Il mondo salvato dai ragazzi indifferenti – Tito Baldini
Questo libro si pone in modo originale al cospetto di uno dei concetti più difficili e controversi della psicoanalisi, il controtransfert. Per farlo l’Autore mette a disposizione la propria vicenda esistenziale e il proprio animo per tentare di avvicinare e dialogare direttamente con quelli dei lettori, trasmettendo anche con ciò l’essenza di un concetto incomprensibile alla sola, piccola parte emersa di una psiche dal nostro considerata quasi del tutto inconscia. Altra originalità del volume è il dialogo immaginato con Personaggi e Autori, scambi mentali che travalicano lo spazio e il tempo. Quanto espresso è parte del bagaglio esperienziale raggiunto da Baldini in oltre quarant’anni d’impegno professionale e umano coi ragazzi difficili, quelli al limite delle possibilità di esistere perché diversi in una civiltà che arbitrariamente stabilisce la norma e la normalità.
RECENSIONI
Serena Morabito, Psicologa, Psicoterapeuta
Durante tutta la lettura di questo libro ho sentito il tumulto della mia anima o forse sarebbe corretto dire che ho sviluppato un transfert immediato e totale, ho anche pianto, più volte. Ho sentito l’amore struggente per i ragazzi indifferenti, e ci sono cresciuta con loro nel mio quartiere di periferia romano e sono stata anche io forse una ragazza al limite. Poi a 20 anni ho incontrato la psicoanalisi, il mio analista e come l’autore non sono più tornata indietro. Essa mi ha salvata, mi ha salvato l’amore che essa mi ha fatto ritrovare negli strati più indifferenziati della mia mente. Siamo riusciti a risalire ( io e il mio analista sommozzatore come direbbe Baldini) da quel mare oscuro che mi trascinava giù nei gorghi muti. Il libro mi ha fatto rivivere tutto questo mare cogliendone la sua inquietante bellezza e quando penso ad Hulk e alla neuroinfantile mi sento ancora in quel mare. Questo libro mi ha reso ancora più consapevole di quanto sia difficile essere analisti che sanno perdersi e ritrovarsi nell’abisso e che forse il tentativo continuo di provare a perdersi e risalire sia un esercizio imprescindibile ma altrettanto complesso che non si riesce sempre a portare a termine. Questo libro è un libro necessario dove senti che c’è un’anima, la tocchi quasi. Questo libro evoca ciò di cui vuole parlare in maniera tecnica ma viva: l’amore analitico, e non lo devo spiegare perché Baldini con me ci è riuscito chiaramente a trasmetterlo. Se non si è lì in quell’abisso con il paziente, con l’indifferente , i tecnicismi rimarranno parole vuote e resteranno solo i gorghi muti. Grazie Tito.
Mirella La Rosa, psicologa e studentessa
Novembre.
Le giornate si sono accorciate, ma la mattina è tersa, sgombra di nubi. Le porte dell’Inverno sono già aperte; spira quella prima aria fredda che rende piacevole un incontro in un luogo chiuso, dove un gruppetto di persone, che parlano cordialmente tra di loro, è intento a creare un terreno fertile a uno scambio di pensieri e realtà problematicizzate.
È giorno 09.11.24, ore 10:00, alla Feltrinelli di Messina e la libreria apre le sue, di porte, a coloro che vogliono ascoltare Tito Baldini, Psicoanalista SPI-IPA, socio ARPAd, per la presentazione del suo libro “Il mondo salvato dai ragazzi indifferenti”, intervistato dalla Dottoressa Lisciotto, Psicoanalista SPI-IPA.
All’interno dello spazio familiare e quotidiano, conosciuto, che è quello della Feltrinelli, si è creato un dialogo ricco e articolato, capace di coinvolgere e incuriosire anche chi non fa parte del settore psicoanalitico; i meriti vanno alla dialettica poliedrica del Dottor Baldini, nonché all’atmosfera contenitiva che la libreria ha contribuito a far nascere, assieme ai suoi ascoltatori. Quella della Feltrinelli è stata una stanza che ha chiuso in sé molteplici significati, ponendo in risalto come la psicoanalisi serpeggi nella vita di tutti i giorni e possa fare da protezione o impalcatura ad angosce che vanno da microcosmi (gli spazi che le persone ritagliano o cercano di ritagliare per se stesse o con i colleghi) a macrocosmi (le guerre internazionali, i governi, la scuola).
Quest’aria vibrante di scambi mi ha portato a porre una domanda su un insieme di argomenti sfiorati dal Dottor Baldini (e che vedremo approfonditi e ripresi nella seconda parte di questo report):
“Vedo un certo pessimismo nei confronti delle nuove generazioni, come se stessimo inesorabilmente andando verso il degrado e l’assenza di coscienza per le miserie altrui. Tuttavia la Contessa Bathory, una delle prime serial killer donna, uccideva le sue serve. Il suo caso ha raggiunto una certa rilevanza, fino ad arrivare al processo, solo quando le sue vittime sono diventate nobildonne, giovinette di famiglie aristocratiche. Tutti sapevano, nessuno parlava. Era il ‘500. Allo stesso modo lo sviluppo industriale britannico si reggeva sulle spalle di bambini di otto anni, era l’‘800, allo stesso modo di come poi oggi si regge in Africa. Non ci può essere la possibilità di uno sviluppo in positivo? Se in Inghilterra i bambini delle fabbriche hanno portato poi allo sviluppo delle leggi della tutela per i lavoratori, cosa ci impedisce di pensare che lo stesso possa accadere in Africa? C’è la narrazione della nostra generazione come de-psichicizzata, ma quanto questa visione è reale e quanto è prettamente influenzata dai media?”
La tesi maggiore che il Dottor Baldini ha portato è che lo psicoterapeuta deve essere in grado di cogliere la lacrima sfuggevole negli occhi di Beatrice intenta a voltarsi. Proprio quella Beatrice presente nella Divina Commedia capace di scuotere nel profondo Dante. Ma cosa vuol dire questo? Dante e Virgilio, sebbene appartengano a epoche diverse, sono accomunati dalla penna e dall’inchiostro con cui macchiano le pagine e si differenziano dagli uomini comuni, costituiti per la maggiore da coloro che alle braccia portano gladio e scudo. Loro sono come terapeuti alla ricerca della lacrima.
Lo psicoterapeuta diventa attore lento che va contro quella velocità di cui è pervasa la società attuale, e il suo compito è quello di prendere un’emozione che non è palese, ma che piuttosto appare in un istante e… scompare nel medesimo lasso di tempo. Un’emozione che è veloce quanto il primo guizzo dell’alba che poi apre su una nuova giornata, nel momento in cui il sole taglia l’orizzonte; aurora dalle rosee dita. Un’emozione che può essere vista solo se si pone la giusta attenzione. Il giusto ascolto analitico presente nel setting. Non è un’emozione esposta e aperta al pubblico, come la pantomima di un attore esasperata nelle sue caratteristiche dall’occhio indecentemente prolungato e vicino, della telecamera. È un’emozione silente e delicata da raccogliere mediante un’altra emozione che ne sia pari e complementare: il controtransfert.
La cornice che corre lungo l’incontro è quella di una realtà data da femminicidi cruenti; come Aurora Tila, tredicenne, sollevata oltre il confine di un alto muretto pur di essere scagliata giù, da un settimo piano, a Desirée Mariottini, sedici anni, stuprata e drogata fino all’overdose, giungendo al caso di Giulia Cecchettin, uccisa per essere arrivata “prima”. Il Dottor Baldini parla di una realtà attuale de-psichicizzata, nella quale il pensiero non nasce nella mente dei ragazzi che attuano questi crimini. Un pensiero coartato da troppe immagini senza senso che saturano (scrolling selvaggio). Ragazzi che nell’altro non vedono un intero, ma solo la copia di una copia che per questo diventa eliminabile nel momento in cui non serve più.
Oltre la cornice, vediamo lo sfondo di questo incontro, costituito da una Società che vive lì dove non vede, perché il marcio viene spedito sufficientemente lontano. Si parla di macchine elettriche, di come chi le utilizza lo faccia per rendere l’ambiente più eco-sostenibile, ma nel farlo rimanda indietro i pezzi di quella stessa auto che ormai non servono; pezzi rispediti perché difettosi, perché scarti, perché immondizia. E allora ecco che l’Italia si libera della spazzatura per mandarla in paesi che magari non riescono nemmeno a riutilizzare e per questo, la medesima spazzatura si somma ad altra, andando, di fatto, a distruggere un ambiente che però è straniero (meno importante), inquinando un’aria che, comunque, non è italiana. Una spazzatura lontana, che non si vede. Allo stesso modo nel non vedere le guerre, sino a quando non sono sufficientemente vicine da attirare l’attenzione. Allo stesso modo, forse, di come vengono mandati via i migranti in Albania. Non descritti, non visti, nemmeno nei telegiornali. Senza storia e per questo invisibili. Quattordici persone che diventano simbolo di una massa ben più grande da nascondere.
Ciò che sfiora diventa automaticamente importante e far fermare a riflettere, prima di ripiombare completamente (e senza pensiero) in uno stile di vita frenetico, che porta a dare il massimo a un lavoro che permette di comprare cose delle quali non vi è necessità, ma che la società stessa ha portato a far credere che ve ne fosse, di necessità. Un post su Linkedin (social dedicato alla domanda e offerta di lavoro) recita: “Se lavori bene, tutti i giorno, allora contribuirai a rendere il tuo capo ancora più ricco”.
Un’ottica che punta alla produzione e alla performance che si riflette nell’esaurimento della persona all’interno della situazione lavorativa. “Siamo prodotti,” un pensiero che proviene anche dai giovani tirocinanti del Vicolo Cicala, che sperimentano e percepiscono la loro generazione come schiava del capitalismo. Una problematica, come dice Baldini, che non ha radice solo nella generazione attuale, ma da quella precedente, che ha passato le sue serate aspettando il Carosello. Il prodotto migliore, vale di più. E a questa logica si piega la scuola, che da fonte di cultura, è diventata una nuova azienda, lì dove diventa impossibile bocciare perché altrimenti l’istituto perde prestigio (vale a dire fondi), o ancora si ferisce l’ego del genitore che non tollera avere un figlio che sia, semplicemente, nella norma. Dalla scuola sino alle librerie, nelle quali i genitori si rivolgono a commercianti con frasi come: “Mio figlio è oltre” oppure “Voglio leggere a mia figlia di due anni Il Piccolo Principe”. Una bambina di due anni non guarderà che alle figure, ma le viene imposto di osservare una pagina vergata di inchiostro che non avrà senso per lei.
Vediamo figli iper-investiti dall’ego e dalle aspettative genitoriali da un lato e la fragilità di giovani che si suicidano dall’altro, alle età più disparate, perché non riescono ad andare incontro a quelle stesse aspettative: dai dodici, quindici, sedici anni, piccoli ragazzi in crescita, ma che non reggono la cattiveria dei coetanei e decidono di spezzare la propria possilbilità di crescere (con gli stessi coetanei che non pensano di poter ferire con le sole parole o che magari hanno trovato un nuovo modo di difendersi, mettendo la loro debolezza nel prossimo e attaccandola anche fisicamente) ai venti, venticinque, giovani adulti che di fronte a un fallimento universitario, a un esame andato male, decidono che quella sia la fine della loro vita. All’interno della presentazione si evince la mancanza di qualcosa che Winnicott definisce la capacità di stare da solo in compagnia dell’altro. Un incontro vivo, costituito da professionisti del settore, da giovani studenti e da curiosi che hanno portato con sé il vissuto personale e le esperienze. Il Dottor Tito Baldini, la Dottoressa Donatella Lisciotto, e gli ascoltatori, tutti hanno contribuito a portare il contenuto del libro fuori dalle pagine, in un dibattito acceso e animato dalle angosce, dalle preoccupazioni, ma anche dal desiderio di poter vedere nell’altro, se non raccoglierla, quella stessa lacrima di Beatrice che ha visto anche Dante.
Elisa La Bella, studentessa in Psicologia
La mattina del 9 novembre, presso la libreria LaFeltrinelli, ho avuto l’occasione di incontrare il Dottor Tito Baldini, durante la presentazione del suo nuovo libro Il mondo salvato dai ragazzi indifferenti. Durante l’incontro, la discussione ha toccato svariati argomenti: tutti incentrati sulla società odierna e le problematiche (soprattutto nelle condizioni di vita quotidiana) che derivano da essa. Entrando più nello specifico, un tema che mi ha molto toccato riguarda, senza dubbio, la preoccupante e sempre crescente povertà d’animo tra le persone; effetto collaterale di una società nella quale il capitalismo regna sovrano. Tutto ciò porta, inevitabilmente, allo sconvolgimento della vita delle persone, che si parli dello stile di vita o della vita emotiva dei ragazzi. Infatti, in questa società quasi all’estremo, il tempo sembra scorrere il doppio del normale. E allora, le persone non sono più se stesse o quello che vorrebbero essere, ma diventano un prodotto da sacrificare nel Grande Inceneritore, senza realmente riuscire a capire il reale motivo. Ma non solo, occorre che questo sacrificio venga fatto in fretta, e durante l’attesa bisogna che il prodotto, con mille sforzi, diventi il migliore tra tutti. Forse per bruciare meglio. Se accettiamo questa visione, molte cose iniziano a deformare il senso datole quando sono state vendute. Perché, se il prodotto deve essere performante, non ha tempo di rivolgersi al proprio Io, non ha tempo di ascoltare le sue emozioni; ma può solo interessarsi ad esse quando iniziano a rallentare la sua maturazione, il cui apice è, inevitabilmente, la cenere.Perciò dobbiamo tappare il prima possibile quest’ansia che ci impedisce di andare a scuola, di andare a lavorare, ma che ci porta, invece, nella stanza d’analisi, nella quale il tempo è bizzarramente immobile. Proprio per questo motivo il dialogo combatte questo tempo unicamente consumista. In quanto ha l’arcaico potere, che ormai sembra dimenticato, di far innalzare l’Io da dove l’abbiamo sotterrato e, una volta in superficie, sedersi accanto al Sé, aspettando di incontrare e conoscere tutti gli altri Io nascosti che popolano questo mondo desolante.
Elisa Mirico, studentessa in Scienze e tecniche psicologiche
Nella mattinata di sabato 09-11-2024 abbiamo avuto l’occasione di parlare col Dott. Tito Baldini durante la presentazione del suo libro “Il mondo salvato dai ragazzi indifferenti”.
Baldini si rivolge molto ai giovani, con un linguaggio che affascina e appassiona per la sincerità e per il duro realismo con cui affronta gli argomenti scelti, senza mai risultare pretenzioso o irraggiungibile; proprio per questo, le sue parole ci arrivano come un fulmine a ciel sereno.
Ci parla di questi ragazzi indifferenti, e la domanda che sorge spontanea è: Chi sono questi giovani indifferenti? Forse, sono quei ragazzi che al margine del sociale, presi dalla rabbia di vivere e dalla tristezza di non farlo come vorrebbero, hanno perso ogni contatto con ciò che la società richiede e con questo anche ogni interesse per il mondo fuori di sé. E perché ci salveranno? Le risposte sono tante probabilmente, ma ciò che mi viene da pensare è che ci salveranno proprio perché non stanno a regole preesistenti e possono raccontarci il lato del mondo che scegliamo di ignorare.
L’autore sottolinea infatti moltissimo il controtransfert, e facendolo ci parla di quanto sia importante sedersi a tavolino e dialogare con i giovani, lasciando da parte i preconcetti e il possibile senso di superiorità che può nascere quando il proprio bagaglio culturale si allarga, per sentire semplicemente ciò che hanno da dire e accoglierlo a braccia aperte, per rielaborarlo lasciandosi toccare.
D’altronde, in quanto psicologi dovremmo saper fare proprio questo: essere contenitori sicuri di ciò che la gente ci offre; reinterpretare gli innumerevoli mondi che veniamo a conoscere.
Fermiamoci però un attimo a pensare: sono solo i giovani ad essere indifferenti? La risposta è offerta dal Dott. Baldini, che ci parla di quanto sia grave il livello di indifferenza che ci affligge a causa del sistema consumistico: è quasi come fossimo blindati in una casa da dove vediamo l’esterno senza lasciarci scomporre, con la sola compagnia di oggetti desiderati e poi sostituiti rapidamente.
In merito all’indifferenza la Dottoressa Lisciotto aggiunge un’immagine forte, raccontandoci di un evento di cronaca che riguarda 14 migranti, in cui le persone di cui si parlava erano totalmente scorporate, quasi come non esistessero, facendoci ragionare sull’incredibile disinvestimento emotivo nei confronti di chi abbiamo davanti: nessuno si chiede chi siano queste persone, quali siano le loro storie.
Argomenti che pungolano il nostro intelletto, ma soprattutto la nostra sensibilità e consapevolezza. Così come lo fa nuovamente il Dottor Baldini quando ci parla della debolezza dell’Io che si è instaurata come un’epidemia soprattutto tra i più giovani, impedendo la possibilità di dialogare e di scontrarsi (nel senso positivo e costruttivo del termine) mettendosi in discussione.
Mi sembra che tutto il dialogo riportato, sia influenzato da un filo conduttore e subdolo che affligge tutte le nostre vite: la fragilità dell’Io in un sistema che prova ad ingabbiarlo.
Cosa siamo, d’altronde, se non vittime e carnefici in questo perverso mondo che regola le nostre vite con la falsa promessa che se ci adattiamo, se compriamo l’ultima novità, se raggiungiamo l’apice allora saremo finalmente felici. Vittime perché in quanto umani ricerchiamo la felicità ed è facile cadere in inganno, ma carnefici perché noi stessi siamo impostati per perpetrare tutto ciò e tramandarlo nel tempo.
È un sistema che ricorda una divinità matrigna che alimenta sé stessa nutrendosi della nostra umanità, della nostra sicurezza, lasciandoci senz’anima e senza l’energia vitale per renderci conto di cosa ci succede.
Così, tutto ciò che siamo non è altro che il nuovo prodotto di ultima generazione, chiuso nella sua scatola con i suoi accessori inutili, privo di contatto con l’aria contaminata dell’esterno.
Triste conseguenza di una promessa incerta, che non ci dice mai davvero cosa otterremo quando saremo diventati eccellenti e avremo raggiunto la cima, ma che ci fa muovere per una falsa meritocrazia che ricorda quasi più lo stacanovismo, spogliandoci della nostra personalità e lasciandoci diventare formiche operaie, marionette che aspettano solo di essere usate nel momento adeguato, come nei fatti di cronaca, o come esempio di buona o cattiva condotta.
Purtroppo la verità è che non si può raggiungere la perfezione, ma cercheremo sempre di essere perfetti lasciando che l’insoddisfazione e l’ansia ci divorino, dando vita al ciclo che alimenta quella stessa divinità matrigna che ci chiede di fare ed essere sempre di più.
Pensandoci resta in bocca un sapore sgradevole e rassegnato, ma si può fare qualcosa a riguardo? Si può contrastare grazie alla potente arma della consapevolezza, della sensorialità, del soffermarsi; è probabilmente questo l’insegnamento più grande tratto dall’incontro con i dottori.
La chiave infatti potrebbe trovarsi nell’indifferenza, che ci permette di screditare il sistema di valori imposti che ci ha resi schiavi, ma anche nel soffermarsi che ci affaccia alle numerose realtà e vite diverse dalla nostra, donandoci la possibilità di stare soli si, ma elaborando nuovi pensieri privi di quella nebbia che offusca la mente delle nostre emozioni.
Fondamentalmente, penso che il compito di noi futuri psicologi sia quello di metterci in contatto con la realtà (effettiva o interna) delle persone senza limitarci solamente all’esercizio teorico, dando valore a ogni piccola scoperta e ritenendoci fortunati di essere lo scrigno in cui l’essere umano ripone ogni suo fantastico pensiero, ricercando il contatto con gli occhi (figurativi ma non solo) dell’Altro. Abbiamo il dovere di far capire al fantomatico Altro che è già abbastanza così, che non serve snaturarsi o consumarsi per raggiungere la perfezione, che ogni sua briciola di pensiero spontaneo ha un enorme valore.
Siamo gli esploratori dell’ignoto più profondo e sublime, gli accompagnatori fedeli nell’avventura dell’uomo, così come lo è Virgilio per Dante, e come lo è stato sabato mattina il dottor Tito Baldini per noi.
Riccardo De Carlo, studente in Psicologia
Il 9 novembre ci ha fatto visita il dott. Tito Baldini alla libreria Feltrinelli di Messina per presentare il suo libro “Il mondo salvato dai ragazzi indifferenti” e proprio partendo da questo evento abbiamo avuto modo di toccare molti punti di discussione, tutti incentrati sui giovani delle nuove generazioni e sui problemi che condizionano le loro vite. Andiamo con ordine: il punto iniziale di tale discussione è stato senza dubbio la preoccupante e sempre crescente povertà culturale tra i giovani, a causa soprattutto del carattere del tutto nuovo della società a cui forse nessuno era preparato: un super consumismo capace di sconvolgere non solo lo stile di vita, ma addirittura la vita intellettuale e soprattutto emotiva dei ragazzi. Pensiamoci: quanto negli ultimi tempi il linguaggio all’interno dei mass media e della vita quotidiana è venuto a rinchiudersi su sé stesso e sulla pubblicizzazione di un prodotto? Ad oggi il desiderio di avere, di possedere, di materiale è diventato tanto pervadente e, a tratti, perverso da essere ormai al centro delle vite di tutti noi, e se gli adulti possono (forse) difendersi grazie alla loro maturità e a un’esperienza di vita che in qualche modo può garantirgli anche solo un minimo di senso critico, i ragazzi d’altro canto non hanno questa protezione, proprio perché attraversano una fase della vita in cui “definizione” è un termine quanto più lontano ma anche desiderato e quindi risultano tanto più vulnerabili all’influenza super consumistica del mondo contemporaneo. E proprio per questo ad essere intaccati nei giovani sono i loro aspetti più intimi, tutti quei pezzetti che, come un puzzle, costituiscono i frammenti del sé. Per noi ormai l’altro non è che un bene di consumo, è molto più difficile pensare che possa essere in relazione con il nostro Io proprio per il discorso sopra citato: siamo spinti a comprare, ottenere, raggiungere, conquistare, ma non ci è stato insegnato come entrare in relazione con l’oggetto dei nostri desideri, e da qui il sentimento di profondo disagio. Essere spinti da una visione talmente ottimistica e rarefatta della vita e di queste scarse relazioni ci mette nella condizione di non poterci mettere adeguatamente in discussione e quindi a operare quel percorso di crescita sana che dovrebbe essere proprio di ogni adolescente: ne viene così un senso dell’Io debole, in cui anche il minimo dubbio può creare uno scompenso sentito come intollerabile.
Non sono esenti da colpe neanche i cosiddetti adulti ovviamente: abbiamo osservato infatti col dottore come ad oggi manchi una cultura del dialogo non solo tra gli stessi giovani, ma anche tra generazioni differenti. Non è un caso che ciò sia venuto a coincidere con i caratteri sempre più solipsistici dei dibattiti politici in tv, con la pornografia dei sentimenti propostaci da taluni programmi di (malsano) intrattenimento e con la pubblicità sempre più presente. Sembra che per ognuno di noi l’altro sia un prodotto pronto ad essere usato e, una volta ultimato il suo scopo, essere gettato, e ciò si applica soprattutto ai fragili, emotivi, confusi ragazzi che sembra si prestino tanto facilmente ad essere tali oggetti. Quindi la soluzione sembra essere solo una, proposta dal dottor Baldini con forza e con gentilezza, proprio come i caratteri che mancano alla nostra società: parlare. Dialogare, anche in modo oppositivo, aprirsi al mondo e incontrare noi giovani sul nostro stesso livello esistenziale per poter entrare finalmente in contatto. Solo così forse è possibile salvare questa generazione dallo stacanovismo arrivista che sembra esserci imposto quotidianamente, promettendoci fantomatici tesori e riconoscimenti, e soprattutto noi possiamo quell’investimento emotivo che tanto ci è stato levato ma di cui in qualche modo sentiamo la mancanza. Poiché non sono i risultati e gli obiettivi, i “mio figlio è avanti rispetto ai suoi compagni” o la soddisfazione di un genitore a determinare la nostra identità, ciò che conta veramente sono le relazioni autentiche che riusciamo a instaurare con l’altro e con noi stessi, le emozioni transferali e controtransferali, la capacità di attuare quel “viaggio dantesco” dentro di noi, citando sempre il dottor Baldini.
Silvia Golino, Street-Worker ed Economista, Caritas-Bolzano
Il mondo salvato dai ragazzi indifferenti rievoca in me tanta infanzia conosciuta e cresciuta nei campi rom, alle periferie della ricca Bolzano.
“Questi ragazzi ci insegnavano a capire noi stessi e la vita…” (p. 49).
Questi bambini mi vivevano.
Vi ritrovo per prima Safeta, bimba che ho amato in modo materno. Oggi ha 30 anni e lo stesso sorriso di allora: un misto tra il fiero e l’amaro. Successe una volta che ci trovavamo insieme in centro città, lei aveva 5 o 6 anni, avevamo voglia di un gelato ma io mi accorsi di aver dimenticato il portafogli a casa. Lei senza esitare risolse: “Non ti preoccupare: io faccio i soldi e tu compri i gelati!” Safeta sorridente, Safeta sprezzate dell’amaro della sua vita seppure bambina. Safeta che a 5 anni mi avrebbe già salvato offrendomi un gelato con i soldi “fatti da lei”!
E poi dal libro esce il caro Nehrut, bimbo fragilissimo, compreso e tutelato alla scuola elementare, adolescente “difficile”, finito in una comunità per minori che non lo comprese né lo tutelò, e lui vi appiccò il fuoco e loro lo denunciarono e il caro Nehrut, che da bambino non riusciva a fare male a una mosca perché era più sottile delle ali di una farfalla, a 18 anni appena compiuti fu uno degli ultimi internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia. Ne uscì divorato dal suo male a da quello di tutte le altre persone che lì aveva incontrato. Oggi è un giovane uomo spento dai farmaci: lo abbraccerei ogni volta che lo vedo, ma lo spaventerei. Chissà se riuscirà a salvarci.
Ed ecco ancora Alvin, stessa età degli altri due: oggi ha attorno ai 30 anni. Lo vidi giungere in Italia con i suoi 4 fratelli e sorelle maggiori: avevano appena perso la mamma e raggiungevano il papà in un improbabile viaggio della fortuna. Insegnai l’italiano ad Alvin nella loro baracca al campo rom: il viso dolce nascondeva l’immenso dolore di bambino senza mamma, e mi guardava dritto negli occhi mentre imparava le paroline. Più avanti Alvin, nella sua impossibilità di sognare e con lo stesso viso dolce, provò tutti i tipi di sostanze che lo stordissero, poi si auto-ricoverava in psichiatria. L’ho incontrato pochi giorni fa: sta molto meglio, è un bel giovane, curato, lavora e ha trovato un piccolo appartamento per sé. Credo che abbia cominciato a sognare, ma questo non me lo ha detto. Gli ho detto io, invece, che ero sinceramente orgogliosa di lui e che gli voglio lo stesso bene di quando era bambino.
“Vai ragazzo, tu riuscirai a salvare il mondo!”
ma questo l’ho solo pensato.
Tante altre storie sono uscite e usciranno grazie a questo libro che provoca e pro-evoca.
Perché psicoanalisi e controtransfert
non sono ricercate prassi o concetti da intellettuali;
significano semplicemente amore incondizionato
aperto e reciproco
in una vera relazione d’aiuto
Andrés Pablo Pietkiewicz, Street-worker volontario Bolzano
Sono passati sei mesi da quando ho letto il libro che è stato poi presentato in anteprima a Bolzano.
In quel momento era stato profondo l’impatto della lettura di un testo che, finalmente, apriva nuovi orizzonti sulla forza positiva che questi ragazzi “indifferenti” apportano a una società sopita nell’indifferenza.
Oggi, come mi accade spesso su testi per me fondamentali, il pensiero di Baldini, le riflessioni, gli interventi, li ho tutti metabolizzati, trasformati in sensazioni, che arricchiscono quel mio indispensabile bagaglio, per ascoltare, comprendere, accompagnare, questi meravigliosi ragazzi che lottano, consapevoli o meno, per salvare questo mondo
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Evocazioni sulla lettura del testo “Il mondo salvato dai ragazzi indifferenti. Dialoghi sul controtransfert” di Tito Baldini
Polonio “Perchè, che è mai la pazzia se non l’essere non altro che pazzo?”
Amleto “Io non sono pazzo che con il vento di nord-nord ovest. Che quando dà scirocco (vento del sud) distinguo a colpo d’occhio un falco da un airone”
William Shakespeare, Amleto, 2, II
Le evocazioni che il testo di Baldini elicita sono numerose e solo il tempo ci dirà come continueranno a lavorare in coloro i quali avranno la fortuna di incrociare questa opera sui generis, che molto si allontana dai classici testi psicoanalitici. Ne lascio depositare alcune personali e sparse.
Trovo importante sostare sulle parole del titolo. Sono due le espressioni che atterrano sul fondo, che in me arrivano con un impatto maggiore: indifferenti e dialoghi.
L’indifferenza rimanda al concetto analitico di indifferenziato, ossia un livello psichico che non è capace di rappresentare. Tale stato necessita di essere accompagnato in analisi (come fa Socrate con la nascita del pensiero baldiniano nel primo capitolo dell’Opera) fino alla capacità di poter passare dall’affetto alla rappresentazione, alla messa in parole di un disagio cui si è indifferenti, non consapevoli.
I dialoghi sono strumento… rimandano al concetto di legame e conoscenza, seguendo la matrice bioniana di pensiero che alimenta la teorizzazione. Baldini decide di utilizzare il dialogo in maniera etimologica: la parola è composta da ‘dia-attraverso‘ e ‘logos-discorso‘, da qui si parte per esprimere sentimenti, raccontare storie, discutere idee, ricordare amici e maestri… da qui ci si imbarca per le pagine che raccontano di una vita ma, simultaneamente, ne incrociano e contengono molte altre, letterarie e reali.
La scrittura del testo sembra usare la parola “come un inseguimento perpetuo delle cose, adeguamento alla loro varietà infinita” (Calvino, 1993)
Concludo questa breve riflessione con un concetto che mi è parso centrale nella lettura: la vicinanza, la fratellanza e la de-stigmatizzazione delle forme di sofferenza mentale.
Un concetto omnicomprensivo nell’opera, che ci rende tutti fratelli (e fardelli-resti non analizzabili) di noi stessi. E’ anche – e soprattutto- la nostra parte non analizzata che consente l’avvicinamento agli stati indifferenziati dei ragazzi che salveranno il mondo, il nostro Odradek (Kafka, 1965) di cui non riusciamo a cogliere una forma specifica, che non sappiamo dove alberghi, che fa crucciare il padre di famiglia “Inutilmente mi chiedo cosa ne sarà di lui. […] è vero, in apparenza non nuoce a nessuno: ma l’idea che possa anche soltanto sopravvivermi, mi fa quasi stare male“.
Un Odradek che tanto assomiglia a quel tale Inconscio che abita tutti noi e da cui Baldini prova ad insegnarci a non difenderci con etichette diagnostiche psichiatriche- finalizzate ad allontanare i livelli di sofferenza mentale- e massicci meccanismi difensivi, che tolgono vitalità alla nostra missione professionale.