Recensioni

Toccare la “America”-Guelfo Margherita

Toccare la “America”

Il viaggio incestuoso di Ulisse dentro il corpo di sua madre

Guelfo Margherita

Luigi Guerriero Editore, 2022.

di Daniele Biondo

Ci sarà un posto dove smettere di contorcersi, arrovellarsi e soffrire e trovare finalmente pace? Mettersi in viaggio alla ricerca di tale posto – alla ricerca dell’isola che non c’è – sembra essere per Guelfo Margherita il destino di ogni essere umano, il segreto dello stare al mondo e del mondo stesso. Con viscerale sincerità l’Autore ci inoltra nel viaggio che ogni essere umano è chiamato a fare per cercare la propria completezza e lo fa partendo generosamente da se stesso (secondo la migliore tradizione freudiana). Lo fa non cedendo mai alla tentazione dell’edulcorazione – inevitabilmente presente in ogni operazione autobiografica -, ma con una sincerità e spietatezza che più che coraggiose possono essere definite assolutamente scellerate.  Lo fa utilizzando le conoscenze universali accumulate nei millenni dall’umanità rendendo così il proprio viaggio emblematico del viaggio che ognuno di noi è chiamato a fare durante la propria esistenza. Lo fa introducendoci in un lungo sogno che procede per libere associazioni, salti nel multilivello mentale, con una scrittura estremamente originale, sublime e volgare, colta e pop, leggera e profondissima … insomma autentica! Lo fa cercando di conquistare la dimensione originaria, primigenia – inseguita e mai conquistata (perché fisiologicamente irraggiungibile) – del corporeo, del culturale, dell’esistenziale, del sociale, del pulsionale, del genetico. Lo fa coniugando in maniera inedita la dimensione individuale e quella comunitaria dell’esistenza, come anche il progetto del Portale Psicoanalisi e Sociale tenta di realizzare.

Sono interessato in questa recensione di “Toccare la ‘America’” a duettare con Guelfo Margherita partendo da ciò che il suo testo ha suscitato in me, senza alcuna pretesa di raccontarlo, impresa per altro impossibile visto l’andamento libero associativo dello stesso. M’ingaggia la sua ricerca in particolare dell’origine dell’impresa della civilizzazione, che il mito, poi la religione, la letteratura ed infine la psicoanalisi hanno cercato di realizzare. Una ricerca di cui possiamo usufruire grazie al passaggio di un testimone prezioso, rappresentato dall’eredità culturale dei nostri avi. Come in un’ipotetica staffetta, il distillato di tale eredità è arrivato a noi e Margherita cerca di darne conto, di farne memoria, attraversando le sue principali forme, cercando di catturarne la sostanza. Tale impresa di trasmissione intergenerazionale e transgenerazionale m’ingaggia a livello personale, non solo perché la staffetta 4×100 dell’atletica l’ho corsa veramente in gioventù (dove avevo mietuto discreti risultati grazie ad un allenamento tenace, interrotto a causa degli studi universitari), ma anche perché nella mia ricerca in campo psicoanalitico mi sono a lungo interessato delle fondamenta del processo di civilizzazione della mente umana.  Guelfo ci consegna un testimone pesante, imbevuto della sua essenza e della sua esperienza, e ci invita a raccoglierlo per trasmetterlo a nostra volta alla generazione multimediale, con la speranza di mantenere vivo il senso profondo dei grandi “Testimoni che siano essi: DNA, memi, eroi, culture, ma anche libri e nuovi media” (p. 210).

Mi sono interrogato a lungo, e non ho smesso di farlo, su cosa ci protegga dagli elementi primitivi – elementi branco – che albergano nella nostra mente e che sono sempre in grado di prendere il sopravvento compromettendo la convivenza civile? Anche Guelfo sembra interrogarsi su questi temi e risponde partendo proprio dal proprio   percorso personale, umano, culturale e scientifico, raccontandoci del suo viaggio incestuoso dentro il corpo della madre. Profondamente Identificato con il personaggio di Ulisse, l’Autore percorre tutte le rotte possibili della conoscenza umana (letteratura, scienze occidentali ed orientali, musica, psicoanalisi e psichiatria, pittura ecc.) per dare conto del viaggio non solo al centro di se stesso (e del corpo della madre), ma anche al centro della cultura universale. Non è intento di Margherita (non è nella sua natura simil-anarchica) fornirci una mappa dell’universo della conoscenza, ma al contrario egli ci invita a perderci insieme a lui nel vortice delle libere associazioni fino a lasciarci risucchiare dentro l’Oceano erotico “perennemente in bilico su un al di là collocato tra il nascere e il morire” (p.30). Detta così può sembrare una lettura molto seriosa ed intellettualistica, in realtà tutto il libro è modulato sul registro dell’humor e della leggerezza rendendolo estremamente godibile. Mi ricorda uno degli spettacoli più famosi di Gigi Proietti, A me gli occhi, Please, dove il grande comico interpretava un vecchietto che raccontava una favola ai suoi nipotini. In realtà a causa dei suoi disgreganti e dissacranti problemi di memoria realizzava un mix divertentissimo di tante diverse favole. L’effetto esilarante e dissacrante era assicurato non solo dal gioco dei doppi sensi a sfondo sessuale, ma soprattutto dall’estraniamento dei personaggi e delle ambientazioni delle favole classiche combinate fra di loro in modo imprevedibile (ad esempio il gatto con gli stivali va nel bosco, si addormenta e arriva il principe azzurro che lo sveglia con il suo alito perché “s’era magnato ‘na cofana d’aglio”!). Il nonnino raccontava di cappuccetto rosso a caccia di more (per fare la torta per la nonna) nel bosco che, scoperto il lupo cattivo nascosto dietro ad un cespuglio, esclamava: “Che occhi grandi che hai!”, e quello rispondeva: “E te credo sto a fa’ la cacca”. Con la stessa candida ingenuità il nostro Guelfo fa dire al bambino che ha appena assistito alla scena primaria fra Perseo e Medusa: “Ma che cazzo stanno facendo quei due? E’ quindi questo fare l’amore? E’ questo lo schifo di nausea, vomito, feci, sangue ed urine che un bambino deve attraversare per essere concepito e nascere?” (p.153).  Vedi caro amico, sembra cantare Guelfo insieme a Dalla, “cosa ci si deve inventare per continuare a riderci sopra e continuare a sperare”.

La stessa combinatoria affabulante di Gigi permette a Guelfo di mischiare eroticamente “parole, frasi, e canti in tutte le lingue possibili per sognare tutte le combinatorie possibili e scrivere tutte le letterature possibili” (p. 40). Tutto questo non per sterile esercizio intellettuale, ma per inseguire il più potente dei desideri: “la voglia dell’altro per mischiarsi totalmente a lui e creare altro” (p 42). Un’operazione creativa che sublima il desiderio sessuale e lo mette al servizio del lavoro di civilizzazione, dell’umanità[1], grazie al quale quest’ultima ha potuto conquistare le sue più alte vette in campo sociale, culturale e artistico. Una conquista che presuppone la ricerca di un godimento alternativo della libido, che comporta Il disagio della civiltà (1929) e che rappresenta l’obiettivo principale di ogni Kultur. Margherita traduce il pensiero freudiano sulla civilizzazione in termini di desiderio d’incontro dell’Altro, di ricerca della civiltà d’amore senza confini ed invadenza, che trova solo nella Morte il suo argine. Guelfo-Odisseo sa che prima o dopo dovrà fare i conti con questa comune sorte e allora scrive un libro per restare vivo e celebrare la vita per tramandare ciò che più lo ha sedotto, restando attaccato alla violenza dell’avidità e del desiderio che il compito di restare vivi comporta negli assunti di base di un gruppo. Sul desiderio cannibalico (di esperienze, di conoscenze, di sensazioni, di pezzi del corpo della madre, di figli) egli si sofferma a lungo per dare conto dell’origine di quell’impulso che ci fa mettere in viaggio. Un viaggio lontanissimo che alla fine non farà altro che far scoprire la terra da cui si era partiti (il corpo materno, la madre terra), Itaca, e farà di Nostos (il mitico viaggio di ritorno) l’occasione di scoprirne l’immensa ricchezza.

Margherita chiarisce che non si tratta di un viaggio culturale, di un percorso di conoscenza o religioso, ma che si tratta di “attendere lo spuntare dentro la nebbia del suo silenzio interiore del senso senza parole del valore puramente genetico della sua vita” (p. 75). Per uscire da questa bolla solipsichica, che lo aveva non poco sedotto, Guelfo racconta di aver avuto bisogno di consegnarsi alla bolla gruppale, che a sua volta si rompeva e si fondeva in altri organismi gruppali multilivello alla ricerca della contemplazione della Verità Assoluta, che può essere rintracciato nella dimensione sublime (sub-limina, vicino al soglio, ma verso l’alto) del “Noi”. In questo passaggio esistenziale Guelfo si racconta nei panni di Swami Ramadas, con i quali ufficialmente esplora lo strumento dei gruppi, ma che in realtà utilizza per proteggersi dal rischio di conformismo ed omologazione, molto forte negli ambienti culturali, non escluso quello psicoanalitico, cercando di salvaguardare un certo gradiente di libertà personale. Ma non gli basta esplorare il rituale gruppale dal di fuori: “deve diventare il rituale da dentro”. Ecco, il libro “Toccare la ‘America’” sembra rappresentare proprio questo tentativo di vivere e raccontare il livello multistrato dal proprio gruppo interno, che garantisce all’Autore la possibilità di oscillare liberamente fra i diversi strati della propria mente: “nell’ineffabile, nel terrifico, nell’orgiastico, nel numinoso” (p. 85). Non si risparmia Guelfo, si mette a nudo, affondando le mani nel corpo voluttuoso delle grandi potenze che minacciano alla base le organizzazioni sociali: la Violenza e l’Erotismo. Sono queste il vero “branco di f(o/i)che” dal quale non manca di lasciarsi trascinare: un Leviatano compatto (perché contenuto in un’unica pelle globalizzante), disomogeneo e feroce “perché cannibale non solo di corpi ma di anime da domare e digerire” (p. 131). Con la sua parte “new age” di samurai-psicoanalista pronto a domare anime e senza padrone Margherita si lascia trasportare dai marosi della tempesta perfetta raccontandoci di un amore assoluto in cui bellezza, sensualità e libertà di pensiero e di legami ispirano un suo intenso “fantapsicosaggio”. E’ all’interno di questa relazione amorosa (transfert-controtransfert) totale che avviene il miracolo tanto inseguito da Guelfo-Odisseo: quello generativo che forse gli permette di “continuare ad ascoltare senza tempo lo scorrere del ruscello e del silenzio?” (p. 139).  Attenzione, non si ritorna al luogo da cui si era allontanato, quello solipsichico, ma con la consapevolezza nuova dello stare in due, generata dalla prolungata total immersion di corpi e menti del setting analitico, si è approdati all’interno del cuore della relazione fusionale.

Dissipato l’anelito verso la Civiltà il Nostro si ritrova prigioniero di Medea e di “un amore che accende roghi nei cuori per cucinare anime”: meravigliosa metafora della relazione analitica. Fortunatamente, nota Margherita, Depressione ed Isteria arriveranno a soccorre gli umani e a proteggerli da Violenza e da Erotismo che li avrebbero condannati all’estinzione. Occorre ammalarsi e farsi curare per sfuggire al branco delle pulsioni selvagge e far nascere la civiltà. Come per il ritrovamento del primo femore rotto e guarito (mi occupo di te) che per Margaret Mead è alla base della civiltà umana. La grande antropologa disse a tal proposito che il punto preciso in cui la civiltà inizia è aiutare qualcun altro nelle difficoltà. Un altro antropologo, Victor Turner[2], descrisse un rito curativo a cui aveva assistito, praticato dagli Ndembu, famiglia della popolazione Buntu dello Zambia, chiamato Ihamba. Al rito curativo dello Ihamba partecipava tutto il villaggio, così come in molti altri simili riti raccontati da Margherita nel suo libro per rintracciare le origini della terapia di gruppo. E’ nella tribù che il Nostro rintraccia gli ingredienti essenziali della sopravvivenza della nostra civiltà: “memoria, responsabilità, capacità di guida, decisionale, autorità, fiducia” (p. 175). E’ nel passaggio generazionale fra gli anziani e i giovani che tali ingredienti trovano, per Guelfo, la loro sempre inedita e migliore combinazione. Solo tale passaggio ci permette di non essere risucchiati nella fabbrica dell’Ade, che ci rende tutti inerti ed impotenti, sotto il malefico controllo dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse: La Fame, La Guerra, La Pestilenza, La Morte. Occorre affidarsi “alla necessità del sociale, contenuta nella tradizione degli Avi”, mitigata “dall’edonismo dell’individuo o del suo gene egoista (etnia)” per sperare di poter ritrovare un barlume di benessere “che possa essere condiviso da tutti” (p. 180). E’ con l’inno al suo “albero genealogico”, alla “Storia della sua Tribù”, che Guelfo sembra volersi congedare dal mondo. Nel suo Requiem (p. 189) canta:

“E’ dentro la perdita degli Avi

Che una specie conquista la memoria”

Il libro sembra un grande gioco fra individuo e società, tra istinto e mito, fra le forme oniriche collettive e il processo di formazione di un individuo separato. E’ grazie a questo gioco che l’esperto Margherita-Odisseo, imparentando, grazie all’Antropologia, Psicoanalisi, Linguistica e Critica Letteraria può: “con gli altri fratelli, regalare la sua epica strutturante alla nascita di una civiltà occidentale” (p. 202).  E’ tale fertile ibridazione fra Letteratura e Psicoanalisi, secondo Guelfo, che permette, grazie all’attraversamento del sesso e della violenza, di “costruire dolorosamente il senso della nostra vita e della nostra civiltà” (p. 203). Un’ibridazione che coinvolge anche la scrittura del libro considerato che Margherita ci regala alla fine di ogni capitolo intensi versi poetici che sembrano inseguire la sintesi del proprio pensiero, l’essenza, difficile da raggiungere con la prosa: una poesia leggera con il vento in poppa che gonfia “la vela che trasforma il Caos in racconto” (p. 207).

[1] In Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) Freud afferma che il lavoro della cultura è un lavoro di sublimazione

[2] Turner V. W. (1972). Il Processo rituale. Struttura e antistruttura. Brescia: Morcelliana.

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