Educare al riconoscimento delle emozioni: nel dialogo dei sentimenti e nell’alleanza Scuola/Famiglia – Paolo Fradeani
Paolo Fradeani
Abstract
L’intenzione è quella di esprimere alcune considerazioni sul bisogno di vivere i sentimenti in una logica sistemica che ne intercetti i significati e valori nelle dimensioni familiari, scolastiche e sociali. Dimensioni come luoghi psichici in cui si integra uno scenario post moderno che riflette quotidianamente le difficoltà nel vivere emozioni e in cui si afferma sempre più macroscopicamente, l’incapacità di rintracciare il senso dei limiti. Ciò che si intende affermare è la necessità di imparare a conoscere svelando amore, come possibilità di invertire una rotta che altrimenti condurrebbe alla deriva dei sentimenti…disumanizzandoci. È la famiglia il luogo più importante in cui iniziare ad apprendere il valore dei rapporti e della lealtà. E sul nuovo senso che essa rappresenta oggi, occorrerà investire risorse e attenzioni per ristabilire un benessere sociale in grado di favorire trame di solidarietà orientate soprattutto a tutelare concretamente il superiore interesse dei nostri figli.
Dunque dalla scuola, alla famiglia, dai genitori agli insegnanti, con la finalità di avviare una progettualità capace di rinforzare i valori del vivere con gli altri e per gli altri; esplorando il senso di una educativa che non si isoli tra i sistemi ma contribuisca ad una umana coscienza, proiettata al bene comune.
Stili educativi e stili di insegnamento per concorrere alla crescita di una comunità educante
Come educare le nuove generazioni è l’interrogativo che questo tempo impone oggi, esprimendo un’istanza primaria. Educazione familiare e scolastica rappresentano i due principali modelli a cui riferirsi per sostenere una cultura che esprima valori per la crescita sociale. Due modelli con analoghe finalità ma con obiettivi diversi. Il primo dedicato alla costruzione di stili e comportamenti presociali e il secondo alla costruzione di apprendimenti e competenze strutturate prosociali. Inevitabilmente però i due sistemi si confondono specialmente nella nostra realtà che eredita una tradizione a forte trazione familistica. E quanto appare ancora oggi in ambito scolastico è proprio la difficoltà per molti insegnanti di rendersi autonomi rispetto ad uno stile educativo familiare che detta inconsapevolmente ma visceralmente le condotte che determinano processi di insegnamento – apprendimento.
Gli esempi si ricavano da quel maternage accudente che dal dopo guerra, a causa di una pressoché totale femminilizzazione del corpo docente, continua a propugnare prassi e sentimenti che non affrancano definitivamente il sistema da condotte prossime a stili educativi inter familiari. Così come, ma per il versante maschile, permane in profondità, quell’ascoltarsi come figli, nella conduzione del ruolo insegnante. Questo non significa che un genitore non possa anche essere un ottimo docente ma dovrà necessariamente liberarsi da quei vincoli che rendono la professione a trazione “genitorializzante”. Due condizioni dell’umano che si generano da distinti cammini che spesso si incrociano e molte volte collidono. Forse il ricorso proprio alla psicoanalisi ricorrendo alla modalità del controtransfert, per quanto ardito possa sembrare, potrebbe rappresentare l’esempio per comprendere quanto lo stile educativo familiare acquisito, possa suscitare pressioni e condizionamenti sull’insegnante e agire sui suoi sentimenti inconsci. Traslarlo verso uno stile più efficacemente formativo, significherebbe adottare prassi e consapevolezze capaci di dirigere al meglio il processo di insegnamento – apprendimento. Non si chiede certo all’insegnante di sottoporsi a un simile esercizio ma di attuare la vigile attenzione nel saper riflettere sul suo operato, quando accanto a sé ha ragazze e ragazzi che non appartengono al suo nucleo affettivo familiare.
Ciò condurrebbe verso un’osservazione costante e sull’importanza di come trasformare la dimensione scuola in un bacino di attenzioni, capace di volgere quel processo sul senso dei sentimenti e sulla capacità di saperli vivere nella piena autonomia, al fine di rappresentare l’universo scolastico come reale dimensione del “vivere nell’essere”.
Una scuola per troppo tempo incapace di deflettere da una femminilizzazione dettata più da una cultura patronimica che da ragioni di scelte maturate nella piena consapevolezza. Ma abbandonare definitivamente questa orbita in cui gravita l’universo scolastico appare tutt’oggi un obiettivo lontano ancora dall’essere completamente raggiunto.
La questione è come poter consentire una convivenza proficua tra due ruoli che hanno stessi obiettivi, stessa intenzionalità educativa e spesso identici compiacimenti, ma con regole e principi diversi! Cos’è che rende efficace un processo di insegnamento se non la capacità nel condurre l’allievo verso la piena autonomia di una coscienza critica? E cosa rende concreta un’educazione familiare se non la crescita della confidenza reciproca in grado di instaurarsi tra i membri che la compongono? In ognuno dei casi l’emozione gioca il ruolo fondamentale e nell’apprendimento che ne scaturisce prende vita il cambiamento.
Porsi domande
Dunque è nel centro di questa dinamica che si produce il valore di una valida comunicazione, capace di scindere il valore della ragione universale, dal mondo dei sentimenti originato dall’individualità. E allora cosa sostanzia oggi l’essere genitori e l’essere insegnante. Significa forse amare e riuscire a risolvere i problemi posti dalla vita? Riconoscerne le prove? Contribuire alla crescita della fiducia in sé stessi? Domande alle quali sono autorizzati a rispondere nel loro ruolo sia insegnanti che genitori. Dunque non è lì la differenza!
Ma con quali occhi il figlio-bambino e l’adolescente interrogano il mondo e quali le sue reazioni? Con quale suo vissuto si interfaccia ai cambiamenti che di volta in volta interseca nella sua vita e con quali adattamenti trova gli equilibri per proseguire? E quali domande ascolta dentro di se e con quali risposte? E l’adulto riesce a identificare ciò che vive …ciò che percepisce realmente? Riesce a non giudicare le sue reazioni ma seguirle ascoltandolo? Cosa poter rispondere ad un giovane se non alimentare la fiducia in sé stesso, mettendolo in guardia e sostenendolo nel non fidarsi di chi gli dice cosa fare o lo colpevolizza.
Uno dei primi punti critici per insegnanti e genitori è su questa curva educativa oltre la quale spesso si procede senza consapevolezza, considerando esclusivamente un tempo a disposizione e l’ansia ad affrontare speditamente il tornante successivo. Occorre lasciare al bambino la possibilità di esprimersi liberamente e se piange e si dispera semplicemente stargli accanto senza necessariamente obbligarci a calmarlo per sedare il nostro disagio. Comprendere quel suo modo di scaricare tensioni, intravedendo oltre le lacrime il suo bisogno di ritrovare serenità. Considerando per esempio il senso di un capriccio chiediamoci se dietro quel capriccio incontrollato o un comportamento sconveniente o eccessivo, non si nasconda piuttosto un’emozione bloccata che stenta a trovare cittadinanza tra i suoi bisogni. Il bambino ci sta dicendo qualcosa?
Di fronte ai comportamenti dei nostri figli dobbiamo sapere quale messaggio desideriamo trasmettergli, perché i loro convincimenti si fondano sulle nostre reazioni. I nostri figli ci osservano e ci ascoltano.
Quanto le nostre reazioni sono dettate dall’educazione, dall’abitudine, dalla stanchezza o da un ragionamento solo conveniente? E spesso i capricci inascoltati dai genitori prendono vita quando l’adulto agisce per affermare il suo controllo ma senza autorevolezza. Non è altrettanto semplice non lasciarsi prendere da questa deriva accettando di mettere da parte i propri bisogni e non agirli in competizione o in contrasto con quelli del bambino. Essere genitore è essere adulto e pertanto diventa necessario avviare una riflessione su sé stessi che focalizzi un piano di realtà in grado di riconoscerne le regole, per individuare e soddisfare le richieste di un processo educativo che non scorre mai unilateralmente.
Sapersi domandare: “i miei bisogni sono in competizione con quelli di mio figlio?” I bisogni dei genitori e dei bambini sono spesso in contrasto ed essere genitore significa accettare di non soddisfare prontamente i propri e porgersi all’ascolto. Ma non è impresa facile perché necessita del riconoscimento dei bisogni adulti …di ciò di cui siamo alla ricerca per tracciare quella linea di separazione tra noi e loro, sorretta dal valore del sentirsi responsabili. Il genitore è adulto se saprà imparare a contenere l’esuberanza del figlio entro quei limiti che gli permettano di tollerarla, rendendola costruttiva e funzionale ad un avanzamento.
E se fatichiamo a non riconoscere i nostri bisogni è probabile che faremo fatica a dare ai nostri figli ciò di cui hanno realmente bisogno. Quando si crea un conflitto la collaborazione è sempre il mezzo più efficace. I famosi limiti che occorre dare ai bambini sono quelli imposti dai bisogni adulti. Paradossalmente il genitore diventa così ostacolo al raggiungimento di una tensione educativa e costruttiva perché se le emozioni infantili restano represse, non consentirebbero di percepire efficacemente le istanze del figlio. Il rischio maggiore sarebbe quello di proiettare su di lui i nostri bisogni, cristallizzandoli perché rimasti insoddisfatti (o negati); oppure negheremo ogni bisogno per non rivivere la sofferenza.
Attraverso le sue scelte il bambino esprime le sue preferenze e si affida al suo profondo, prendendo coscienza di sé e distinguendosi dagli altri per procedere in quel processo di individualizzazione. Come sostenerlo e cosa permettergli? I bambini vivono nel presente e non hanno consapevolezza che il dolore potrà passare…che la collera finirà. È sopraffatto dall’emozione e ha bisogno di sapere che i suoi genitori ci sono e possono vivere la sua forte emozione senza esserne distrutti.
Porgersi all’ascolto
L’ascolto attento delle emozioni non implica sistematicamente la soddisfazione delle richieste e soprattutto insegna a gestire la frustrazione quando non riusciamo a comprendere il senso di una agito emotivamente sostenuto. Non esistono emozioni sbagliate. Il pianto non è mai senza motivo, così come non lo sono certi comportamenti stizzosi, giudicati immotivati o sorprendentemente irragionevoli. Non riuscire a comprenderne le ragioni né ciò che in quel momento un padre o una madre rifiutano di ammettere, lascia affiorare sensi di colpa che nel tempo, se non risolti, diverranno barriere insormontabili, arrecando al rapporto affettivo-educativo l’interruzione di quel flusso portante in cui si costruiscono relazioni. E le trame avanzano, stabilizzandosi attraverso nuovi anelli emozionali di congiunzione.
Identificare i sentimenti, riconoscendo quanto sia scoraggiato o spaventato consente all’emozione di compiere il suo percorso e il vostro ascolto empatico vi porrà in contatto con voi stessi, ridestando le mancanze e le sofferenze del passato. Al contrario il mancato riconoscimento di quella emozione potrà portarvi a viverla quasi in competizione con vostro figlio o vostra figlia, non riconoscendo le vostre reali necessità. Un’emozione che non vi concedete di provare può legarsi alla vostra infanzia.
Un padre o una madre che non hanno potuto o saputo piangere nella loro infanzia sapranno accogliere il pianto del loro figlio o la sua rabbia? Guarire dalla propria infanzia non significa vendicarsi dei disagi o delle sofferenze subite. E non aver potuto mostrare le proprie emozioni può non consentire ad un genitore di accettare quelle dei propri figli. E così si vietano quei flussi emotivi che garantirebbero una costante dinamica dei sentimenti perché diversamente l’adulto dovrebbe rimettere in discussione l’educazione ricevuta. Quasi a voler proteggere i suoi genitori! In questo modo certe emozioni proibite o represse con cui si è strutturato il proprio io si riflettono su chi dovrà imparare ad esprimersi sentimentalmente.
Riconoscere le proprie emozioni, qualsiasi registro esse incarnino, significa accettarsi e costruire la fiducia in séstessi ed è in tal senso importante mostrare al ragazzo o al bambino che il riconoscimento e l’espressione verbale dei propri impulsi violenti non distruggono né la relazione né le persone ma l’avvicinano alla comprensione, se condotti nell’alveo di una comunicazione di reciproci incoraggiamenti… Io aiuto te a dimostrarti e tu aiuti me a comprenderti.
I genitori emotivamente immaturi hanno difficoltà nel riconoscere le responsabilità nel soddisfacimento dei loro bisogni e allo stesso modo i figli, di fronte a un tale stato, dovranno dosare sempre la regolazione delle loro emozioni per comprendere l’umore che in quel momento il genitore attraversa. La dinamica coinvolge una fragilità del giovane a cui spesso non resta che l’accondiscendenza o la repressione delle sue necessità per “sopravvivere”, riconoscendosi nei bisogni del genitore. Con i propri figli si può ripercorrere l’esperienza emotiva vissuta con i propri genitori e attendere che i figli a loro volta riconoscano gli sforzi fatti per loro e dimostrino il desiderio di sapere esaudire quella mancanza dell’adulto. Invertire questa tendenza significa riappropriarsi delle responsabilità del sé, nella giusta visione delle proprie e altrui necessità.
Diventare adulti nel ruolo di genitori e insegnanti, attraverso il riconoscimento delle proprie emozioni, significa sapersi costruire attraverso le sensazioni che ci assalgono o che ci rafforzano; nel sostenere le persone di cui ci prendiamo cura, nella limpida esemplificazione del pensiero di Don Milani.
Il legame educativo nella sua efficacia si gioca totalmente negli equilibri e nelle regolazioni delle emozioni, sia a scuola che in casa. Pertanto sapere rintracciarne i registri più consoni è compito di chi a scuola educa attraverso il processo che struttura l’apprendimento moderno attraverso tre elementi fondamentali: conoscenze, abilità e competenze. Oppure a casa di chi lo fa attraverso la conduzione delle scelte genitoriali. E tutto si dipana attraverso stili educativi, siano essi autorevoli o autoritari e che sappiamo influiscono sulla disciplina, sull’autonomia dei bambini, sulla comunicazione familiare e sulle relazioni genitore-figlio / adulto-minore. Gli stili intrapresi dai genitori riflettono convinzioni, valori ed esperienze, plasmando profondamente il modo in cui interagiamo e comunichiamo con i giovani. Con essi influenziamo il loro sviluppo emotivo, cognitivo e comportamentale e sia i genitori che gli insegnanti o i caregiver possono, a seguito dello stile adottato, favorire o meno il giovane a intraprendere percorsi di autonomia.
Crescere nelle emozioni
Così come le teorie dell’attaccamento di John Bowlby, considerato il padre di questa teoria, sostengono che ogni individuo ha un bisogno innato di formare legami emotivi profondi e duraturi sin dai primi mesi di vita con una figura di riferimento primaria al fine di garantirsi sicurezza e sopravvivenza, in modo altrettanto simmetrico ogni bambina e ogni bambino ritroverà in quegli stili educativi la guida che lo condurrà ad acquisire a sua volta condotte di vita con cui costruire una personale autonomia.
– Durante l’infanzia, l’attaccamento svolge un ruolo cruciale nello sviluppo emotivo e comportamentale del bambino, influenzando la sua capacità di creare relazioni significative e di regolare le emozioni. Il legame con chi si prende cura, crea un modello interno che influenza le future relazioni. Nella prima infanzia il bambino è legato alla madre in modo simbiotico e non riesce a distinguersi da lei; poi a partire dal terzo anno di vita si percepisce come distinto in una famiglia che si caratterizza per la stabilità di alcune figure in cui trova piena identificazione.
– Con la pubertà e l’inizio dell’adolescenza interviene la necessità del distacco dalla famiglia, per associarsi sempre più al gruppo dei pari età che rappresentano la famiglia sostitutiva e spazio per una identificazione sociale. E la scuola spesso amplifica le fragilità e le complessità che ciascun giovane si porta dentro, modellandosi in quel caleidoscopio di diversità che è appunto l’ambiente scolastico. Ognuno vi entra con i propri cammini affettivi, con il proprio patrimonio esperienziale e cognitivo. Si incontrano e scontrano realtà con cui i giovani apprendono a riconoscersi ma anche a rifiutarsi. Il bullismo e il cyber bullismo amplificano in questa età le necessità a non voler comprendere le differenze che spaventano e che generano insicurezze. E quell’incapacità ad affiancarsi alle debolezze esprime una inadeguatezza per non poter ricavare il giusto sostegno da una educazione affettiva che evidentemente non si è potuta coltivare in ambito familiare.
– Nell’adolescenza, il legame di attaccamento può continuare a influire sulla formazione dell’identità e sulla gestione delle relazioni ed è con le sue risorse che l’adolescente si prepara ad affrontare sfide finalizzate allo sviluppo dell’autonomia; sarà impegnato nel bilanciare la necessità di indipendenza con la ricerca di vicinanza emotiva e affettiva che dopo i 16/17 anni lo conducono verso la ricerca di un legame esclusivo e d’amore. Ed è rispetto alla tendenza ad uniformarsi e al vivere problemi legati al corpo nascondendolo e omologandosi che caratterizzavano gli anni precedenti che si entra poi in quel tempo dell’adolescenza matura in cui il desiderio di ritrovarsi con un partner, in una conoscenza di reciproca intimità, stabilisce il fondamentale passaggio ad una maggiore cognizione affettiva.
È un’esperienza che rassicura perché ci si sente scelti, superando l’angoscia di non essere normale, superando anche quella voglia di eroismo a volte senza regole che accompagna i giovani verso esperienze distruttive. Il passaggio ad un processo sentimentale costituisce a questa età uno snodo importante per ancorare la socialità ad un consenso che si espande oltre le regole del gruppo dei pari. Si scopre il valore del confronto e l’affermazione delle diversità che evidenziano le personali individualità.
I rapporti amicali come quelli amorosi assumono tinte forti e irripetibili e tutto ciò che ha caratterizzato le fasi precedenti viene superato anche se a volte non risolto. Come se il tempo dell’amore spazzi via tutto, lasciando nuovi territori da coltivare, con nuove ansie, desideri, attese e verifiche. Il coinvolgimento e la consapevolezza sono gli atti con cui il giovane dovrà rispondere alle sollecitazioni che lo spingono ad esprimere le sue profonde energie. Avere un bagaglio in cui ritrovare solidità e sostegni lo aiuterà ad affrontare le turbolenze di quegli anni, contando su una maturità emozionale e affettiva, cresciuta con dei solidi riferimenti familiari, che pur disconosciuti o allontanati per fisiologica necessità, sapranno comunque orientare il suo animo tra le burrasche.
Il periodo più critico dunque rimane l’entrata nel girone della pubertà. È lì, nel gruppo dei pari che si cerca quella considerazione e condivisione rispetto ai tanti bombardamenti vitali a cui il giovane in questa età è sottoposto. Giovani come punte di un iceberg: ansia e ritiro sociale, depressioni, disturbi emotivi, dismorfofobie, anoressia e bulimia, atti di autolesionismo e ideazioni suicidiarie. Dunque il proprio corpo vissuto come proscenio di una adolescenza che assume il ruolo insostituibile di megafono della sofferenza.
– Nella vita adulta poi, i modelli interni di attaccamento incideranno sulle relazioni interpersonali, inclusi i legami sentimentali e le dinamiche familiari. Le persone con un attaccamento sicuro tenderanno ad avere relazioni più stabili e soddisfacenti, mentre chi ha interiorizzato un attaccamento insicuro, sperimenterà difficoltà nel costruire, mantenere e consolidare legami intimi.
Quei genitori emotivamente immaturi spesso sono anche svalutanti e ricercano con sofferenza spesso quell’abnegazione con cui sostengono ogni pretesa dei figli, determinando dei crash funzionali. Si innesca così una spirale perversa che da ferite profonde, non curate e incomprese, costruisce la pretesa di avere un “figlio perfetto”. Pretese che non nascono nel presente. La parte bambina dell’adulto così emerge e non consente di infondere amore genitoriale non corrotto da questa dinamica che incide sulla capacità di esprimere una emotività non disregolata.
Nel figlio tutto ciò potrà sfociare in espressioni emotive limitate, in un’anaffettiva incerta che inciderà sulle relazioni interpersonali e con aspetti che lasceranno emergere una costante ricerca di approvazione; con l’ansia del rifiuto e la conseguente instabilità che conduce all’isolamento. Persone che matureranno nella costante difficoltà di fidarsi degli altri, mostrando tendenze manipolatorie e una bassa autostima; avranno compromesse le capacità con cui connettersi autenticamente con il mondo circostante, non potendo contare sull’empatia, fondamentale capacità di comprendere e condividere le prospettive degli altri.
Genitori adultescenti, come li definisce il prof. Massimo Ammaniti e giovani precocemente adultizzati è il paradosso di questo tempo incerto che procede tra aspettative invocate e incerte capacità di esprimere testimonianze educative da parte degli adulti. Si procede dunque tra realtà complesse e di non facile lettura; nuove fisionomie di condotte che ricadono sulla nostra capacità di accettarci e condividere il senso profondo di una scelta. Si delinea una società familistica multi-strutturata in cui coesistono famiglie allargate, ricomposte, figli adultizzati, padri peter pan. E poi madri afflitte dall’emergente fenomeno della “matherhood regret”, ossia un pentimento della maternità che si manifesta soprattutto nella solitudine di un ruolo materno quando è schiacciato dalle responsabilità e dalla mancanza di supporto, sia all’interno della coppia che esterno ad essa. E in un quadro così alterato si manifesta una condizione di complicità tra genitori e figli molto più simile ad una amicizia innaturale e coatta che ad un rapporto di subalternità e questo cambia il senso di una frattura che era, in un percorso non disfunzionale, strutturante dell’identità.
Essere genitori: il ruolo più impegnativo per apprendere a vivere
In una realtà così frammentata, la genitorialità è una delle sfide più significative della vita ma anche un viaggio di apprendimenti continui, fatti di scelte e di costanti ascolti con cui di volta in volta è necessario decidere di agire con atti che determineranno ad ogni passo il futuro dei figli. Atti che avranno come comune denominatore proprio lo stile educativo che verrà adottato. Ed è proprio attraverso una approfondita comprensione degli stili genitoriali in questa nuova società che ci si potrà avvicinare al ruolo di genitore in modo consapevole, nel tentativo di realizzare un ambiente familiare, consono ad una crescita armonica dei figli.
Le ricerche e le evidenze cliniche rivelano che disagio e sofferenza sono in crescita tra gli adolescenti; un drammatico dato su tutti riguarda il suicidio che rappresenta la seconda causa di morte tra i giovani nel nostro Paese dopo gli incidenti stradali. Sottolineando un’urgente necessità di comprendere le cause di questo fenomeno, mettendo in atto interventi concreti, è altresì fondamentale indagare un’ulteriore elemento portante di un sistema di disregolazioni emotive, amplificato sicuramente da una pervasiva diffusione della cultura digitale.
Come afferma Alberto Pellai nel suo libro “Allenare alla vita”, i suoi 10 principi per sostenere un efficace ruolo genitoriale si costruiscono all’interno di una relazione educativa che deve mantenere un registro di attenzioni insegnando la pazienza del no al “tutto e subito” che un genitore autorevole deve garantire; insegnando il valore della pazienza, dell’attesa e della costruzione.
Un adulto, genitore o insegnante, deve poter condurre verso la distinzione del reale dal virtuale, valorizzando l’impegno anziché la mera vittoria e la riflessione rispetto alla velocità. Sostenere una crescita consapevole deve altresì sollecitare il senso della collaborazione e della scoperta che sappia sviluppare l’empatia e il superamento degli egoismi. Regole raffinate nelle quali non possono non riconoscersi gli insegnamenti di Edgar Morin espressi nei suoi sette saperi e nei quali il filosofo esprime fondamentalmente come oggi, educare alla complessità, riguardi la capacità di saper affrontare le incertezze, costruendo una nuova etica del genere umano, incentrata nel riconoscimento di una identità terrestre “glocalizzata”, in cui ci si alleni costantemente alla comprensione delle diversità.
Con quale stile?
In tal senso assume carattere prioritario la differenza tra gli stili assunti dai genitori nei confronti dell’autorità/autorevolezza e della comunicazione con i loro figli.
Altrettanto importante affermare il principio che non si può soltanto imparare o imporre il valore delle emozioni; la capacità di poterle sperimentare per poterle accogliere innanzi tutto in noi e poi nell’altro sta nell’avere accanto chi ha saputo testimoniarle concretamente, trasformandole in valori educativi. Affermando ciò affermiamo anche che l’autorevolezza è ben diversa dall’autorità. Richiedere obbedienza con la minaccia o suscitando paura non può rappresentare il contesto in cui poter avviare la relazione educativa.
Gli stili rappresentano le diverse modalità con cui ci relazioniamo e con i bambini e i ragazzi in qualità di figure di riferimento significative, spesso vengono adottati senza consapevolizzarne il significato. Ma ogni modalità adottata esprime degli stili specifici, capaci di impattare positivamente o negativamente sullo sviluppo emotivo e sociale del giovane.
Per educare serve autorevolezza, ma il più delle volte si diventa autoritari, per il rischio di sbagliare, ascoltando cioè il timore di non essere seguiti; in questo modo un adulto spesso si fa obbedire utilizzando nella relazione educativa, toni minacciosi o addirittura spaventando chi gli viene affidato.
Come accennato, la società contemporanea ha introdotto nuovi scenari e opportunità per i giovani, ai quali si accompagnano però altrettante complessità e insidie: la diffusione della cultura digitale e dei social media ha alterato profondamente i percorsi educativi, generando spesso un vuoto interiore che compromette la genuina felicità dei nostri figli.
I limiti delle parole, come sosteneva Ludwig Wittgenstein, rappresentano anche il limite dei nostri pensieri; il linguaggio oltre ad essere uno strumento di comunicazione è fondamentalmente legato alla nostra capacità di pensare cosa renderci visibile e dunque di avviare un’esperienza nel mondo. La parola come costruttrice di vita attraverso la quale comporre e scomporre il presente e la relazione con gli altri. In un processo costante di richiami e abbandoni con cui costruire avvenire. Quanto di tutto questo oggi è contaminato da un assetto ancora non equilibrato e funzionale che mette a rischio la nostra capacità di dover soddisfare tutto, attraverso una scatoletta in cui racchiudiamo il nostro universo di esseri interconnessi ma sempre più lontani gli uni dagli altri!?
Nello stile educativo adottato si può dunque rintracciare il sottile ma tenace filo di congiunzione tra il crescere e il divenire, tra la capacità di farsi ascoltare e quel sussulto che genera attenzione ed entusiasmo.
In tal senso assume carattere prioritario il rapporto tra le modalità espresse nell’approccio dei genitori nei confronti dell’autorità/autorevolezza e della comunicazione con i loro figli.
Risulta altrettanto importante affermare il principio che non si può soltanto imparare o imporre il valore delle emozioni perché la capacità di poterle sperimentare per poterle accogliere, innanzi tutto in noi e poi nell’altro, sta nell’avere accanto chi ha saputo testimoniarle. E affermando ciò affermiamo anche che l’autorevolezza è ben diversa dall’autorità perché in essa prende vita il tema della relazione educativa che ci consente di comprendere la nostra connessione con il mondo nelle sue regole più naturali. Ci tiene saldi alle nostre differenze e consente quel necessario confronto con le incertezze, per sviluppare la propria capacità di vivere l’aspetto poetico della vita ed essere consapevoli della complessità del reale. Aspetti che dovrebbero legarsi ad una nuova educazione del futuro che così straordinariamente ha tracciato nella sua straordinaria visione Edgar Morin.
Oggi a compromettere ancor più la nostra esile ma tenace esistenza contribuiscono anche i processi che dettano una scalata incontrollabile e a quanto pare inarrestabile di una nuova forma di disumanizzazione dettata dall’Intelligenza Artificiale. E i giovani sembra che l’abbiamo da subito adottata quasi avessero scelto di affidarsi ad un codice piuttosto che ad una emozione! Una capacità delle macchine che ragiona, risolve e comprende ogni problema al nostro posto e per compiti sempre più complessi ed escludenti. Machine learning e algoritmi che escludono, una volta impostati, ogni nostra sentimentalizzazione. Sapremo condurre tali straordinarie innovazioni scientifiche verso traguardi che non annullino l’uomo e la sua innata creatività emozionale? Sapremo dirigerci verso un nuovo orizzonte o volgeremo verso un crepuscolo irreversibile? Sono concetti profondi che interrogano tematiche sociali, filosofiche ed etiche; ma soprattutto potrebbero confinare i diritti di ciascun essere umano su piattaforme regolabili da framework.
Autoritari o autorevoli?
Lo stile autoritario educativo si caratterizza per l’imposizione rigida (senza condivisione) di regole e norme che non tengono conto dei bisogni e dei sentimenti dei figli. In questo approccio: i genitori che adottano questo stile tendono ad esercitare un alto grado di controllo e a imporre la conformità ai loro elevati standard, senza spiegare il motivo dietro le regole: a l’altro è richiesto solo di adeguarsi. Rigidità e inflessibilità sono orientate alla performance; le punizioni sono spesso utilizzate per disciplinare i comportamenti indesiderati e la comunicazione è solitamente unidirezionale, con poco spazio per il dialogo o la negoziazione.
Il risultato evidenzierà un bambino molto ligio alle regole, impaurito e non libero nell’esprimere i propri legittimi bisogni. In questa dimensione, dove il rispetto della regola conta più della relazione, l’amore e la gratificazione vengono elargiti solo se vengono soddisfatte certe condizioni o aspettative. E crescere con l’idea di un amore “a comando” trasmette nel bambino e nel giovane un senso di inadeguatezza: un’ansia lo pervaderà quando dovrà portare a termine un compito e il rifiuto o la fuga invece lo condizionerà quando non si sentirà all’altezza. Un senso di frustrazione e di incapacità di leggere i propri bisogni accompagnerà costantemente il suo cammino e la svalutazione percepita minerà la sua autostima.
Dall’altra parte adottare uno stile autorevole si basa su un equilibrio tra autorità e supporto emotivo: un giusto mix tra affetto e regole. In questo modo adulti autorevoli possono intraprendere orientamenti che supportino le richieste emozionali con soluzioni e regole semplici, coerenti e motivate, senza trascurare la costante apertura al dialogo, alla condivisione e alla negoziazione. L’attenzione è riposta innanzitutto sul percorso avviato e non esclusivamente sull’obiettivo da raggiungere… spesso a tutti i costi!
Comunicare efficacemente con i figli, significa innanzi tutto spiegare le ragioni dietro le regole, in modo da incoraggiare la comunicazione e la partecipazione attiva nella risoluzione dei problemi familiari. Un processo in cui la comunicazione bidirezionale costruisce una costante apertura al dialogo e alla negoziazione, saprà promuovere un clima familiare basato sul rispetto reciproco e consentirà ai figli di sviluppare autonomia nella responsabilità.
Il genitore autorevole si distingue quindi per un approccio equilibrato che combina fermezza e calore emotivo. Il suo stile educativo sarà caratterizzato da un adeguato grado di controllo, accompagnato da un altrettanto alto livello di supporto e affetto. Autorevolezza e assertività dettano uno stile non impositivo o arrogante e gli strumenti utilizzati sono determinati da regole chiare e coerenti che incoraggiano la partecipazione attiva dei figli nelle decisioni familiari. Un ambiente in cui ci si senta sicuri e compresi favorirà la crescita di bambini sicuri di sé, competenti e socialmente responsabili, capaci di affrontare le sfide della vita con adattabilità e resilienza.
Come diventare un genitore autorevole?
Negli ultimi decenni si è riscontrato un progressivo indebolimento della dimensione del genitore autorevole, quasi un arretramento della responsabilità adulta.
L’adulto autorevole è colui che è in grado di avviare una relazione che dimostri il giusto equilibrio il saper testimoniare ciò che intende impartire attraverso la tensione educativa e la capacità di elargire i sì e i no che aiutano a crescere. Inoltre è importante aiutare i figli a porsi domande e a coltivare la dimensione spirituale, oltre ad educarli alla collaborazione anziché spingerli all’individualismo.
Si è autorevoli non solamente perché si è adulti, ma perché, essendo adulti, nella relazione si occupa una posizione che permette al giovane di comprendere la dimensione dei differenti ruoli. Trasgressioni, opposizioni e rivolte sono le modalità che Vittorino Andreoli traccia come dimostrazioni di “essere contro”. Le evidenze del sistema adolescenza sostanziano di fatto che il minore apprezzi e riconosca con difficoltà gli interventi educativi del genitore, pur riconoscendo in un intimo pensiero se quel padre e quella madre siano realmente affidabili e “credibili”. D’altronde se non esistessero contrasti tra padri e figli, si permarrebbe costantemente in un’età della fanciullezza che non porrà grandi problematiche per la crescita ma al tempo stesso non consentirebbe un’effettiva maturazione delle relazioni.
Ma l’educazione “rigida” è necessaria?
Parlando di stili educativi, c’è la convinzione diffusa che un’educazione autorevole da parte della coppia genitoriale verso i figli possa, o debba comprendere anche atteggiamenti autoritari come l’alzare la voce o l’utilizzo di un approccio fisico, anche “soft”. Se in alcuni contesti educativi, come per esempio a scuola, tale condotta autoritaria e aggressiva è ormai abolita da diversi decenni, all’interno delle mura domestiche sembra esserci purtroppo una persistente modalità educativa coercitiva, nella convinzione ancora largamente diffusa che tali metodi di educazione autoritaria possano essere efficaci e, se saltuari, innocui per il bambino. L’utilizzo dello schiaffo educativo pur sortendo a volte un rientro del comportamento stizzoso o inopportuno del figlio, non denota il successo di questo metodo punitivo a cui fanno ricorso ancora percentuali altissime di genitori sia nei confronti di figli in età infantile che in età adolescenziale.
Sempre a proposito di condotte educative, preme ribadire che lo stesso discorso vale naturalmente anche per le pene corporali e le minacce, che, oltre a rappresentare un reato, sono ritenute dalla scienza inefficaci dal punto di vista educativo, e dannose per lo sviluppo del Sé del bambino. Lo schiaffo del genitore, ritenuto oggi anch’esso un abuso dei mezzi di correzione, mina la tutela dell’integrità fisica e psicologica del minore e ripropone la problematica di una educazione aggressiva che produce un effetto boomerang. Un bambino umiliato diventerà ancora meno rispondente, eventualmente intrattabile e quindi ancora più difficile da gestire, dando così avvio ad un circolo vizioso che diverrà sempre più complesso da affrontare.
L’idea che i conflitti possano risolversi con la “violenza” predispone i giovani a non sapere gestire le frustrazioni in futuro.
La difficoltà nel trovare il proprio stile genitoriale
Diamo per scontato che l’essere genitori sia un compito complesso, difficile, stressante e faticoso, e che in talune situazioni fonti di nervosismo e frustrazione, si possa essere tentati di ricorrere a maniere “forti” per ripristinare l’ordine in casa e per chiedere ai figli di seguire le nostre indicazioni. Di conseguenza, urlare per farsi ascoltare e per richiamare i figli all’ordine può diventare un’abitudine. Ma da dove provengono i nostri stili genitoriali?
Spesso ricorrere a tali misure comportamentali avviene quando nella propria famiglia di origine vigevano le stesse modalità o stili genitoriali, che sono state quindi appresi e considerati normali. Ricordiamo che la relazione con i propri genitori rappresenta per il figlio il primo modello di rapporto di cui fa esperienza, che viene interiorizzato e poi generalmente riprodotto.
Costituisce quindi uno sforzo, per l’adulto, mettersi in discussione per interrompere questa circolarità e abbandonare certe “tradizioni” che come “miti familiari”, agiscono come un modello inconscio. Tale sforzo è particolarmente impegnativo quando l’adulto, preso nella complessità della vita fatta di preoccupazioni e frustrazioni, ha una quota limitata di pazienza e di energia.
Stili genitoriali e ripercussioni sullo sviluppo dei bambini
Occorre però considerare che tali atteggiamenti, soprattutto se ripetuti nel tempo, hanno un impatto sullo sviluppo del sistema nervoso del bambino, che durante l’infanzia è ancora in fase di sviluppo. Lo stimolo esterno di un adulto che urla viene percepito dal cervello del bambino e del ragazzo come un segnale di pericolo, scatenando reazioni biochimiche di allerta con produzione di cortisolo (l’ormone dello stress) che dovrebbe preparare, occasionalmente, il nostro corpo alla reazione di attacco o fuga, come nel caso in cui ci si trovi in una reale situazione di pericolo.
Le conseguenze degli stili genitoriali, autoritario e aggressivo, comportano nei bambini una regolazione disfunzionale delle emozioni. La scienza oggi afferma che il cervello di un bambino, sottoposto anche soltanto allo stress costante di aggressività verbale, può riportare dei danni che nel tempo potrà provocare sentimenti di bassa autostima, insicurezza e fragilità, legittimando in lui l’utilizzo di comportamenti violenti e prevaricanti, nonché una predisposizione alla depressione. È l’intera personalità ad essere turbata da condotte aggressive e lo sviluppo intellettivo ed emotivo ne viene potentemente influenzato a seconda della relazione scelta dal genitore.
Se l’utilizzo di queste maniere “forti” va quindi assolutamente penalizzato, gli atteggiamenti positivi e costruttivi verso i figli devono comprendere modalità non prevaricanti ma autorevoli, che educhino al rispetto delle regole e dell’autorità. Non si tratta quindi di assecondare qualsiasi comportamento diventando eccessivamente permissivi, ma di comunicare ponendosi su di un piano egualitario, pur diverso per ruoli, spiegando motivazioni e ragioni per cui determinati comportamenti non possono essere accettati, e richiedono (ancora) la supervisione di un adulto responsabile, in grado con fermezza di educare al rispetto di certi limiti.
Lo stile permissivo
All’estremo opposto dello stile educativo autoritario, troviamo l’educazione permissiva caratterizzata da un’ampia libertà concessa ai figli senza troppe restrizioni, limiti o regole rigide e con aspettative non vertiginose nei loro confronti.
Questo stile educativo tende a favorire un clima familiare aperto e democratico, dove i bambini sono incoraggiati a esprimere le proprie opinioni o preferenze e ad adottare decisioni in modo autonomo.
Tra i vantaggi principali dell’educazione permissiva vi è la promozione dell’autonomia e dell’autostima nei bambini, il loro essere positivi, poiché si sentono rispettati e ascoltati all’interno della famiglia grazie all’apertura al dialogo e all’affetto. Inoltre, questo approccio può favorire lo sviluppo della creatività e dell’intraprendenza, poiché i bambini sono incoraggiati a esplorare e a sperimentare nuove idee senza paura di essere giudicati.
Gli svantaggi dell’educazione permissiva emergono invece quando manca un adeguato equilibrio tra libertà e responsabilità. Senza linee guida chiare e limiti definiti, i bambini avranno difficoltà nell’apprendere il concetto di autorità e nel gestire comportamenti impulsivi. Inoltre, possono manifestarsi problemi di disciplina e di rispetto dei confini, soprattutto nella socialità, poiché in questo stile educativo i genitori sono solitamente carenti nel fornire la necessaria struttura fatta di regole chiare e coerenti. Inoltre è associata a questo stile educativo anche la difficoltà nel limitare taluni comportamenti indisciplinati che possono determinarsi in un ambiente poco controllante da questo punto di vista e che rende necessaria una particolare attenzione nello sviluppo delle capacità di regolazione emotiva. Un’educazione permissiva disregolata può determinare un quadro generale incerto e ingenerare nel minore confusione, insicurezza, poca fiducia in sé stesso e difficoltà nella comprensione dei limiti.
Per tanto risulta assai delicata questa modalità educativa che pur presentando determinati vantaggi in alcune situazioni, è altrettanto importante saper bilanciare nelle sue componenti atte a promuovere libertà e limitazioni.
Stile educativo negligente
Infine troviamo lo stile educativo negligente che si contraddistingue per una mancanza sostanziale di coinvolgimento emotivo e di supporto da parte dei genitori nei confronti dei propri figli. In questo contesto, i genitori possono essere fisicamente presenti, ma trascurano le necessità emotive, fisiche e cognitive dei bambini. Le interazioni familiari sono spesso limitate o superficiali, e le responsabilità genitoriali fondamentali, come il fornire istruzione, sicurezza e cura fisica, vengono spesso trascurate.
Questo stile educativo può derivare da molteplici fattori, tra cui problemi di salute mentale o di dipendenze, che impediscono ai genitori di soddisfare adeguatamente le esigenze dei loro figli.
Gli effetti dello stile educativo negligente possono essere profondamente dannosi per lo sviluppo dei bambini, portando a bassa autostima, difficoltà nell’instaurare relazioni significative e problemi comportamentali e scolastici. Inoltre, i bambini cresciuti in un ambiente educativo negligente possono sviluppare un senso di insicurezza e paura dell’abbandono che potranno ripercuotersi sul loro benessere emotivo in età adulta.
Educare alla non violenza imparando ad emozionarsi
Ma qualsiasi stile sia utilizzato per tracciare il senso della presenza adulta, questa non potrà prescindere dalla capacità di sapersi rapportare con la gestione delle emozioni. Snodi imprescindibili per garantire alle sensazioni di manifestarsi nella loro naturalezza e istintualità. Momenti in cui particelle di coraggio imparano a costruire autonomie di sentimenti, senza il timore di sentirsi sbagliati.
Saper accogliere le tensioni emotive o i capricci di un bambino anche in modo non verbale attraverso lo sguardo, comporta l’attivazione di un atteggiamento interiore; provando a prenderlo in braccio e attendere che il respiro diventi tranquillo, per poi lasciare il posto alla parola, raffigurano le condizioni per poter far fronte ad una situazione di difficoltà.
Non è infrequente inoltre che le emozioni rappresentate, mascherano il vero sentimento e a volte non possono essere espresse o si trasferiscono su altro, nascondendo il vero bisogno. E così un affaticamento emotivo può prendere il sopravvento, non consentendo di sopportare quell’agitazione che si trasforma in un’emozione che non vi concedete di provare. Può richiamare ricordi d’infanzia a cui non vogliamo tornare; quasi un senso di frustrazione che evitiamo di comprendere. E l’espressione di quella emozione che rifiutiamo di ammettere altro non è che un nostro irrisolto con cui non vogliamo fare i conti.
“Non capisco” o “non lo sopporto” sono le uniche certezze che ci affollano la mente quando i figli o gli studenti esprimono ciò che rifiutiamo di ammettere e che richiamano aspetti di quel passato.
La paura dei nostri giovani ci fa paura
Trattare un bambino in modo brusco non è un metodo efficace per aiutarlo a superare le paure e può avere conseguenze pesanti a lungo termine, manifestandosi in difficoltà di relazione o ansie ingiustificate. Non saper disinnescare certi timori può avvicinare il giovane verso tendenze eccessivamente disinibite, se non spregiudicate; il voler correre rischi a tutti i costi o ricercare riparo nella timidezza anche ricorrendo a farmaci tranquillanti se non addirittura a sostanze stupefacenti, rappresentano i due poli su cui spesso gravitano le scelte comportamentali del ragazzo.
Un aspetto a cui prestare attenzione è il tono che si utilizza nelle circostanze in cui si è chiamati ad interagire con un disagio che nasce da una tensione vissuta dal bambino. Le parole utilizzate non devono caricarsi di critiche o indifferenza perché l’intenzione dell’intervento adulto non è finalizzato a colpevolizzarlo né a insinuare il senso della banalità del gesto solo perché ora quell’atto non riesce a compierlo con la stessa facilità. Aiutarlo a ricordare, a entrare di nuovo in contatto con le sue capacità e con il piacere provato in circostanze migliori, consentiranno invece di far nascere nuovamente il desiderio.
Un altro aspetto a cui spesso non diamo troppa importanza, quasi declassandolo a problema marginale, è costituito dal pianto che non è mai senza motivo. Può nascere da un capriccio momentaneo oppure dai sogni o da incubi di un profondo fantasmatico e saperlo riconoscere e ascoltarlo aiuterà a risolverlo. Portare il bambino a verbalizzare quelle paure, significa prendere sul serio il suo disagio, cercando di comprendere con lui cosa si nasconde nelle immagini di quel sogno o del suo vissuto. Lasciarsi invadere dalle sue emozioni vuol dire farsi carico delle nostre incertezze adulte perché più il genitore è inconsapevole delle proprie emozioni più i figli se ne fanno carico. Fermarsi a chiedersi qual è la reale motivazione che ci fa salire la collera quando non riusciamo a comprendere le ragioni di un certo comportamento, potrebbe consentire di rallentare le nostre reazioni a volte indispettite e che inconsapevolmente ci identificano spesso con i tratti di un nostro genitore che ci risuonano dentro e che associamo a momenti di trascuratezza o indifferenza subiti.
Parlargli delle proprie paure per rassicurarlo, ascoltarlo mentre ne parla, incoraggiandolo e motivandolo senza apparire inattaccabili dal quel genere di emozioni può generare conforto in lui. Un genitore che racconta di una sua paura vissuta al bambino lo incoraggia ad interpretare il suo timore senza che si senta “anormale”, credendo di essere il solo ad aver paura. Lasciargli credere che i suoi genitori non provino mai questa emozione aggrava la sua sensazione di insicurezza.
Un bambino non si sente rassicurato perché i suoi genitori non hanno mai paura, ma al contrario perché sa che tutti possono vivere quell’emozione; rispettarla ascoltandolo e lasciare che comprenda che una paura può essere superata rinforza le sue risorse e attiva energie dalla narrazione e dalla reciprocità di emozioni che in essa si fondono. Esordire dicendo: “sai anche io come te adesso ho avuto paura” rappresenta la tappa fondamentale per consentire che alla sua angoscia aderisca un efficace supporto emotivo. Lasciarlo libero di formulare diverse risposte possibili di fronte alla sua emozione, senza esercitare pressioni o costrizioni, lo aiuteranno a dominare quel momento fondamentale purché non vi sia alcuna pressione da parte vostra…la costrizione genera ansia e incertezza! Solo una libera scelta gli trasmetterà la sensazione di dominare l’ambiente, trovando il modo di proseguire e guidato in questo modo si sentirà capace di trovare egli stesso risposte con cui affrontare le sue insicurezze.
“Attenzione che se cadi ti sporchi” e “non correre in quel modo”
Aiutarlo a riconoscere le sensazioni di quella paura che attraversano il suo corpo quando sente aumentare il battito del suo cuore o sente sudare le sue mani, come manifestazioni che tutti provano in quel momento, potrebbero avvicinarlo ad un pensiero sostenibile e capace di contenere quella sofferenza. A volte la causa di certe paure scaturiscono da certe comunicazioni adulte spesso espressione delle paure negate o rimosse dagli stessi genitori. Certi messaggi che evidenziano eccessivamente le pericolosità del mondo e si soffermano sulle incapacità del bambino o ragazzo ad affrontare un problema, dimostrano di quanto eccesso di protezione siano nutrite e costruiscono il giudizio dell’adulto nel considerarlo un bambino pauroso, ma soprattutto trasferendo in lui quella stessa incertezza.
Necessario allora supportare la presenza adulta con attività adatte alle possibilità del bambino in grado di favorire creatività e la sua istintività, permettendogli di trovare le modalità per esprimere i suoi stati d’animo. Un genitore che misura le proprie paure attraverso le manifestazioni di collera del proprio figlio potrebbe invece considerare quel sentimento espresso dal bambino come reazione sana e chiedersi quale sia la vera ragione che scatena malessere nella sua condotta adulta. Un bambino che insiste con assurde scenate perché vuole qualcosa, afferma in maniera importante il suo desiderio e il diritto ad affermarsi e desiderare.
La collera non è violenza, non vuol dire tenere a distanza l’altro ma è l’espressione di un bisogno, una richiesta all’altro per ristabilire un equilibrio. Se quello stato scaturisce dall’accettazione di non poter ottenere qualcosa ed è assecondata nel giusto modo, può rappresentare il naturale e normale processo di rinuncia per giungere all’accettazione. Dopo la, negazione, la collera, l’avvio di un ascolto – nella considerazione dell’obiettivo e non dell’affermazione di posizioni dominanti – le successive fasi saranno l’avvio di una contrattazione che stabilizzerà l’ansia e l’emotività, per poi aprire un varco nello spazio della comprensione. Esiste una strada per soddisfare le sue e le nostre necessità ma trovarle costa impegno e tempo. Riuscire a fronteggiare certe irremovibilità del fanciullo è il più delle volte impegnativo, ma occorre essere consapevoli però che una frustrazione moderata è costruttiva e prevenire regolarmente ogni desiderio dei figli anche solo accennato, può arrecare disagi nello sviluppo della capacità di desiderare, di richiedere e di sentirsi appagati.
La lotteria dei “no” e dei “si”
Ancor prima che li manifestino siamo già pronti a corrispondere ai loro desideri, quasi a scansare certi sensi di colpa per non aver saputo condurre con la dovuta attenzione trame che nel tempo si dimostrano inefficacemente educative.
Quando le sue richieste non possono essere soddisfatte allora è fondamentale che venga sempre capita la sua collera con la quale sin da piccoli si esprime il senso di una presunta ingiustizia subita. Le consuete frasi “sei cattivo” o “se continui così peggiori la situazione” non servono a placare quello stato d’animo ma ad accrescerlo. E con esso si attivano anche le reazioni a volte non adeguate del genitore, spaventato per non sapere come risolvere quel momento che se non gestito prontamente, sfocerà in atteggiamenti ancor più oppositivi del figlio, incrementando quel senso di frustrazione a cui non trova risposta. Spesso sente la necessità di scaricare quel malessere misto a stanchezza e ogni motivo possa in qualche modo abbassare quella soglia è attivato per scaricare la sua energia accumulata. Attirare l’attenzione sui suoi bisogni è il suo obiettivo. Potrà gridare, piangere, rotolarsi per terra, lanciare oggetti o anche colpire e rimproverarlo in quel momento non ridurrà quella collera perché quel bambino non saprà trovare una via d’uscita per agire diversamente.
La sua è una risposta naturale a causa dell’immaturità del suo sistema nervoso che ancora non gli consente di regolare le sue emozioni. Occorrerà decifrare il vero bisogno e aiutarlo semplicemente a soddisfarlo oppure, quando la crisi appare particolarmente acuta, sarà necessario distrarlo, per allontanarlo mentalmente da quella situazione stressante di disagio. Il ruolo del genitore è quello di aiutarlo a usare le parole appropriate o provare ad incanalare le sue sensazioni all’interno di un registro emotivo adeguato ma non certo di gareggiare con lui sul piano emotivo.
Una collera può anche avere motivazioni da ricercare, specialmente quando appare gratuita; accumulo di tensioni, espressioni di un disagio inespresso dei genitori e che alberga in quella casa senza che nessuno riesca a risolverlo. Anche inconsciamente i bambini assorbono ogni contrasto e l’espressione di una collera può rappresentare una paura o uno sconforto perché privato della possibilità di dimostrarla liberamente, autenticamente. Sentirsi dire: “sei grande” o “non avrai mica paura!” lo ingabbiano in un reticolato di ansie, privandolo di quella di serenità di cui ha principalmente bisogno per affermare la sua autonomia. I figli che devono farsi carico dello sconforto e delle insoddisfazioni dei genitori, non sono liberi di essere felici.
La collera è la manifestazione di una reazione fisiologica e ogni bambino per non aver paura di quel suo malessere, delle sue stesse grida o del suo dolore, ha bisogno è di poter contare sulla presenza di una persona che sappia trasmettergli affetto. Il senso del messaggio da restituirgli dovrebbe rassicurarlo e non lasciarlo chiudere nella sua angoscia. Offrirgli la possibilità che dimostrandogli affetto la soluzione è a portata di mano lo guiderà anche in futuro nel saper controllare i suoi impulsi. E quello stesso bambino, una volta genitore, saprà riconoscere le emozioni sane per non lasciarsi attraversare da incomunicabilità e rabbia nei confronti dei propri figli.
Gioia nella quotidianità
Quello della gioia sarebbe il registro fondamentale per stimolare il piacere di stare con gli altri in un ambiente familiare. Ma a volte i genitori sono poco presenti contribuendo a disperdere quel sentimento di intesa che non permette di costruire la casa come luogo di una comunità domestica. Non troppo diverso dal costruire a scuola una comunità educante da parte degli insegnanti che generando entusiasmo possono incidere positivamente sul motivare l’apprendimento degli studenti.
Più ciò che si apprende si lega ad una affettività motivante, tanto più sarà efficace l’esito di quel processo. Molti bambini come molti ragazzi perdono il piacere di dimostrarsi, vivendo il loro ambiente affettivo e di maturazione. E se manca proprio quel quid emozionale, cambia completamente lo sfondo integratore su cui poggiare il proprio esistere e viene meno quella capacità di reagire alle incertezze e alle inquietudini.
Sembrerebbe un paradosso ma sia per i genitori che per gli insegnanti viversi felici dovrebbe essere un compito a cui assolvere ogni giorno! Sulla difficoltà di una tale raggiungimento gravano sentimenti inascoltati e incapacità di indagare il proprio pensiero, specialmente dopo le lacerazioni prodotte da emozioni e fallimenti. Tutto ciò ci tiene separati da quella gioia da cui invece poter sprigionare desideri e nuove passioni. La vita riserva difficoltà che appaiono insuperabili ma non è la mancanza di affanni a non consentirci di vivere in una serenità dell’animo, bensì la scarsa propensione a saperci ascoltare, indagando quella sofferenza. Non è quello che accade a confonderci e ad inquietarci quanto gli stessi nostri pensieri che costruiamo da quell’accaduto e che ci allontanano da una visione di nuovo incontro con noi stessi.
Considerando quel patimento come un sistema di allarme naturale che ci informa che ci stiamo lasciando risucchiare da un pensiero angoscioso, potremmo aiutarci ad allontanarcene, non restando soggiogati a quella sofferenza come ineluttabile, ma provando a viverla senza subirla, costruendo opportunità con cui elaborarla e renderla commestibile al nostro animo. E dopo la frattura che annienta, riscoprire che l’impegno per ritrovarci in una serenità di vita prende corpo, grazie soprattutto alla capacità di distanziarci da quella sofferenza che non apparirà irreparabile ma determinerà lo spazio di un percorso che nasce anche dallo sforzo coronato dal successo e dall’incontro con un nuovo sé, che ha saputo rinnovarsi dopo la separazione.
Valorizzare e incoraggiare
I nostri figli possono conservare la naturale propensione alla gioia solo se siamo pronti a congratularci dei loro successi, a incoraggiarli invece che concentrarci sui loro sbagli.
Il rinforzo positivo esprime nei ragazzi, a qualsiasi età, quell’avvicinamento al successo che spinge avanti ancora di un passo il loro percorso! A scuola come in famiglia. Nelle piccole cose, in quelle che ci appaiono più semplici, non dovrà mancare il sostegno né la presenza adulta che aiuta ogni ragazza e ogni ragazzo, ogni bambina e ogni bambino, a sentirsi orgoglioso di sé, per accrescere quell’autostima che consolida la personalità.
È importante che ne abbia consapevolezza. Parlategli di ciò che è accaduto stando attenti alle immagini che il bambino può crearsi nella mente. Ascoltatelo, fategli delle domande su ciò che immagina. E permettetegli di fare delle domande.
Il bambino ha la tendenza a sentirsi in colpa per ciò che accade intorno a lui. Ribaditegli che non è così, che lui non c’entra affatto e che ha il diritto di sentire le sue emozioni, dalla collera alla tristezza.
Nel gioco cresce il sentimento dell’apprendere ad amare
In tal senso sarà altrettanto importante costruire un ambiente e delle attività da cui siano esclusi giudizi e valutazioni e che aiutino il giovane a vivere liberamente le sue emozioni. Un punto su cui riflettere riguarda il fatto che un bambino più che vedere soddisfatti i suoi desideri vuole che siano riconosciuti e che le sue emozioni siano accolte, comprese. E la sua aggressività è solo un richiamo ad avere più vicino qualcuno che sappia comprenderlo, ristabilendo un clima emotivo, bonificato dal suo malessere. Quella del sapere scegliere un ambiente idoneo per il bambino e poi del ragazzo, sarà una progressione che attraverserà le varie fasi dell’evoluzione del suo pensiero, sin dalla prima infanzia. Il genitore, come l’insegnante, dovranno comprendere quali attività siano le più mirate per accrescere e stimolare i reali bisogni del figlio o dello studente.
Dai primi attimi di vita, e sin dall’universo prenatale, ciascun individuo sviluppa con il movimento i suoi processi cognitivi; il corpo da prima subito, diventa gradualmente sempre più percepito, vissuto e rappresentato, in una costante e complementare armonizzazione dei processi motori e intellettivi che segnano lo sviluppo in età evolutiva. Il gioco diventa in tal senso un aspetto determinante nell’evoluzione psicologica della persona. Esso rappresenta un mezzo insostituibile per lo sviluppo dell’individuo; un potente strumento di maturazione e di adattamento che permette il passaggio dall’isolamento dell’inconscio, alla realizzazione sociale dell’Io, preparando alla collaborazione con gli altri per il raggiungimento di un comune superiore interesse.
Da questo quadro derivano quegli elementi che sostanziano il valore di una corretta educazione sportiva e fisico-motoria all’interno del processo di crescita individuale. L’acquisizione di un’attenta cultura del proprio “corpo-mente” favorirà lo sviluppo della personalità del giovane e inoltre la consapevolezza raggiunta attraverso la qualità dell’esperienza contribuirà a fondare il concetto di sé.
Nell’età evolutiva il gioco da espressione spontanea delle esigenze interiori si adegua al sorgere dei nuovi interessi trasformandosi, gradualmente, in abito di vita. Dai giochi sensoriali e percettivo-motori, caratteristici della prima infanzia, a quelli d’immaginazione, che portano a mutare simbolicamente ciò che è reale in immaginario, fino ai giochi sociali che permettono al bambino di sviluppare la propria fantasia in forma collettiva, l’apprendimento è stimolato da una forte motivazione, diventando impegno volontario e produttivo.
Dai giochi di esercizio a quelli simbolici, sino ad arrivare alle attività sempre più complesse e regolate, il bambino e poi il ragazzo vivrà dunque una evoluzione in grado di soddisfare le sue richieste di incontro e di partecipazione, attraverso la maturazione di capacità che gli consentiranno di sostenere prove sempre più impegnative e nei tempi adeguati. Tappe che potrà realizzare in ambienti esterni alla casa, in spazi sportivi oppure nella stessa scuola ma diventerà comunque determinante che a guidarlo nella scelta, non siano solo le aspettative riposte in lui dai genitori e che ad orientarlo contribuiscano in particolar modo quegli aspetti del cercarsi, in grado di avvicinarlo ad una proposta che realmente lo convinca.
Nel gioco i genitori e i bimbi si confondono
E tale intesa non nasce in modo estemporaneo ma deve essere alimentata nel tempo e iniziando sin da quella primissima infanzia. In quel tempo dell’ascolto che è anche gioco libero, creativo, inventato, nel quale ogni genitore deve lasciarsi coinvolgere con regole stabilite insieme e da cui non scaturiscano ruoli stabili e penalità irrevocabili. Un gioco che nelle sue caratteristiche dovrà mantenere vivi gli elementi di incertezza che il bambino dovrà imparare parzialmente a controllare. Un’attività ludica in cui l’emozione suscitata, possa far leva sull’imprevedibilità della situazione, consentendo di vivere quello spazio di gioco-vita in termini di piacevole ansietà e di rischio assolutamente moderato. L’obiettivo è raggiungere una condizione emotiva che sappia trasportare il bambino verso una realizzazione dei suoi bisogni legati a quello spazio e a quel tempo gioco.
Il gioco ricopre dunque una posizione privilegiata nel corso dello sviluppo in quanto rappresenta un patrimonio di dimensioni che lo rendono da un lato coinvolgente e divertente e dall’altro esercizio di competenze di natura cognitiva e sociale. Un percorso che può iniziare sin dal tempo in casa, o comunque vissuto insieme, e che oggi invece è negato per i troppi impegni dei genitori e conseguentemente dei figli, sin da piccolissimi.
Saper coltivare un tempo da dedicarsi attraverso le attività gioiose e ludiche porrebbe le basi per lo stare bene insieme, molto semplicemente. Vivendo una reciprocità nel sentirsi, nell’ascoltarsi e nel sorridersi. Sono ponti che costruiscono identità affettive intense e che mieteranno attraverso i ricordi, intese che non si disperderanno mai…neanche quando si saranno dimenticate! Anche le parole sono importanti, quelle che sanno accogliere e da cui il bambino ma anche il giovane ricava il valore di un sentimento genuino che il genitore sa esprimere. Espressioni tipo “ti voglio bene” o “sono felice di essere qui”, ritenute spesso accessorie o non indispensabili, rimangono nell’ombra mentre saprebbero cementare ancor più quei momenti, colorandoli di una voce che coinvolge l’emozione, generando entusiasmo.
A volte l’incapacità a giocare con i propri figli nasconde un’incertezza che nasce forse dalla difficoltà di non aver potuto giocare con i propri genitori né di aver potuto dimostrarsi festosi, correndo, ridendo, urlando di gioia. Ancora una volta dunque i genitori sono messi alla corda da un vissuto che può costituire fonte di disagio
Giocate con i vostri figli! Non abbiate timore di condividere, sorridere, ridere, gridare, abbracciare…i bambini hanno bisogno di tutto questo, del contatto fisico! Un laboratorio di esperienze affettive in cui sperimentare la crescita e il consolidamento dell’autostima. Incoraggiarlo al gioco libero, imitativo, di fantasia e al disegno sono attività indispensabili per aiutarlo ad esprimere le sue ansie e le sue paure. I bambini vivono nel presente e non sanno che il dolore o la collera passeranno e sono sopraffatti dall’emozione di quegli attimi.
La gioia più grande che i genitori possano trasmettere ai loro figli è la loro gioia ed è ciò che di più bello essi possano ricevere.
Un bambino ha il diritto di sentirsi felice per sentirsi libero di esistere e di crescere e il gioco, il tempo trascorso insieme, le passeggiate in bici, realizzano questo suo insostituibile bisogno nella più naturale semplicità. Come genitori-adulti, non dedicare del tempo a tutto questo significherà non averne in futuro per provare a lenire i fallimenti che certo ci saranno e che forse proprio grazie a quel tempo, saranno più recuperabili. Perdere quelle esperienze equivarrà a modificare i nostri sensi di colpa inguaribili per non avere saputo ascoltare le ragioni del nostro cuore bambino.
I nostri figli ci giustificheranno ma non ci assolveranno e loro stessi avranno perduto occasioni per ritrovare in quelle emozioni insostituibili, la misura per riequilibrare dissapori, disagi e afflizioni di un’età della vita che certo non farà sconti.
Cosa sfugge …cosa stiamo dimenticando di fare?
La crisi dell’educazione è anche riflesso di come funziona oggi la società e in cui persiste un’attrazione progressiva verso il mondo digitale. Quel mondo che i giovani preferiscono e su cui esercitano il loro libero arbitrio…accedendovi o uscendone a loro piacimento; mentre si allontanano da un mondo di realtà in cui non sanno come orientarsi. E la rabbia diviene il sintomo psichiatrico della frustrazione in cui è indispensabile cercare sempre uno sfogo!
In questi giorni gli ennesimi fatti di cronaca nera che riportano ancora altre violenze perpetrate da figli di questa società; l’uccisione di un ragazzo accoltellato all’interno della propria classe da uno suo compagno e di un altro colpito all’uscita di scuola. Ed ancora è di queste ultime ore la vicenda grave dell’accoltellamento subito da un’insegnante da parte di un tredicenne arrivato a scuola quel giorno con una maglietta con su scritto “vendetta” e il telefono al collo, per filmare il suo atto. Per tutti questi episodi le motivazioni gravi, dettate da un raptus ingovernabile, per non aver saputo manovrare sentimenti di rabbia che esplodono in quegli occhi che nessuna maturità adulta ha saputo attraversare… e in cui troppi spazi abbandonati, hanno preso il sopravvento, lasciando il campo a risentimenti, gelosie incontrollabili, senso smisurato di possesso, fragilità profonde ed esplosive.
Una recente ricerca effettuata dallo studio ESPAD dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR su un campione di 17mila studenti, rivela che quasi 90mila studenti tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato lo scorso anno di aver usato coltelli o altre armi per intimidire o ottenere qualcosa da qualcuno. Si tratta del 3,5% dei 2,5 milioni di ragazze e ragazzi che frequentano le scuole superiori in Italia. Una percentuale cresciuta significativamente negli ultimi anni. Ai ragazzi è stato anche chiesto se nell’ultimo anno hanno colpito un insegnante. Hanno risposto sì il 3,6% degli intervistati, il triplo del 2018. Aumenta anche il cyberbullismo (da 16,6% a 30%), mentre i danneggiamenti di beni pubblici sono stabili e la partecipazione alle risse è addirittura in calo. I gesti violenti emergono più facilmente quando si accumulano fragilità scolastiche, familiari e relazionali e molti episodi seppur fortemente inferiori, riguardano anche l’universo femminile. Non è un solo fattore a spiegare i comportamenti violenti tra gli adolescenti ma un intreccio di condizioni che si rafforzano a vicenda e i dati emersi dall’indagine suggeriscono come la scuola resti uno dei principali luoghi di protezione o vulnerabilità e luogo in cui sostenere con sempre maggior vigore i valori espressi da un’attenta prevenzione. Infatti tra i ragazzi che hanno un ottimo rendimento, il 3,6% riferisce di aver fatto male a qualcuno e il 3,1% di aver usato un’arma per ottenere qualcosa; le due percentuali salgono al 13,5% e al 10% tra chi ha invece un rendimento insufficiente.
Quello che emerge in questa società dei giovani è un significato di violenza, quasi come un nuovo alfabeto con cui apprendere a destreggiarsi tra malesseri che creano incomprensioni. Lame affilate da una rabbia covata da sempre e che si infilano tra le sfaldature di una società che non sa porre ripari né una contro metrica a quell’alfabeto.
Fatti che esprimono ancor più la loro estrema gravità per il luogo dove sono stati compiuti. Una scuola che dovrebbe consentire il sostegno di una integrità della mente e dell’anima e che invece diventa anch’essa una camera da scoppio di un disagio profondo che logora ogni settore del nostro sistema sociale. E correre ai ripari con le solite formule di ampliamento del sostegno psicologico nelle scuole (ora anche con un’ennesima piattaforma digitale di consulenza psicologica) o il rastrellamento delle periferie più culturalmente arretrate con presidi di polizia o metaldetector, come proposto dal Ministro Valditara, non può bastare per contenere un fenomeno che ormai gravita a qualsiasi latitudine del nostro vivere.
Ultimo in ordine di tempo il provvedimento di questo Governo che dispone di multe ai genitori per figli minorenni che delinquono. Si tenta in questo modo di introdurre una stretta significativa sulla sicurezza nelle scuole, prevedendo sanzioni amministrative a carico dei genitori per i figli minorenni trovati in possesso di coltelli o altre armi. Ma non ci si può fermare a questi provvedimenti che forse potranno contenere il fenomeno in ambito scolastico ma non risolveranno la gravità nella sua complessità sociale.
Andrebbe offerta alla famiglia una reale capacità di dialogo con la scuola e sin dai primi esordi del percorso. E l’istituzione scolastica deve dimostrarsi capace di sollecitare un confronto costante, al fine di intrecciare forze, a garanzia di una costruzione sociale che sappia realizzarsi come rete di sostegno per la persona. Educare alla non violenza come cultura nuova che nel tempo possa radicare nell’animo di ogni essere il principio imprescindibile che il rispetto per gli altri debba innanzi tutto passare per la cura e il rispetto di sé stessi.
L’essenziale è invisibile agli occhi (da Il Piccolo Principe)
I figli sono più forti delle debolezze adulte e da esse imparano ad allontanarci e ad allontanarsi. Sarà opportuno altresì non confondere ciò di cui sentiamo la necessità con ciò di cui potremmo fare a meno. Spesso misuriamo i due sistemi con lo stesso metro della ripartizione paritetica ovvero – tanto perdo e tanto recupero – senza troppe attenzioni sul senso delle scelte. Un atteggiamento che si perpetua anche nelle condotte dei genitori quando di fronte all’incapacità di comprendere, adottano modelli consumistici dettati da un’affettività artefatta e misurabile esclusivamente con compensazioni pseudo-genitoriali: telefonini, TV, regalie di ogni tipo che spesso anticipano la stessa richiesta del bambino o del ragazzo.
La scuola ha sempre costituito un ponte tra le famiglie e la società, ma oggi quel passaggio è reso ancor più impervio per via delle ingombranti complessità che scaturiscono da una crisi educativa che stenta ad ancorarsi su modalità e insegnamenti in grado di fare la differenza. Una scuola che stenta a proporsi come guida e che non riesce nella sua finalità di grande livellatore sociale, consentendo concretamente a chiunque di costruire il proprio futuro, a prescindere dalle condizioni economiche familiari. Aspetti che risaltano nel leggere i dati dell’ultima indagine Alma Diploma 2026 sul profilo dei diplomati italiani. Il titolo di studio sembra essere più una questione ereditaria che non di merito; nell’analisi del report effettuata dal portale Skuola.net, l’elemento che fa più differenza è, in particolare, il livello culturale dei genitori. Se, infatti, in casa c’è un genitore laureato, il percorso del figlio sembra già definito con la scelta massiva del liceo per poi proseguire all’università.
Eppure tra quelle mura scolastiche dovranno sempre più risuonare avvertimenti e riflessioni su cosa significhi realmente essere umani in una società complessa. Comprendere la nostra connessione con il mondo naturale, ma anche le nostre differenze; confrontarsi con le incertezze, sviluppare la propria capacità di vivere l’aspetto poetico della vita, essere consapevoli della complessità del reale. Aspetti che l’educazione del futuro dovrebbe considerare.
I figli saranno sempre tali, a cambiare dovranno essere i modelli genitoriali e di insegnamento e sui quali occorrerà lavorare molto per ancorarli ad un sistema di educazione ultra contemporanea che sappia incarnare nuovi valori e nuovi bisogni. Oggi c’è la necessità di ritrovare desideri, di incoraggiare a vivere generando entusiasmo, di recuperare quei sentimenti di vicinanza che come un defibrillatore, farebbero battere all’unisono i cuori di questo mondo. E’ necessario scoprire l’invisibile, dargli una sagoma, tracciare una rotta.
La fragilità dei genitori…di alcuni soprattutto
Quando si esposti alle intemperie, poter sostenere le avversità diventa ancor più impegnativo se non addirittura impossibile. E per certi genitori affrontare la separazione equivale ad un cambiamento radicale del loro regime di vita e che non infrequentemente diventa assai gravoso da sopportare.
Altro capitolo doloroso di questi tempi in cui la famiglia tradizionale appare sempre più sfaldata e non si trovano le giuste risposte per equilibrarne le mancanze. Il tema delle coppie separate apre una pagina complessa e delicata; negli ultimi venti anni il panorama delle separazioni e dei divorzi nel nostro Paese ha subito una tremenda trasformazione. Il rapporto ad oggi tra matrimoni e divorzi è di circa 45 divorzi ogni 100 matrimoni, anch’essi progressivamente ridotti dagli anni 80 arrivando da circa 300 mila ogni anno a non oltre 170 mila. Un istituto giuridico che mostra ormai da decenni un cambiamento nella progettualità della nostra vita e ancor più in occasione di separazioni altamente conflittuali che stravolgono soprattutto la vita dei figli coinvolti. E le aule di tribunali in queste tipologie di sofferenti separazioni ne sono un chiaro esempio, ingombrate come non mai da false accuse sempre più spesso utilizzate da un genitore (più spesso madri) per convincere il Giudice nella scelta del collocamento del figlio.
In una relazione di coppia in cui il sentimento è riconoscibile da entrambi, il riscorso alla terapia o al sostegno offerto dai centri famiglia, là dove effettivamente svolgono un ruolo concretamente e socialmente attivo, può rappresentare un avvio di soluzione. Ma in quelle coppie che stentano a riconoscersi come tali e vivono in una progressiva corrosione del loro sentimento, sino a non riconoscersi più nell’altro, il ricorso a tale soluzione non rientra tra le opzioni più efficaci.
La capacità di reagire è annichilita dall’angoscia, l’emozione di un sentimento d’amore è completamente disperso dalla fuga da ogni condivisione.
La violenza è lacerazione, è una reazione al dolore, un lutto come afferma il Prof. Luigi Cancrini, insostenibile e inevitabile. Ma come e quando stabilire se rivolgersi all’autorità giudiziaria? Come stabilire se il peso di un sentimento sia ancora superiore alla volontà di abbandonarlo definitivamente? Quali segnali nel tempo non sono stati riconosciuti che avrebbero invece consentito alla coppia di incamminarsi verso un sostegno psicoterapeutico e forse salvifico? Tanti gli interrogativi che possono fare la differenza tra coppie capaci di costruirsi e altre destinate all’annientamento. Nel mezzo sempre l’amore per sé stessi che è l’unico faro capace di illuminarci nei percorsi più bui e nelle scelte più impegnative. L’amore per sé stessi, che spesso ci rimane sconosciuto perché non abbiamo saputo alimentarlo. E come campanello d’allarme, troppo spesso disattivato o ignorato nella nostra autentica coscienza emozionale, non può farci risuonare quell’allarme.
Genitori per sempre?
Si susseguono in questi ultimi anni le occasioni che propongono temi legati alle difficoltà di “essere genitori insieme”, in un tempo in cui la divisione tra i generi appare sempre più evidente e le distanze tra uomini e donne ampliarsi anche a causa di valori propagandati a colpi di provvedimenti giurisdizionali. Ciò che appare è uno scenario che sembrerebbe tempestato da nuvole minacciose che rendono il cammino ancor più incerto. Propensi nel credere che lo smarrimento non certifica una deviazione ma segnala un cambiamento in corso, sembrerebbe altresì rilevante come i due processi riferiti rispettivamente all’intelligenza artificiale e all’allontanamento tra i generi assumano sempre più la forma di due derive che agiscono contrapposte sul destino del nostro divenire.
Quasi che una isteria collettiva stia logorando sentimenti di prossimità schierando su posizioni ideologiche maschi e femmine che si fronteggiano; asserragliati nelle proprie roccaforti da cui urlare all’altro i propri diritti e le proprie libertà. Un agone che si trascina anche nell’ambito riguardante le separazioni fra coppie. E quegli stessi aspetti che andrebbero condivisi e sostenuti insieme in realtà diventano armi con cui combattersi. Uomini e donne, padri e madri, disperdono così in un ardore rabbioso ciò che resta di un sentimento, restituendo ai figli il senso di una genitorialità frantumata e un progetto d’amore che non potranno più coltivare.
Un capitolo doloroso quello che riguarda le separazioni tra genitori e ancor più quelle che intervengono dopo lunghe e aspre conflittualità che inducono spesso gravi sofferenze ai figli coinvolti. Un vero e proprio allarme sociale su cui, sia pur in maniera estremamente limitata, intendo soffermarmi. Le separazioni rappresentano un fenomeno sociale complesso con un numero sempre più elevato di figli minori coinvolti che superano le centomila unità ogni anno. Le ripercussioni anche gravi si riversano sulla loro vita emotiva e sociale, causando spesso negative condizioni sull’andamento scolastico. Tutto ciò consolida sempre più un’ansia sociale che inasprisce valori di tolleranza e di solidarietà. Come se un eco-sistema affettivo si stesse progressivamente sfaldando, lasciando emergere consistenti faglie in cui precipitano atti di sentimenti amorosi.
La problematica riguarda sempre la capacità di riconoscere e vivere i propri sentimenti nel rispetto degli altri e soprattutto dei figli. Aspetto che negli ultimi venti anni è precipitato nel nostro Paese a livelli preoccupanti facendo retrocedere il senso di un rassicurante sentimento, a stati d’animo sempre più arrabbiati e intolleranti. A farne le spese come sempre i più impreparati e i più fragili…figli compresi. Al di là di mere considerazioni sociologiche sul cambiamento radicale della nostra società, in un susseguirsi dal dopoguerra ad oggi di mutamenti del nostro animo sociale, ci accorgiamo sempre più che da esso abbiamo sottratto le connotazioni identitarie del saperci confrontare senza necessariamente affrontarci.
La pace nasce dalle parole pronunciate e non taciute; espresse e ascoltate sin dalla più tenera età. Apprendere dal confronto di emozioni e dall’inquietudine che ne scaturisce sarebbe l’insegnamento con cui rinsaldare vincoli di prossimità. Con i genitori prima di tutto e poi con chi incontreremo nella vita. Aspetti su cui dovremmo poterci intrattenere sin da piccoli e spesso invece ne disperdiamo il richiamo tra i flutti di una vita rumorosa che ci tramortisce in costanti dispnee affettive.
A ribadire questa impellente necessità anche la tematica incentrata sull’educazione sessuale, approvata alla Camera da poche settimane, dopo non poche difficoltà che introduce l’obbligo del consenso informato dei genitori per le attività su sessualità e affettività, rendendole opzionali per gli studenti delle scuole medie secondarie di primo e secondo grado. Tematiche per altro già trattate durante i percorsi formativo-scolastici e che la regolamentazione legislativa pone quasi come condizione precettiva. Un’ipotetica linea di congiunzione tra la necessità che si stabilizzi il valore di una certa cultura che non disconosca i sentimenti e l’inguaribilità da una alessitimia galoppante di cui sembra sempre più essere afflitta la nostra quotidianità.
Imparare ad amarsi ancor prima di amare un nostro essere è una tappa fondamentale della nostra crescita e non può essere demandata all’applicazione di una formula dettata per legge, quasi a volerne indurre gli effetti. Preservare i valori dell’affettività racchiude la necessità di promuoverli nella vita sin dall’età infantile. Significherebbe cibarsi costantemente di quegli anticorpi in grado di contenere e bilanciare certe derive auto-lesioniste che imperversano in una società sempre più adiaforica, come la descrive Bauman, incapace di riconoscere quali siano le distinzioni tra il bene e il male. Tra ciò di cui ho bisogno per crescere e ciò che disperderebbe il senso dell’umano.
Per poter realmente avvalersi di una tale risorsa straordinaria occorrerà avviarsi al più presto verso nuovi processi che riumanizzino il nostro riuscire a viverci ” con e per gli altri “… in una dimensione relazionale regolata dalla capacità di riconoscere i nostri sentimenti, imparandone i volti e riconoscendoli negli altri.
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