Psicoanalisi delle marginalità

Invisibili? A chi?

Invisibili? A chi?

Giuseppe Riefolo

 

“acquisii una capacità di non vedere, identificare

o comprendere persone o situazioni”

(Wynne Godley, 2001, 588)

 

Premetto una scena che poi servirà per capire (spero) quale sia la mia posizione. Io sono uno psichiatra che ha lavorato per molti anni nei servizi pubblici e si è occupato di pazienti gravi. La scena che propongo è che, per circa tre anni, settimanalmente e con estrema puntualità, un paziente, è venuto spontaneamente presso il mio servizio a comunicarmi che “lui non sarebbe più tornato da me e che quella era l’ultima volta che ci vedevamo!”. Quindi:

Un mio amico mi segnala un articolo nella cronaca milanese di Repubblica del 17 gennaio (p.8) dove, non a caso, nella stessa pagina su una colonna si commenta una classifica mondiale del World’s wealthiest cities report 2025, che elenca le città che si contendono il primato di super ricchi, e nella colonna a fianco un articolo sull’ultimo “clochard” trovato morto sotto un cavalcavia nella periferia est in fondo a via Padova, uno dei mille anfratti di Milano, rifugio di Senza Dimora (SD). Oramai si sa che, puntualmente quando le temperature, a Milano come a Roma (che detiene il triste primato annuale di SD morti in Italia) vanno sotto lo zero ci saranno sicuramente morti fra i SD. L’articolo di Zita Dazzi è indicativo perché, in modo onesto,  riporta il luogo comune secondo il quale viene affrontato il problema dei SD nelle nostre città soprattutto metropolitane, Roma e Milano in testa. In sostanza la tesi, che è alla base dell’articolo, è che il fenomeno dei SD è sostanzialmente riferibile alla povertà e alla carenza di risorse (in sostanza, dormitori…) da impegnare per questi soggetti. Infatti, dichiara, intervistato, l’assessore Lamberto Bertè, che, nonostante il dormitorio pubblico “Enzo Jannacci” di viale Ortles, sia perennemente al completo, “sono stati messi a disposizione altri 555 posti in queste settimane di gelo artico”. Il problema della invisibilità dei SD è oramai cronico nella sua sostanziale miopia di base. Ovvero, se uno è invisibile, la colpa è sua che si nasconde “negli anfratti” e la colpa è sempre sua se non accetta di essere aiutato nonostante “ogni notte si sguinzaglino in giro i volontari con i camper per raggiungere i 7-800 irriducibili che non si rassegnano a lasciare il marciapiede nemmeno quando il termometro scende sotto allo zero”. La violenta ipocrisia di questo approccio è di rappresentare il fenomeno secondo una dinamica lineare, ovvero: io ti voglio aiutare, ma se non ti fai aiutare, io ho fatto il mio dovere e mi dispiace per te! La violenza di questo approccio è nel leggere il fenomeno secondo il tuo registro, che poi è un registro essenzialmente concreto, ovvero: se non hai un tetto e muori di freddo, cercherò di darti un tetto e delle coperte. Non posso fare altro! Secondo questo codice io avrei dovuto chiedere al paziente che segnalavo all’inizio, come mai continuasse a tornare, ogni settimana per dirmi una cosa che io avevo ben capito. Uno potrebbe evocare in questo caso il delirio e la schizofrenia, ovvero un pensiero e comportamento incongruo. Ma, in realtà, io lo aspettavo con sufficiente fiducia perché sapevo che quella comunicazione era un preciso appuntamento che lui si procurava temendo, però che io – come doveva essere accaduto tante volte nella sua vita – attenendomi al registro lineare cogliessi alla lettera la sua comunicazione e non ascoltassi ciò che era dietro. Quindi, cosa significa  che i SD li troviamo poi morti “negli anfratti o sotto i ponti”? Eppure noi “ogni notte si sguinzagliano in giro i volontari” e aumentiamo i posti letto nei dormitori! L’ipocrisia violenta è quando, questo registro di buon senso, diventa assoluto e buonista e non permette (anzi: impedisce) di vedere oltre. Nell’articolo l’assessore lo sospetta: “creiamo nuovi posti letto, ma il problema è convincere le persone a mettersi al riparo…” Quindi il fenomeno se  letto secondo un registro lineare è una violenta omissione di soccorso, perché il soccorso, in questi casi, ha un registro complesso dello stesso ordine del mio paziente che in sostanza mi diceva: “se ascolti quello che ti dico, allora non mi vedi, ma io vengo a cercarti ogni settimana per essere sicuro che tu possa ricordarti che esisto e che devi fare (inventarti?) qualcosa per me nonostante ti dica che non ho bisogno di nulla!”.

Quindi. Nel 2025, sempre in crescita rispetto agli anni precedenti, in Italia sono stati censiti 414  morti fra i SD. Chi se ne occupa sa che questi morti non sono fra i semplici SD, ma in quella popolazione di “irriducibili che non si rassegnano a lasciare il marciapiede” che, quindi sono una popolazione particolare per i quali non serve sguinzagliare i volontari o semplicemente aumentare i posti letto, tanto, come direbbe il mio paziente, loro non ci verranno, però continueranno a “farsi vedere”. In che modo? Quindi, è evidente che la domanda di aiuto, in questi casi di “irriducibili” (che poi sostanzialmente sono quelli che muoiono per il freddo o malattie non riconosciute…) impone che si adottino altri livelli di “ascolto” che sostanzialmente abbassino la soglia di accessibilità e magari la diversifichino. E’ come dire che se un bambino non sa andare sulla bicicletta che gli abbiamo regalato, si arrangi e aspetteremo che cresca! Invece un genitore (non particolarmente, ma) sufficientemente capace, proverà a mettere le rotelline alla ruota posteriore oppure toglierà i pedali perché il bimbo, per ora – e noi in attesa che cresca – spinga la bicicletta con i piedi. Voglio dire che i SD non sono tutti uguali e gli “irriducibili che non si rassegnano a lasciare il marciapiede” sono una categoria a parte, ad alto rischio dove continuare a vederli secondo il registro lineare della semplice emarginazione e povertà significa la responsabilità ipocrita e violenta di non volerli vedere per poi “meravigliarsi e dolersi” perché li troviamo morti sotto qualche ponte. In altri paesi, in questi casi si offrono più soluzioni di ascolto proprio per “vedere” quello che altrimenti non vuoi vedere. Ci sono piccoli “ostelli” (schelter) dove poter accogliere SD che magari non riescono a separarsi dal loro cane (ovvio che il cane, in questi casi di grave regressione del registro comunicativo, prima che essere un animale è, finalmente, una parte di sé da tenere in salvo e da curare…). In altri casi si può accedere a rifugi notturni molto aperti e liberi (il controllo c’è, ma è solo di presenza di un operatore che si occupa della struttura, ma non del diritto o meno di poter accedere: … documenti, cittadinanza…). Un’altra possibilità, proposta da un architetto di Lisbona, sono degli “armadietti” (Lockers) collocati in alcune zone  della città che possono essere affidati a soggetti altrimenti non collaborativi. L’armadietto può essere un luogo dove tener al sicuro alcuni oggetti e custodire dimensioni di intimità. A Barcellona, per un periodo sono stati attivi dei luoghi di accoglienza “floor zero”, ovvero luoghi dove si poteva dormire su materassi molto sottili che ti mantenevano a contatto con il suolo (un nostro utente, italiano,, ricoverato in clinica, ha dormito per tre mersi sul pavimento della stanza della clinica prima di accettare di dormire in un letto quando è stato trasferito presso la residenza delle suore di Calcutta a colle Oppio). Voglio dire che “se vuoi vedere” forse tante volte è opportuno che ci si doti di lenti adeguate che ti permettano di vedere, altrimenti nella tua miopia puoi continuare a dire che vicino a te non vedi nulla. Questo registro (è ovvio, ma il tema mi rendo conto è molto delicato…), potrebbe essere adottato anche nel capire e, quindi, prevenire, tutti quei fatti di cronaca che spesso ci capita di seguire nella loro drammatica evoluzione.  Ovvio che è giusto che ci siano regole chiare di ordine pubblico (se ben usate non sono punitive, ma sono contenitive…), ma se il progetto di un soggetto che soffre è quello di comunicare, in qualche modo non simbolico, ma concreto, il proprio bisogno di aiuto, non sintonizzarsi su quella domanda, significa inevitabilmente costringere il soggetto ad alzare il tiro! Ovvero, chiunque abbia un bisogno primario proporrà in modo crescente e, quindi, sempre più pericoloso, l’entità della violenza con cui avanzare la domanda. Spesso gli esiti in questi casi sono drammatici, ma hanno lo stesso registro dei SD che muoiono “negli anfratti o sotto i ponti”. L’invisibilità non esiste, ma per essere visibili servono sempre due vertici che, evidentemente nella invisibilità non si incontrano.

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Diana
Diana
7 mesi fa

Analisi più che dettagliata e precisa di una realtà dove purtroppo “non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere”. Si continua a promuovere politiche di sussistenza nell’emergenza, mentre non ci si occupa di interventi concreti e adeguati per tutti i soggetti coinvolti nelle varie situazioni sociali.

andres
andres
7 mesi fa

Giuseppe Riefolo, sempre un passo avanti nelle sue accurate esposizioni di problemi sociali legati all’emarginazione ein allarmante crescita, apre ad un fenomeno che prima era esclusività delle grandi metropoli ed oggi si è esteso alle piccole ma ricche provincie italiane.A Bolzano non sono addirittura più ” invisibili ” perché vengono perseguitati, ricercati,scovati negli anfratti, sloggiati anche da sotto i ponti e i margini dei fiumi, privati di zaini e tende donate, e, per contrastare la squallida figura di una amministrazione assente, scarsa di competenze, si contrappone a questo agire una propaganda basata su una finta accoglienza emergenziale priva di ogni aspetto umano.

Occorre cultura , pensiero e coraggio per affrontare per tempo i fenomeni sociali, e soprattutto,occorre verità e trasparenza.Occorrono persone come Giuseppe Riefolo.

Matteo Catizone
Matteo Catizone
6 mesi fa

Da studente, grazie per questa trama – che ha l’aspetto di un liquido di contrasto sociale – incarnata e testimoniata; per aver mostrato (già dal titolo) come si crea uno spazio nelle proprie domande e come/su cosa si può operare.

Ripenso a quando passò poco tempo tra il sentire di un sd, ricoverato in struttura, che non voleva a tutti i costi dormire sul letto sdraiandosi per terra, e il suo articolo “Gerardo. Il labirinto e i suoi consigli per noi”.
Una storia che insieme a quella iniziale dell’addio settimanale, arrivando da una trincea con cui non ho mai avuto esperienze diretta, formano un’immagine che smuove vissuti personali. Tra questi, quello dei venditori ambulanti abusivi di Piazza San Egidio (Trastevere), che nonostante chiedono esplicitamente di essere messi in regola, continuano ad essere perseguitati e derubati dagli uomini con i pennacchi (in borghese). Vedere un padre di famiglia iraniano di 40 anni con gli occhi lucidi perché salvato (sul momento) da me e la mia ragazza che recitiamo di essere i nipoti con un “A zio!! So’ 2 ore che ti cerchiamo per andare a cena”, prendendocelo sotto braccio e andando via dall’incursione municipale, ha dato forma a qualcosa di invisible dentro e fuori di me.
Solamente con quella scena triste ma, in un secondo momento, commediatamente sciolta, ho potuto rendermi visible quella storia che qui denuncio apertamente, le cui dinamiche, tra le altre cose, minacciano lo spirito storico del quartiere.

Tornando invece alle circostanze specifiche degli sd, consiglio la visione del film-documentario, crudo e romantico, “San Damiano” di Alejandro Cifuentes e Gregorio Sassoli.
Grazie ancora 🙂

andres
andres
6 mesi fa

Grazie Matteo! della tua toccante storia e dei suggerimenti che apporti in questo nostro gruppo.
Leggerti da anche sollievo, significa che la voce degli invisibili arriva attraverso noi. Una volta da noi, a Bolzano, l’emergenza freddo era pura accoglienza senza requisiti. Ora occorre presentare documenti ( che non hanno….) e ” dimostrare ” di essere a Bolzano da almeno una settimana ( cioè già morto per assideramento) ecco, noi lottiamo contro gli analfabeti preposti a risolvere il problema.Quelli che con due blindati che costano quanto l’aiuto sociale necessario, vanno a caccia dei voti degli stolti.Spero rileggerti presto Matteo!!!
Un abbraccio!

Matteo Catizone
Matteo Catizone
6 mesi fa
Reply to  andres

Grazie a te Andrés per stare insieme ad altri in trincea!

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