Articoli Scientifici

Pensieri e Intelligenza Artificiale – Salvatore Giannone

Salvatore Giannone

 

Abstract

Quali indumenti mettere in valigia, come scrivere una email, correggere e rendere più scorrevole un testo: sono solo alcune delle richieste che ogni giorno rivolgiamo all’AI.

Ormai, gran parte delle domande sui motori di ricerca è mediata da sistemi di intelligenza artificiale. Nei laboratori, nei macchinari e negli strumenti sanitari il suo utilizzo è già consolidato. È anche noto il contributo, spesso poco visibile, di lavoratori nei paesi del Sud del mondo, impiegati con compensi minimi per addestrare questi sistemi.

Insomma, se intorno all’AI esiste un intero ecosistema, noi ne facciamo pienamente parte!

Che impatto ha tutto questo nella nostra mente? Come vengono costruite e sostenute le relazioni nel “nostro tempo”? che interazioni si prospettano tra umano e digitale? L’articolo esplora questi interrogativi dall’ottica della psicoanalisi attuale.

 

Qualche settimana fa, mentre facevo delle ricerche con un amico, mi ha colpito una frase comparsa all’avvio di un algoritmo: “Sto pensando…”.

Mi sono fermato a riflettere: a cosa, sta “pensando” esattamente?

Un leggero senso di inquietudine mi ha portato ad associare quel “pensiero” a database pieni di informazioni personali, forse anche mie. Ripensandoci, mi sono reso conto che nessuno mi ha mai chiesto esplicitamente il consenso per l’utilizzo dei miei dati da parte dell’AI, eppure mi trovo, più o meno consapevolmente, a interagire con qualcosa (o qualcuno) a cui chiedo informazioni, a cui fornisco dati e che, in qualche modo, dispone già di elementi che mi riguardano, oltre a strumenti capaci di simulare il mio modo di pensare.

Vista così, la cosa può apparire inquietante. Forse lo è.

Recentemente è stata pubblicata la Lettera Enciclica “Magnifica Humanitas” del Santo Padre Leone XIV, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, firmata il 15 maggio 2026, ed a maggio è stato affrontato in una serata scientifica del Centro di Psicoanalisi Romano il “tema caldo” del rapporto tra “Psicoanalisi e Intelligenza Artificiale”, a margine del Congresso Nazionale della SPI svolto a Genova dal 21 al 24 maggio 2026.

In quella serata scientifica sono stato Discussant di due relazioni di Psicoanalisti Didatti della Società Psicoanalitica Argentina: Laura Orsi e Jorge Eduardo Catelli.

Rispetto alle sollecitazioni emerse mi hanno colpito alcune risonanze cliniche che attraversano profondamente il lavoro che svolgo ogni giorno, sia con i bambini sia con gli adulti, tenendo a mente quanto l’intelligenza artificiale sia entrata non solo nella nostra vita reale ma anche in quella psichica e spirituale.

Quando un paziente porta un sogno, un frammento di esperienza, o anche soltanto una sensazione ancora informe, la tentazione iniziale è spesso quella di capire subito, di trovare rapidamente un significato che renda l’esperienza più ordinata, più gestibile.

Con il tempo, però, il lavoro analitico mi ha insegnato quasi il contrario: alcuni materiali hanno bisogno di sostare nell’incertezza prima di poter essere pensati davvero. Questo vale moltissimo con i bambini, ma vale anche con gli adulti quando si avvicinano a nuclei psichici più primitivi, meno simbolizzati e noi, come psicoanalisti e come esseri umani, non ne siamo meno coinvolti.

I contributi scientifici di Catelli, Orsi et al. ci invitano proprio a questo atteggiamento rispetto all’intelligenza artificiale: sospendere sia l’entusiasmo sia il rifiuto, provando invece a osservare cosa stia accadendo nella nostra (e quella dei pazienti) vita psichica e relazionale.

La cosa che trovo più preziosa di alcune correnti di pensiero psicoanalitiche non è tanto la posizione che assumono, analiticamente condivisibile, quanto il metodo con cui si avvicinano alla questione: senza fascinazione ingenua, ma anche senza cedere a quella tonalità apocalittica che spesso accompagna i cambiamenti tecnologici importanti.

Nella clinica, fascinazione e panico sono quasi sempre segnali di qualcosa che non è ancora stato elaborato. Sono reazioni difensive, nel senso più tecnico del termine.

Su questi assunti trovo significativo che l’intera comunità psicoanalitica, attraverso ad esempio il tema del 55° Congresso IPA di Vancouver 2027: “The Human Condition in the Digital World” (“La Condizione Umana nel Mondo Digitale” ndr) stia cercando non tanto di prendere posizione, quanto di pensare riguardo al tema.

In tale contesto, un punto che continuo a percepire particolarmente delicato è quello che riguarda l’attribuzione di soggettività.

Catelli lo descrive molto bene quando in un suo lavoro parla della tendenza ad attribuire intenzioni all’algoritmo; d’altronde non è casuale che l’algoritmo si presenti come “pensante”.

Credo che questo aspetto tocchi qualcosa di profondamente radicato nel funzionamento psichico umano. Chi lavora con i bambini lo vede continuamente: il bambino parla con gli oggetti, immagina stati mentali nel peluche, si sente amato o rifiutato da qualcosa che, realisticamente, non possiede alcuna intenzionalità. Ma, allo stesso tempo, chi lavora con gli adulti sa quanto questa dinamica non scompaia affatto con la crescita. Anche nell’analisi dell’adulto lavoriamo continuamente sull’attribuzione di intenzioni all’altro: all’analista, al partner, ai genitori interiorizzati. Il transfert, in fondo, nasce proprio lì: nella costruzione di un altro investito di significati, desideri, aspettative e fantasmi che spesso eccedono la persona reale.

Per questo non credo che il rapporto con l’AI possa essere liquidato semplicemente come una “confusione” tra umano e macchina. Mi sembra qualcosa di più strutturale.

L’essere umano tende spontaneamente a cercare mente nell’altro: qui emerge forse la questione più delicata.

Cosa accade quando questo bisogno incontra un oggetto che risponde sempre, che è sempre disponibile, che non si stanca, non si irrita, non chiede nulla, non ha un corpo, non ha bisogni propri?

Ricordo che quando ero bambino la cura di un animaletto digitale, il famoso tamagotchi degli anni 90, qualche frustrazione la dava, come a me anche ad altri miei amici ed amiche: era una macchina che seppur artificialmente programmata, frustrava.

Con l’avvento della Intelligenza Artificiale, dal punto di vista infantile potremmo dire che è arrivato un oggetto che potenzialmente non frustra mai.

Nella clinica dell’adulto sappiamo quanto la crescita psichica dipenda dalla possibilità di tollerare la non coincidenza con l’altro. La differenza. Il limite. Il fatto che l’altro non sia interamente disponibile al nostro bisogno. Lo vediamo quando alcuni pazienti arrivano in analisi proprio perché soffrono nel confronto con questa alterità: nelle relazioni amorose, nella dipendenza affettiva, nella difficoltà a sostenere l’assenza, il silenzio, il non controllo.

Il rischio quindi non è tanto quello, un po’ semplicistico, della sostituzione del terapeuta con la macchina, quanto quello che, certe forme di interazione con l’AI, rinforzino progressivamente il ritiro dalla relazione reale, con tutta la sua inevitabile complessità.

Una relazione reale (o semi reale, con il tamagotchi) espone sempre a qualcosa: all’attesa, al fraintendimento, alla delusione, alla vergogna, perfino all’esperienza di non essere immediatamente compresi.

Un algoritmo, invece, tende strutturalmente ad adattarsi, ed è proprio questo adattamento quasi perfetto che, paradossalmente, può diventare problematico sul piano psichico.

La psicoterapia, soprattutto quella psicoanalitica, non lavora semplicemente per calmare il disagio, lavora affinché il soggetto possa incontrare aspetti di sé che inizialmente tenderebbe a evitare, a dissociare o a controllare.

Mi ha colpito molto anche il riferimento di Catelli alla ricorsività: “io penso che lui pensi che io pensi…”. Nel lavoro con i bambini questa capacità è centrale: è il momento in cui il bambino scopre che l’altro ha una mente separata dalla propria. Ma anche nella clinica adulta questo movimento è fondamentale, perché coincide con la possibilità di riconoscere l’esistenza psichica dell’altro senza colonizzarla completamente: è in questo modo che nasce l’intersoggettività.

Un algoritmo può simulare alcuni livelli di questa dinamica, ma non può realmente abitarla, perché non ha nulla in gioco nella relazione. Nella stanza d’analisi sappiamo bene quanto ciò che produce trasformazione non sia soltanto il contenuto delle parole, ma il fatto che due soggettività reali siano implicate nell’incontro, ciascuna con la propria opacità, i propri limiti, i propri punti ciechi, ma anche la sua voce, il suo corpo, i suoi vissuti, la propria storia.

Forse è questo il senso più profondo di ciò che il gruppo argentino chiama “fattore umano”: non un argomento sentimentale o corporativo, ma una questione strutturale.

L’inconscio non è semplicemente un insieme di informazioni nascoste ma qualcosa che si manifesta dentro una relazione viva, imprevedibile, non interamente controllabile (sappiamo quanto le tematiche della prevedibilità e del controllo siano centrali nella vita di tutti noi).

Prima di concludere questo mio breve intervento, incoraggiato dalla presentazione della dott.ssa Irene Ruggiero all’ultima giornata dello scorso Congresso Nazionale SPI di Genova, ho riflettuto su quanto negli anni la psicoanalisi abbia attraversato molti cambiamenti nel modo di “fare clinica” che ha riguardato e interessa il dibattito sulle telefonate, poi sulle sedute online durante la pandemia, e ora questa nuova presenza dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana dei pazienti.

Pensare come possibile, l’idea che qualcuno possa aver parlato per settimane con una chatbot prima di arrivare in studio, cosa per altro condivisa proprio qualche giorno fa in seduta con un paziente, non mi sorprende. Quello che mi interroga è altro: mi chiedo se questo tipo di esperienza renda più difficile l’accesso alla sofferenza reale.

Chiedere aiuto a un essere umano implica sempre un’esposizione. Significa tollerare il rischio di non essere capiti subito, di sentirsi vulnerabili, di dipendere da qualcuno che non risponderà in modo perfetto: è proprio dentro questa imperfezione che, spesso, può iniziare qualcosa di trasformativo.

Ma con un algoritmo seppur informato, ma compiacente?

Sul livello psicoanalitico, i contributi per me importanti e necessari, risultano quelli che non offrono risposte definitive, troppo presto per chiunque per fornirle, ma quelli che pongono domande clinicamente vive, promuovendo il pensiero psicoanalitico nel quale la qualità delle domande conta quasi sempre più della rapidità delle risposte.

Bibliografia

Álvarez, A., Gómez, A., Orsi, L., & Tripcevich Piovano, G.M. IA y lo humano: entre la innovación y el riesgoLa Época, (39–40, abril–agosto). https://laepoca.apa.org.ar/

Catelli, J. E. (2024). Apocalípticos y integrados: inteligencias artificiales, psicoanálisis y psicoterapiasRevista Brasileira de Psicanálise, 58(4), 57–70.

 

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021-” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

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