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LABORATORI – Psicoanalisi applicata nel trattamento dei ragazzi al limite – Tito Baldini

Prefazione
di Tito Baldini

Perché questo libro?

Appartengo a una generazione che fu ventenne alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, e che da allora s’è impegnata con abnegazione al salvataggio di adolescenti disperati [1]. Donne e uomini di una pasta che trasse dalla militanza politica e sociale affermante diritti la tempra per la dedizione alla ricerca di vie affinché i cosiddetti ultimi fossero liberi, per non uniformarsi a ciò che la cultura dominante giudicava nei parametri del giusto e dello sbagliato, della colpa e della espiazione. Per noi, i supposti matti erano persone con idee diverse da quelle di individui più potenti che le prime giudicavano errate, ed entravamo nei manicomi per uscirne insieme ai reclusi. A noi, i presunti ragazzi difficili non facevano paura e non sembravano complicati, perché imparavamo – nei lunghi e bellissimi pomeriggi festivi, nelle serate estive o natalizie, nelle vacanze, condizioni ad essi dedicate, nel portarceli a casa, nel bagno, nel letto, presso la copisteria (spingendo la loro sedia a rotelle per via di un passaggio nella paralisi isterica, mentre ti battevano a macchina la tesi di Laurea che ti dovevi sbrigare a prendere perché serviva tu divenissi, per difenderli, anche con le armi della cultura e dell’accademia) – apprendevamo dicevo, a non sentire distanza tra noi e loro, e, a quel punto, loro, come per magia, divenivano estremamente accoglienti, sensibili, disponibili, in altre parole, trattabili. Quella generazione di giovani impegnati faticò ad accettare che tutto ciò facesse parte – oltreché del dogma cristologico, facile e difficilissimo, di “farci come loro per farli come noi” – della polpa nobile del pensiero psicoanalitico, compresa e compressa nel concetto mai del tutto dominabile di Controtransfert. Eravamo ontologicamente lontani dalla psicoanalisi, dal divano e poltrona di allora. Noi in strada coi ragazzi, nelle discoteche ove non li avrebbero fatti entrare ma con noi che forzavamo sì, noi nei luoghi reali e metaforici ove la pelle sottile della loro psiche si lacera-va e ne usciva il contenuto che si mischiava al nostro, contagiante, il loro, ma, contagiante anche il nostro, che il loro, così, trasformava. E lo trasformava realizzando, in essi, e nel loro tempo [2], la capacità di sintetizzare strati di derma protettivo e semipermeabile, affinché le entrate, in loro, da loro stessi prima giudicate tutte pericolose tranne le nostre, non fossero più cacciate via con la violenza che, sola, ha coniato, addosso a loro, le diagnosi. Designazioni marchianti nonostante il Freud del Leonardo (1910a) e dello Schereber (1910b), nonostante gli eroi psicoanalitici quali Winnicott, Bion e Ferenczi, nonostante Little e Searles. Etichettavamo come borghese la psicoanalisi che si la-sciava in tal modo etichettare, lei forse per paura di ciò che pure la affascinava, l’inconoscibile e ingestibile; quindi la scartavamo, portando con orgoglio, fuori di quelle stanze pulite e illuminate bene [3], i nostri ragazzi, da loro giudicati, intrattabili, e da noi, guariti, spesso ‘soltanto’ stando insieme nel buio umido e maleodorante dei loro luoghi mentali e topografici. Eravamo tanto lontani, e se ad essa ci siamo avvicinati noi ci potete credere che la psicoanalisi coi ragazzi per gli altri difficili, quelli che abbiamo dalla migliore psicoanalisi appreso a definire al limite, funziona, eccome. Fu così che con lo stesso spirito di militanza – sbiaditi i colori politici e ideologici, pur mantenendone il senso primo, e ultimo (comprensione, condivisione, aiuto, parità e diritto), che spesso poi nelle condizioni “alte” coincidono – insomma noi ci ripulimmo un poco, mettemmo via qualche soldo e bussammo alla porta degli allora Istituti psicoanalitici, chiedendo percorsi personali e la possibilità di divenire allievi. Faticammo ad entrare e faticarono a farcelo fare, ma fummo bravi da ambo le parti e ci legammo. Quella raccontata non è la favola del nonno ai nipotini presso il camino ma come tutta la Storia serve a dare senso alle cose, per gli sviluppi e le proiezioni future a disposizione dei giovani. La nostra aiuta a capire che in tanti abbiamo realizzato una fertile contaminazione, che, potete ora comprendere, ci ha permesso di non faticare a riconoscere la migliore psicoanalisi nelle attività che svolgevamo: dal pallone, al teatro, all’arrampicata – tenda, fuoco, misura attenta, equilibri, rigore, gerarchia per sopravvivere; psicoanalisi nel lavoro atto a far ascrivere, nella psiche dei nostri ragazzi, le esperienze, con noi condivise, ad un ordine di significanza, cioè che significassero, in parole ancora più spicce che avessero senso: senso, nel dare ordini e ubbidire, nel dare limiti e rispettare; senso, dagli sport di contrasto, dalle più svariate condizioni e contraddizioni aggregative; senso, in persone il cui problema di fondo, capivamo via via, anche con la teoria che intanto arrivava, era legare affetti a significati, al senso, e con ciò costruire psiche. Così dai primi anni ’80 del secolo scorso abbiamo fatto crescere la psicoanalisi in noi, mentre continuavamo a costruire e perfezionare modelli di esperienze di aiuto gruppale per adolescenti e giovani disperati che nel tempo abbiamo accettato di chiamare laboratori. Scegliendo e accettando tale nome, abbiamo contribuito a determinare un significato nuovo per detto concetto di matrice psichiatrico-manicomiale, non più a ispirazione conservativa ma fortemente trasformativa. E tali modelli, attagliati a noi, comprenderete dato quanto sopra, inevitabilmente divennero psicoanalitici. Pertanto, superati gli iniziali fraintendimenti basati su storici preconcetti, a noi risultò facile, finanche connaturato, l’uso della psicoanalisi nei contesti, a ragione definiti a bassa soglia, dell’aiuto al giovane in forte difficoltà evolutiva, e, analogamente ad Aichhorn [4], ci siamo posti la questione di come riuscire a far sì che semplice lo fosse anche per i nostri vicini di mestiere, quelli di pari età nostra e formazione diversa, e quelli d’età giovanile e formazione da effettuare. Quindi, mentre aprivamo sempre più diversificate tipologie di laboratori psicoanaliticamente orientati per ragazzi al limite ci siamo dedicati a due tipologie d’investimento: diffondere, nel campo vasto dell’aiuto a tali individui, la nostra modalità di lavoro ispirata alla psicoanalisi, perché a serie verifiche scientifiche dava risultati di molto superiori alla media nel settore (Baldini 2007), e, formare in tal senso giovani educatori, insegnanti, operatori sociali, psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali e neuropsichiatri infantili, ma anche sensibilizzare al nostro sguardo sulla scena della Gioventù traviata (Aichhorn, ibid) giudici dei tribunali per i minorenni, magistrati, ambiti formativi delle Realtà penitenziarie minorili, Istituzioni scolastiche, amministrative locali, regionali, nazionali. In tali percorsi, oramai con tanti amici di giovane e matura età, siamo ancora completamente immersi, e questo libro ne è prova. Il volume è testimonianza e parte stessa dell’attività di divulgazione e di sensibilizzazione al metodo, perché riporta fedelmente l’impegno laboratoriale nazionale di molti svolto nei più svariati contesti, e perché, nel lavoro di rielaborazione dei polimorfi contributi, svolge, con discrezione, estrema delicatezza, opera di traduzione [5]: infatti, come il traduttore, lo psicoanalista interviene di fino sul testo di un’altra persona, e l’azione finisce quando entrambi i membri della coppia al lavoro sono soddisfatti dell’impresa. Essa sarà ancora e sempre quella di prima, ma, al tempo stesso, risulterà diversa, avendo, in sé, pure l’anima dell’analista-traduttore ad essa applicata. Penso che quello ora descritto sia una delle cose più importanti che nella presente Prefazione volevo dirvi, il resto, tutto sull’opera enciclopedica compiuta dal gruppo curatori, e sul libro stesso, lo leggerete a seguito, nell’Introduzione a cura di Diana Burratti. Ma io volevo trasmettervene il senso: nei laboratori operosi di gente impegnata, che per passione e poco o punto danaro si fa sudata la camicia nella tessitura infinita dell’opera d’aiuto a giovani disperati, gente solida dagli avambracci forti e la mente preparata a reggere, dallo studio all’agito, questa gente di fedi diverse, dalle religiose alle metodologiche, ebbri d’ideali che trasmettono a famigliari – irrisolvibilmente complici – ad amici, fidanzate e fidanzati, queste donne e uomini veri e forti, il conio migliore dell’Umanità, questi qui, che scrivono nei capitoli del libro, vanno trattati con estremo rispetto e totale umiltà, se vuoi convincerli a farsi avvicinare e contaminare. Proprio nel modo in cui dai laboratori abbiamo appreso come si debba operare coi nostri ragazzi, così, con questa gente, sei tu che devi entrare nel loro mondo, capire e parlare la loro lingua, approvare la loro fede, e condividere la cena e la tenda, pennelli, guantoni e ramponi. Sapendo ciò, perché come sapete siamo nati come loro, noi che abbiamo pensato e poi realizzato la costruzione del libro, non abbiamo imposto nulla, solo con gentilezza richiesto la trascrizione della loro esperienza, e, su di essa, abbiamo iniziato a lavorare, trasformativamente, con estrema sensibilità, attenzione e cura, in una parola: con amore, vero, per quei testi. Rivisti, gli abbiamo restituiti, ripresi, rilavorati, restituiti e ripresi, e via e via, fino a che tutti, senza nulla imporre, iniziavano ad emanare l’essenza salubre della metapsicologia. Col consenso di tutti. A tale scopo, il gruppo di lavoro della curatela e dell’editing del volume era stato lungamente preparato, e, nel corso dell’impegno, supportato, secondo le linee delle esperienze nei gruppi descritte da Bion (1961). E’ stata un’impresa monumentale compiuta sotto mia supervisione da dette colleghe e colleghi, ai quali, autori e fruitori devono la realizzazione dell’opera stessa. Questi giovani, bravi e volenterosi ‘psi’ hanno a lungo lavorato testi diversissimi: a un livello di superfice, modificandone, per uniformarla, la struttura, la scrittura, il lessico, il ‘montaggio’, lo spazio e l’ambito riflessivo, considerativo e speculativo; ad uno più profondo, immergendosi e agendo nel campo psichico fondativo del pensiero inconscio del gruppo autori stesso, proiettato nell’inconscio gruppale del gruppo curatori editing, e così inducendo, a vari livelli nell’opera, a fruizione di autori e lettori, il pensiero psicoanalitico, quello a mio avviso migliore, quello cioè che non si vede, essenza e non forma, non accademico né altisonante, quello del cesellatore operoso dal grembiale imbrattato.

Nel volume che si accinge a leggere, il lettore troverà quel che cercava: il laboratorio che voleva aprire o perfezionare, la soddisfazione di capire cosa voglia veramente dire psicoanalisi applicata, una risposta al dolore innocente di ragazzi disperati, e molto altro. Ma, sopra a tutto, egli sarà benevolmente raggiunto, e irradiato, da un’atmosfera che è fatta di vicinanza, di affetti intensi, veri, vivi, di un senso d’amore senza condizione per le anime tormentate aiutate, e, fior di fiore [6], il colpo di scena è che tu lettore stesso lì ti senti bene perché entri e respiri tale “buon’aria” [7], ti senti leggero e giusto, e ti senti che presto in quel mondo vuoi entrare, perché, come fu per noi tanti e tanti anni fa, là, e solo là, ti senti felice come non sei mai stato, e non t’importa, anzi ne sei contento, d’iniziare a mettere a disposizione la tua vita.

 

Note

[1] Vedi la monografia AeP: Casi impossibili.MLR (2-2019).
[2] La questione del loro tempo e del nostro, del fatto che i due differiscono e di quello che non ne ha colpa nessuno se è così, e di quello secondo cui l’unico modo per farli venire nel nostro, almeno quanto basti per vivere, di più e meglio rispetto alla loro media statistica (Corcos 2015), tale complessa questione, dicevo, comporta un passaggio inevitabile nell’entrare noi nel loro, di tempo, astenendoci dal giudizio e dall’azione. Ebbene, su questo dovrei organizzarmi per dire ancora cose che ritengo importanti, tratte da una vita e una professione con loro condivise (spesso tra le due senza soluzione di continuo).
[3] Cfr Hemingway 1925-1936.
[4] August Aichhorn fu una sorta di insuperabile educatore di comunità ante litteram, appassionatissimo del destino dei giovani disperati; studiò la questione, curò la funzionalità di Istituzioni statali dedite al trattamento di tali soggetti, e, nel 1926, pubblicò un libro, Gioventù traviata, con l’intento di diffondere e lasciare alle nuove generazioni ciò che lui aveva compreso e raggiunto, in quanto efficace molto più di ciò che allora in materia si applicava; in qualche modo, il suo metodo. Nell’introduzione all’opera, Aichhorn comunicò che, delle tante discipline scientifiche allora disponibili, da lui avvicinate con studio rigoroso per la costruzione del proprio metodo, nessuna come la psicoanalisi fosse idonea. Freud, letto il manoscritto, volle curarne personalmente la Prefazione, con ciò mostrando d’essere più avanti dei suoi allievi nell’opera d’utilizzazione del pensiero e dello sguardo psicoanalitici nei percorsi di cura residenziale dei ragazzi difficili. In detta Prefazione, per la prima volta in psicoanalisi, egli usò l’espressione “al limite”, che, per tali soggetti, divenne emblema del pensiero psicoanalitico ad essi dedicato (per saperne di più, vedi tra altro la Prefazione, a cura di Domenico Chianese, e il primo capitolo, del mio libro Ragazzi al limite, 2011).
[5] Nella Prefazione a una nuova edizione di Spleen parigino di Charles Baudelaire (1869), ho analiticamente considerato il parallelismo tra l’opera del traduttore e quella dello psicoanalista, perché, infondo, entrambe traducono un testo, quello dell’autore e quello del paziente, in un altro testo che stia bene all’uno e all’altro membro della coppia. Noterei anche che “tradurre” – diversamente da “sedurre” (condurre a sé) o “addurre” (avvicinare) – rimanda a un’azione più determinata, che traversa, sposta fuori da linee di scorrimento. Azione sensibile ma determinata, pertanto, come l’interpretazione in psicoanalisi (vedi su questo anche il bellissimo volume La violenza dell’interpretazione, di Piera Aulagnier, 1975).
[6] Giovanni Pascoli titolò con tale poetica, affettuosissima espressione l’antologia da lui curata di letture per la scuola elementare, opera di cui purtroppo la Scuola stessa non mostra memoria e applicazione, e così l’editoria, mentre, è auspicabile un superamento di tale ingenuità epistemologica (notizia tratta da una lezione di Walter Binni, Sapienza Università, Roma, aa 1978/’79).
[7] Arnaldo Novelletto, nella Prefazione al libro Una casa per un po’ (1997), uscito coi caratteri di Borla nella Collana La mente adolescente da lui curata, scrisse che, nell’ambiente d’accoglienza residenziale oggetto del volume stesso, si respirava “una buon’aria”.

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