quelli di prima, purtroppo, si sapevano fare il carcere. Oggi gli agenti si trovano di fronte il più delle volte detenuti con evidenti disturbi della personalità. E non hanno storie a cui aggrapparsi. Esperienze. Sembra proprio come la vita dell’umanità in questo periodo, che pare essere senza precedenti, e ci mancano le categorie per raccontare e quindi viverla.”
Riporto qui una sintesi, che ho estrapolato da uno scritto di Freud “L’interesse per la psicoanalisi” (vol. 7 delle OSF) presentato nello stesso anno, il 1913 su una rivista italiana di informazione scientifica “Scientia” :
La filosofia si è occupata ripetutamente del problema dell’inconscio assumendo per lo più che l’inconscio o era qualcosa di mistico di inafferrabile e non dimostrabile ed il suo rapporto con lo psichico rimaneva oscuro oppure vi era una identificazione dello psichico con il conscio dalla cui definizione ne derivava che ciò che è inconscio non ha nulla a che vedere con l’attività psichica né può diventare oggetto della psicologia. Questa posizione ha a che vedere con il fatto che i filosofi hanno espresso i loro giudizi senza conoscere i fenomeni dell’attività psichica inconscia, e quindi senza intuire sino a che punto essi si avvicinano ai fenomeni consci e in che cosa se ne differenziano … la convenzione assimila il conscio allo psichico, dunque viene sottratto all’inconscio il carattere di psichicità … assumendolo nella sua relazione con il conscio, con il quale ha tante cose in comune, l’inconscio può essere facilmente descritto e seguito nelle sue evoluzioni. Accostarsi ad esso come si guarda ai processi fisici è “per ora” impossibile e pertanto è bene che rimanga oggetto della psicologia…
In nessun’altra scienza spetta alla personalità dello scienziato un’arte così di gran rilievo come nella filosofia. Solo la psicoanalisi ci pone in condizione di costruire una “psicografia” della personalità, in quanto ci insegna a conoscere le unità affettive – i complessi dipendenti da pulsioni – che occorre presupporre in ogni individuo e ci avvia allo studio delle trasformazioni e dei risultati finali a cui pervengono queste forze pulsionali. La psicoanalisi scopre i rapporti che esistono fra predisposizione costituzionale e destino di una persona, e le prestazioni di cui è capace la persona grazie a un particolare talento. La psicoanalisi è in grado di intuire l’intima personalità celata dietro l’opera dell’artista partendo appunto dalla sua opera. Altresì può individuare la motivazione soggettiva e individuale di dottrine filosofiche che son scaturite, a quanto parrebbe, da un lavoro “logico imparziale” e segnalare alla stessa indagine critica i punti deboli del sistema. Non è compito della psicoanalisi intraprendere essa stessa questa critica perché la determinazione psicologica di una dottrina non ne invalida per nulla la correttezza scientifica.
Mi colpisce, almeno in parte, l’attualità del “problema” dell’inconscio, del suo riconoscimento quale contributo della psicoanalisi alla psicologia, un “nuovo arricchimento del nostro sapere, nuove conoscenze …. di cui le scienze non psicologiche non potranno fare a meno di tenere conto” (cit. Freud).
Che qualità del pensiero, del procedere nella e per la conoscenza: inclusivo e democratico, di cui non se ne dovrebbe più fare a meno!
Da ” non addetta ai lavori” è fantastico poter avere a disposizione cose così belle e stimolanti. Grazie veramente a tutti
Molto interessante. tuttavia anche qui ognuno resta delle sue idee, e le macchie di leopardo stentano a fare massa critica. Inoltre, cosa si direbbe oggi, quando altre emergenze – guerre, Trump, eterni fascismi – incombono sul presente e soprattutto sul futuro? Non è che alla fine abbiamo ucciso anche il leopardo?
Angelo caro buongiorno e grazie, per quel che dici e perché lo dici. Vedi, per me “massa” e “critica” sono parole che possono stare insieme e avere senso insieme solo se ci si apre al dialogo; altrimenti la massa non diviene critica ma seguace acefala di un uno dei tanti detentori del “bene unico” che, con regolare storica attualità, la Storia e le attualità offrono all’umanità nei momenti di crisi del pensiero, come tanti nel passato e come l’attuale. Siamo alle dittature, oggi presenti anche nell’ambigua e debole veste di democrazie in
declino (Tramp e gli assaltatori al Campidoglio; presidenti del consiglio che non dialogano col giornalismo critico e l’intimidiscono di denunce, ecc.). Il leopardo si uccide a mio avviso con l’isolamento intellettuale, mentre il dialogo, dentro la propria mente e tra gli umani, lo scambio, il confronto anche acceso tra idee discordative invece crea il tessuto che sostiene e mantiene le sue macchie, e le nutre. Non cercherei soluzioni ideologiche dell’improvvisa epifania che pure animarono me e la mia antica generazione; non ambirei al balzo del leopardo ma alla lenta e operosa tessitura di un substrato che passi sotto e sopra come un cucito e manutenda il pensiero umano come fondo psichico naturale.