I campi di battaglia della mente – The battlefield of the mind
Era il 24 febbraio 2022, quando la Russia invase l’Ucraina. Il mondo usciva dalla grande pandemia del covid, che ci impose di riprogrammare le nostre vite, ritirandoci e separandoci dagli altri, in funzione della sopravvivenza, per rientrare in un nuovo incubo. Una nuova ferita ancora aperta. 6,3 milioni di Ucraini si riversarono nell’Europa, grazie alla protezione temporanea per tutti i rifugiati. Un quarto dell’Ucraina si riversò in Europa e ora vive nelle varie città, fluttuando tra un senso di atopia e sdradicatezza e la speranza di un nuovo progetto, per sé stessi e per i propri cari. Quando la Società Psicoanalitica Italiana chiese anche a noi candidati di offrire un ascolto per i colleghi che vivevano il terrore della guerra, attivammo diversi gruppi, e iniziammo a metterci in contatto con le colleghe e i colleghi che necessitavano del nostro aiuto. Iniziammo ad incontrarci regolarmente sui social e aiutare i colleghi sia finanziariamente, sia attraverso beni di prima necessità, sia attraverso sostegno umano. In quel momento questo libro non era ancora pensato, ma esisteva da qualche parte nella cruna dell’ago dei primi gruppi d’incontro online che facemmo. Era presente l’idea condivisa che questa esperienza di dolore e morte non potesse essere raccontata esclusivamente attraverso lo storytelling propagandistico dei media. In uno di questi gruppi, svolto tra i curatori del libro, s’insinuò come seme ben piantato, il pensiero di dover condividere con tutti le esperienze che i colleghi ucraini e russi ci raccontavano. La proposta di scrivere un libro di testimonianze della guerra fu accolta come si accolta con stupefatta meraviglia e accolse il consenso di tutti. Su questa proposta si agglutinò il gruppo, allora composto da colleghe e colleghi ucraini, russi, italiani, giapponesi e si passò dalla fratellanza alla Philia. Questo libro nasce per necessità, quella di trasformare in narrazione il terrore senza nome che nasceva dall’attraversare la guerra, sia direttamente, come facevano i colleghi ucraini e russi, sia indirettamente come facevano gli altri colleghi che nell’ascolto delle storie di terrore , rimanevano a volte commossi, a volte sconcertati, a volte disgustati. Questo libro nasce così, dallo sforzo di un gruppo di rimanere vivo nel guadare il racconto di queste esperienze. Un lavoro durato 2 anni e scritto insieme a 12 colleghi con cui si è attraversato il dolore per la perdita, il terrore della fuga, la speranza per aver trovato una nuova casa e la nostalgia lacerante per aver perso la propria patria. Questo libro è il nudo cuore pulsante, colmo di speranza, che ancora batte in chi ha attraversato la follia della guerra e ne ha cercato di dare un proprio personale significato. È inoltre un libro di profonde riflessioni che ha cercato costantemente di utilizzare le categorie di questionamento che la psicoanalisi ci permette di utilizzare, per descrivere di come la mente umana reagisce al trauma lacerante della guerra per sopravvivere. I campi di battaglia della mente sottendono proprio a quel fenomeno di adattamento a cui la psiche deve sottostare per poter mantenere vivo un soggetto umano. La stessa copertina è stata costruita attraverso i quadri dipinti da ksenia, che riproducono lo sguardo terrorizzato e colmo di sangue di chi ha visto la morte in diretta. Uno sguardo che abbiamo cercato di contenere attraverso le narrazioni di questo libro sporcandoci metaforicamente le mani e senza ripensamenti, attraversando questa follia, stupida e disumanizzante che si chiama guerra. Vi proponiamo la lettura di questo nostro libro di testimonianze, con la speranza di potervi far vivere, l’esperienza che noi tutti abbiamo attraversato nell’unire pian piano capitolo dopo capitolo. Nel ringraziarvi infinitamente per il tempo prestato a questa lettura, vi abbracciamo affettuosamente,
Katherin Alpatova, Naftally Israeli, Sabina Jahovic, Kai Ogimoto, Valentina Palvarini, Tatiana Pankova, Nancy Pei-Ling Yu, Paola Solano, Michele Vargiu, Svetlana Veresko, Iris Sarajlić Vuković, , Ksenia Zaitseva













in allegato un brevissimo commento e desiderio
Grazie della realizzazione e diffusione, un’iniziativa che è avvenuta quando la guerra era ed è ancora in atto senza che questo impedisca lo spazio per condividere e pensare. Purtroppo sembra molto difficile fare altrettanto su ciò che sta avvenendo in Israele e Palestina, dove il conflitto è così violento da paralizzare il pensiero. Alcune testimonianze che mi arrivano da là sembrano dire dell’impensabilità radicale, la sopravvivenza del corpo non include quella della psiche. Il collega Naftally Israeli allude nel capitolo 11 alla “cancellazione totale”: questo sta avvenendo. Mi sembrerebbe allora così importante avviare il dialogo con i colleghi e le colleghe che stanno vivendo direttamente o attraverso amici e familiari questo dramma in Israele e Palestina. Nel tentativo di farli sentire meno soli e sole di fronte all’inenarrabile. Forse è pochissimo ma che altro si può fare? Penso servirebbe anche a noi, per capire qualcosa di più di noi stessi/e, delle nostre scissioni, dinieghi, indifferenza. Ho partecipato ad un dialogo da remoto di alcuni colleghi e colleghe, candidati/e e senior dell’IPA e di altre Società, organizzato da un gruppo, Psychoanalists Talk Back, un’occasione per provare a narrare l’impensabile e l’indicibile. Spero il loro dialogo continui e si allarghi sempre più
Grazie Manuela della condivisione. Teso tra psicoanalisi e sociale, questo portale è nato per contribuire a favorire il dialogo sul tema dell’aiuto alla psiche sofferente; condizione, quella dialogica, a mio avviso indispensabile per continuare a pensare e così rimanere umani in ispecie se immersi nel trauma, come quando s’instaura l'”impazzimento generale” (Marco Revelli intervistato nel portale) della guerra.
Un giorno un giovane, ma già saggio amico, in occasione di una sua visita a Bolzano assieme a suo padre e un suo amico, parlando di un futuro lavoro che avevo in mente di scrivere mi aprì gli occhi su un fatto che sembra di poco conto ma che è fondamentale: non puoi parlare o scrivere o raccontare di PACE, se non citi le guerre….. già, la pace non è argomento, non muove sentimenti, per noi umani la pace è l’attesa fra una guerra e l’altra, cosi come la calma precede una tempesta. Un ciclo che non riusciamo ad interrompere malgrado il vissuto e il richiamo di tanti profeti nella nostra umana storia. Eppure le cose più belle le abbiamo sviluppate nei brevi momenti di pace.
Parliamo di pace allora, scriviamo di pace, raccontiamo di pace e sforziamoci a mettere al bando le guerre.La guerra è ciò che impedisce all’umano di divenire finalmente un essere umano. Ma per fare ciò è fondamentale sviluppare sensibilità e trasmettere messaggi importanti, come questo capolavoro a più mani riesce a fare. Divulghiamo il pensiero di pace anche attraverso le atrocità della guerra.