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Imputabilità a partire dai 14 anni: tra la logica del castigo e la sfida dell’ascolto, della comprensione e della trasformazione. U.Zamburru

Ho letto con attenzione il testo di Tito Baldini e tutte le considerazioni etiche, cliniche e politiche inerenti all’imputabilità dei minori a partire dai 14 anni.

Condivido quanto da lui scritto e mi pongo il quesito di quale sia il piano sul quale intervenire.

Affrontare il tema in un’ottica allargata mi fa pensare a quanto detto da Franco Basaglia nelle Conferenze brasiliane, quando, alla domanda su cosa fosse la terapia, rispose: «Combattere la miseria».

Chiarì poi che, non essendo né ingenuo né ipocrita, sapeva benissimo che, anche qualora si fosse raggiunto un livello di benessere sufficiente per tutti, la malattia mentale non sarebbe stata totalmente debellata, ma che i suoi numeri si sarebbero notevolmente ridotti.

In qualche modo, anticipava le riflessioni che sarebbero state sviluppate dall’OMS nel 2008 sui determinanti sociali della salute mentale.

Tutto questo per cercare di fare un ragionamento a monte del problema dell’imputabilità dei minori. Il minore che delinque non nasce dal nulla, né tanto meno possiamo ridurre il fenomeno a una questione genetica o antropologica. Dobbiamo invece inoltrarci nel complesso sistema della società contemporanea: social media, migrazioni, guerre, crisi climatica, disuguaglianze sociali, modelli che premiano la competizione e colonizzano l’immaginario giovanile con il mantra della persona-azienda di se stessa, ovvero dell’individuo unico artefice dei propri successi, ma anche unico responsabile dei propri fallimenti, con tutte le conseguenze che ne derivano e che ben hanno descritto Dardot e Laval ne La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista.

Poiché la semantica è importante, mi soffermerei sul concetto di sicurezza.

Come ben sappiamo, il linguaggio che utilizziamo influenza il sistema di valori, mentre il tipo di narrazione adottato contribuisce a indirizzare e formare la percezione e l’interpretazione degli eventi.

In quest’ottica, la parola sicurezza assume un significato diverso a seconda della visione e della narrazione che intendiamo promuovere.

Il primo modo di intendere la sicurezza rappresenta una risposta semplificata a un problema complesso e risponde ad almeno un paio di esigenze: da una parte, la creazione di un nemico interno, uno specchietto per le allodole che consente di non nominare i problemi reali, anzi di stornare l’attenzione da essi; dall’altra, la necessità di fornire una risposta umorale, capace di colpire l’immaginario collettivo.

In questo senso troviamo le strategie delle nuove destre, che rispondono attraverso l’invocazione della forza come modello per ristabilire l’ordine. In quest’ottica rientra la militarizzazione dei territori — si pensi alla Val di Susa — e dei quartieri, con lo scopo di normalizzare un controllo sempre più orientato a criminalizzare il dissenso, anche quando questo nasce dal disagio.

Rientra in questa strategia anche la riforma dell’articolo 98 c.p., che fa seguito a una serie di considerazioni sulle baby gang e sui cosiddetti maranza, raccontati secondo una narrazione lineare e funzionale a una progressiva intensificazione della repressione. Con il rischio, paradossale, di non colpire soltanto i rei, ma anche un’istituzione già in grave sofferenza: l’apparato carcerario — dalla polizia penitenziaria agli educatori — e quello giudiziario, già fortemente congestionato.

La seconda modalità di intendere la parola sicurezza richiama invece ben altri concetti: la sicurezza di trovare un lavoro, di avere stipendi dignitosi e sostenibili, di poter costruire relazioni stabili, di vivere all’interno di un sistema educativo all’altezza delle sfide del presente, di poter contare su affitti sostenibili.

Mi chiedo: quali sicurezze, in questo senso, può avere oggi la maggioranza degli adolescenti?

L’ultima indagine della Banca d’Italia ha mostrato come il 5% degli italiani più ricchi possieda il 46% della ricchezza complessiva del Paese — era il 23% negli anni Ottanta — mentre il 50% della popolazione meno abbiente ne possiede circa il 7,2%.

Sono dati agghiaccianti, che la sociologia ha ampiamente analizzato, dimostrando come una disuguaglianza economica elevata tenda a perpetuarsi e a trasformarsi in indifferenza sociale, disgregando i legami comunitari e mettendo a rischio la democrazia, oltre a limitare la crescita economica.

Numeri che si intrecciano con la dimostrazione di come le disuguaglianze economiche si trasformino in disuguaglianze di opportunità per le generazioni successive.

Tutto ciò si aggiunge e si traduce nella difficoltà di intravedere un futuro, minato anche da un sistema educativo che scricchiola. Laddove l’aziendalizzazione delle scuole, nata con il lodevole obiettivo di ridurre la dispersione scolastica, rischia invece di spingere verso una logica di utilitarismo per l’istituto stesso, a scapito di una valutazione realmente obiettiva. Se i finanziamenti sono legati ai numeri, perdere studenti significa perdere fondi, e un numero elevato di abbandoni o bocciature può far crollare l’appeal dell’istituto, con il rischio di scivolare verso un abbassamento delle competenze.

D’altro canto, la promozione del modello della persona-azienda di se stessa ha come conseguenza la progressiva erosione dei legami sociali, perché impone il mito della performance e trasforma gli altri in potenziali competitori, alimentando un confronto costante, spesso distruttivo, amplificato dai social media. Non è un caso che siano sempre più numerose le cause intentate contro le diverse piattaforme, accusate di contribuire a questo meccanismo di competizione permanente e di incidere negativamente sul benessere degli adolescenti.

Senza dimenticare che molte delle grandi conquiste sociali e nel campo dei diritti sono maturate in epoche nelle quali la redistribuzione della ricchezza era tale da consentire una sorta di fiducia nel futuro. È anche grazie a questa condizione che in Italia, negli anni Sessanta e Settanta, si è messo in moto un processo che ha permesso il movimento di demanicomializzazione, la lotta per l’aborto e il divorzio, il movimento di emancipazione delle donne, le conquiste dei diritti sindacali attraverso le lotte operaie e molto altro ancora.

Oggi, invece, i movimenti migratori, le disuguaglianze economiche, le guerre che incombono, il crollo degli investimenti sui tre pilastri del welfare — sanità, istruzione e sistema pensionistico — e il ruolo dei social media contribuiscono a determinare una società complessa, governata dall’ingiustizia. A questa condizione corrispondono, come reazione, la rabbia o l’apatia degli esclusi e la cinica indifferenza di una parte degli inclusi, in una sorta di «si salvi chi può».

Non ho ricette per un cambio di rotta, ma voglio concludere con le parole degli zapatisti, il movimento indigeno che, a partire dalla sua comparsa nel gennaio del 1994, ha influenzato profondamente l’immaginario e l’atteggiamento di molte persone, fino a essere assunto come riferimento per quello che, a partire dalle mobilitazioni di Seattle del 1999, è stato definito il movimento no global.

Ecco le parole degli zapatisti:

«Il carcere rappresenta una delle espressioni peggiori della necropolitica contemporanea perché amministra persone che sono considerate sacrificabili, mentre l’esperienza zapatista permette di pensare la giustizia come riparazione del danno, responsabilità collettiva e ricostruzione del tessuto sociale».

La sfida consiste nel costruire comunità capaci di produrre sicurezza, attenzione e giustizia, diminuendo la dipendenza dalla logica del castigo.

Ecco quindi che la modifica dell’articolo 98 c.p., totalmente intrisa di questa logica, ci mette di fronte a una scelta netta.

Da una parte, la logica dell’equità, delle pari opportunità, del dialogo — anche quando è difficile — e del coinvolgimento della comunità nel senso sopra indicato.

Dall’altra, la logica della repressione e della criminalizzazione del dissenso e dell’espressione di un malessere che nasce anche dalla percezione di un futuro rubato, arrivando a colpire ragazzi a partire dai 14 anni.

La questione, dunque, non è soltanto come punire chi delinque, ma quale società vogliamo costruire per evitare che sempre più giovani arrivino a percepire il futuro come qualcosa che è stato loro sottratto.

È qui, forse, che si gioca la vera partita sulla sicurezza: tra una società che risponde al disagio con il castigo e una società che prova a rispondere costruendo le condizioni per cui quel disagio possa essere ascoltato, compreso e trasformato.

Ugo Zamburru

Psichiatra, terapeuta sistemico, attivista per i diritti umani, co-fondatore Caffè Basaglia (TO)

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andres
andres
7 giorni fa

Ugo Zamburru,che ringrazio per questo illustre ed elevatissimo contributo al dibattito, provoca a una domanda: la politica ha ancora senso in questo nostro sistema? Se il risultato delle diverse gestioni che si sono alternate negli ultimi 40 anni ha come risultato un incremento di povertà a fronte di una ricchezza sempre più esclusiva di una elite, divario che provoca incertezza e insicurezza, abbiamo perso il senso di comunità? il politico o politicanti, è divenuto soltanto un mestiere che apre al mero potere? potere che è servo dell’elite? In definitiva,ha ancora senso andare a votare o,come nel saggio di José Saramago,arriveremo all’assurdo che un giorno le urne saranno totalmente vuote e solo allora l’umano assumerà di aver fallito? In assenza di un Dio, quale timore riporterà i valori come etica e onestà al centro del bisogno?
Forse la psicoanalisi verrà in aiuto a comprendere il nuovo umano,arduo progetto con poche garanzie.

Bruno
Bruno
23 ore fa

Condivido appieno le parole del movimento zapatista e il fatto che anziche criminalizzare il disagio ne andrebbero comprese le cause profonde al fine di costruire migliori condizioni che possano ridurlo. È il sistema che genera la delinquenza ed esso, anziche riflettere su se stesso, attacca la sua parte piu fragile e sintomatica, operado scissioni. Scritto molto interessante,
Bruno.

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