Il viaggio di Shykut che fuori casa cerca casa
Di Giuseppe Riefolo
Abstract.
Spesso i percorsi migratori si sospendono drammaticamente perché il migrante, che pure avrebbe capacità concrete a sostenere la migrazione, viene a trovarsi in un luogo che gli rimanda violentemente il dolore della separazione. La homelessness diventa quindi una soluzione per sopravvivere alla perdita di sostegni affettivi di base. Shykut rappresenta un percorso con esito positivo in cui la collaborazione fra vari servizi ha permesso la ricomposizione di una dimensione affettiva e funzionale. Si tratta di permettere a soggetti gravemente traumatizzati di ricomporre nessi fra elementi concreti e, sul piano interno, fra stati intimi nettamente dissociati del Sé. Questa esperienza pone il tema che la collaborazione fra servizi sia “opzionale” oppure possa evolvere verso una dimensione “strutturale”.
Il viaggio.
Ho conosciuto Shykut 3 anni fa, aveva 32 anni, dal Bangladesh. Per 3 anni aveva lavorato presso un fruttivendolo: “era molto bravo e rispettoso” ed ha i documenti. Poi il fratello Nasrul torna in Bangladesh. E’ come se improvvisamente lui si scoprisse solo, fuori di “casa”! Subito ha difficoltà dal fruttivendolo e, poco dopo, i connazionali con cui divideva una stanza all’Esquilino lo mandano via da casa per ospitare un altro migrante. Sono piccoli episodi di comuna esistenza migrante, ma ti dicono che non hai più la terra sotto i piedi e tu cominci a cercare soluzioni possibili per recuperare quella sicurezza che ti da la terra sotto i piedi. Shykut si trasferisce lontano da quel posto, in un’aiuola all’ingresso di piazza Carpegna.
Segna un suo territorio con tante bottiglie e lattine. Pochi metri quadri dove non deve entrare nessuno, e se ti avvicini al confine lui ti scaccia violentemente. E’ il luogo dover salva la sua identità intima e tutto quello che gli serve accade entro quel confine di lattine e bottiglie. Per mesi la gente della piazza gli allunga qualcosa da mangiare. Più volte vengono chiamati i vigli o le ambulanze, ma Shykut non crea problemi: basta lasciarlo nei pochi metri dell’aiuola limitata dalle lattine vuote di birra e Coca-cola. Non è “paura”, ma si tratta di vita o di morte. Gli psichiatri lo chiamano Disturbo Post-Traumatico, e può migliorare anche velocemente perché Shykut è “sano”, ma, dopo che parte il fratello, improvvisamente si è trovato solo oltre i confini di casa sua. Per salvare quote di vita, ha solo sospeso i nessi fra sé e il territorio oltre le lattine. Con Marta e Giorgia della Sala Operativa Sociale (SOS) del Comune di Roma riusciamo ad entrare, con molta cautela, e una discreta forzatura dei confini, nel suo dominio. Lo portiamo al S. Spirito. E’ sporco e gli abiti persino marci. Servono “rinforzi” per costringerlo ad entrare, ma varcata la soglia del PS, improvvisamente si rassicura! Si fa una doccia ed accetta i nuovi vestiti tanto che la psichiatra del reparto, ora, riconosce che sta bene e non ha bisogno dell’ospedale! Sarà dimesso il giorno dopo. Per mesi perdiamo le sue tracce, ma un giorno mi chiamano dalla SOS: “dottore, alle Valli sull’Aniene abbiamo trovato un giovane del Bangladesh. E’ in condizioni pietose, ma non vuole farsi aiutare. Sappiamo che lei è riuscito a parlarci quest’estate. Cosa si può fare?”. All’epoca, e dopo la prima esperienza, non pensavo si potesse fare nulla. Però Marta, Giorgia, Rodolfo della SOS lo vanno a trovare e riescono a riportarlo al SPDC del Policlinico. Dai documenti si scopre una residenza nel 3 municipio e il dott. Antonucci del CSM di via Lablache accetta di occuparsene. Accompagnato da un amico, Rahman, riesce a ripartire per il Bangladesh dove si sposa. Forse per questo ha ripreso il viaggio per l’Italia: lavorare e mandare i soldi a casa.
Ancora un viaggio
A Natale scorso lo ritroviamo a Roma dimesso dal SPDC di Firenze. Era confuso ed agitato. Ha idee deliranti mistiche. Fabrizio di “Binario 95” cerca di accompagnarlo a Fiumicino dove gli operatori della “Fenice” di Firenze, con cui collaboriamo, gli hanno procurato un biglietto aereo per tornare a casa. Ovvio che non è capace di partire! Grazie a Fabrizio è possibile ricoverarlo al SPDC del S. Andrea dove, dopo iniziali difficoltà, si riesce a spiegare la situazione e si trova una buona collaborazione in attesa di un trasferimento in una clinica che “si renda disponibile”: Colle Cesarano a Tivoli. Intanto Fabrizio, e Alessia rintracciano connazionali che lo conoscono. Uno di loro, Firoz, ci aiuta a contattare la moglie e il fratello in Bangladesh; Silvia e Teresa di SMES- Italia lo vanno a trovare in clinica. Va a trovarlo anche il dott. Modica del CSM di via Lablache. Shykut sta meglio e, soprattutto ora chiede un cellulare con cui ricontattare i familiari e i connazionali (è come se accettasse di varcare il confine tracciato dalle lattine a villa Carpegna: oltre le lattine, ora ci sono affetti che puoi ricontattare. Ci sono tante persone che non ti chiedono di mandare i soldi a casa, ma che ti riconoscono il dolore di essere fuori casa …). Per quanto sia ancora attivo il biglietto aereo di ritorno, dal Bangladesh la moglie e i familiari gli ricordano il progetto migratorio con cui è partito: lavorare in Italia e mandare soldi per la sua famiglia. Shykut (ma anche noi…) rivediamo l’iniziale progetto di semplice rimpatrio. Shykut, dalla clinica ribadisce che non tornerà in Bangladesh, ma rimarrà a Roma ospite dei connazionali dove deve riprendere a lavorare. In realtà è evidente che, per ora, non sia in grado di lavorare e, inoltre: quale lavoro? Per l’alloggio i connazionali che pure gli vogliono bene, non sono in grado di ospitarlo. Dopo due mesi di ricovero, il 25 agosto dovrà essere dimesso per forza dalla clinica dove tutto il personale si appassiona al suo caso. Mentre pensiamo che non ci siano soluzioni e che saremo costretti a forzare le pretese dei familiari e i progetti di Shykut, i connazionali ci presentano Nassir, un suo amico che fa il cuoco a Mestre. Lo accoglierebbe e lo introdurrebbe come lavapiatti nel ristorante dove lavora. Si ricompone il quadro che non avevamo colto. Capiamo che da Roma, dove era sbarcato dal Bangladesh, cercava di raggiungere l’amico di Mestre che gli aveva promesso un lavoro. Sul treno scoprono che non ha il biglietto: evidentemente, in un territorio troppo ampio, che non ha più i confini familiari, Shykut non sa muoversi; si perde e, come anche tre anni fa, comincia a vagare sostenuto dalla confusione e dal delirio. Il 25 agosto Alessia ed altri operatori di “Binario 95” l’accompagnano in auto a Firenze dove gli operatori de “La Fenice” lo accompagnano poi a Mestre dove l’aspetta Nassir. Ora Nassir e Shykut ci terranno al corrente di come procede il progetto. Intanto a Mestre cercheremo di contattare il servizio psichiatrico territoriale dove Shykut speriamo possa essere seguito nella gestione dell’attuale terapia farmacologica.
Ci sorprende pensare che Shykut, dopo che il fratello lo ha lasciato solo, abbia continuamente cercato di ritrovare “casa” verso Mestre dove un amico l’avrebbe accolto. Un viaggio evidentemente difficile perché, nella dimensione traumatica, ripeteva l’esperienza di uscita dai confini familiari del Bangladesh. Un viaggio che puntualmente si fermava all’ingresso di villa Carpegna, oppure sulle rive dell’Aniene oppure alla stazione di Firenze. Noi non lo avevamo capito, ma Shykut in un percorso di tre anni ci ha spiegato che avrebbe potuto abitare qualunque posto fuori dai confini, ma doveva per forza sentirsi “a casa”, altrimenti la “casa” la ricavava lui nell’aiuola di villa Carpegna, o sulle rive dell’Aniene. Per Shykut una serie di servizi (SPDC S. Andrea, Clinica Colle Cesarano, Binario 95, La Fenice, SMES-Italia, CSM di via Lablache…) hanno dovuto collaborare alla fine per diventare “casa”.
P.S. Per chi se lo stesse chiedendo, l’intervento è costato molto poco, ma ha richiesto una particolare collaborazione fra servizi. E’ evidente che le collaborazioni non possono essere “opzionali” (ovvero: “ti faccio il favore di…”), ma devono essere strutturali (ovvero: “collaboro con te perché mi costa meno soldi e la collaborazione mi conviene perché mi permetterà di risolvere un problema con meno fatica”). Ovviamente il problema da affrontare è come organizzare e curare una “collaborazione strutturale”. Per ora ci muoviamo come funamboli sul filo della collaborazione opzionale…
Giuseppe Riefolo, (giusepperiefolo1@gmail.com)
Psichiatra e Membro AFT della Società Psicoanalitica Italiana. Ha lavorato per molti anni presso il Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma1 dove ha attivato un gruppo di servizi che, in rete si occupava di persone SD con gravi problematiche psichiatriche. Da quella esperienza è stata fondata SMES-Italia, di cui è presidente e che collabora con l’associazione “Binario 95” nella gestione di un presidio ambulatoriale denominato “Area 95” con sede in via Marsala 95 a Roma.













Complimenti e grazie. Un bell’articolo su un’esperienza emblematica. Anch’io ho avuto esperienze simili, “silenziose”, in cui la collaborazione, pur faticosa, faceva la differenza. Mi piacerebbe, se possibile, raccontarle.
Bell’articolo e bella storia.
Condivido interamente, in particolare la riflessione sulla collaborazione “strutturale” tra i servizi.
Un dettaglio che mi ha colpito: “…sostenuto dalla confusione e *dal delirio*..”. La mia riflessione è: psicopatologia o semplice tentativo di sopravvivere?
Complimenti al Dr.Riefolo ed a tutti gli altri citati.
Sono rimasto molto colpito dalla collaborazione intelligente di volontari che si prestano ad integrare le attività dei servizi psichiatrici riferiti alla storia complessa. della persona migrante. Sono curioso di sapere come sono stati mobilitati e ingaggiati da chi. Il mio lavoro come volontario esplora se e quanto tengono le reti informali di sostegno anche per situazioni molto più semplici. Secondo me è un vero problema di cui rende conto il PS in termini lucidi. Personalmente non idealizzo il volontariato, che oggi è in profonda crisi, per lo meno on una situazione di deserto relazionale – per lo meno nella mia città di Vercelli. Servono forse scambi tra persone che credono al cambiamento strutturale…
Ottimo articolo, complimenti. Quello trattato è un argomento che conosco per vissuto. Come coordinatore di centri di ” accoglienza” in Alto Adige, ho vissuto in prima persona il disagio di tanti.Ancora oggi, dopo 9 anni, i diversi servizi presenti sul territorio fanno fatica a dialogare ed organizzarsi. Prevale l’impegno personale più che l’organizzazione e la coordinazione istituzionale. Risultato: alcuni ragazzi accompagnati verso una nuova prospettiva di vita, tanti persi perché attratti dal welfare offerto dalla malavita.welfare organizzato e dotato di mezzi, che opera in “rete” e offre protezione. I tentativi di organizzare l’accoglienza vengono ricondotti all’emergenza anziché alla “strutturazione” , appalti affidati al ribasso e continui tagli alle risorse comunali. Il perché la politica agisca così è complesso da comprendere, ma senza dubbio ha un fine.