Come responsabilizzare i minorenni sui loro reati. Daniele Biondo
Sono grato a Ugo Sabatello che ha evidenziato e denunciato nella sua “lettera aperta sui reati minorili” (pubblicata su openletter.earth il 26 luglio 2026 ed in pochi giorni firmata da migliaia di professionisti e di operatori del settore della salute mentale e della giustizia) alcuni rischi presenti nella proposta di rendere imputabili i minori tra i 14 e i 18 anni senza più la valutazione caso per caso che il Codice di procedura penale minorile (D.P.R. 448/1988) impone oggi. Sono altrettanto grato a Cira Stefanelli, persona di lunga esperienza in questo campo, per aver voluto accettare l’invito di Psicoanalisi e Sociale di aprire sul nostro Portale un dibattito su tale questione. Proponiamo tale dibattito, nella speranza di coinvolgere il maggior numero di colleghi e di operatori del settore poiché come psicoanalisti impegnati nel sociale e nel lavoro di recupero degli adolescenti problematici sentiamo il dovere etico e scientifico di testimoniare il punto di vista tecnico su tali temi.
Il primo tema affrontato nella lettera aperta di Sabatello riguarda la valutazione della maturità, dove egli ricorda che l’immaturità tra i 14 e i 18 anni è la norma biologica, non l’eccezione da dimostrare in tribunale. Su questo punto Cira Stefanelli si esprime con estrema chiarezza, ridimensionando sostanzialmente la questione: in realtà i casi i cui viene dichiarata la non imputabilità per immaturità sono numericamente molto limitati e riguardano un numero esiguo di adolescenti rispetto alla grande massa dei minorenni seguiti dai Servizi della giustizia minorile, che sono già nell’attuale situazione considerati responsabili e perseguibili per i loro reati. Dunque, la questione dell’imputabilità è una falsa questione.
Ben altra cosa è il problema della responsabilità. Essa è una reale questione, al centro della preoccupazione di tutti noi cittadini ed esperti, ed anche al centro dell’azione penale con i minorenni. Poiché la stragrande maggioranza dei minori autori di reato è ritenuta matura il vero problema è come riuscire a far prendere loro la responsabilità dei reati che hanno commesso. Quindi la vera questione, che interessa veramente tutti i cittadini italiani è quali strategie sono più adeguate a responsabilizzare i minorenni sui loro comportamenti criminosi in modo da incidere sul processo di crescita di questi ragazzi, drammaticamente avviato verso la criminalità, per evitare che una volta usciti dal carcere reiterino il reato.
L’esperienza positiva maturata in decenni, ci ricorda la Stefanelli dall’interno del sistema giustizia minorile, è quella di attivare con questi ragazzi seri progetti educativi che utilizzano il procedimento penale come una preziosa occasione di responsabilizzazione e di cambiamento. Per fare ciò occorre rinforzare il personale sia degli Istituti Penitenziari Minorili che del circuito territoriale della giustizia minorile, avviando reti educative capaci di gestire processi individuale e sociali di recupero di questi ragazzi, che non possono che partire dalla responsabilizzazione nei confronti del reato. A tal proposito le ricerche scientifiche e le buone prassi del nostro Paese come di altri paesi dimostrano che l’orientamento della giustizia riparativa (quel percorso che promuove la piena assunzione di responsabilità del proprio reato anche nei confronti dei danni perpetrati nei confronti delle vittime nonché di tutta la società) è molto più efficace sia dell’orientamento della giustizia retributiva (dove l’attenzione è esclusivamente sulla la pena con l’intento di renderla proporzionata al reato), che di quello (molto in auge negli anni ottanta e ancora oggi per molti versi praticato) della giustizia riabilitativa (centrata sul trattamento del minore inteso come un “malato”, che ha introdotto in campo nuove categorie come quelle di devianza e personalità). Questo secondo orientamento ha visto il protagonismo di alcuni padri fondatori della psicoanalisi dell’adolescenza italiana (Arnaldo Novelletto, Tommaso Senise) i quali hanno sostenuto l’ipotesi teorica di fondo del lavoro clinico con l’adolescente violento doveva affrontare la connessione fra il delitto grave contro la persona (omicidio o tentato omicidio, aggressione a scopo di rapina ecc.) e un tipo di funzionamento specifico, diverso da quello psicotico, definito breakdown antisociale (concetto introdotto da Giannotti e Lombardo Radice nel 1988); concetto che evocava il breakdown evolutivo proposto dai Laufer (1984) al centro della riflessione degli psicoanalisti dell’adolescenza. Le grandi conquiste sulla psicopatologia dell’adolescenza di quegli anni permettevano di collocare la violenza adolescenziale (diagnosticata come disturbo antisociale di personalità) all’interno della patologia narcisistica o della patologia borderline, spostando l’attenzione dalla psicodinamica del reato a una prospettiva psico-economica, grazie al supporto metapsicologico fornito dalla psicoanalisi dell’adolescenza che ha spostato l’attenzione sulle dinamiche psichiche in continua evoluzione (teoria dello sviluppo), piuttosto che sugli aspetti diagnostici e psicopatologici.
A questi concetti fanno riferimento sia Sabatello che la Stefanelli. Il primo quando denuncia che nella proposta del governo manca uno sguardo sull’età evolutiva capace di reggere la sua complessità. La seconda quando afferma che continuiamo a considerare l’adolescenza come una fase dello sviluppo nella quale la costruzione della responsabilità richiede di comprendere il significato del comportamento deviante anche alla luce del contesto nel quale esso si è sviluppato. Ciò inevitabilmente chiama in causa il contesto educativo, la famiglia e gli adulti che si sono occupati della crescita del ragazzo deviante. A tal proposito, Sabatello denuncia l’ingiustizia di scaricare sul soggetto più debole e meno attrezzato a difendersi in un’aula di tribunale un problema che riguarda gli adulti. Giustamente, afferma a sua volta la Stefanelli, il problema non può riguardare esclusivamente la responsabilità individuale del minore e dovrebbe interpellare anche la responsabilità dei contesti educativi nei quali quel ragazzo è cresciuto. Questo aspetto è centrale nel trattamento del minore, perché senza l’attivazione di una rete educativa capace di contenerlo e seguirlo dopo che avrà scontato la sua pena, il rischio di reiterazione del reato è elevatissimo. Mentre sappiamo che quando vengono attivati progetti educativi tutto cambia: a volte è sufficiente un anno di “messa alla prova” del reo perché la percentuale di successo dell’intervento di recupero (contrasto al rischio di recidiva) raddoppi[1]. Diverse ricerche catamnestiche dimostrano che quando il progetto educativo è pluriennale ed intensivo (come, ad esempio, quando i minori vengono inserirti in casa-famiglia) il livello di successo (cambio della rotta evolutiva, integrazione nel mondo lavoro, costituzione di una famiglia) è vicino all’85% (Baldini 2011). Come si può comprendere il problema di cui si parla ha valenze tecniche molto precise e necessita di un approccio scientifico, di cui la politica dovrebbe informarsi per evitare semplificazioni propagandistiche.
Il percorso della giustizia riparativa è efficace perché attiva nell’adolescente un’azione riparativa nei confronti delle parti fragili del proprio sé, nonché dei propri legami interni. Occorre far riferimento alla teoria della mente, affermatisi negli ultimi decenni in ambito psicoanalitico, che vede strettamente intrecciati i due versanti dell’intrapsichico e dell’intersoggettivo, per comprendere la vasta portata riabilitativa e preventiva che può avere il percorso della giustizia riparativa per l’adolescente al limite (Baldini 2011). Si tratta per i ragazzi violenti di poter lavorare sul concetto di legame e di integrazione di istanze interne diverse, di cui i ruoli sociali di vittima e di reo sono solo un rappresentante esterno. La funzione dinamizzante della mediazione attivata dalla giustizia riparativa è rappresentata dal confronto attivo che può essere attivato fra queste istanze sia interne che esterne. Affinché ciò avvenga occorre che il processo di mediazione sia orientato in termini interdisciplinari, coinvolgendo tanto l’aspetto educativo che quello psicodinamico. L’azione mediatrice può realizzarsi grazie all’introduzione nel campo mentale dell’adolescente violento di un terzo – l’adulto – che si frappone fra vittima e reo per aiutare quest’ultimo a realizzare un’azione di mediazione fra parti diverse di sé. Il mediatore adulto:
“partecipa concretamente ed empaticamente alla costruzione del setting e del settlement, attraverso modalità che si avvicinano allo spirito proprio della funzione maieutica” (Troisi 2007, p. 11).
il processo di soggettivazione del reo, che tale percorso attiva, offre all’adolescente in carenza di processi di rappresentazione del proprio Sé e della propria azione criminale, la possibilità di iniziare a raffigurarsi il proprio ruolo sociale di reo, inconsciamente connesso a quello di vittima, nonché di rappresentarsi le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie scelte. L’adolescente si trova in un momento della sua vita particolarmente delicato e vulnerabile, in cui è fortemente motivato a realizzare tale operazione di revisione delle conseguenze delle proprie azioni, a causa delle vicende giudiziarie che ha attivato. Un momento forse irripetibile, in cui l’adolescente violento, suo malgrado, è costretto a confrontarsi con il fallimento della propria fantasia di recupero maturativo (Novelletto 1986), spesso condivisa con il gruppo quando è aggregato in branco (Biondo 2020). L’inserimento nel circuito penale lo costringe a fare i conti con l’illusorietà di tale fantasia. Non si tratta, dunque, di metterlo in contatto con il sentimento di colpa, che può sopraggiungere solo quando è stato interiorizzato il Padre e il senso della Legge (Freud 1913). Questi sono ragazzi che spesso non hanno né sensi di colpa, né rimorsi per il loro reato[2]. Infatti, siamo sempre più confrontati nei nostri interventi professionali con ragazzi senza Legge (Recalcati 2016), condannati a vivere in un mondo interno senza argini, con il perenne terrore di sprofondare nell’abisso del caos dell’inciviltà primordiale. La formazione del Super-io di questi ragazzi spesso è molto carente e distorta a causa delle mancate identificazioni primarie con buoni oggetti protettivi e di conseguenza questi ragazzi deprivati sono dominati da formazioni super egoiche primitive e rigide. La sola punizione non fa altro che rinforzare tale sistema di pensiero. Sono ragazzi che vivono intensamente e autenticamente l’angoscia della postmodernità, privati di istituzioni garanti e della credibilità di funzionamenti auregolativi. Soggetti caratterizzati dalla liquidità dell’era postmoderna (Bauman 1991-1993), figli di un mondo in cui la transitorietà e la precarietà non consentono loro illusioni di sicurezza (Bauman 2006). Privati di tali supporti identitari il processo adolescenziale inevitabilmente tende a confluire verso l’acquisizione di identità improvvisate, prive di un progetto di futuro, che si appoggiano piuttosto sugli acting out devianti (Novelletto, Biondo 1999) dove l’impulso è continuamente scaricato all’esterno e la fugacità dell’attimo imperversa. Occorre sottrarre gli adolescenti caratterizzati dalle patologie civili (Biondo 2008,Novelletto, Biondo, Monniello 2000) dalla dimensione disperata dello straniero fuorilegge (Green 1985) in cui sono precipitati, per ricondurli a ripercorrere il percorso della civilizzazione, inserendoli, già dal momento in cui entrano in carcere, all’interno di progetti educativi condivisi con la rete territoriale. La drammatica concretizzazione delle proprie fantasie distruttive spinge inconsciamente l’adolescente violento a ricercare una compensazione, attivando fantasie onnipotenti di tipo riparativo (Klein 1969). Tale elemento riparativo è per la Klein: “un elemento fondamentale nell’amore e in tutte le relazioni umane” (ivi, p. 67). Con la giustizia riparativa si fa leva sulla potente fantasia riparativa per contrastare le fantasie inconsce dell’adolescente violento e del branco con il quale si è aggregato (Biondo 2008). Per tale motivo è fondamentale con questi ragazzi piuttosto che semplicemente punire, avviare percorsi di riparazione dei loro oggetti interni, in modo da avvicinarli progressivamente alla possibilità di provare il senso di colpa per il danno che hanno inflitto alle loro vittime. La pressione che può esercitare il sistema giudiziario penale per promuovere tale processo, se riesce a proporsi come un ambiente di soccorso (Biondo 2008), può essere molto forte, poiché lo stesso percorso giudiziario sarà fortemente influenzato dal livello di responsabilizzazione che il reo riuscirà a conquistare. Ciò, al di là degli inevitabili aspetti utilitaristici, offre all’adolescente un’occasione unica per appropriarsi della propria storia e dinamizzare aspetti interni del Sè, risorse inesplorate, potenzialità di autocura, grazie all’influenza potente del circuito giudiziario in cui è stato inserito.
Daniele Biondo
Psicoanalista SPI esperto bambini/adolescenti, socio ARPAd e docente corso di specializzazione in psicoterapia dell’adolescente
docente scuola di formazione del personale della Giustizia “Piersanti Mattarella”, Socio Psicoanalisi e Sociale.
BIBLIOGRAFIA
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[1] Una ricerca condotta dall’Ufficio Studi e ricerche del Dipartimento per la Giustizia Minorile (Mastropasqua et al. 2013) ha evidenziato – in accordo con ricerche realizzate in altri Paesi (Butts, Snyder 1992) – che il tasso di recidiva per un ragazzo messo alla prova (in cui il ragazzo viene coinvolto in un progetto di riparazione sociale attraverso la cura del verde, o delle persone o dei beni pubblici), scende di circa dieci punti percentuali rispetto a chi non usufruisce di questa misura. L’aspetto responsabilizzante e riparativo del reo sembra realizzarsi grazie alla possibilità che gli viene offerta di fare qualcosa per la vittima e riscoprire così un ruolo attivo all’interno della giustizia (Scardaccione 1997). Il concetto di responsabilità sulle proprie azioni promosso dalla giustizia riparativa si collega direttamente a quello di legame sociale. La mediazione che viene realizzata fra il reo e la vittima rappresenta una modalità percorribile di rigenerazione del legame sociale (Troisi, 2007).
[2] Come nota Recalcati (2016) per avere rimorso occorre che il soggetto si in grado di cibarsi del ricordo del padre, di ri-mordere il padre nella sua versione totemica, che presuppone un riconoscimento dell’autorità simbolica del padre stesso.
















Apprezzo molto l’articolo di D. Biondo che approfitta di questa orribile proposta di legge per spostare il focus sul problema vero: cosa si può fare per lavorare sulla questione della criminalità minorile? Abbiamo qualche strumento?