Recensione al primo numero di “Interazioni”
Il primo numero del 2021 di Interazioni (1-2021/53), la rivista di “Clinica e ricerca psicoanalitica su individuo-coppia-famiglia” diretta da Anna Nicolò, è stata curato da Virginia De Micco ed è dedicato a “L’estraneo e il familiare. Dalla clinica al sociale”. Tema di grande attualità, studiato con un largo spettro di estensioni di senso, in un’ottica psicoanalitica rigorosa nei riferimenti bibliografici, nell’applicazione del metodo psicoanalitico e arricchita dall’utilizzo di illuminanti vignette cliniche.
Nel suo editoriale Virginia De Micco presenta l’obiettivo del volume: indagare e restituire alla riflessione psicoanalitica come fondativo l’intreccio complesso e “perturbante” tra estraneo e familiare. Una ricerca che parte da Freud che per primo aveva messo in evidenza l’importanza dell’alterità per la costruzione della propria identità. Il neonato è il primo straniero, l’”Intruso inquietante” di Kaes, che mette in moto il lavoro di affiliazione, di addomesticamento, di costruzione di una appartenenza. L’area di cui si occupa questo numero della rivista è dettata da alcune caratteristiche del periodo storico che stiamo vivendo, in primis l’immigrazione e il covid19, ed è contemporanea all’imporsi delle tematiche collegate all’identità sessuale e alle nuove famiglie, oltre all’apporto delle biotecnologie alla riproduzione umana. In ogni fase della vita si può scoprire l’alterità, l’altro, dentro di sé, nel fuori familiare del mondo dell’appartenenza, o nel fuori estraneo/esterno/straniero. All’incontro con l’altro si attivano arricchenti processi maturativi, di identificazione, di formazione dell’identità, ma anche compromessi e rifiuti: contaminazioni, costruzioni di chimere, timori di contagio, razzismo. Di questo tratta la rivista, una riflessione che parte dall’attualità dei processi migratori e che da lì si estende, in una rigorosa lettura psicoanalitica, ai processi che si innestano di fronte a quanto si presenta come “perturbante”.
Ogni lavoro si integra con gli altri nel mettere a fuoco particolari situazioni di incontro dell’estraneo: dall’emergere di materiale dall’inconscio alla coscienza, ai movimenti identificatori e relazionali dei migranti nell’incontro con un mondo diverso. Non è un caso che gli autori degli articoli e gli psicoanalisti intervistati portano le loro esperienze maturate in ambienti culturali e sociali molto distanti.
Alcuni lavori affrontano specifiche fasi della vita: la nascita, l’adozione, l’adolescenza.
Sarah Bydlowski, ha seguito una coppia mista alle prese con la nascita del figlio. L’incontro tra il bambino e i suoi genitori è occasione di fantasie nostalgiche e fonte di stupore e meraviglia. Nello stesso tempo mette in moto un viaggio nella storia personale di ognuno, e attiva una rilettura della costruzione della coppia, offrendo intensi effetti in après-coup. L’investimento affettivo e identificatorio nel figlio, attraverso vivide proiezioni, ostacola la costruzione dei legami precoci genitore bambino e la stessa costruzione del narcisismo primario del bambino. Il bambino, divenuto elemento perturbante ed estraneo, trova nella madre sostenuta dall’analista la possibilità di rappresentazioni, un lavoro di trasformazione in parole che favorisce il posto del terzo e permette al bambino e alla madre stessa di ritrovare una capacità di gioco rappresentativo associato al piacere.
Jalil Bennani, lavora sui processi identitari dell’adolescenza e su quelli della migrazione variamente determinata. Non si parlava di adolescenza fino a qualche decennio fa nel Maghreb, in quanto età non vissuta tra infanzia e età adulta. È possibile ora soffermarsi sui movimenti di “uscita” verso il mondo adulto e distinguere i movimenti intrapsichici da quelli legati alla migrazione. “Uscire/Partire” è l’imperativo dei giovani: gli adolescenti migranti vanno incontro ad una doppia uscita, dall’ambiente familiare e dai modelli genitoriali ed entrano in un mondo culturalmente diverso nel quale incontrano altri giovani coi quali vogliono integrarsi. Il rischio più grave che corrono è quello dell’incontro con l’estremismo religioso che risolve il problema identitario, oltre il dualismo dell’appartenenza alla cultura di partenza e l’accettazione di quella incontrata. Da una cultura all’altra, da un paese all’altro gli adolescenti possono acquisire nuove identità e si ritrovano a fare i conti con il rimosso genitoriale. I reclutatori fanno leva sulla immaturità degli adolescenti migranti, sul loro ricorso a processi di idealizzazione, sul bisogno di rinascita ben oltre i valori ricevuti, sul malessere conseguente alla globalizzazione.
Carla Corsi, utilizza il punto di vista “interpersonale” che si occupa dei processi intrapsichici (l’inconscio, un estraneo che ci abita), e delle relazioni e delle interazioni con il mondo esterno, per illustrare il complesso lavoro psichico di trasformazione di tutti i membri del nucleo familiare. Il materiale clinico è ricavato dal trattamento di una famiglia, genitori e due ragazzi adottati, con problematiche identitari comuni, ma con diversa espressione sintomatologica. Una storia che segue il percorso dei genitori, dal ricorso all’adozione, passa attraverso il sentimento di estraneità legato alla nascita dei figli e si rinnova nel momento della loro adolescenza. Emerge l’intreccio di fenomeni evolutivi, di esperienze traumatiche, nell’interno familiare e nell’esterno sociale; il lavoro di accettazione e di confronto con l’estraneità porta ai cambiamenti e agli sviluppi degli aspetti interni.
Altri articoli si occupano delle “seconde generazioni” della migrazione, quelle che maggiormente devono affrontare il conflitto dell’appartenenza.
Tulay Ozbek si interessa da tempo dell’impatto, nella società tedesca, dell’esperienza migratoria, prevalentemente turca, e ha focalizzato la sua ricerca sulla formazione dell’identità dei bambini che sono cresciuti entro due o più background culturali. Nel lavoro illustra l’impatto della migrazione, sulla formazione e sullo sviluppo dell’identità nella prima e nella terza generazione di immigrati e nella società ospitante, in un’ottica sia individuale che gruppale. La formazione dell’identità dei bambini che sono cresciuti entro due o più background culturali è caratterizzata da un ampio spettro di identificazioni divergenti, che possono interferire col sentimento di appartenenza. Ozbek osserva lo svolgersi dello sviluppo di un’identità ibrida e diasporica con almeno tre introietti gruppali: il grande gruppo etnico di origine, il grande gruppo etnico nel quale si è cresciuti, il gruppo “diasporico”, nel quale ha sede la non appartenenza a nessuno dei due precedenti gruppi. La formazione di un’identità “ibrida”, permette di tollerare e di accettare il dolore e la destabilizzazione transgenerazionali, associati al fatto di non avere ciò che originariamente era visto come formazione identitaria, ovverosia il sentimento di appartenere ad uno e ad un solo grande gruppo. Il lavoro del lutto della migrazione, condiviso in famiglia con le generazioni precedenti, rende le generazioni seguenti capaci di reggere e integrare nella propria identità la tensione tra essere, nello stesso tempo, migranti e nativi.
Clelia De Vita si sofferma sulla mediazione linguistica in una famiglia di rifugiati politici. La madre ha usato la lingua materna con la prima figlia adottiva, ma non con la seconda figlia, nata dopo l’adozione della prima. L’uso di una lingua acquisita ha amplificato i sentimenti di estraneità nel riconoscimento della seconda figlia appartenente ad una nuova cultura: si sono addensati in questo rapporto i vissuti di perturbante estraneità del genitore. Nell’uso di lingue diverse entrano in gioco parti diverse del sé: nelle famiglie migranti, la lingua modella l’identità dei membri della famiglia, agendo anche sui legami e sulla loro trasmissione. La lingua straniera, non permette di tradurre le memorie sensoriali infantili appartenenti al Sé del genitore. L’uso della lingua acquisita, ha ostacolato la creazione di una relazione intima con la figlia secondogenita, “estranea familiare”; nella dissociazione di una lingua straniera sono emersi i vissuti conflittuali della madre nella propria esperienza di figlia, rimasti coperti nella prima maternità. L’ascolto analitico ha permesso di rintracciare le “quote di estraneità” presenti nella relazione madre-bambina.
Per Virginia De Micco la dimensione dello “straniamento e della “stranierità” si distingue da quella della “Alterità”. I processi di incorporazione e rigetto, di costruzione del dentro e del fuori, del buono e del cattivo, si sviluppano sia sul piano pulsionale che su quello relazionale. A partire da questa premessa la De Micco affronta il problema dello straniero rappresentato dal migrante che attiva una funzione “specchio” costringendo a fare i conti con quanto di insopportabile abbiamo reso estraneo in noi stessi, con quanto è stato espulso nel tentativo di stabilizzare istanze autorappresentative ed identificatorie. Il migrante, che a sua volta affronta lo stesso percorso nell’incontro con gli “autoctoni”, assume una duplice funzione: di estraneo che stimola un confronto, e di specchio che rimanda un’immagine di sé percepita come deformata, inaccettabile. Una seconda e parallela riflessione nasce dall’esperienza del coronavirus, che ha rimesso in discussione, attraverso il rischio del contagio, i confini tra noi e gli altri. Il materiale clinico ed esperienziale (la supervisione del gruppo di lavoro in un centro di accoglienza alle prese con un minore non accompagnato, durante il lockdown) permette di dare voce a quanto di inudibile e di impensabile si stava sviluppando a causa della perdita estremamente perturbante di confini tra proprio e altro, familiare ed estraneo, fidato e pericoloso.
Simonetta Diena, parte da una citazione di Primo Levi, e sviluppa in modo coinvolto e coinvolgente, il tema del razzismo, dell’intolleranza verso le differenze, razziali, religiose e delle discriminazioni di genere. In un mondo in cui politicamente e culturalmente la maggioranza delle persone si dichiara antirazzista, il razzismo continua ad esistere e i suoi effetti si riverberano in modo più o meno esplicito su molti aspetti della vita sociale e politica. Oltre l’analisi del contesto storico e sociale La Diena approccia il problema dal punto di vista psicoanalitico, ricercando sui meccanismi e sulle strutture che si attivano, a livello inconscio, nella stereotipizzazione razziale. La questione del razzismo scorre al di fuori ed in parallelo al discorso cosciente e una ricerca in tal senso, del perché continui ad esistere una così potente discriminazione tra il Sé e l’altro-da-Sé in termini negativi, deve svolgersi a livello psicoanalitico, ovvero nel cercare di capire quali meccanismi e strutture si attivano nella stereotipizzazione razziale a livello inconscio. La Diena si domanda se esista un’organizzazione razzista della mente, intollerante nei confronti del diverso da sé e su come possa coesistere con un sistema cosciente che respinge le discriminazioni; per rispondere attraversa la letteratura psicoanalitica dell’antisemitismo e dello sviluppo dell’Io e della identità.
Cristina Bonucci propone una reinterpretazione del fenomeno lapsus, alla luce delle teorie contemporanee sullo sviluppo del Sé e degli studi sul bambino. La Bonucci, a partire dall’esergo, “voce dal sen fuggita” effettua una attenta revisione della letteratura sul tema, a partire da Freud che aveva considerato il lapsus un disturbo dovuto all’emergere di contenuti psichici precedentemente repressi perché inaccettabili a livello di coscienza, fino all’attuale interpretazione che concepisce il lapsus come un segnale di espressione del Sé nascente intenzionalmente orientato. Attraverso il caso clinico è possibile cogliere l’importanza dell’attenzione dell’analista a favorire l’espressione di contenuti identificatori diversamente non esprimibili.
Lorena Preta si sofferma su come negli ultimi anni siano accaduti cambiamenti rapidissimi e sconcertanti nel mondo contemporaneo e nel modo di percepire la realtà. Esperienze importanti e difficili tuttora da pensare hanno prodotto salti vertiginosi tra il sentimento della propria individualità e quello dell’appartenenza e costringono a porsi di fronte ai fenomeni della dissonanza, della dislocazione, delle contaminazioni, ad attivare sforzi per cancellare i caratteri estraneità. L’attivarsi di processi di assimilazione, di convivenza di diversità, di assorbimento, di integrazione, possono non essere sufficienti; diventa necessario accettare la “convivenza con l’irriducibile”, con tutto quello che non può e non deve essere assimilato né integrato. L’immagine della Chimera raccoglie lo sforzo di estremo tentativo di dare corpo mostruoso alle diversità irriducibili. All’opposto si può lavorare nella direzione di una consapevolezza e specificazione di che cosa voglia dire “essere umani” in tutta la sua contraddittorietà.
Daniela Lucarelli e Diana Norsa intervistano quattro psicoanalisti di diversa collocazione socioculturale su “L’estraneo e il familiare”. La psicoanalisi ha molto teorizzato su come si cresca prendendo atto dell’esistenza di una parte di sé “estranea” e avvertendo l’altro come esterno ed estraneo a se stesso. Il pensiero psicoanalitico ha sviluppato in profondità il tema del perturbante e dell’estraneo, e molti sviluppi si sono verificati in approcci individuali, di coppia e familiari, sull’intreccio con il familiare. Vengono riportate le risposte di Carles Perez Testor, Philippe Robert e Sonia Kleiman, terapeuti della coppia e della famiglia, e di Andrea Narracci, che utilizza il dispositivo dei Gruppi di Psicoanalisi Multifamiliari, su come la comparsa di aspetti di estraneità nella pratica clinica possa diventare occasione per interventi trasformativi nel lavoro con coppie e famiglie. Carles Perez Testor sottolinea l’importanza dello stato di reverie dell’analista per aiutare la coppia a rinegoziare gli spazi intra ed extra diadici e permettere loro di ricostruire la membrana che li unisce e allo stesso tempo può separarli. E questo può permettere di far conoscere ciò che era nascosto, perturbante o sconosciuto. Nella stessa direzione, Philippe Robert utilizza due vignette cliniche per sottolineare l’importanza dei movimenti controtransferali e dello stato di rêverie per aiutare la coppia a rinegoziare gli spazi intra ed extra diadici e per permettere di ricostruire la membrana che li unisce e allo stesso tempo può separarli. Per Sonia Kleiman estraneità e disagio, accompagnano sempre il lavoro clinico e le “interferenze” e la “otherness”, come teorizzate nella teoria del legame, favoriscono l’evitamento dell’inerzia e arricchiscono la comprensione nelle situazioni cliniche. Andrea Narracci riprende il “vamos ad apprender” di Garcia Badaracco: nel gruppo di psicoanalisi multifamiliare si entra disposti ad apprendere quello che il gruppo farà capire, l’opposto di entrare per vedere confermate le teorie di cui si è portatori convinti.
La rivista si completa con il lavoro di Chiara Rosso che traccia il percorso degli apporti della psicoanalisi sul tema introdotto da Freud nel 1919, e ne osserva le estensioni nella antropologia e nel mondo postmoderno degli androidi. La Rosso riferisce il Perturbante, in particolare, all’estraneo che si infiltra nel familiare ed annota come abbia assunto risonanze ancora più angosciose nella drammatica esperienza della pandemia.
Pier Luca Zuppi



































