Via Giolitti e dintorni. Riflessioni sbadate partendo da due cartelle prese a caso – Andrea Taviani
Andrea Taviani
Abstract
Si può definire la tortura? Se ne può mai guarire? Il testo attraversa queste domande che restano aperte, perché non si tratta di risolvere un problema, ma di svolgere un tema. La medicina non basta: servono legami autentici, spazi di ascolto e la forza di camminare insieme sul filo del baratro, dove la speranza diventa resistenza. Il tema scorre e si intreccia con quello della narrabilità/inenarrabilità della tortura per chi la subisce e per chi l’osserva nei sopravvissuti. Il testo racconta la nascita e l’attività dell’Associazione Medici Contro la Tortura, fondata negli anni ’90. Ripercorre l’esperienza presso la Casa dei Diritti Sociali in Via Giolitti a Roma, luogo simbolico di marginalità e solidarietà, dove per anni si sono assistite vittime di tortura di tutto il mondo. Attraverso due storie emblematiche, Aloisius e Maria, emerge la devastazione fisica e psichica causata dalla tortura. Il testo riflette sul concetto di “guarigione”: non come soluzione definitiva, ma come svolgimento di un tema che non si risolve, solo si accompagna.
Fin dai primi anni 80 del secolo scorso un gruppo di medici e psicologi, militanti di Amnesty International, iniziarono ad occuparsi, specificamente, dei temi e del rapporto fra “Medicina” e “Diritti Umani”: il coinvolgimento dei medici nelle pratiche di tortura e nella pena di morte e, sulla sponda opposta, medici resistenti che agivano nei regimi dittatoriali o di apartheid occupandosi delle vittime. In quegli anni scrivemmo diversi articoli sulla stampa medica nazionale per sensibilizzare i colleghi. Scoprimmo ed incontrammo anche medici, rifugiati in Italia, che avevano subito torture sotto regimi dittatoriali e medici di altri paesi che si erano presi cura di rifugiati vittime di tortura e di violazioni dei diritti umani. Questo gruppo eterogeneo di medici di diverse discipline e psicologi romani, che divennero tutti specializzati nel non essere specializzati, decisero, dopo dieci anni di incontri, studio, riflessioni e lavoro comune, di dar vita all’Associazione Umanitaria Medici Contro la Tortura. L’ideologo del gruppo fondatore era Ettore Zerbino, psicoanalista, Professore di Psichiatria, fine intellettuale, poliedrico ed eccentrico. Per motivi logistici, in quei primi anni, svolgevamo il nostro lavoro volontario ospitati nei locali di altre organizzazioni amiche. Poi dal 2016 ci siamo dotati di una sede operativa, tutta nostra, con locali più spaziosi, a Roma in Via Biancamano, dove siamo tutt’ora presenti e attivi. In tutti questi anni di attività ci siamo presi cura di oltre 2600 persone provenienti da tutto il mondo.
Dai primi anni 2000 fino al 2015 ho trascorso tutti i mercoledì pomeriggio a Via Giolitti presso la Casa dei Diritti Sociali che ci ospitava. Con gli altri amici volontari ci siamo presi cura di vittime di tortura, rifugiati in Italia, provenienti da tutto il mondo. Trovo difficile raccontare in poche pagine il “succo” di quell’esperienza perciò prendo a caso due “cartelle vecchie” di quegli anni, due storie, due persone e partendo da queste provo a svolgere il “tema”. Aloisius e Maria sono ovviamente nomi convenzionali. I casi invece sono reali, in tutti i loro dettagli.
Noi dell’associazione “Medici contro la tortura” conoscevamo Aloisius già da diversi mesi quando fummo informati che aveva aggredito, ma con violenza esclusivamente verbale, lo psichiatra del servizio sanitario pubblico accusandolo di qualcosa di molto grave: “Dottore, lei ha fatto scomparire mio padre!”. Gli erano stati somministrati farmaci antipsicotici. Suo padre era stato torturato e ucciso sotto i suoi occhi. Spesso lo vedeva accanto al suo letto o nella stanza dove lui parlava con noi, medici di via Giolitti. La presenza del padre non gli faceva male, né paura. Non era per lui un minaccioso fantasma. Avevamo incontrato Aloisius una mattina di qualche anno prima, nell’ambulatorio dell’Associazione. Il risicato ambulatorio, un luogo di prima accoglienza, si trovava, dietro una porta a vetri, sulla strada che corre parallela al lato destro della stazione Termini di Roma. Una strada tumultuante per auto, motorini, magazzini, negozietti dove si può trovare ancora a poco prezzo del Kebab, un panino strabordante o un trancio di pizza. Qui si aprono i minuscoli banchi dei cambiavalute e i bugigattoli dei “Compro oro”. Via Giolitti è una strada che a suo tempo fu pensata come il luogo ideale per smistare le merci e le persone che sbucavano dalla ferrovia per poi sparpagliarsi nelle diverse mete operose della Capitale. La strada ricevette il nome del grande ministro dell’economia e Capo del Governo Giovanni Giolitti, il leader della politica italiana post-Risorgimentale, attento all’economia più che agli ideali ed alle ideologie. Lungo l’altro lato della Stazione, scende via Marsala, intitolata al luogo da cui partì l’impresa garibaldina: nei pressi, infatti, vi è anche la grande via dei Mille. Via Giolitti evidentemente fu pensata per offrire un controcanto d’efficienza commerciale al valore celebrativo delle strade e delle piazze circostanti. Oggi, è un budello congestionato dal traffico, annerito dai gas di scarico, una di quelle strade che in ogni grande città sembrano non avere altro compito che occultare, col brulichio d’un apparente disordine, l’ordinaria ferocia dei quartieri-ventre dei quali la città si cava il gusto di vergognarsi (spaccio di droghe, prostituzione, affari illeciti o al limite del lecito, persone costrette a chiudersi nei propri egoismi, sul limitare della rinuncia a difendersi, abbandonati all’alcolismo randagio, alle droghe, ai sonni sui marciapiedi…). I luoghi dove il disordine non fa altro che nascondere un ordine impietoso e violento, sono simili ad una battigia interna dove approdano sia i membri dei ceti produttivi e dirigenziali che le persone sbandate, sole, abbandonate in balia di sé stesse, le persone che precipitano (o volano) nello stordimento. Molte di esse vengono reclutate dai mestieri perduti. Approdano, sulla stessa battigia, anche coloro che cercano tracce di solidarietà, accoglienza o calore umano (qualunque cosa un’espressione come questa voglia significare). In tutte le grandi città, in queste zone, i luoghi di perdizione e degrado sono contigui ai luoghi dove vige il volontariato della solidarietà. Nelle stanzette della Casa dei Diritti Sociali, a via Giolitti, veniva ospitato l’ambulatorio dell’Associazione Medici Contro la Tortura. C’era spesso una minuscola équipe nostra. I ragazzi dello sportello ormai si accorgevano subito quando lo straniero o la straniera che apriva la porta a vetri che dà su via Giolitti era una persona che doveva essere presa in carico da noi: una di quelle persone abitate da un’estraneità divenuta quasi consustanziale; abitate dal disagio mentale e spirituale, come sono, più o meno palesemente, tutte le vittime della tortura. Che l’esperienza della tortura sia vicina o lontana nel tempo non importa. O quasi mai importa. “Dottore – dice un giorno il volontario che sta allo sportello – potrebbe dare un’occhiata a questo signore che sta qui spaparanzato in sala d’aspetto sul divano con un forte mal di testa. Forse ha la febbre. Basta che gli dia uno sguardo. Forse è un’influenza. Forse una bronchite. Veda un po’ lei”. Nella stanzetta per le visite entra un gigante di quasi due metri, di pelle nera, visibilmente sofferente, con gli occhi arrossati. Zoppica vistosamente con la gamba destra. Ha lo sguardo perso nel vuoto. Gli misuro la temperatura: è normale. Mi dice di avere un forte mal di testa. Non dorme da due giorni: da quando è arrivato in Italia, anche perché vive per strada. Ha dolori dappertutto: alle spalle, all’addome, alle ginocchia. Lo visito. Non ha l’influenza. Non ha nessun’altra malattia dell’apparato respiratorio. L’esame obiettivo generale non rivela altre patologie degne di nota. Il suo corpo, però, è segnato da numerose cicatrici. Come mai è venuto qui? Un compaesano incontrato per caso alla Stazione Termini gli ha detto che qui avrebbe trovato delle persone che possono aiutare. “Perché sei venuto in Italia? Da dove vieni?”. Dalla Mauritania. Parla un ottimo francese. Ma il dialogo procede fra mille fratture del discorso, interruzioni improvvise, improvvisi scoppi di lacrime. Lunghi silenzi. Dice che al suo paese era uno studente universitario. Ama molto, dice, la letteratura francese. La sua famiglia era benestante. Il padre era un ufficiale dell’esercito nel regime democratico. Dopo il Colpo di Stato i militari ribelli hanno fatto irruzione a casa sua. Hanno ucciso suo padre con quattro colpi di rivoltella, davanti a lui. Sempre sotto i suoi occhi hanno violentato sua madre e sua sorella. Lui è stato chiuso in prigione per due anni. Nel corso di quei lunghissimi anni ha subito torture e violenze. È riuscito a scappare. Ma non si sente in salvo. Non riesce a dormire. Dovunque giri gli occhi, vede suo padre. Parla con lui. Quando si addormenta, lo vede vicino al letto. Suo padre gli parla. E lui ripensa continuamente a tutto quel che gli hanno fatto, quand’era in prigione. Passano alcune settimane: ci racconta insistentemente solo del suo mal di testa. Zoppica, però, con la gamba destra. Vorremmo che ci spiegasse cosa è successo al suo ginocchio. Perlopiù tace o tergiversa. Finalmente ci racconta qualcosa. Ed è qualcosa di tremendo anche per noi che di torture siamo costretti a sentire molti racconti. Qualcosa che riguarda anche la sfera sessuale… Poi racconta di aver subito, oltre alla falaka (violenti colpi sotto la pianta dei piedi), torture nelle posizioni più contorte ed inaudite. Lo sottoponiamo ad accertamenti ed ecografie, che confermano le lesioni subite dalle sue articolazioni e dai suoi piedi. Gli chiedo se vuole guarire da quella sua zoppia. Dice di sì. Inizia la fisioterapia. Assume farmaci per lenire il dolore. Durante le prime sedute di fisioterapia ha brevi svenimenti che si risolvono in pochi minuti. È l’emozione? È il fatto di sentire il suo corpo manipolato da mani estranee? Che un altro essere umano eserciti un potere sul suo corpo risveglia i ricordi angosciosi? Gli troviamo una sistemazione in un centro d’accoglienza. Fino ad ora, ha continuato a dormire per strada o alla stazione. Ha ancora incubi notturni, con risvegli di soprassalto. E la presenza del padre accanto al suo letto. Ma il padre non è lì per minacciare. Un giorno, durante un colloquio, Aloisius guarda intensamente dietro le nostre spalle. Poi spiega che suo padre gli sta dicendo che approva il nostro operato. Passano quattro mesi e ci accorgiamo che ha problemi di udito. In proposito non ha mai detto niente. Viene visitato da uno specialista e sottoposto ai necessari accertamenti: soffre di ipoacusia neurosensoriale post traumatica. A questo punto ci racconta di aver subito ripetutamente anche la tortura detta “del telefono”: violenti colpi in contemporanea su entrambe le orecchie. Passarono altri mesi. Ad Aloisius procurammo le cure d’uno psichiatra. È in questa occasione che si arrabbia perché il dottore ha fatto “sparire” suo padre a suon di farmaci antipsicotici. Comincia a farsi responsabile della propria terapia. Prende delle cantonate, a volte. Ma è importante che possa essere anche lui a tenere in mano il timone. Dopo alcuni mesi di fisioterapia, ad esempio, decide di interromperla perché non fa scomparire i suoi dolori. Preferisce assumere un banale antidolorifico per mesi, per qualche anno. Preferisce divenirne dipendente. Ma lasciargli in mano il timone è probabilmente meglio che imporgli scelte che per l’ortodossia terapeutica sarebbero “migliori”. Intraprende cure odontoiatriche. Anche i suoi denti sono stati oggetto di tortura. Dopo un anno, venne a sapere che la dentista che l’aveva curato interessandosi alla sua vita, dalla Mauritania all’Italia, era morta per un tumore. Alla notizia, piange a dirotto. Solo dopo alcune ore riesce, se non a consolarsi, per lo meno a calmarsi. Come se tutto il male passato tornasse a crollargli addosso. Dopo alcuni anni dal giorno in cui ha varcato la soglia del nostro ambulatorio a via Giolitti, colui che chiamiamo Aloisius sta molto meglio, sorride spesso. Mostra fiducia nel futuro. Ma la testa continua a fargli male. Ci domandiamo: si guarisce o no dalla tortura? La risposta è difficile. E questa difficoltà rischia di affascinarci, di “intrigarci” come si dice, di catturaci nella sua ragnatela. “Guarire” spesso per noi diventa il sinonimo di “risolvere il problema”, ma è davvero un problema? Non sarà mica, invece, un tema? I problemi ci piacciono tanto perché o si risolvono o si dimostrano irrisolvibili. Ed anche questa è una conclusiva sicurezza. Ma i temi? I temi, si sa, non si risolvono. Si svolgono. Chiedersi se un tema si risolva o no è una contraddizione in termini. La tortura, innanzi tutto per noi medici contro la tortura, dovrebbe essere considerata come un trauma da cui non c’e niente che possa guarire. C’è però molto che può svolgersi in una direzione propizia, per quanto possano essere propizi i casi che accadono nei dolorosi territori illuminati dall’inferno del sole e dall’arida pietra della luna.
Il giorno successivo al suo arrivo in Italia, Maria si presenta al nostro ambulatorio. È una donna africana di 48 anni. Notiamo subito che vive in uno stato di estrema sofferenza: dolori alla testa, alla colonna vertebrale, e in tutto il corpo. Riesce a dirci pochissimo: il paese da cui proviene. Che suo marito e i suoi quattro figli sono stati portati via, forse tutti uccisi. Strappati improvvisamente da casa, lei non ne ha avuto più notizia. Lavorava come infermiera ostetrica. Non riusciva a dire quasi nient’altro. Forse i figli sono stati uccisi. Forse anche suo marito è stato ucciso. Talvolta si abbandonava ad un pianto incontenibile. È venuta regolarmente agli appuntamenti. La sua impossibilità d’articolare verbalmente quanto le era accaduto è durata mesi. Ma erano talmente tanti i problemi medici ed assistenziali che il suo caso presentava, che per i primi mesi era accettabile concentrare il rapporto terapeutico attorno alle attenzioni, al sostegno e alle cure prodigate. Vennero anche eseguiti diversi accertamenti strumentali, visite e cure specialistiche. Tutto lentamente accadde come se, passando attraverso il corpo, diventasse pian piano possibile approdare alla parola, all’espressione dei contenuti affettivi, dolorosissimi, al limite della sopportazione. A partire dall’indagine sui disturbi ai piedi ad alla deambulazione, perveniamo a capire qualcosa delle torture subite alla pianta dei piedi ed alla colonna vertebrale. Indagando i disturbi ginecologici siamo arrivati ad intravedere le violenze sessuali subite. Nei primi mesi erano presenti anche disturbi del sonno ed alterazioni del tono dell’umore. Vennero prescritti anche ansiolitici ed antidepressivi. Fu necessaria una fisioterapia per la colonna vertebrale e per il piede sinistro. Dopo 6 mesi, Maria manifestò un netto miglioramento: era molto più comunicativa, allacciò rapporti d’amicizia con alcune persone incontrate nella nostra associazione, nei corsi per l’apprendimento dell’italiano e nel centro d’accoglienza in cui era alloggiata. Frammento per frammento, riuscimmo a ricostruire il profilo della sua storia. Era infermiera. Lavorava nell’ospedale della sua città. Il marito era membro del partito politico d’opposizione. Venne arrestato per questo, una sera in cui lei si trovava fuori casa per lavoro. Da quella sera, di lui non ha più saputo niente. Non ha neppure saputo che fine avessero fatto i suoi quattro figli. Alcuni giorni dopo venne arrestata anche lei: accusata d’aver curato clandestinamente dei militari feriti schierati con i ribelli. Venne tenuta in carcere per due mesi. Subì numerosi interrogatori con percosse. Torture di vario tipo e violenze sessuali. È riuscita a scappare con l’aiuto d’un carceriere appartenente al suo clan. Ha raggiunto la capitale. Lì conosceva alcune suore cattoliche che l’aiutarono a salire su un aereo in partenza per l’Italia.
Dopo un anno che ci frequentava manifestava ancora un’intensa emozione quando parlava delle sue vicende. Non voleva avere contatti con il suo Paese. Ne era terrorizzata. Si rifiutava persino di avere notizie dei suoi famigliari. Con le torture, non solo la persona, ma anche il mondo viene torturato. Perde consistenza, senso e valore. I colloqui con Maria erano intervallati da crisi irrefrenabili di pianto. A volte compariva anche una parlata incomprensibile per tutti noi. Il francese scompariva, soprattutto quando si vedeva che si avvicinava ai dettagli più intimi delle torture cui era stata sottoposta. Ancora una volta: la tortura tortura il mondo, il senso dello stare al mondo. Un giorno arrivò alla nostra sede affranta e sofferente. Come se fosse tornata indietro, come se l’assurdo l’avesse completamente risucchiata. La sera prima, ci racconta, aveva visto in TV le immagini degli sbarchi a Lampedusa. Aveva visto i morti in mare. Aveva provato dolori in tutto il corpo. Aveva provato un forte affetto per quei morti. In essi si era riconosciuta. Aveva rivissuto l’attraversamento d’un grande fiume, durante la fuga dal suo paese. Piange. Dopo 15 mesi che stava in Italia ottenne il riconoscimento del suo stato di rifugiata. Nei mesi successivi manifestò un ulteriore miglioramento, con significativi progetti per il futuro. Ciò non ostante la sua vulnerabilità emozionale rimase elevatissima. Come se sentisse sempre il vuoto attorno a sé. …. Dopo oltre due anni di vita in Italia, la ritrovammo ben inserita, molto contenta del rapporto con la famiglia presso cui lavorava come baby-sitter. Gli incontri con l’équipe della nostra associazione si erano diradati e divenuti saltuari. Ancora dopo anni, quando talvolta tornava a trovarci per un saluto, notavamo che aveva bisogno di verificare ancora una volta la stabilità del suo rapporto con noi. Il tema continua a snodarsi, come una passeggiata divenuta col tempo più amena. Pur restando sul baratro. La sofferenza è minore. Ma il seme dell’esplosione del senso pare che non verrà mai estirpato. Per una semplice ragione, che ha ben poco a che vedere con medicina e terapia: dopo aver sperimentato come possa andare in pezzi l’illusione che ci difende dall’orrore nudo, come si può sperare che la minaccia sia definitivamente passata? L’esperienza della tortura non si lascia sconfiggere da medici come noi, sia pur bravi, generosi e d’ampie vedute. È un’esperienza che macina il senso. Conviene parlarne? Oppure conviene distrarsene? Oppure, se la distrazione salutare risulta difficile o impossibile, conviene architettare situazioni in cui stringersi materialmente l’uno all’altro senza false risposte ma anche senza paura.
Qualcuno dirà che stiamo andando fuori tema? Ma i temi hanno, per l’appunto, questa proprietà: di snodarsi vagando fino ad uscire dal seminato, imparando nel percorso innanzi tutto una cosa: che la via obbligata non c’è. Anche se fare finta è molto ma molto utile. E in questa faccenda noi medici, checché se ne dica, possiamo farci lodevolmente esperti.
Bibliografia
Amnesty International. MEDICI E TORTURA sette storie d’oggi. Il Pensiero Scientifico Editore, 1994
Amnesty International – Medici Contro la Tortura (a cura di Taviani A.). Guarire dalla tortura: da vittime a testimoni. Il Pensiero Scientifico Editore, 2002
Amalfitano G., Taviani A., Zerbino E. Il Medico in Cile. The Practitioner, dicembre 1986
Ceriani E., Taviani A., Zerbino E. Il Medico, la tortura e i Diritti Umani. Medico e Paziente, febbraio 1990
Di Cesare D., Tortura, Bollati Boringhieri, 2016.
Papadopoulos R.K. L’assistenza terapeutica ai rifugiati. Edizioni Magi, 2006
Sironi F. Persecutori e vittime. Strategie di violenza. Feltrinelli, 1999.
Taviani A. Il coinvolgimento dei medici nella tortura. Recenti Progressi in Medicina, giugno 1994
Taviani A. Ad occhi aperti – la tortura oggi. Rivista Medica, Vol 6, Numero 3-4, 2000
Van der Kolk B. Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina, 2014.
Zerbino E. Essere Medici in regime di apartheid. The Practitioner, giugno 1986
Zerbino E. L’esperienza clinica con le vittime di tortura. Rivista Medica, Vol 6, Numero 3-4, 2000
Zerbino E. L’esperienza clinica con le vittime di tortura. Testo presentato al Centro di Psicoanalisi Romano il 27 giugno 2006
Andrea Taviani. Socio fondatore e volontario dell’Associazione Medici Contro la Tortura. Medico internista volontario dei Medici Contro la Tortura (Via Biancamano, 26 – Roma). Ha lavorato negli ospedali di Anagni, Zagarolo, Palestrina dal 1977 al 1981. Poi a Roma nell’Ospedale “Vannini” di Torpignattara, come internista ed endocrinologo, dal 1981 al 2009. Da oltre 40 anni si occupa, come volontario, di Medicina e Diritti Umani: Responsabile Nazionale del Settore Medico di Amnesty International dal 1986 al 1996. Nel 1999 è fra i soci fondatori dell’Associazione Umanitaria “Medici contro la Tortura” e dal 2009 al 2023 ne è stato Presidente. Dal 2001 al 2019 è stato Direttore del progetto “Accoglienza, assistenza e cura delle vittime di tortura rifugiati o richiedenti asilo in Italia” per conto del “Fondo dell’ONU per le Vittime di Tortura”.
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata



















E poi, quando si ha l’illusione, sempre nel costante timore, che finalmente si vede la luce in fondo al tunnel, ti scontri con un sistema cinicamente repulsivo, dove le attese sono la costante.Attesa di essere presi in carico dai servizi,attese fuori delle Questure, attese per un posto letto, attese per un pasto, attese per i documenti,attese per un probabile lavoro, attese dovute ai ritardi sulle risposte delle commissioni, attese di essere attesi da qualcuno in un mondo che ti corre intorno e non ti degna di uno sguardo.Attese di essere visti come esseri umani . A volte mi chiedo se anche la nostra indifferenza al loro dolore, non sia una forma di tortura.