Gerardo. Il labirinto e i suoi consigli per noi
Sisifo…
La diagnosi per Gerardo è immediata, prima ancora di incontrarlo e la indica lui stesso: vive tra piazza Colonna e la galleria Sordi all’interno di un sacco della spazzatura che porta addosso come un abito. Quindi: inutile chiedergli come si senta o di cosa possa aver bisogno!. Ha circa 50 anni e quel sacco è l’unico indumento che usa. I volontari della SOS e Francesco della Croce Rossa gli portano pantaloni e felpe nuove, ma lui, educatamente, li accetta ma li trovi impilati, intonsi, a fianco del suo giaciglio nei pressi di piazza S. Silvestro, in pieno centro a Roma. Per quanto voglia essere invisibile, alcuni parlamentari lo notano e si chiedono perché non possa essere aiutato! (qualcuno in questi casi parlerebbe di “dissociazione debole”!). In questi casi, però i progetti di aiuto sono solo quelli che riguardano noi. Ci si chiede perché non sia lavato, nutrito e vestito in modo più “umano”. In realtà Gerardo visibilmente ci segnala come si sente e che quello, per ora, è il suo solo modo di presentare come si sente. E’ strano, ma dalle prime volte che l’ho incontrato a piazza S. Silvestro mi ha colpito che nel degrado della sua figura spiccassero in modo netto dei denti bianchissimi e le unghie ben curate. Con i SD sono abituato a farmi sorprendere da piccole aree sane in un arcipelago di aree frammentate per contenere un dolore altrimenti indicibile. E’ gradevole intrattenersi a parlare con lui perché “attraverso i televisori dei negozi e le notizie che strisciano sui visori degli autobus lui è informato su tutto!”. Ci siamo uniti a Claudio e Daniela, due operatori della SOS, che da anni, senza poter organizzare alcun percorso di recupero lo seguono, incontrandolo per strada. Alla fine dobbiamo dolorosamente riconoscere e partire da un dato che lui ci segnala in modo evidente: lui esiste e si sente il contenuto di una sacco di spazzatura, ma spera che ci esista una madre che quando ti cambia il pannolino sia felice di vederti sporco!. Non è una posizione solo di Gerardo, ma è la sfida che ti pongono puntualmente tutti i SD che possiamo chiamare non collaborativi. Ti impongono una posizione di delicata prescrittività, ovvero che loro la fanno nel pannolino, ma qualcuno deve occuparsi di intervenire assumendosene la responsabilità psichica (Meltzer, 1971).
So che è un avvocato e che viveva in un paesino del casertano. Ha un gruppo di vecchi amici che in modo episodico lo incontrano, ma sentono di non poter fare nulla per lui. Anche un prete di una vicina parrocchia. “Area 95” è un piccolo presidio che funziona solo il giovedì pomeriggio dove SMES-Italia e Binario 95 collaborano per offrire una base di incontro per situazioni o ambulatoriali oppure offrire coordinamento per situazioni complesse come quelle di Gerardo. Dopo i primi incontri mi faccio promettere che verrà giovedì prossimo a via Marsala 95, il nostro presidio. Mi dice che verrà “…solo che da quella strada ci passavo sempre quando andavo all’università: Non so ce ci riesco!” Ho sperato che ci riuscisse, ma mi aveva rispettosamente annunciato di non aspettarlo. Il nostro intervento si fonda sulla convinzione che non servono gli interventi di semplice “assistenza”, ma che la domanda di questi soggetti è quella di recuperare nessi in una dimensione di vita frammentata in un arcipelago dove ti puoi concentrare solo sulle piccole isole dove i denti sono bianchissimi e le unghie curate oltre che sulla sua simpatia. Si attivano incontri con un fratello e gli amici che sono interessati a “fare qualcosa” per lui. Colpisce che tutti lo ricordano “simpatico, intelligente anche se introverso”. Viene fuori la storia di una ragazza all’università che poi si interrompe e la morte della madre quando era giovane. Lui ha mantenuto un fragile equilibrio finche ha vissuto col padre, ma dopo il padre ha cominciato a girare fino a Roma “dove lui andava all’università ed ora non sa se riesce a tornarci!” Si coinvolge il Centro di Salute Mentale (CSM)di Via Palestro e col dott. Savoretti si decide un TSO, ovvero un intervento in cui ci si assume per lui la responsabilità che lui non tollera. Il progetto è quello già realizzato in altri casi andati bene: un ricovero in ospedale, poi un trasferimento in clinica e poi trovare una situazione residenziale sperando che le cure e l’esperienza del ricovero riattivino un processo dissociativo sospeso. Ora non vogliamo “lamentarci” (non ci riguarda…) ma riflettere sulle assurdità di alcune condizioni che sostanzialmente impediscono che un percorso semplice diventi invece impossibile. Si scopre che è residente dalle parti di Formia e, quindi dal S. Spirito dove viene ricoverato deve essere trasferito a Formia. La dott.ssa Gerace e gli amici si va a trovarlo e, a Formia, si appassionano al suo caso (puntualmente, soprattutto nei ricoveri, si verifica che gli operatori – soprattutto i più giovani – attivino una particolare e insolita passione per questi casi estremi. Penso che uno dei motivi sia che un SD per le condizioni fisiche e l’estrema impotenza che presenta evochi molto la dimensione neonatale che sollecita negli operatori una condizione di onnipotenza. Infatti, poi, sul piano concreto, questa posizione di onnipotenza puntualmente fallisce di fronte alle esigenze “adulte” della realtà…) Gerardo risponde subito molto bene al ricovero. Il trasferimento in una clinica può essere solo effettuato se vi è la richiesta del servizio psichiatrico di Formia che in sostanza non lo conosce e, quindi, non può fare richiesta. Gli operatori SOS riescono a fargli spostare la residenza in Modesta Valenti 1 e il CSM di via Palestro può fare la richiesta (ovvio: perché un servizio deve assumersi questa responsabilità a cui non è tenuto? Alla fine devono “farti un favore”!). Il ricovero in clinica può durare al massimo due mesi durante i quali però Gerardo non accetta di dormire in stanza con altri e sceglie di dormire su alcuni cuscini messi sul pavimento nella sala d’aspetto. Si procede, ma anche per questa sua particolarità, è difficile trovare una soluzione residenziale dove possa avere una stanza per sé. Intanto Claudio e Daniela, la dott.ssa Gerace, io, gli amici di un tempo si va a trovarlo in clinica. Lui è gentile con tutti. Sappiamo che la paranoia è un tono leggero che piano piano nella tua vita ha levigato le emozioni e tu puoi passare, gentile ed assente, attraverso ogni emozione: non ti sconvolge nulla e puoi solo sentire che gli altri esistono perché vogliono incrinare il tuo piano ben levigato dove tutto scivola. Io qualche volta sono stato troppo “concreto” con lui. Mi ha sorriso, ma poi pare si sia risentito ed ha insistito perché si finisse il ricovero (peraltro volontario e lui è un avvocato che queste cose le sa…). Scadono i due mesi è deve essere dimesso. Gli amici si autotassano per pagargli una permanenza a proprie spese finché non si trovi una soluzione: che però ci sia un letto singolo… Scavalcati i nodi formali, può essere ricoverato una seconda volta, ma questa volta dopo un mese il colleghi della clinica decidono che non abbia senso continuare i ricovero e lo dimettono e lui tornerà per strada!. A noi sembra un gran lavoro, finito male. Perché i SD devono per forza essere “costretti” nei percorsi della comune psicosi? Ricoveri, CSM, farmaci e soprattutto, necessità di documenti, residenza e competenza territoriale: parametri su cui si fonda la psichiatria territoriale, ma che è praticamente tutto l’esatto opposto di ciò che serve ad un SD con gravi problemi psichiatrici. Un altro appunto. Se si facessero i conti su quanto sia costato economicamente il percorso “inutile” di Gerardo (come anche in altri casi…)! Suggerisco di calcolare che un ricovero in SPDC (qui: S. Spirito e poi trasferimento a Formia) costa circa mille euro al giorno e lui c’è stato circa 20 giorni. Poi le cliniche convenzionate percepiscono circa 130 euro al giorno e lui c’è stato oltre 3 mesi. Poi per circa 20 giorni gli amici hanno pagato 60 euro al giorno perché fosse ospitato in una struttura residenziale compatibile. Per non parlare poi dei costi degli operatori del CSM di via Palestro, ambulanze che effettuano il TSO; operatori della SOS, oltre, ovviamente alle “energie” del volontariato che potrebbero essere spese in modo più fertile. Io sono una brava persona, ma se serve frequento il sospetto. Penso che tutti questi soldi, spesi inutilmente, lo siano perché nessuno è “concretamente responsabile” dei costi e degli esiti dei processi. Da tempo proponiamo che ci siano servizi specifici per SD con un coordinamento di interventi (nessun servizio in questi casi può risolvere il bisogno…) dove si delinei un percorso che possa anche iniziare da un ricovero presso “reparti infermieristici” (reparti ospedalieri a bassa specializzazione medica e ad alta capacità di assistenza fisica), per poi continuare presso strutture residenziali cliniche, convenzionate, comunque a bassa specializzazione medica. L’intervento sia finalizzato sempre ai “ricongiungimenti” verso i contesti di appartenenza, e non ai respingimenti a cui sono violentemente orientati attualmente. Qualcuno alcune volte ci ha accusato di voler “psichiatrizzare l’emarginazione”. Ovviamente pensiamo che quando ci sia un problema psichiatrico di base, negarlo è violenta omissione di soccorso. Però il rischio c’è, ma tutto si gioca nel governo del coordinamento degli interventi. Sicuramente la soluzione non è nella negazione ipocrita che deroga la soluzione perché in qualche modo un SD poi muore (nel 2023 vi sono stati 405 morti tra i SD…).
Intanto…
Io sono certo che le persone, nonostante ciò che può sembrare, vogliono vivere! Gerardo, nonostante i paradossi burocratici violenti, vuole vivere e ci sta aiutando! È dovuto tornare dalle parti di piazza Colonna, ma ha accettato di andare dalle suore di Calcutta per la terapia quotidiana e al CSM di via Palestro per la terapia depot mensile. Sta molto meglio e collabora con gli operatori, il fratello e gli amici che vanno a trovarlo. Ha chiesto di avere la carta di “identità” (!) e accetta di effettuare le pratiche per la pensione di invalidità (con cui si potrebbe pensare ad un progetto di Housing First…). Un sabato mattina che sono andato a trovarlo, non c’era presso la galleria Sordi, ma poi ho saputo che era in ospedale per mettere 5 punti al sopracciglio perché dei balordi lo avevano aggredito. Due giorni fa ha chiesto di poter essere ospitato dalle suore di Calcutta perché ricorda che “il buono della clinica era che si pranzava tre volte al giorno e si poteva dormire sui cuscini per terra….”.
Giuseppe Riefolo














Grazie per aver condiviso queste importanti riflessioni, danno a chi è profano una conoscenza di tutto un mondo del quale poco ci si occupa ma ancor di più dovrebbero far riflettere tutti coloro che pensano esista solo un modo di aiutare i SD, che invece percorsi diversi, più fruttuosi e rispettosi della loro volontà, esistono e sono da voi messi in atto . Per ottimizzarli servirebbe,come tu dici, un coordinamento diverso tra operatori e istituzioni.
Bellissimo e toccante racconto di quanto sia possibile fare sfidando burocrazie, diffidenze, incomprensioni. I SD sono Persone, ma invisibili nei loro comportamenti incomprensibili, o appena sfiorati da sguardi che – come quello di qualche frettoloso passante anche se parlamentare – non sa altro dire (ma perchè non fare?) se non: ma non c’é modo di aiutarlo?
Caro Giuseppe il tuo lavoro é un lavoro di frontiera non solo perchè la strada é una frontiera, un terreno difficile e perché i SD vivono in quell’ambiente estremo, ma anche forse soprattutto perchè si svolge alla frontiera di quella che si può ancora definire dignità umana, che rende un Senza Dimora una Persona che urla come può – inascoltato – tutto il suo dolore. Grazie per la condivisione!
Penso sia doveroso un aggiornamento del “processo” in atto. Avevamo lasciato Gerardo con i suoi dubbi sulla soglia delle suore di Calcutta al Coelio. Da allora fino ad oggi, lui ha accettato l’ospitalità delle suore dove sono tutte molto felici per lui. A modo suo, sempre nella linea della soluzione paranoica delle sollecitazioni frustranti della vita, lui ha saputo ricavare una sufficiente differenziazione in un luogo che, formalmente rischia di oggettivarlo in senso anonimo, al contesto dei “senza luogo”. Si impegna molto nell’aiutare (ovvero: essere alleato con) le suore nella gestione del servizio e propone considerazioni molto positive verso gli altri ospiti (si tratta di circa 60 altri ospiti residenti…) e verso i suoi due compagni di stanza. Stiamo avendo difficoltà per l’attivazione della SIM per il suo cellulare e giorni fa si stupiva come mai ci fossero queste difficoltà (forse la residenza? il suo documento…Non sappiamo, ma ci riusciremo…). Due giorni fa era particolarmente contento della permanenza dalle suore perché ci stava lavorando come volontario un ex famoso calciatore della Roma. Il processo di recupero di configurazioni dissociate di Sé permette che riconosca un “luogo” in cui sperimentare relazioni; un dispositivo che ti permetta relazioni e, alla fine recuperare una identità di appassionato tifoso (pare: romanista). Sottolineo che tutte queste opportunità sarebbero giustamente evitate da Gerardo se non ci fosse una cura continua non nella ricerca di soluzioni (a quelle ci può pensare solo lui…) ma una cura al sostegno rispetto a un processo di investimento verso di lui e di “fede”nelle sue capacità creative. Dare soluzioni al di fuori di questo tipo di processo, a mio parere può avere le caratteristiche di intrusività oggettivante (“l’altro sia quello che a noi fa comodo sia!”) Quindi: attenti a “dare” le docce, i pasti, i letti,…! al di fuori di un processo di sostegno alle concrete disponibilità creative del soggetto. Ovvero: “essere buoni” non sempre è la cosa più buona! Essere buoni è una delicata posizione narcisistica, di alta responsabilità, che può anche essere molto violenta, se non rispetta le potenzialità (che non conosciamo, ma di cui dobbiamo aver fede…) dei soggetti di cui ci prendiamo cura. Procediamo. Il nostro progetto è “esserci”, poi si vede dove si arriva.
Grazie per la condivisione, è bello sapere che Gerardo stia bene e si impegni in un contesto che lo riconosce e lo apprezza. Ancora una volta tutto questo dimostra quanto importante sia il tuo impegno e quanta dignità riconosca a delle persone verso le quali spesso ci si sente con la coscienza a posto, solo perché li si tollera e li si aiuta con docce, letti , pasti…
Grazie a te e a tutti coloro che con te operano in questo senso