Psicoanalisi delle marginalità

Trovare l’Africa nel Centro Diurno e la funzione “perché?”

Cronaca di una discussione clinica

di Giuseppe Riefolo

A Firenze oggi, nella riunione mensile di discussione clinica, si parla di Ibrahim, un giovane nigeriano di 24 anni che, arrivato a febbraio al Centro Diurno dove si accolgono soggetti Senza Dimora (SD), da un po’ di tempo mette a dura prova la tenuta del servizio con comportamenti aggressivi e recriminatori. Gli operatori, per questo, si sentono “sfiancati”. Francesco ne traccia subito  le caratteristiche distintive: “con lui ci si trova sempre come ad un bivio. Da un lato  è una persona anche molto capace, che riesce a lavorare anche in ambiti molto specialistici quali particolari lavori di carpenteria. Però al tempo stesso diventa pesante perché pretende tutto dagli altri e, se non ottiene quello che chiede,  può diventare anche aggressivo fisicamente. E’ stato a Foggia e poi a Roma e per questo i servizi di Firenze non possono seguirlo perché “non sono di competenza”. Sappiamo che si tratta di una situazione molto frequente per soggetti SD: il primo livello in cui “non hanno casa” è spesso la (ovvia…) impossibilità di avere riferimenti stabili legati alla assenza di documenti di residenza. Quindi, puntualmente, per un SD nessuno è “competente” e  “se ne dovrebbe occupare  un altro”. Peraltro lui ha un permesso di “soggiorno speciale” è quindi, non si tratta del solito clandestino.

La discussione nel gruppo procede e la figura di Ibrahim si delinea sempre meglio ed è possibile vederlo nello scenario vivo del CD: “lui sfida sempre le regole e noi abbiamo la sensazione  continua di non avere potere su di lui come se lui facesse riferimento ad istituzioni più importanti e potenti di noi quali i servizi sociali. Inoltre è capace di coalizzare altri utenti – soprattutto gli africani – contro di noi e questo genera gravi problemi di gestione come fosse un potere mafioso che lui impone”.  Concordiamo con l’immagine di un “bullo” che attacca le regole e coalizza anche gli altri contro chi ti dà accoglienza. Poi è lui che puntualmente costringe i vari servizi che lo seguono ad avere incontri urgenti

Propongo che sembra essere una persona sola che cerca di avere alleati con cui non deve discutere i suoi progetti e con cui si allea per attaccare servizi da cui invece rivendica accoglienza. Proponiamo l’immagine del migrante che ha un preciso progetto  migratorio che non si può discutere ma  solo imporre perché discutere e raccontare comporta dolore. Il luogo dove vuoi approdare ti strappa violentemente da casa. Forse il dolore si evita se ti imponi. Sappiamo che “accoglienza” è un processo più complesso dove il lutto è di reciprocità e il dolore ti può essere riconosciuto se c’è un altro che ti accoglie e, magari si fa domande su di te.

Quindi, in questa linea scopriamo che di lui non sappiamo nulla anche perché è difficile fargli domande sulla sua vita… lui evita sempre di parlarne!  Però, è anche vero che  oramai nessuno ci prova. Però, ora, qualcosa emerge. Forse è arrivato in Italia con altri due amici… non sembra che sia il solito poveraccio… ha modi anche gradevoli… Non sappiamo nulla della famiglia o di possibili conoscenze, né perché sia passato da Foggia e poi Roma. Nemmeno perché abbia un “permesso di soggiorno speciale”. Suggerisco che forse è una persona sola di fronte ad un progetto migratorio più grande di lui che affronta solo in modo aggressivo… Magari possiamo cercare di saperne di più della sua vita in Nigeria… Perché decide di migrare?… Magari porta un progetto grandioso non suo, ma del gruppo che lo ha sostenuto verso la migrazione…

Una operatrice riferisce delle numerose cicatrici che ha sul corpo… “come tagli al torace e alla schiena… Forse ha lavorato in contesti violenti: tante cicatrici come di piccoli tagli che non può essersi procurate da solo…”. Un’altra del gruppo, parla, quindi, delle difficoltà che ora nel servizio si hanno a conoscere meglio gli utenti: “tempo fa era più facile! Non è un fatto di numero di utenti, ma di modalità che sono cambiate. Ora è molto più standardizzato e mancano le occasioni di incontro!” Non lo dico, (forse ho pura che sarebbe l’introduzione di un registro troppo psicologico in un contesto che lavora soprattutto con elementi di ordine concreto…) ma considero che non appena il gruppo si è posto il problema di saperne di più della storia di Ibrahim, emerge che anche il nostro gruppo rimpiange un passato idealizzato dove un tempo erano possibili rapporti affettivi, mentre ora questa dimensione affettiva sembra persa e bisogna procedere faticosamente nel nostro lavoro. E’ evidente la simmetria e che Ibrahim, attraverso la nostra discussione, stia entrando nel registro del gruppo e cominciamo a condividerne il dolore e i traumi.

Parliamo di ciò che succede nella quotidianità della sua partecipazione al CD. All’inizio è difficile parlarne perché: “le solite cose… lui fa sempre il bullo e per noi è difficile stargli dietro. Niente di particolare!”. Un operatore riferisce di una scena. “Un giorno mentre mi accingevo ad andare ad aprire il cancello, vedo che lui mi precede ed apre il cancello con la chiave che poi scopro essergli stata consegnata da un operatore peraltro molto bravo del nostro gruppo!” Tutti si sorprendono e dichiarano l’assurdità dell’evento. Si riesce, però a cogliere, insieme alla assurdità, la capacità di Ibrahim di riuscire ad avere riconoscimenti importanti che, però non sono codificati nelle regole del gruppo. Peraltro viene fuori che l’operatore gli aveva prestato le chiavi proprio pe farsi aiutare in un momento di difficoltà. Concordiamo che lui ha delle buone capacità. La sua esperienza -soprattutto quella migratoria – segnala che, se usa queste capacità, crea problemi. Per far valere queste competenze bisogna solo presentarsi manipolativo ed intrusivo. Nella scena delle chiavi, però alla fine le sue capacità potrebbero essere accolte perché si integrano con i nostri bisogni…

Un’altra scena “di quelle che lui ci esaspera perché non accetta le regole!…” Ieri ha lasciato lo zaino in un angolo dove si fermano gli operatori. Lui sicuramente lo sa e, quindi “lo fa apposta”. Vogliamo sapere di più di quella scena: poi cosa è successo? “Nulla! si fa finta di niente, altrimenti diventa una lotta e poi lui è aggressivo!” Si riconosce che, evidentemente lui sa bene che quello spazio sia degli operatori. Nel registro della esperienza migratoria è un luogo non suo dove vuole essere accolto, ma evidentemente la sua esperienza è di intrusione e sarà respinto. In realtà ieri poi ha preso il lo zaino e lo ha portato in un altro posto, ma era di ingombro e si poteva inciampare ed ha avvisato tutti “se poi me lo rubano, sia chiaro che è vostra la responsabilità!” Si discute di come si possa dialogare con Ibrahim solo attraverso il codice concreto dello “zaino”: fare finta di nulla è l’altra faccia violenta della espulsione: ti caccio oppure non ti vedo! Vi è una terza possibilità: ogni qualvolta lui propone soluzioni concrete aggressive prima di rispondere in modo simmetrico con il suo registro concreto si può chiedergli, ad oltranza: “perché?”. Chiedergli “perché?” significa riconoscere che di lui non sappiamo nulla e vorremmo saperne di più.  La domanda introduce un diverso codice che introduce ad un racconto e confessa interesse. La domanda esplora il suo progetto migratorio che non può solo essere imposto, ma presentato nelle sue motivazioni. Qualche analista suggerirebbe che chiedere “perché?” rispetto ad una azione concreta introduce finalmente il registro della mentalizzazione (Fonagy, 1991; Meares, 2012; Hill, 2015), ovvero che dietro ad un’azione concreta possiamo indagare un affetto e un progetto. La migrazione smette di essere una operazione intrusiva e diventa un progetto e puoi chiedere a Ibrahim di aiutarti ad aprire il cancello perché lui in quel momento ha le chiavi che gli hai prestato mentre tu confessi che senza di lui non sai farlo.

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