Tra potere dell’immaginazione e fantasie al potere: vicissitudini dell’intersoggettività nel ‘68 e dintorni – Roberto Boccalon
di Roberto Boccalon
Abstract
Il potere dell’immaginazione ha caratterizzato i percorsi individuali ed i processi psicosociali che possono condensati come “il ’68 e dintorni”. A distanza di oltre mezzo secolo una rivisitazione di quegli anni recupera dalla memoria tracce multicodice (immagini, suoni, parole) e cerca di leggerle in una prospettiva archetipica e psico-socioanalitica. Tale operazione permette di confermare l’assunto che l’attività immaginativa, per il suo creativo dispiegarsi, presuppone la relazione con un Sé, individuale o collettivo, capace di cavalcarla come le onde del mare senza lasciarsi travolgere. Se la fantasia si svincola dalla vitale dialettica con il principio di realtà, può rischiare di imporre sé stessa come guida e scenario obbligato. Riflettendo sull’Utopia del ’68, sui venti di guerra, sulle criticità ambientali e sui fenomeni di desertificazione psichica che attraversiamo e ci attraversano nell’oggi, il potere dell’immaginazione si conferma, non come regressiva fuga dall’esame di realtà, ma come antidoto all’altrettanto pericolosa perdita di un desiderio di metamorfosi.
In un giorno di primavera del 2018 Carl Emery, sottufficiale di polizia ed ex campione del mondo di arti marziali, si è messo al pianoforte in divisa (Fig.1) ed ha suonato “Imagine” di John Lennon (Fig. 2) (1) di fronte ai passeggeri in transito alla stazione di Ginevra: “Immagina che non ci sia nessun paradiso / E’ facile se ci provi / Nessun inferno sotto di noi / Sopra di noi solo cielo / immagina tutte le persone vivere nell’oggi / Immagina che non ci sia alcuna nazione / Non è difficile da fare / Niente per cui uccidere o morire / E anche nessuna religione / Immagina tutte le persone vivere la vita in pace / Diresti che sono un sognatore / Ma non sono il solo / Spero che un giorno ti unisca a noi / E il mondo vivrà come uno solo”. Quella canzone ha mantenuto il potere di incantare, evocando il potere dell’immaginazione e predicandone la praticabilità e la condivisione. Sigmund Freud aveva colto la radice dell’emozione estetica nei desideri struggenti dell’artista che lo portano a creare: “Qualcosa di affine alla realizzazione di essi…che ha il potere di evocare le stesse reazioni affettive della realtà…poiché trasfigura le sue fantasie in una nuova specie di cose vere… fatte valere come preziose immagini riflesse della realtà” (2). L’esperienza dell’incanto può avere anche valenze perturbanti e attivare ambivalenze. Il pianista in divisa scrive, infatti, subito sui “social”: “Credo di aver fatto un po’ di casino… devo parlare coi miei capi”. Sembra emergere in lui il timore della forza travolgente del processo creativo ed il bisogno di confronto con un’istanza regolatrice esterna. I suoi amici, al contrario, sembrano temere maggiormente che l’esame di realtà allontani l’orizzonte gratificante della fantasia e lo invitano a non rompere l’incantesimo: “Bravo”, “Magnifico, sei pieno di sorprese”.
Ho associato la inusuale sonata ginevrina e le sue risonanze, intra ed intersoggettive, al tema del potere dell’immaginazione che ha caratterizzato in modo particolarmente intenso, a tratti drammatico, i percorsi individuali ed i processi psicosociali che possono essere condensati come “il ’68 e dintorni”. A distanza di oltre mezzo secolo, nonostante un notevole rumore di fondo, fatto di distorsioni ed oblio, ho rivisitato il variegato profilo di quegli anni da un vertice soggettivo. Ho cercato di recuperare tracce dalla memoria e di leggerle nella prospettiva di una dialettica archetipica tra le polarità del Puer e del Senex, presente nella nostra vita psichica come nel mondo e nella storia (3), che può rappresentare anche il profilo dei movimenti e delle istituzioni nel loro intrecciarsi e susseguirsi lungo percorsi individuali e collettivi. Ho cercato di far dialogare, dentro di me, il Senex dell’oggi con il Puer di allora. Consapevole sia della difficoltà a districarsi nel labirinto della soggettività, sia dell’oggettiva complessità dei processi collettivi e delle dinamiche consce ed inconsce che li attraversano, ho cercato di usare come bussola alcuni specifici contributi psico-socioanalitici (4)(5)(6)(7).
Il ’68 fu un’eruzione improvvisa, ma preannunciata da una catena di eventi. L’inizio degli anni ’60 era stato caratterizzato, a livello mondiale, da due blocchi politici-ideologici-militari contrapposti che si rinsaldavano con reciproche demonizzazioni e sembravano avvicinare inesorabilmente l’umanità alla catastrofe nucleare (8).
A livello europeo le istituzioni, politiche e culturali, variamente schierate tra economia di mercato e socialismo, tra libertà e giustizia, tra tradizione e cambiamento apparivano un Senex incapace di cogliere i bisogni del Puer e di offrirgli una prospettiva vitale. In quegli anni nell’immaginario giovanile le canzoni dei Beatles (9) occupavano uno spazio significativo. Se la scarsa conoscenza della lingua inglese non rendeva immediatamente fruibili le loro parole a tutti, note, posture, abiti e pettinatura dei quattro ragazzi di Liverpool erano in grado di trasmettere, specie agli esordi, un messaggio trasgressivo, ma insieme ludico e carico di speranza (Fig.3). Oltre oceano, il sogno americano, con le sue promesse di libertà, giustizia e benessere enfatizzate dall’industria cinematografica, si rivelava illusorio. Martin Luther King (10) è l’icona di una denuncia del pregiudizio etnico e della resistenza attiva e non violenta per garantire la pienezza dei diritti civili degli afroamericani, ancora negati dopo un secolo dall’abolizione della schiavitù. Nel discorso del 28 agosto 1963 (Fig. 4) pronunciò più volte la frase “I have a dream” che sottintendeva l’orizzonte del cambiamento, atteso e coltivato assieme ad una folta schiera di giovani: che ad ogni persona venissero riconosciuti gli stessi diritti e le stesse prerogative.
Nel 1963, meno di un anno dalla convocazione del Concilio Vaticano II, papa Giovanni XXIII con l’enciclica Pacem in terris, rivolge un appello a tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti, a tutte le nazioni e le comunità politiche perché cerchino il dialogo, il negoziato. È un messaggio di speranza dell’evoluzione verso una nuova, migliore umanità (11). Tale appello rimane inascoltato e la guerra nel Vietnam ha un’ulteriore drammatica accelerazione. Uno scontro navale nel Golfo del Tonchino, che gli Stati Uniti sostennero avesse avuto luogo il 4 agosto 1964, nell’ambito nel quale morirono quattro marinai vietnamiti mentre non ci furono vittime tra i marinai americani, comportò una svolta nella guerra fino ad allora combattuta in sordina. Il presidente Johnson sfruttò il “casus belli” per chiedere al Congresso l’autorità di attaccare il Vietnam del Nord, senza formale dichiarazione di guerra. I bombardamenti sulla popolazione civile di Hanoi, accanto alla permanente negazione di diritti civili, divennero temi focali della protesta giovanile. Il 16 giugno 1962 era già apparso il primo manifesto programmatico della contestazione studentesca, quello di Port Huron, (Fig. 5): “Siamo figli della nostra generazione, cresciuti nel benessere, parcheggiati nelle università, e guardiamo al mondo che ereditiamo con sconforto” (12). Nel settembre del 1964 l’amministrazione dell’Università di Berkley negava agli studenti il diritto di svolgere attività politiche e sociali. Mentre i militari potevano propagandare la guerra e proporre l’arruolamento, gli studenti non potevano sviluppare attività ispirate ai movimenti pacifisti e per i diritti civili. Il “Movimento per la libertà di parola”, guidato dall’italo-americano Mario Savio, coinvolse migliaia di studenti in una lunga e dura lotta per ripristinare quello che era un diritto sancito dalla costituzione (Fig.6).
Woody Guthrie poeta, scrittore e cantante con la sua autobiografia (13) e con le sue ballate folk aveva presentato una faccia nascosta dell’America raccontando la vita della gente, dei lavoratori, le loro lotte, gli scioperi e la fatica quotidiana per la sopravvivenza. Joan Baez (Fig. 7) e Bob Dylan, riprendendo sonorità e contenuti del genere folk espresso da Woody Guthrie, erano i menestrelli di tempi che stavano cambiando. “On the Road”, un romanzo autobiografico di Jack Kerouac pubblicato nel 1957, testimonia la presa di distanza da opacità ed ingiustizie di una società consumistica e ripropone la dimensione del viaggio e della frontiera come orizzonte dell’esistenza: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati” “Dove andiamo?” “Non lo so, ma dobbiamo andare”. Tale opera divenne un manifesto della Beat Generation. La sua traduzione (14) contribuì a diffonderne il messaggio anche tra la popolazione giovanile italiana. Carlos Castaneda, pubblica nel 1968 il libro “Gli insegnamenti di Don Juan” (15) dove accenna, in modo romanzato, ad una sua iniziazione allo sciamanesimo. Egli descrive la conoscenza attraverso l’uso di sostanze allucinogene naturali come un cammino del cuore: “Esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino e la sola prova che conta è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando senza fiato”. Il libro ha una grandissima diffusione divenendo il manifesto di una corrente del movimento giovanile che individuava l’allargamento della coscienza come un obiettivo primario e l’uso di droghe psichedeliche come possibile strumento per il suo conseguimento.
I Giochi Olimpici di Città del Messico furono teatro di una testimonianza che è divenuta, a livello mondiale, un’icona dei problemi e dei valori che sottendevano le crescenti ondate di protesta (16). Il mattino del 16 ottobre 1968, dopo essere saliti sul podio per la premiazione, gli atleti afroamericani Tommie Smith e John Carlos, rispettivamente primo e terzo, fecero il gesto del pugno chiuso con un guanto nero quando venne suonato l’inno statunitense (Fig. 8). Smith indossava una sciarpa, simbolo dell’orgoglio nero, mentre Carlos aveva la tuta aperta per mostrare solidarietà verso i colletti blu e portava una collana di perline che era un omaggio rivolto a quelli che erano stati linciati o uccisi e ai quali nessuno aveva dedicato una preghiera. Entrambi salirono sul podio senza scarpe in modo da mostrare le loro calze nere, simboleggianti la povertà dei neri. Su proposta di Peter Norman, australiano e secondo classificato, tutti e tre portavano i loghi dell’Olympic Project for Human Rights per denunciare sia la violazioni dei diritti degli afroamericani, sia le meno note politiche discriminatorie dell’Australia bianca. Quello scatto fotografico contribuì ad una ri-significazione del gesto. Quel pugno chiuso non era associato ad uno sguardo rivolto, assieme ad uno slogan urlato, verso un interlocutore prossimo. La sacralità del silenzio e di un capo chinato in segno di rispetto alle vittime dell’ingiustizia, lasciavano all’intero corpo ed ai simboli che esso esibiva il compito di una narrazione iperdensa, di una testimonianza da far arrivare lontano. Quel pugno entrò nell’immaginario della generazione del ’68.
Dal 15 al 18 agosto 1969, a Bethel, cittadina rurale dello stato di New York, il Festival di Woodstock coinvolge quasi mezzo milione di persone (Fig. 9). I “3 days of Love, Peace & Music” come indicato sui manifesti, diviene un simbolo della controcultura Hippie che, in parte, caratterizzava la rivoluzione giovanile americana degli anni Sessanta. La musica rock era la colonna sonora dell’evento e scandiva decisi contenuti di protesta. Country Joe Mc Donald esprimeva la sua dura protesta contro la guerra in Vietnam invitando il pubblico a gridare lo spelling della parola “F-U-C-K” contro la politica bellicista del governo A Woodstock coinvolge in questo grido mezzo milione di persone prima attaccare con il “Rag dell’inchiodato”: “Su, venite, voi forzuti, / lo zio Sam ha di nuovo bisogno di voi / si è ficcato in un terribile casino / laggiù in Vietnam / insomma, buttate i libri e pigliatevi un fucile / ci si diverte un monte …E un due tre / ma si combatte per che? / Non chiedetelo a me, m’importa una sega / prossima fermata Vietnam! / E cinque sei sette / spalancate le porte del cielo / non c’è neanche il tempo di chiedersi che cazzo succede, / yu-uuuu! si muore / Ah! / Su, Wall Street, non rallentare, / perché mai? qui c’è guerra a volontà / c’è un sacco di bei soldi da fare / rifornendo l’esercito degli strumenti del mestiere “(17). Il brano “Woodstock” di Neil Young racconta l’atmosfera del festival, descrive il viaggio e l’entusiasmo. Canta il terrore della guerra, ma anche il sogno di un possibile ritorno ad orizzonti umani: “E sognai di aver visto i caccia bombardieri / E i loro spari nel cielo / Mutarsi in farfalle / Sopra la nostra nazione / Siamo polvere di stelle, siamo fatti d’oro / Siamo intrappolati nella tentazione del Diavolo / E dobbiamo riportare noi stessi / Al giardino” 18). In seguito, con la canzone “Ohio”, Crosby, Stills, Nash e Young accusano il presidente Nixon per la morte di quattro giovani avvenuta durante gli scontri tra manifestanti e polizia nei pressi della Kent State University.:” I soldatini di piombo e Nixon stanno arrivando / E noi finalmente siamo uniti / Questa estate sento il rullo del tamburo / Quattro morti in Ohio / Dobbiamo andare fino in fondo i soldati ci stanno facendo a pezzi / Dovrebbe essere stato fatto molto tempo fa / Cosa diresti se tu la conoscessi / e la trovassi morta sul terreno / Come puoi scappare quando lo sai?” (19). Un gruppo rock inglese, i Pink Floyd (20), non era presente a Woodstock, ma la loro musica influenzava la scena del rock psichedelico. Attraverso l’uso sperimentale di suoni distorti della chitarra elettrica e sintetizzatori, negli spettacoli dal vivo, cercava di enfatizzare le atmosfere fantascientifiche dei brani utilizzando anche scenografie suggestive, in cui comparivano luci laser e costumi di scena surreali. Il loro primo album, The Piper at the Gates of Dawn pubblicato nel 1967, fu considerato uno dei migliori album di tale genere musicale. L’abuso di LSD da parte Syd Barrett, autore del testo, determinò ben presto segni di cedimento psichico, evidenziando potenzialità ed insidie dell’avventura psichedelica.
Kenneth Keniston analizza “a caldo” il profilo psicosociale dell’opposizione giovanile USA ed il tentativo poi fallito di offrire alla politica ideali per una “Nuova frontiera”: ritiro dal Vietnam, amnistia per i renitenti alla leva, tagli al bilancio della difesa, riforme sociali, diritti civili (21). Lo straordinario potenziale creativo espresso a Woodstock non catalizzò processi capaci di promuovere una maggiore giustizia sociale. Un orientamento in senso psichedelico della controcultura giovanile e l’uso non marginale di droghe ne riduceva via via la capacità di incidere sugli assetti politico-economici. La radicalizzazione della componente afroamericana e lo spostamento di alcune sue frange sul versante della lotta armata, completava un processo di frammentazione del movimento allontanandolo dall’orizzonte sognato da Martin Luter King che andava perseguito attraverso: una larga e convinta condivisione degli obiettivi prioritari, la forza della non violenza, una paziente aderenza all’esame di realtà. Massicci slittamenti sul versante fantasmatico alimentarono agiti regressivi di tipo libidico o aggressivo, parimenti illusori e distruttivi, che ridussero progressivamente il movimento ad una sostanziale marginalità sul piano politico. La scintilla americana non brillò a lungo in patria, ma fu in grado di diffondersi e di accendere tutto l’Occidente. Si svilupparono anche in Europa, oltre al movimento dei Beat (Fig.10), quelli degli Hippy (Fig. 11), dei Figli dei fiori e dei Provos, (Fig.12). Contestavano l’autorità della famiglia e della scuola, il servizio militare, l’esistenza delle carceri, l’integrazione nel mondo del lavoro. Tale prospettiva era indicata su un documento di Onda Verde, e recepita da uno dei più influenti gruppi underground italiani: “Non ci vanno le autorità, la famiglia, la repressione sessuale, l’economia dei consumi, la guerra e gli eserciti, i preti, i poliziotti, i culturali, i pedagoghi e demagoghi…Noi vogliamo cambiare subito e con urgenza le situazioni in cui ci troviamo…La vecchia generazione, che detiene o sostiene o subisce il controllo sociale e la repressione, deve morire prima di noi” (22). Sintomi, segnali di un qualcosa che sarebbe poi esploso, con singolare, misteriosa sincronia.
In Italia la prospettiva della non violenza era stata testimoniata tenacemente, fin dagli anni ’50 da Aldo Capitini (23) e Pietro Pinna (24). Una prima eco ai fermenti d’oltreoceano è data dalla musica. Nel 1966 Fabrizio De André con la canzone “La guerra di Piero” (25) recupera quella prospettiva italiana e rilancia il messaggio pacifista degli studenti americani:“ Lungo le sponde del mio torrente/ voglio che scendano i lucci argentati/ non più i cadaveri dei soldati/ portati in braccio dalla corrente/ Così dicevi ed era inverno/ e come gli altri verso l’inferno/ te ne vai triste come chi deve/ il vento ti sputa in faccia la neve/….E mentre marciavi con l’anima in spalle/ vedesti un uomo in fondo alla valle/ che aveva il tuo stesso identico umore/ ma la divisa di un altro colore/…E se gli sparo in fronte o nel cuore/soltanto il tempo avrà per morire/ma il tempo a me resterà per vedere/ vedere gli occhi di un uomo che muore”. La prospettiva di un’ontologia del noi, con l’inevitabile rispecchiamento nella morte dell’Altro, mette in luce come il paradigma bellico non lasci vie d’uscita “umane”. Giorgio La Pira, cattolico, membro dell’Assemblea costituente, sindaco di Firenze e infaticabile operatore di pace, nel 1965 organizza un simposio sul Vietnam e, successivamente ad esso, intraprende un viaggio avventuroso attraverso Polonia, Russia e Cina. Arrivato ad Hanoi incontra Ho Chi Minh ed ottiene la sua disponibilità a trattative di pace, senza la precondizione del ritiro delle truppe Usa. Queste aperture saranno vanificate dalla divulgazione, su un quotidiano americano, delle trattative che Amintore Fanfani, allora presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, stava conducendo con il presidente Johnson sulla base della missione di La Pira ad Hanoi. Sette anni dopo la pace di Parigi verrà sancita a quelle stesse condizioni, ma nel frattempo l’apparato militar-industriale aveva macinato profitti, ma con costi umani e materiali enormi. (26)
Nel 1966 una canzone di Gianni Morandi (27), attraverso la piena condivisione di codici giovanili, musicali e comportamentali, offre la possibilità di un’identificazione transatlantica con l’Altro. Le parole scandiscono le tappe di una metamorfosi distruttiva e la fanno sentire più vicina e dolorosa: “C’era un ragazzo / che come me amava i Beatles/ e i Rolling Stones / girava il mondo, ma poi finì / a far la guerra nel Vietnam./ Capelli lunghi non porta più, / non suona la chitarra ma / uno strumento che sempre dà / la stessa nota ratatata / Non ha più amici, non ha più fans, / vede la gente cadere giù: / nel suo paese non tornerà / adesso è morto nel Vietnam./ Stop! coi Rolling Stones!/ Stop! coi Beatles. Stop! / Nel petto un cuore più non ha / ma due medaglie o tre…” Il brano non viene promosso in televisione a causa dell’accenno di politica estera presente nel testo. L’accoglienza del pubblico all’inizio è tiepida, ma in seguito la canzone farà presa tra i giovani e raggiungerà la prima posizione in classifica. “Dio è Morto” (28), del 1965 è la prima e forse la più famosa canzone di Francesco Guccini. È anche la più rappresentativa di un sentimento diffuso tra i giovani italiani già dalla metà degli anni ’60 ed è un testo importante che apre la canzone di protesta a temi ulteriori rispetto a quello del pacifismo (29). Riflette in modo originale le criticità espresse dalla controcultura americana. Per Friedrich Nietzsche, l’aforisma “Dio è morto” significava che dopo quasi duemila anni il principio supremo che aveva generato tutti i valori dell’Europa aveva perso significato e importanza con l’avvento della modernità; per Guccini stava invece a significare qualcosa di completamente diverso: una possibile speranza. Il testo è ispirato a “L’urlo (Howl)” di Allen Ginsberg (30), manifesto doloroso della beat generation, pubblicato in Italia nel 1965 all’interno della raccolta Jukebox all’Idrogeno. L’Urlo cominciava con: “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa”. Il brano di Guccini ne ripeteva essenzialmente le parole: “Ho visto / La gente della mia età andare via / Lungo le strade che non portano mai a niente / Cercare il sogno che conduce alla pazzia / Nella ricerca di qualcosa che non trovano / Nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate / Dentro le stanze da pastiglie trasformate / dentro alle nuvole di fumo, nel mondo fatto di città / essere contro ed ingoiare la nostra stanca civiltà”. Guccini, con “Dio è morto”, rappresenta una critica ai falsi miti e idoli della società borghese, ma proclama anche la necessità di una rinascita spirituale e morale. Il movimento Hippy e la protesta studentesca americana avevano portato anche in Italia la consapevolezza che era necessario un cambiamento del mondo, della società, dell’uomo, che era giunto “il momento di negare tutto ciò che è falsità”. La civiltà che stava davanti ai giovani era una civiltà piena di contraddizioni: davanti a ideali formalmente proclamati stava lo spettacolo di un mondo pieno di ipocrisie e di meschinità. Il Dio di quella società era morto, non convinceva più nessuno, se non chi cercava un “perbenismo interessato”. Era giunto il momento di cercare un “dio risorto” dentro ideali nuovi e l’autore pensa che la sua generazione sia preparata a tali novità: “A un mondo nuovo e a una speranza appena nata / Ad un futuro che ha già in mano / A una rivolta senza armi / Perché noi tutti ormai sappiamo / Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge / In ciò che noi crediamo, dio è risorto / In ciò che noi vogliamo, dio è risorto / Nel mondo che faremo, dio è risorto”. La speranza di poter davvero cambiare, far risorgere il mondo.
Alcuni fatti di cronaca offrono uno spaccato dell’Italia pre-’68 e sembrano confermare l’impellente bisogno di cambiamento (31). Giovanni Sanfratello, ventitreenne di Piacenza, ha una relazione con il professore Aldo Braibanti e lo segue a Roma. Agli inizi del 1965 la polizia, su denuncia della famiglia, fa irruzione nell’abitazione dove i due abitano. Il professore, uomo mite e colto è denunciato, processato e condannato a nove anni per il reato di plagio. Inutile la testimonianza di Giovanni che conferma la sua piena adesione alla relazione. È ricoverato coattivamente in manicomio per un anno e sottoposto ad elettroshock. Inutili gli appelli di Pierpaolo Pasolini e Alberto Moravia. Molto blanda la posizione del Partito Comunista, la difesa dei diritti degli omosessuali era ancora una causa sconveniente. A Natale del 1965 Franca Viola, diciassettenne siciliana è rapita da un giovane mafioso. Dopo averla violentata e segregata per giorni in un casale isolato pretende di sposarla per estinguere con un “matrimonio riparatore” il reato commesso, come previsto dall’art. 544 del Codice penale, abrogato solo nel 1981. Franca si ribella al suo predatore, sposerà chi vorrà e quando vorrà. Il padre contadino si schiera con la figlia, nonostante le pressioni del fronte tradizionalista. Il rapitore è condannato a dieci anni, ma gli vengono riconosciute le attenuanti per aver agito in un contesto in cui rapire la donna per poi sposarla era una pratica considerata lecita. Bisogna attendere il 1996 perché i codici considerino la violenza sessuale reato contro la persona e non più solo contro la morale. Nel febbraio 1966 un gruppo di genitori di studenti del Liceo Parini di Milano denuncia per “oscenità a mezzo stampa” il giornalino scolastico “La Zanzara” (Fig.13) che aveva realizzato un’inchiesta sulle opinioni degli studenti in materia di sentimenti, sessualità, rapporti familiari. Una delle ragazze intervistate aveva dichiarato: «Se mi offrissero una vita solo dedita al matrimonio, alla casa e ai figli, piuttosto di vivere così mi ammazzerei». Il processo ha una vasta eco mediatica e si conclude con l’assoluzione degli imputati, ma spacca in due l’opinione pubblica, la politica italiana ed il mondo cattolico, la cui parte progressista si schiera con i ragazzi. Nel novembre del 1966 un’alluvione si abbatte sul Nord Italia. Firenze è tra le città più colpite, libri e quadri di inestimabile valore rischiano di andare distrutti. Una mobilitazione spontanea, vastissima ed inaspettata di migliaia di giovani (Fig. 14) porta alla ribalta e vede in azione la generazione degli “Angeli del Fango” (32) che in qualche modo anticipa quello che è già nell’aria. Nel periodo in cui il mondo occidentale sembrava particolarmente libero e ricco, fermenta la grande rivolta: non era la rivolta dei poveri contro i ricchi, era la rivolta dei figli contro i genitori nella parte più ricca del mondo. Dagli Usa alla Francia, dalla Germania all’Italia, un’intera generazione mostra di non accontentarsi del mondo che i genitori avevano preparato per loro. È contestata l’ipocrisia di una società che tendeva a mercificare gli ideali e l’ingiustizia sociale che persisteva nella società dei consumi. Il ’68 arriva in un momento di oggettivo esaurimento ideologico, di indebolimento generale delle Istituzioni, comprese le Università, dove l’Assemblea e l’occupazione saranno la cifra identitaria del Movimento Studentesco.
Il ’68 italiano inizia con qualche mese di anticipo sul calendario. Nel mirino della contestazione ci sono la connotazione classista del sistema dell’istruzione (Fig.15), denunciata anche da una parte del mondo cattolico a partire da don Lorenzo Milani autore di un severo atto d’accusa con “Lettera a una professoressa” (33), e l’autoritarismo accademico interpretato come addestramento ad un consenso e ad una passività globali, per nulla limitati allo specifico universitario. Forze nuove si sono messe in moto da quando l’introduzione dell’assegno di studio apre l’accesso all’Università anche a giovani meritevoli appartenenti a classi sociali non abbienti. Energie che sembravano assopite si sono risvegliate, una partecipazione viva e fresca ha preso il posto delle asfittiche competizioni che anche nell’Università avevano finito col rendere estranea la massa studentesca alle sue associazioni. La critica del movimento studentesco, i cui principali testi teorici vengono elaborati nelle Università di Pisa, Torino e Trento, investe però il sistema capitalistico e anche le organizzazioni della sinistra, accusate di aver rinunciato a qualsiasi ipotesi di trasformazione radicale dell’esistente. Nel gennaio, in concomitanza con la discussione alla Camera dei deputati del progetto di riforma universitaria, vengono occupate le sedi universitarie a Torino, Milano, Padova e Pisa, cui fanno seguito pesanti reazioni da parte delle autorità accademiche, oltre che di polizia. Occupazioni, sgombri e nuove occupazioni si susseguono. Il 2 febbraio viene occupata l’Università di Roma (Fig. 16); alla fine del mese, il rettore chiede l’intervento della polizia. Il giorno dopo un corteo di protesta arriva a Valle Giulia, sede della Facoltà di Architettura, forza i blocchi della polizia e gli scontri durano per ore. L’eco è enorme, i giornali parlano di “battaglia”. Con i fatti di Valle Giulia il Movimento Studentesco si sposta definitivamente dal piano di una protesta universitaria a quello della contrapposizione frontale con l’intero assetto sociale, suscitando reazioni contrastanti. Pasolini esprime una posizione molto critica pubblicando, sul settimanale l’Espresso, la Poesia “Vi odio cari studenti” (34): “Avete facce di figli di papà…Buona razza non mente … Siete pavidi, incerti, disperati (benissimo!), ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: prerogative piccolo-borghesi. Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti”.
In maggio ha inizio a Parigi un movimento di massa che investirà milioni di lavoratori e di studenti (Fig. 17), ma che verrà però bloccato con decisione e non avrà sviluppi sul piano politico. In Italia, con le università chiuse nell’estate, la contestazione si sposta sul terreno delle istituzioni culturali. A Venezia, artisti e studenti interrompono la Biennale d’Arte e la Mostra del Cinema (Fig.18). Il 3 dicembre, a Roma, sfilano 30.000 studenti medi. Alla protesta contro il riassetto scolastico, si somma quella contro la polizia che il giorno prima ad Avola, in Sicilia, ha aperto il fuoco ad altezza d’uomo contro una manifestazione di braccianti, provocando decine di feriti e la morte di Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona (35). Il 1968 si chiude nel sangue. La notte del 31 dicembre gli studenti pisani contestano un veglione di lusso di fronte al locale versiliese “La Bussola”. Uno dei clienti spara ferendo il sedicenne Soriano Ceccanti, che resterà paralizzato. Nel 1969 sono gli operai ad impedire che, in Italia, il movimento degli studenti declini come nel resto d’Europa. Tra maggio e giugno, alla Fiat, una serie di scioperi spontanei e improvvisi paralizza la produzione. I giovani operai non sindacalizzati danno vita a un’assemblea congiunta con gli studenti (Fig. 19). È “l’autunno caldo”, il momento di massimo scontro sociale nell’Italia del dopoguerra (Fig. 20).
Nascono in quei mesi i principali gruppi della sinistra extraparlamentare, mentre i sindacati danno vita a strutture unitarie di base: i Consigli di fabbrica. Il 19 novembre nei gravissimi incidenti di Milano muore l’agente Antonio Annarumma. Il 12 dicembre sempre a Milano, in Piazza Fontana, una bomba deposta nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura (Fig. 21) provoca una strage di cui, attraverso un depistaggio, vengono accusati alcuni aderenti ad un gruppo di anarchici, che saranno poi assolti. La morte di Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra del commissariato di polizia, proietta un’ombra inquietante sulle Istituzioni. È l’inizio della strategia della tensione e di una sanguinosa catena di stragi che si ripeteranno per tutti gli anni ’70 ed i cui colpevoli non verranno mai scoperti o riusciranno comunque a rimanere impuniti. Quell’esplosione e la sua “onda d’urto” sociale condizionerà l’espressione del desiderio di cambiamento di migliaia di giovani, di più di una generazione, tagliando in due tronconi le pulsioni di un Italia ancora acerba. La protesta degli studenti non trovava alcun ascolto nel quadro politico di governo ed i problemi dell’Università non troveranno sbocchi significativi. Il biennio di protesta ’68/’69 ha invece cambiato rapidamente gli studenti. Se si osservano le fotografie delle prime manifestazioni del ’68 si vedono gli studenti in giacca e cravatta, ben pettinati, che contestano presumibilmente come avrebbero contestato i loro genitori. Era una generazione ancora molto legata al mondo da cui proveniva. Nelle fotografie di un anno dopo si vedono barbe lunghe, maglioni sfatti e l’eskimo, poeticamente descritto da Guccini nell’omonima canzone: “Portavo allora un eskimo innocente / dettato solo dalla poverta’ / non era la rivolta permanente / diciamo che non c’era e tanto fa.” (36) Era cambiato tutto rapidamente, anche se non in profondità.
Nel 1968 ero studente della seconda Liceo Classico ed assiduo frequentatore della Biblioteca Civica. Ero impegnato in un’associazione giovanile nell’ambito della Parrocchia. Si suonava la chitarra, nei garage e anche in chiesa, si ballava nelle case degli amici. Ero nel gruppo sportivo della scuola e gareggiavo nella corsa campestre. Mi emozionava la musica dei Beatles ed avevo cominciato a conoscere Fabrizio De André. Seguivo con interesse le notizie di politica internazionale. Negli anni precedenti avevo idealizzato l’America di John Kennedy e la sua prospettiva della “nuova frontiera”, ma le discriminazioni razziali e la guerra in Vietnam mettevano in discussione la posizione atlantica assimilata in famiglia. Avevo incontrato i marinai di una nave cinese, bloccata a Porto Marghera. Avevamo scambiato qualche parola in inglese e mi avevano insegnato qualche parola in cinese. Mi avevano dato il distintivo di Mao ed il libretto rosso, i cui contenuti non suscitarono in me particolare risonanza, né allora né in seguito. Avevo un’idea un po’ vaga dei conflitti nel Sud America e la figura di Ernesto Che Guevara aveva per me lo stesso spessore di quella del prete guerrigliero Camillo Torres. Le immagini tragiche della guerra civile in Nigeria, che giornali e televisione riportavano con insistenza, spinse me ed i miei amici ad organizzare un corteo per le vie del quartiere ed un recital per esprimere solidarietà ai bambini del Biafra. Seguivo con particolare attenzione gli sviluppi della “primavera di Praga”. Avevo raccolto con cura articoli di giornale e studiato le analisi dei politologi che davano come poco probabili sia l’intervento armato sovietico, sia l’uso di armi nucleari in Vietnam, da parte degli Americani. L’invasione della Cecoslovacchia, nell’agosto di quell’anno, fu una perturbante sorpresa che mise in discussione i modelli geopolitici di riferimento contribuendo forse ad orientare, in modo diverso dal previsto, i miei studi universitari.
Nell’Anno scolastico ’68/’69 ho conosciuto l’Assemblea degli studenti e il corteo in orario scolastico. Una volta era stata votata a larga maggioranza l’occupazione dell’Istituto ed io mi ero presentato col sacco a pelo per il primo turno di notte. Uno sgombero repentino da parte della Polizia mi ha obbligato a procrastinare la realizzazione di tale esperienza. Mi preparai all’esame di maturità secondo il vecchio ordinamento che prevedeva tutte le materie, ma venne approvata una Legge di riforma che prevedeva solo due prove scritte e due orali, di cui una scelta dal candidato. Alla prova di italiano, scelsi senza esitazione il tema sui giovani e presentai un testo, scritto di getto senza brutta copia, che “occupava” tre fogli protocollo. La commissaria esterna, sottolineò che la lettura del testo aveva richiesto un bel po’ di tempo. L’espressione del volto sembrava indicare che poteva essere stata di un certo interesse ed il numero che aveva tatuato sull’avambraccio testimoniava che avevo davanti una persona particolarmente sensibile ai processi sociali in quanto testimone diretta dell’orrore dell’Olocausto. Presentai con successo una robusta tesina di filosofia sul testo L’uomo ad una dimensione di Herbert Marcuse (37), focalizzando il suo concetto di contestazione globale. Un mio amico frate, fine filosofo tomista, criticava bonariamente l’impianto teorico a cui facevo riferimento evidenziando l’impossibilità di una contestazione davvero globale perché avrebbe implicato la dissoluzione del soggetto contestante e di conseguenza una concreta fattibilità della contestazione stessa. Poco dopo aver superato gli esami, la storica missione dell’Apollo 11, che aveva portato per prima volta l’uomo a mettere piede sulla Luna, catturava la mia attenzione ritardando la decisione sulla scelta universitaria: facoltà scientifica o umanistica? Una conoscente mi aveva informato che all’Università Cattolica di Roma facevano gli esami psico-attitudinali e così decisi di presentarmi. La lettera che mi informava che li avevo superati mi dette la spinta per superare le incertezze e così mi iscrissi alla Facoltà di Medicina. (Fig.22)
Arrivato a Roma, nell’autunno del 1969, mi sentivo un po’ spaesato. Dopo un primo periodo di pendolarismo, trovai casa con altri studenti vicino all’Università e mi trovai a mio agio in un quartiere che si presentava come un rassicurante “campus diffuso”. La condizione di studente fuori sede era un oggettivo catalizzatore di cambiamento. Il diverso habitat e nuovi processi di socializzazione contribuivano a rimodellare, progressivamente ed inconsapevolmente, abitudini ed appartenenze che, fino ad allora, avevano caratterizzato l’identità personale. All’avvio delle lezioni il Papa ed i Cardinali della Goliardia si erano presentati una mattina in Aula per officiare i riti di iniziazione accademica. Noi matricole, ma con alle spalle il ’68, rifiutammo, compatti e senza esitazione lasciandoli stupiti e delusi. Le prime esercitazioni rappresentarono l’autentica iniziazione accademica. Toccavamo, con curiosità e rispetto, ossa umane per esplorare la geografia del corpo. Su un cuore di maiale, recuperato dal macellaio, ci esercitavamo prima di avvicinarci alla dissezione di un cuore umano. Osservare al microscopio preparati istologici ci offriva una trasparente, colorata ed appassionante epifania delle componenti cellulari dei vari organi. La partecipazione alla manifestazione del 13 dicembre, all’indomani della strage di Piazza Fontana, fu per me un altro significativo rito di iniziazione. L’imponenza del corteo che sfilava compatto in via dei Fori Imperiali, sventolando bandiere ed intonando slogan, mi dava un senso di sicurezza perché sembrava la testimonianza concreta di una forza democratica che poteva contrastare la violenza stragista. Una volta raggiunta Piazza Venezia dal corteo furono lanciati dei petardi contro la polizia che rispose sparando lacrimogeni e caricando i manifestanti. Sconcertato da tale imprevisto sviluppo violento mi rifugiai con una mia compagna di corso dentro un bar. Il gestore abbassò rapidamente la saracinesca per proteggere i vetri, intimando però in modo assertivo che dovevamo uscire quanto prima. Assieme all’amica mi avvicinai con un po’ di apprensione al cordone di polizia, chiesi di poter imboccare via del Corso e ci incamminammo per andare a prender l’autobus. Lungo il tragitto verso casa rivivevo le intense e contrastanti emozioni di quel pomeriggio. Prendevo atto della complessità delle manifestazioni di massa e sentivo il bisogno di un impegno personale per coniugare il diritto a manifestare liberamente le idee con il rifiuto di ogni violenza.
Il 1970 fu un anno denso di eventi significativi. Fui coinvolto nella vita politica e sociale, all’interno e all’esterno dell’Università. Partecipavo alle Assemblee degli Studenti. Iniziai a partecipare alle riunioni del Collettivo politico e scoprii che era uno spazio di riflessione e di confronto su quanto avveniva intorno a noi e su di noi. Ascoltavo con interesse i discorsi degli studenti più anziani che focalizzavano gli intrecci tra Economia e Salute, tra Emarginazione e Psichiatria. Condividevo l’obiettivo di mantener viva, all’interno dell’Università, una prospettiva politico-culturale aperta al cambiamento ed ispirata ai principi di libertà e giustizia. Mi impegnai, fino alla laurea, ad operare in tale direzione. Cercai di approfondire alcuni scenari leggendo “L‘lo diviso” di Ronald Laing (37) e “Asylums” di Erving Goffman (39). Partecipai attivamente all’occupazione dell’Università. Fu un’esperienza particolarmente intensa fin dall’animata discussione in Assemblea sulla sua opportunità, liceità, necessità. Dopo un dibattito serrato fu votata, a larga maggioranza, una mozione che stabiliva di “passare il Rubicone”, di occupare immediatamente gli edifici universitari, assumendo responsabilità della loro custodia, di programmare/gestire un’attività didattica integrata alternativa, di stabilire contatti con tutte le altre realtà in lotta. La lettura di una testimonianza di Andrea Camilleri (40) mi ha permesso di rivisitare, attraverso la sua lucida e sincera ironia, quella mia lontana esperienza. Lo scrittore allora quarantenne, nonostante i nuovi impegni lavorativi l’avessero allontanato dall’insegnamento, è interessato a quello che succede nelle Università. Accetta l’invito dagli studenti a tenere lezioni al Centro Sperimentale di Cinematografia occupato. Conoscendo bene il luogo riesce ad aggirare gli sbarramenti e ad arrivare alle 9 come concordato, ma trova l’aula vuota. Vede che era stato tolto dal muro l’orologio marcatempo, ricorda che, quando insegnava, i ragazzi arrivavano assonnati e presume che in quel clima di euforia libertaria non passassero la notte dormendo molto. Attende fino alle 11, poi scrive in un tazebao “Camilleri è venuto alle 9, non ha trovato nessuno: torna domani alle 9.” L’indomani ancora nessuno, il primo studente arriva quasi a mezzogiorno. Scrive allora sul tazebao:” Differenza tra un cialtrone ed un rivoluzionario: il cialtrone rompe l’orologio ed invece di presentarsi alle nove arriva a mezzogiorno, il rivoluzionario rompe l’orologio ed invece di presentarsi alle nove arriva alle nove meno cinque.” L’indomani tutti presenti, seduti per terra, Camilleri si fa dare una sedia e si rende disponibile, nella funzione di Senex, a rispondere alle loro domande. Il confronto/rispecchiamento transgenerazionale lo riporta col pensiero all’ estate del 1950 quand’era studente del primo anno dell’Accademia. Ricorda la rigida disciplina, il divieto di contatti intimi, le ispettrici che avevano il compito di controllare la condotta degli allievi all’interno della scuola. Partecipava, come aiuto regista, alla realizzazione di uno spettacolo teatrale promosso da un professore in cui recitava anche la sua ragazza. Lei alloggiava in collegio dalle suore carmelitane, lui dei frati francescani. Le prove duravano fino a tarda sera e non davano loro la possibilità di stare assieme. Lei allora si impossessa delle chiavi del collegio e quando lui l’accompagna, dopo aver aperto il cancello, con la mano lo saluta e furtivamente gli passa la chiave. Così tutte le sere lui entrava mezz’ora dopo, la raggiungeva nella sua stanza e alle quattro di notte usciva fuori dalla finestra per tornare al suo collegio. Andò così fino a che una notte, troppo stanchi, rimasero abbracciati fino al mattino, la porta si aprì, la madre superiora entrò e svenne: scandalo ed espulsione dall’Accademia per condotta immorale.
Per me l’occupazione dell’Università non significò una rottura di costruttività istituzionali a livello abitativo. Non abitavo in collegio, ma in un appartamento con altri studenti. Non dovevamo misurarci con figure normative ed intrusive esterne, ma con la responsabilità della gestione di una casa, con il foglio concordato dei turni per le pulizie, con la spesa e con i fornelli oltre che, naturalmente, con personali incertezze ed immaturità che non potevamo esprimere e diluire nelle ritualità di un gruppo più allargato, come in collegio. Fin dall’inizio l’occupazione si presentava come un’esperienza intensa e trasgressiva. Il bisogno prevalente, regressivo e latente, era sicuramente quello di sentirsi fusi con la massa degli studenti che occupavano le sedi universitarie nelle altre città, ma anche tra di noi, preferendo dormire in modo scomodo nel sacco a pelo, per contenere/eludere, presumibilmente, vissuti destabilizzanti di separazione/abbandono che inevitabilmente il conflitto reale e simbolico con il polo adulto comportava. Assumere la custodia della sede/contenitore e la gestione della didattica/contenuto poteva significare la negazione della dipendenza dall’Università-Alma Mater e al tempo stesso l’assunzione immaginaria del ruolo di “sentinella del seno”. Ricordo ancora l’imbarazzo provato nel notificare ad alcuni professori che per continuare il lavoro all’interno dei loro Istituti avrebbero dovuto dichiararsi occupanti. Davanti al loro rifiuto e per garantire il proseguimento degli esperimenti in corso si trovò, comunque, un accordo: alcuni ricercatori potevano entrare nei laboratori, anche senza l’adesione agli obiettivi politici dell’occupazione. I giorni successivi erano caratterizzati da un attivismo frenetico: assemblee, gruppi di studio tematici, documenti da scrivere e da ciclostilare. Scrivemmo un documento che fu accettato da una rivista prestigiosa che ci permise anche di fare delle fotocopie, in orario serale nella sua sede in un antico palazzo. Ricordo ancora l’emozione quando uscimmo con il nostro testo fresco di stampa e ci accolse la magia di Piazza Navona di notte. C’era un clima festoso, familiare dove, oltre a discutere animatamente, secondo paradigmi della razionalità socioeconomica e biomedica, si suonava la chitarra, si cantava e si apprendevano le canzoni sentendole cantare, si confidavano e si confrontavano convinzioni e timori facendo così, senza accorgerci, una significativa operazione psico-politica.
Le notizie degli sgomberi delle altre Università introdussero inquietudine e divisioni nell’Assemblea: resistenza ad oltranza o resa anticipata? Un giorno fu deciso che il turno di notte sarebbe stato svolto da un piccolo gruppo cui sarebbero state date indicazioni riservatamente. Fui cooptato, unico del primo anno di corso, in tale gruppo dove ascoltai uno dei leader esporre un piano con caratteristiche militari: vedette esterne/interne, pistole lanciarazzi per segnalare l’arrivo della polizia, linee di fuga dopo l’allarme. L’obiettivo di tale complessa operazione era che la polizia, al suo arrivo, non trovasse nessuno all’interno dell’università! Alcuni sarebbero dovuti rientrare nel collegio universitario da una finestra tenuta aperta al piano terra. Gli altri avrebbero dovuto risalire una collina fino alla rete di cinta, dove c’era un buco ed una macchina che aspettava. Un razzo lanciato per errore nel cuore della notte portò all’attuazione dei piani di fuga. Scoprire che era stato un falso allarme fu una delusione, difficile da confessare. L’occupazione dopo tre settimane aveva comunque perso la spinta propulsiva. Cominciavano ad aleggiare insicurezze e dubbi non più coperti dagli slogan. C’era il bisogno che l’Altro dipinto come nemico, ma inconsapevolmente invocato come arbitro, fischiasse la fine della partita/festa. In mancanza di un intervento repressivo esterno si decise di concludere, comunque, l’occupazione e di continuare l’azione di cambiamento cercando di attivare collettivi di ricerca. Al di fuori dell’Università partecipavo agli incontri di un movimento pacifista internazionale. Avevo dato la mia disponibilità a partecipare in estate ad un campo di lavoro nell’Irlanda del Nord, a Londonderry, che intendeva essere un corso di formazione alla non violenza attiva.
Nel mese di giugno il Campionato del mondo di calcio che si svolgeva in Messico aveva stimolato un’intensa, diffusa e trasversale attenzione alla performance degli “Azzurri”. Erano arrivati in finale con il Brasile. Entrambe le squadre avevano vinto due campionati e la vincitrice di quella partita avrebbe conquistato la tanto agognata coppa “Jules Rimet”. Era fonte di soddisfazione potersi, in un qualche modo, identificare con la squadra vedendola gestire il primo tempo in modo abbastanza equilibrato. La squadra sudamericana prese, però, il sopravvento nel secondo tempo e dimostrò una netta superiorità tecnica vincendo con uno schiacciante punteggio finale di 4-1. Alla delusione per l’epilogo sottotono dell’occupazione, si sommava quella per la sconfitta della Nazionale (41). Quando, appena superati gli esami programmati nella sessione estiva, mi apprestavo a partire per l’Irlanda fui informato che l’aggravarsi degli scontri armati tra le diverse fazioni in lotta rendeva, in quel momento, impraticabile il progetto a cui avevo aderito con passione. Toccai con mano quanto fosse accidentato il sentiero della non violenza. Ripiegai su un viaggio in Inghilterra con alcuni compagni di Università. Lavorando come cameriere, conobbi Londra e Edimburgo facendo un po’ di pratica nella lingua di Shakespeare e dei Beatles. Al ritorno a Roma, a settembre, partecipai alla manifestazione contro la visita del presidente Usa, Richard Nixon. Si contestava la sua presenza e la guerra di aggressione in Vietnam e allargata alla Cambogia. Slogan bilingui, “Nixon go Home” e “Via Nixon dall’Italia”, oltre che gridati dai manifestanti (Fig. 23) apparivano anche sui palloncini lasciati salire verso l’Hotel, sulle pendici di Monte Mario, dove alloggiava lo sgradito ospite. I dipendenti dell’Hotel avevano testimoniarono il loro dissenso in modo meno rumoroso, ma più incisivo, attraverso uno sciopero immediato e massiccio che aveva lascialo il suddetto e il suo staff senza riscaldamento e vitto.
Nel 1971 cercai di individuare un ambito sanitario in cui declinare, assieme lo studio, una possibile prassi innovativa. La lettura del “L’Istituzione negata” (42) che illustrava l’esperienza di psichiatria antiistituzionale, portata avanti da Franco Basaglia e dal suo gruppo a Gorizia, mi portò a presentare, assieme ad alcuni compagni di corso, la domanda di tirocinio nel vicino Ospedale Psichiatrico. Vi ero entrato per la prima volta, alcuni mesi prima, per accompagnare la madre di un ricoverato che avevo conosciuto alla riunione di un comitato di familiari dei pazienti. Fui sconvolto dallo squallore dei locali, dalle urla e dalla puzza. Nonostante non avessi alcuna autorità istituzionale, né esperienza clinica, feci pressioni sull’infermiere fino a che tolse al paziente la camicia di forza che mi appariva come un’inutile ed inammissibile violenza. Osservare come, senza la contenzione, l’interazione tra madre e figlio fosse divenuta più ricca e serena, mi confermava che la libertà è davvero terapeutica. Cominciai a frequentare regolarmente il reparto sviluppando un’attività di socializzazione attraverso la lettura e la discussione del giornale con un gruppo di pazienti. Due pazienti, in particolare, espressero in modo insistente il desiderio di uscire. Dopo una lunga discussione con il primario ed assumendomi la piena responsabilità legale, ottenni un permesso di uscita domenicale per l’intera giornata. L’evento, tanto sollecitato ed atteso, risultò però altamente perturbante. I pazienti, subito dopo il pranzo vollero tornare in Ospedale. Incuriosito e turbato da quell’imprevista ed intensa manifestazione di ambivalenza, chiesi lumi ad un amico psicoanalista. Mi aiutò a leggere le dinamiche istituzionali con i loro profili introiettivi e proiettivi; mi fece capire che un intervento, romantico e solitario, poteva avere un valore di testimonianza personale, poteva farmi conoscere da vicino l’esperienza della follia, ma certo non poteva realisticamente contenere, elaborare e risolvere profili di rigidità ed ambivalenza cristallizzati nell’istituzione. Capii che per muovermi nel labirinto della mente e delle dinamiche asilari dovevo dotarmi di mappe, intrapsichiche ed interpersonali, più dettagliate ed affidabili. Cominciai pertanto a frequentare, come allievo interno, prima l’Istituto di Clinica delle Malattie Nervose e Mentali e poi quello di Psicologia dove rimasi fino alla Laurea. Avevo mantenuto un rapporto con studenti più anziani, conosciuti nel Collettivo, che dopo la laurea erano impegnati in tale area disciplinare. Spesso seguivo, assieme a loro, le lezioni della Scuola di Specializzazione. Effettuai, nel corso degli anni, visite e brevi periodi di tirocinio in diverse località italiane dove loro portavano avanti esperienze innovative in ambito psichiatrico. Tale accelerazione del processo formativo fu molto appassionante, ma oggettivamente comportava una sincronizzazione idealizzata e difficile da mantenere.
Il cinema, nato nel 1900 come il testo “L’interpretazione dei sogni” di Freud (43), mi offrì una via iconica parallela per elaborare i vissuti che ”occupavano” quegli anni, attraverso i profili di profonda analisi psicologica dei personaggi proposta da alcuni registi. Ingmar Bergman, con “Il posto delle fragole” (44), evidenziava come l’esperienza vitalizzante dell’incontro/rispecchiamento possa attivare il recupero di memorie rimosse, ma come la presa di coscienza di potenziali inespressi possa essere dolorosa. In “Persona” (45), il silenzio di un personaggio viene ricondotto alla sua autentica valenza di meccanismo di difesa per impedire all’Altro di penetrare l’identità più intima e di giudicarla. Pasolini con “Teorema” (46) evidenziava l’intensità della dialettica pulsionale ed i possibili sviluppi polimorfi della sua declinazione; riconosceva al tempo stesso che la sola coscienza del desiderio e del conflitto, senza la rielaborazione di un orizzonte, porta solo ad agiti distruttivi. Dennis Hopper con “Easy Rider”, (47) (Fig. 24) riproponeva il viaggio come orizzonte mitico di realizzazione personale, ma evidenziava al tempo stesso che l’istanza consumistica utilizzata per acquisire il mezzo è l’altra faccia di quella conservatrice che si oppone violentemente al raggiungimento del fine. Mike Nichols con “Il laureato” (48) offriva una fotografia lucida e politicamente acuta di un quantomai intenso e travagliato momento storico e culturale. La colonna sonora di Simon & Garfunkel permetteva di avvicinare empaticamente i profili della soggettività, di evidenziare timori, slanci affettivi ed ambivalenze che caratterizzano ogni percorso evolutivo. Elio Petri, con “La Classe operaia va in paradiso”, (49) affrontava il problema delle dolorose conseguenze, personali e sociali, di illusioni collettive, di fantasie che si impongono come guida ideologica per la prassi.
Gli anni ’70 hanno avuto come sfondo remoto scenari di guerra nell’ Estremo Oriente e nel Medio Oriente, e l’avvio di sanguinose dittature nel Sud America. L’ Europa è stata teatro di numerose e violente azioni terroristiche. Come sfondo ravvicinato, accanto a movimenti di opinione, sindacati e partiti che aggregavano democraticamente un ampio consenso per reclamare il pieno riconoscimento di diritti civili e l’attuazione del dettato costituzionale, si imponeva in Italia la spirale violenta di opposti estremismi, di cui successivamente si intravvidero ombre inquietanti di una possibile unica regia. Nel 1972 durante i Giochi Olimpici a Monaco di Baviera, un commando dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero (50), irrompe negli alloggi destinati agli atleti israeliani uccidendo subito due atleti che avevano tentato di opporre resistenza e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra olimpica. Tale fatto risultava particolarmente perturbante perché di fatto infrangeva un tabù della cultura occidentale. Nell’antichità la tregua olimpica era un valore condiviso ed inalienabile; nel recente passato le Olimpiadi erano state interrotte durante una guerra, ma non erano mai state teatro di un’azione di guerra. Le Brigate Rosse si presentano sulla scena del conflitto sociale, in Italia, rivendicando il sequestro e l’umiliazione di un dirigente aziendale, atti che ripropongono la cifra dello squadrismo fascista e non del movimento operaio (51).
Nel 1973, in Cile, un golpe militare abbatte il governo di Salvador Allende che morirà nel palazzo presidenziale bombardato. (52). Gli eserciti di Egitto e Siria attaccano all’improvviso Israele, durante la festività dello Yom Kippur. (53) La guerra si sviluppa con alterne vicende, rischiando di innescare un conflitto globale ed ha pesanti conseguenze nell’economia dando il via alla crisi petrolifera. In Italia si rendono necessarie drastiche misure di risparmio energetico come la circolazione domenicale delle auto a targhe alterne. In Grecia, veniva repressa nel sangue la lotta degli studenti del Politecnico di Atene contro il regime dittatoriale dei colonnelli (54) (Fig. 25). Con un compagno di corso cercammo di esprimere la nostra vicinanza andando a scrivere con un pennarello blu: “Viva Theodorakis, Abbasso i Colonnelli” sul muro bianco dell’Ambasciata di Grecia. In quell’anno La discussione in Parlamento di una legge di riforma universitaria suscita vivaci proteste studentesche che portano a nuove occupazioni. Nel Collettivo si discute se e come aderire alla protesta e si concorda di convocare un’Assemblea in cui proporre l’occupazione. La proposta passa a larga maggioranza. Diversamente dal passato, le autorità accademiche non accettarono tale azione come espressione di una dialettica da ricomporre all’interno dell’istituzione universitaria e chiesero l’intervento delle forze dell’ordine. Un nutrito numero di agenti in tenuta anti sommossa si presentò dopo qualche ora per effettuare lo sgombero. Sconcertati per l’imprevista accelerazione degli eventi e al fine di evitare incidenti, attendemmo in silenzio, seduti nell’ Aula Magna, l’arrivo degli agenti che non riproposero le scene che ci avevano commosso nel film di Stuart Hagmann “Fragole e sangue” (55 ), ma procedettero comunque all’identificazione di tutti i presenti. Tale operazione non sfociò in una denuncia, ma comportò una segnalazione e la necessità di dover rispondere ai genitori, istanza super-egoica primaria, in merito a comportamenti trasgressivi che si era pensato di poter mantenere in un uno spazio privato del Sé.
Tali eventi, assieme alle urgenze del piano di studi e alle dinamiche della sfera affettiva, ci pressavano verso un “ritorno all’ordine”, come le avanguardie artistiche del primo Novecento dopo l’avventura delle audaci sperimentazioni (56). La maggiore focalizzazione sullo spazio privato non si risolse però univocamente in antipolitica. Fu anche un’occasione per cercare di incarnare le idee di libertà, proclamate in cortei e assemblee, nella quotidianità di relazioni umane meno vincolate da stereotipi e rigidità, in linea con il monito di Giorgio Gaber: “Un’idea, un concetto, un’idea fin che resta un’idea è soltanto un’astrazione; se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione” (57). L’impegno, nel gruppo teatrale universitario, per la realizzazione dello spettacolo “Il Gran Cerimoniere”, fu un’esperienza immersiva e catartica che mi permise di rielaborare vissuti della precedente full immersion manicomiale e di “mangiare” l’idea di follia da un altro vertice. L’acquisto di una Vespa 50 da un compagno di corso divenne l’occasione di un incontro ravvicinato con una cultura giovanile che si esprimeva oltre l’orizzonte studentesco. Un ragazzo che viveva in una vicina borgata e lavorava in una piccola cooperativa edile aveva molta esperienza con i ciclomotori. Mi consigliò di effettuare alcune trasformazioni, trasgressive quanto diffuse, che offrivano indubbie comodità. Da uno “sfasciacarrozze” rimediammo, a buon mercato, una sella più comoda e scambiammo il motore con quello del modello 125 Primavera che poteva essere facilmente inserito al posto del precedente, garantendo una maggiore potenza. Un carburatore maggiorato completava il tutto. Così cominciai a girare per Roma, consapevole di rischiare una multa, gustando il piacere delle accresciute prestazioni del mezzo.
Nel 1974 la scadenza del Referendum abrogativo della legge Fortuna che aveva introdotto in Italia il divorzio, alimentava un dibattito politico ed una mobilitazione sociale (Fig. 26) che ambienti conservatori vivevano come uno “scontro di civiltà”. La presa di posizione di un folto gruppo di uomini di cultura e giornalisti cattolici a difesa della legge, aveva comportato interventi di censura delle autorità ecclesiastiche (58). In particolare, viene censurato l’abate benedettino di S. Paolo fuori le mura. Animatore di una vivace comunità cristiana e fondatore della rivista ecumenica “Com-Nuovi tempi”, era stato invitato a dimettersi dalla carica nel 1973 in seguito alla denuncia delle operazioni finanziarie vaticane che avevano ricevuto la deplorazione del sistema bancario internazionale. La sua presa di posizione per la libertà di voto dei cattolici al referendum sul divorzio porta alla sua sospensione “a divinis”.. Le tensioni che attraversavano il mondo cattolico si sono riflesse anche sul nostro ambiente universitario, ben oltre l’esito referendario e la vittoria del “fronte del No”. Alla frustrante percezione delle difficoltà nella ricerca della verità sulle precedenti stragi di matrice politica (1969, Milano;1970, Gioia Tauro;1973, Milano) si aggiungeva anche lo sconcerto per le nuove azioni dei gruppi terroristici, tra cui il rapimento del padre di una nostra compagna di corso. Le nuove stragi, di Brescia (Fig. 27) e del treno Italicus suscitavano un’emozione fortissima che spingeva a riunirci numerosi. Le parole con cui cercavamo di delineare lucide analisi dei fatti erano anche un modo per sostenerci a vicenda, non sapendo cosa fare. Lo scioglimento dell’Ufficio Affari Riservati da parte del Ministro dell’Interno, democristiano ligure ed ex partigiano, esprimeva la volontà di voltare pagina, ma confermava al tempo stesso l’esistenza di apparati deviati e non offriva sufficienti rassicurazioni sul futuro (59). Passai l’estate a Roma per studiare e partecipai, nel mese di agosto, alle “dieci giornate contro la violenza” organizzate dal Partito Radicale. L’affollamento, il caldo e l’uso di droghe tra i partecipanti, ai comizi ed ai concerti che si tenevano ogni giorno, era causa di numerosi malori. Fu allestita una tenda, denominata “Free clinic”, per garantire interventi di primo soccorso e valutare la necessità di eventuali invii al più vicino Pronto Soccorso. Durante i turni di guardia avevo modo di misurarmi con i problemi medici dei singoli, ma anche di interrogarmi sul “livello di salute” di un movimento attraversato dalle droghe.
Nel 1975 la caduta di Saigon segna la fine di una lunga e violenta guerra che ha visto gli Stati Uniti, nuova potenza coloniale, subire la prima vera sconfitta politico-militare della propria storia. Sentivamo che le nostre voci si erano unite nel coro della pressione internazionale e della stampa libera che, attraverso il loro un soft power, avevano reso possibile uno sbocco che poteva sembrare impossibile. Tante voci, anche se deboli e periferiche, erano riuscite a smascherare la mistificante narrazione hollywoodiana proposta attraverso il film “Berretti Verdi”, prodotto e interpretato da John Wayne (60). Durante una sessione d’esame, al professore che gli chiedeva se fosse del Nord o del Sud Vietnam, uno studente vietnamita aveva potuto rispondere con soddisfazione: “Ora c’è un solo Vietnam”. In Spagna la morte di Francisco Franco segna la fine di una dittatura che era durata quasi quarant’anni e che aveva cercato di legittimare come “reconquista” una violenta ed illegittima guerra civile portata avanti con il determinante sostegno nazifascista. Il quadro Guernica di Picasso è la drammatica testimonianza della violenza che è stata, fino alla fine, la cifra del franchismo. Un tribunale militare, anche in mancanza di prove certe di colpevolezza, aveva condannato a morte il giovane anarchico Salvador Puig Antich. Nonostante una vasta mobilitazione in tutta Europa affinché la pena fosse almeno commutata in carcere a vita, Salvador viene ucciso mediante garrota il 2 marzo 1974 (61). Il giorno dopo a Barcellona in migliaia scendono per le Ramblas e le autorità, per evitare scontri durissimi, devono seppellirlo di nascosto. Un regime, ormai sull’orlo della fine e che aveva come motto un lugubre “viva la muerte”, aveva sfogato su un giovane la sua rabbiosa impotenza, ma non riesce ad arrestare un movimento di giovani a cui ci sentivamo particolarmente vicini perché sembrava esprimere un‘onda lunga del ’68. La tomba, nonostante il divieto di portare fiori, diventa presto meta di pellegrinaggio, un giardino sempre rifiorito. Salvador diviene uno dei simboli della lotta al regime contribuendo alla sua caduta ed alla “reconquista” della libertà. (Fig. 28)
In Italia il settimanale L’Espresso portava avanti la campagna per un Referendum abrogativo delle norme sull’aborto. La tematica, rimasta fino ad allora marginale o rimossa, poneva rilevanti quesiti etici, sociali, sanitari e politici che richiedevano un confronto approfondito senza steccati ideologici. Il Collettivo politico riteneva che gli studenti dovessero aver l’opportunità di arricchire la propria formazione biopsicosociale su tale tematica emergente anche attraverso contatti con figure esterne all’Università. La richiesta di invitare ad una Assemblea studentesca uno psicoanalista ed una giornalista, esponente di un gruppo femminista, a parlare su aspetti psicologici e sociali dell’aborto, era stata bocciata dalle autorità accademiche che, in alternativa, proponevano una tavola rotonda in cui avrebbero parlato solo docenti dell’Università Cattolica. Si sviluppò una serrata dialettica tra le varie anime del Collettivo sul da farsi. Alcuni ritenevano che bisognasse boicottare tale evento in quanto non consentiva il pluralismo, altri sostenevano che non si doveva, in ogni caso, ostacolare un evento in cui si esprimevano idee. La collocazione di tale evento a ridosso delle vacanze pasquali sembrava evidenziare uno scarso interesse delle autorità accademiche a favorire la partecipazione. Si decise allora di operare per assicurare la massima partecipazione degli studenti, invitando i fuori sede a ritardare il ritorno a casa per poter essere presenti. Parallelamente si cercava di pubblicizzare l’evento tra le allieve infermiere ed il personale del Policlinico. In prossimità dell’evento, dopo un’animata discussione, si decise che per renderlo più democratico avremmo dovuto invitare anche interlocutori di area laica ed indicare pubblicamente i loro nomi. Poche ore prima dell’inizio della tavola rotonda, accanto al cartello con la lista delle persone invitate dal Collettivo, collocato davanti alla porta della mensa, fu posto il cartello di un gruppo di studenti che si dissociava da tale iniziativa. All’inizio della tavola rotonda non si era ancora deciso come poter garantire, democraticamente, agli invitati il diritto di parola. Vedendo l’Aula affollatissima e riconoscendo una sua implicita autorità, si propose al chairman di chiedere ai presenti se fossero favorevoli a che il tempo per ciascuna relazione fosse limitato a dieci minuti, per lasciare più spazio al dibattito. Una stragrande maggioranza di mani, immediatamente e convintamente alzate, risolveva un nodo conflittuale ridefinendo democraticamente il profilo dell’evento. L’esperienza maturata nella conduzione di Assemblee studentesche ci aveva permesso un’apertura favorevole. Durante gli interventi dei relatori ufficiali si concordò una breve lista di iscritti a parlare. Era aperta da uno studente, seguito da alcuni esterni esponenti della cultura laica e dei movimenti femministi. Con la consegna della lista al chairman gli si riconosceva il diritto/dovere di condurre la discussione, secondo il mandato ricevuto dall’Aula. Si era testimoniato e garantito il diritto di parola come valore specifico ed ineludibile di un’Università, si era operato perché si potesse ascoltare la voce di tutti e meditare.
Nel corso dell’anno il problema degli alloggi per gli studenti presentò alcune criticità che attivarono un’ampia mobilitazione. Alcuni immobili, su cui pendevano accertamenti per possibili abusi edilizi, erano stati temporaneamente utilizzate dall’Università come residenze per gli studenti. Quando, scaduto il temine pattuito, il proprietario voleva riprenderne il possesso ha dovuto misurarsi con la lunga fiammata dell’”occupazione delle palazzine”. Era un’occupazione con un profilo diverso dalle precedenti. Gli studenti lottavano per difendere un oggetto concreto che rimandava ad un bisogno e un diritto primario. Sembravano avere implicitamente mutuato alcuni profili del Comitato di lotta per la casa della vicina borgata, con cui alcuni studenti collaboravano da anni. Il clima delle palazzine occupate era festoso. Erano frequentate anche dai non residenti perché vi era un apparecchio telefonico da cui si potevano fare le telefonate interurbane con un solo gettone o anche senza, con un colpo segreto alla leva del ricevitore. Tale risorsa preziosa era condivisa in una regolata, autogestita ed allegra trasgressione di massa. Poco prima di dover malinconicamente accettare lo sfratto ci fu uno spettacolo in cui furono messi in scena tutti i potenziali musicali, canori e di intrattenimento presenti tra gli studenti occupanti e no. Quando gli studenti accettarono di trasferirsi nelle residenze indicate dall’Università ed abbandonarono le palazzine, queste tornarono presto a fare notizia a causa di una manifestazione che mi coinvolse direttamente e costituì il mio ultimo impegno nel Collettivo politico. Nel mese di dicembre diversi nuclei familiari, per un totale di un centinaio di persone, occuparono nuovamente le palazzine e la polizia intervenne prontamente per effettuare lo sgombero. Un corteo di uomini donne e bambini con cartelli e striscioni veniva indirizzato da alcuni studenti dentro l’Università. Ero in biblioteca, concentrato sulla tabella di marcia per laurearmi in corso a febbraio. Non avevo notizie di tale iniziativa e chi l’aveva promossa mi chiese un aiuto per trovare una soluzione. Pensai che anche la direzione sanitaria stesse riflettendo su come gestire in modo opportuno tale flusso imprevisto e si poteva forse cercare di riflettere insieme. Concordammo che bisognava cercare letteralmente una pacifica via d’uscita, senza ricorrere all’intervento della polizia. Si pregò il gruppo di piegare gli striscioni, visto che non aveva motivi di conflitto con l’Università. Si convenne che la mensa, che a quell’ora si era ormai svuotata, era una sala d’attesa abbastanza comoda dove far accomodare il gruppo. Si verificò con la cucina la possibilità di offrire a tutti un frugale pranzo freddo, come segno di ospitalità. Per facilitare la distribuzione ed accelerare i tempi, gli studenti avrebbero garantito un servizio ai tavoli. Rifocillati e riscaldati, a piccoli gruppi tutti i manifestanti hanno potuto uscire senza inconvenienti ed un loro rappresentante ringraziò, a nome di tutti, un medico della Direzione sanitaria. Arrivato quasi alla fine del percorso universitario avevo la consapevolezza che il Collettivo politico era stato un percorso formativo parallelo che aveva sicuramente assorbito energie, ma aveva permesso di acquisire, attraverso il confronto, chiavi di lettura per cercare di comprendere il mondo e anche di sviluppare competenze di problem solving, a livello procedurale e non solo.
Nel 1976, anno della mia laurea, le elezioni amministrative sembrarono portare a Roma una vitale ventata di cambiamento. Divenne sindaco Carlo Giulio Argan, grande storico dell’arte e gli eventi dell’”Estate Romana” (62) (Fig. 29) promossi dall’assessore alla cultura Renato Nicolini, sembravano stemperare la cupa atmosfera di quegli anni di piombo che sentivo particolarmente incombente. Avevo iniziato un percorso gruppo analitico, svolgevo un tirocinio ospedaliero in Neurologia ed ero anche coinvolto nel lavoro di progettazione di un Centro di Salute Mentale con la prospettiva di essere assunto. Nello stesso anno in Argentina i capi delle forze armate deposero la presidente costituzionale Isabel Martínez de Perón. (63). Il golpe avvenne di notte in silenzio, accompagnato da un silenzio mediatico. Videla si costruì l’immagine di uno zelante cattolico arrivato alla presidenza per ristabilire l’ordine della “nazione cattolica”, ma nel frattempo gli squadroni della morte agivano facendo scomparire ogni notte migliaia di oppositori. In questo contesto nel 1977 a Plaza de Mayo, un gruppo di madri e nonne di persone scomparse cominciò a scendere in piazza chiedendo dove fossero i loro figli scomparsi sfidando la dittatura e, negli anni, sono diventate un simbolo mondiale di lotta. (64)
Il 1977 è caratterizzato in Italia da una radicalizzazione della protesta sociale che assume un nuovo e specifico profilo. Una forte e diffusa istanza antifascista, egualitaria e femminista (Fig. 30) è accompagnata dalla critica radicale dei partiti e dei sindacati della sinistra istituzionale portata avanti dall’area dell’Autonomia Operaia (65). I nomi delle Radio libere espressioni di tale area, ne sintetizzano emblematicamente il messaggio. “Radio Sherwood”, con l’implicito riferimento al personaggio di Robin Hood, sembra alludere alla pratica dell’esproprio come forma necessaria di giustizia distributiva e ad una autonomia della/nella foresta come forma di difesa da un potere iniquo e soffocante. “Radio Alice” rimanda ad un viaggio al di fuori degli schemi della razionalità politica tradizionale e focalizza la dimensione di un‘economia del desiderio come ineludibile orizzonte individuale e collettivo. I gruppi degli “Indiani Metropolitani” (66) (Fig. 31) costituivano l’area più libertaria e creativa del movimento del ‘77. La loro contestazione era mirata primariamente a riappropriarsi dei tempi della vita per soddisfare i propri bisogni senza essere stritolati da una vita lavorativa modulata solo da logiche produttive capitalistiche fonti di alienazione. Il loro nome evocava il desiderio di orizzonti sconfinati, ma testimoniava implicitamente la percezione di un’oggettiva, strutturale e dolorosa marginalizzazione. Alle diffuse manifestazioni di protesta, di cui sono fatti oggetto anche soggetti ed istituzioni della sinistra, fa seguito una dura repressione poliziesca che porta ad esiti particolarmente drammatici. A Roma in margine ad un grande corteo viene uccisa la giovane studentessa Giorgiana Masi. A Bologna, la contrapposizione tra opposti gruppi politici all’interno dell’Università porta il rettore a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Ne conseguono violenti scontri nel centro cittadino (Fig. 32) in cui viene ucciso lo studente Francesco Lorusso. L’indomani la polizia fa irruzione nella sede di “Radio Alice” (67), distrugge tutti gli impianti ed arresta i redattori che saranno prosciolti in quanto viene appurato che non avevano in alcun modo promosso guidato gli scontri, ma ne avevano solo dato notizie in diretta.
Anche alcuni grandi intellettuali francesi come Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Michel Foucault, Gilles Deleuze e Felix Guattari, firmano un Manifesto di denuncia di tale attacco alla libertà. (68). Sull’onda di tale movimento di opinione si organizza a Bologna con il sostegno dell’amministrazione comunale un Convegno internazionale sulla repressione per riflettere sulle fratture che attraversano il corpo sociale e cercare di ritrovare ragioni e modi di una cittadinanza possibile. La città diviene teatro di numerose rappresentazioni artistiche (Fig. 33) ed iniziative politico-culturali (Fig. 34), mentre i gruppi più politicizzati si confrontano duramente su obiettivi e strategie (Fig. 35). I vari eventi coinvolgono complessivamente circa centomila persone. Il confronto politico sfocia anche nella rissa tra Autonomi ed esponenti di Lotta Continua, apostrofati dai primi come “la nuova polizia”. La mancanza di un accordo tra le varie anime del movimento impedì un’integrazione delle rispettive istanze e segnò inevitabilmente il declino della rilevanza politica dei singoli gruppi politici e di conseguenza dell’intero movimento extraparlamentare che si era sviluppato a partire da ’68 ed aveva avuto una significativa azione di stimolo sulle Istituzioni. Percepivo che una stagione politica, che mi aveva coinvolto ed in cui mi ero impegnato, si stava chiudendo e ciò mi causava un certo disorientamento. Ripensavo alla colonna sonora che aveva scandito le tappe di quella stagione: a “Contessa” (69) che Piero Pietrangeli aveva composto ispirandosi ad una conversazione intercettata, in modo involontario, in un elegante caffè romano e che sembrava rassicurare che: “Le Idee di rivolta non sono mai morte”; pensavo a quante volte avevo gioito sentendo gli Inti-Illimani intonare: “El pueblo unido jamas serà vencido” (70) anche se davanti al persistere delle coperture internazionali alla dittatura di Pinochet poteva suonare come una dolorosa illusione; ricordavo il precoce disincanto di Giorgio Gaber (71) e la sua amara ironia sull’impotenza delle parole ripiegate stancamente su sé stesse: “Al Bar Casablanca seduti all’aperto, una birra gelata guardiamo le donne, guardiamo la gente che va in passeggiata, con aria un po’ stanca, camicia slacciata, in mano un maglione. parliamo, parliamo di proletariato, di rivoluzione.” La velocità e la profondità delle dinamiche economiche e politiche, la mancata condivisione di obiettivi politici prioritari avevano determinato fratture nel movimento che si esprimevano con una linea di faglia che attraversava anche la musica rock. Mentre la maggior parte delle band italiane impersonavano ancora la figura del raffinato intellettuale, frutto degli scontri studenteschi del ’68, gli Area rappresentavano i sovversivi che, delusi per la mancanza di risposte a bisogni e desideri, erigevano barricate nelle strade. (72)
Il mio 1977 si concluse con la partenza per il servizio militare, una pausa forzata che ostacolava l’avvio di un percorso lavorativo che si era già rivelato più difficoltoso del previsto. Pieno di dubbi, a livello politico e personale, tendevo a aderire al monito espresso nei versi di Konstantinos Kavafis: “E se non puoi la vita che desideri/cerca almeno questo/per quanto sta in te: non sciuparla/nel troppo commercio con la gente/con troppe parole in un viavai frenetico…fino a farne una stucchevole estranea” (73). Mi ritrovai a Firenze al Corso Allievi Ufficiali dell’Aeronautica. Il luogo sembrava più un campus universitario che una caserma ed il soggiorno si presentava come una tardiva, e per me nuova, esperienza di collegio. Ripresi gli allenamenti di atletica, gareggiai e vinsi anche una medaglia. Comportamenti regressivi e trasgressivi di carattere ludico caratterizzavano le giornate intrecciandosi con gli impegni di studio e l’obbedienza formale al principio di autorità. In un pacchetto di richieste presentato al comandante c’era anche quella di poter usufruire di un allungamento del permesso di uscita dal sabato pomeriggio alla domenica sera, com’era consuetudine per i colleghi dell’Esercito. Il “pernotto” era particolarmente desiderato in quanto garantiva possibilità di incontri ed intimità in quel tempo rarefatte. Sugli altri punti il comandante si era dimostrato d’accordo, ma su questo si era dimostrato irremovibile. Riteneva infatti prioritario valorizzare il nostro trimestre fiorentino organizzando, la domenica mattina, visite al patrimonio artistico della città. L’identità, seppur recente, di medico, con una conseguente maggior esperienza del limite e della responsabilità diretta nelle scelte, aveva contribuito a ridefinire il profilo del contestatore, consentendo a Senex e Puer una più ampia area di dialogo. Consapevole degli effettivi margini negoziali, tollerai la frustrazione senza agire un’impossibile “vertenza pernotto”. L’esposizione domenicale, regolare e prolungata, all’emozione estetica, anche se vissuta come alternativa obbligata ad altre possibili emozionanti vicinanze, non determinò in me immediate forme di resistenza, né fenomeni di rigetto a lungo termine. Le espressioni artistiche sono diventate, in seguito, un mio campo di studio e strumento specifico del mio impegno professionale di psicoterapeuta.
Destinato a Roma, prestai servizio per tutto il 1978 in un’Infermeria militare ubicata di fronte all’ingresso dell’Università La Sapienza. Il “Caso Moro” (74) mi coinvolse, fin dall’inizio, in modo particolare. I terroristi delle Brigate Rosse che rapirono lo statista ed uccisero gli uomini della scorta indossavano, infatti, divise da aviatori ed erano appostati davanti ad un locale (Fig.36) che mi era familiare in quanto vicino a casa e luogo di qualche festeggiamento domenicale in alternativa alla mensa universitaria. Le circostanze temporali degli eventi, la militarizzazione della città che si rivelava del tutto inefficace sul piano delle indagini, la frattura tra le forze politiche riguardo alle strategie da adottare facevano intuire scenari particolarmente inquietanti che si confermarono, in seguito, fondati. Con l’uccisione di Aldo Moro (Fig. 37), ad opera di una frangia movimentista deviata e presumibilmente eterodiretta, si conclude la parabola politica aperta nel ’68. Il prevalere di una cieca pulsione distruttiva aveva finito per soffocare il potere non violento dell’immaginazione e la sua praticabilità attraverso la condivisione di un sogno, evocata da John Lennon come da Martin Luther King, ed il dialogo con la realtà. Il venir meno della funzione di stimolo offerta dal movimento comporta l’impoverimento della dialettica politica con riflessi negativi sulle Istituzioni. Alla fine di quell’anno si chiudeva anche un ciclo della mia vita. Mi congedai, e poco dopo lasciai Roma con un po’ di nostalgia per i progetti che non avevano avuto gli sviluppi desiderati. Iniziai altrove, come “psichiatra di provincia”, a declinare nella quotidianità, con passione e pazienza, l’utopia concreta di una salute mentale senza manicomi.
Mantenni un contatto con l’Università/Alma mater, frequentando la Scuola di Specializzazione in Psichiatria come pendolare. Tale modalità interattiva ha facilitato un salutare processo di identificazione-separazione. Ho avuto tempo e spazio per rileggere, riconoscere ed elaborare tracce di dinamiche fusionali, agite in precedenza anche difensivamente in termini conflittuali. Ho potuto parallelamente accogliere i contenuti disciplinari offerti da grandi maestri e verificarli, con maggiore autonomia, in altri scenari organizzativi. Ho cercato di integrare la prospettiva antiistituzionale, che aveva orientato i miei primi ed incerti passi nel labirinto manicomiale, con quella psicoanalitica maturata attraverso un percorso personale, in un’autentica psicoterapia istituzionale. Ho imparato col tempo a riconoscere la fruizione e la produzione estetica come un alfabeto primario e ad inserire le immagini, accanto alle parole, come possibili e significativi elementi di un naturale dialogo terapeutico. Dalla mia esperienza di studente contestatore ho conservato, come guida, un motto anglosassone: “Bisogna essere disposti a pagare almeno una moneta da tre penny per difendere il diritto ad esprimere le proprie idee”.
Quali riflessioni sul ’68 e dintorni dopo oltre mezzo secolo? Le vicissitudini profonde legate ai processi di identificazione, costante universale nello sviluppo della personalità, sono influenzate dal contesto socioculturale in cui si esprimono e sono alla base della fisiologica dialettica intergenerazionale. La novità nel ’68 è stata la presenza, per la prima volta nella storia, di un vasto serbatoio di giovani studenti legati, oltre che da questo status sociale, anche dal loro comune potenziale di conflittualità nei confronti della precedente generazione, che rapidamente elaborò ed espresse una propria controcultura di contestazione globale. Dal punto di vista psicoanalitico, l’originalità fu la ricontestualizzazione delle dinamiche edipiche da una dimensione individuale, intrafamiliare, ad una gruppale, di rilevanza sociale. Qui anche la violenza trovava una giustificazione ideologica in quanto ribellione nei confronti della violenza strutturale di un sistema giudicato autoritario e repressivo. Nella prima fase, il movimento si presentava con un “umore espanso”, ricco di energia, di creatività e di idee, seppure talora anche di agitazione violenta che trovò un’amara coda degenerata nel terrorismo, per l’incapacità degli studenti ad allearsi con i lavoratori, ma anche per l’incapacità delle istituzioni di rinnovarsi, di ascoltare, di elaborare ed incanalare le energie della contestazione, come invece avvenne in altri Paesi. Nella successiva fase di riflusso divenne prevalente un “umore depresso” associato a vissuti di delusione e/o meccanismi di spostamento. Si può ipotizzare che il successivo eccezionale aumento dell’abuso di sostanze, espressione psicologica di istanze trasgressive e di conservazione, ma anche frutto dell’azione di potenti dinamiche macroeconomiche, possa essere servito a sedare la maniacalità e contenere la depressione riducendo però l’area di una coscienza critica. Tutto ciò che caratterizzò il cosiddetto riflusso nel privato contribuì a spegnere le istanze di un” collettivo desiderio dissidente” e ad aumentare il rischio di leggere i conflitti generazionali, sociali e politici solo come problemi individuali da indirizzare, decontestualizzati, verso il consumo di prodotti di carattere terapeutico ed assistenziale (75). Pasolini lamentò come limite della controcultura giovanile l’elusione delle domande radicali dell’uomo, l’appiattimento sul “perbenismo interessato” contro il quale proclamava di combattere. Definì quella del ’68, “generazione sfortunata” perché “tu disobbedendo obbedisti”. Aveva infatti creduto di identificare il male della società nel suo passato, nella sua tradizione che appariva logora e spenta; ma era proprio di quella tradizione che la nuova cultura dominante voleva liberarsi, perché nonostante tutto, con i suoi valori quella tradizione costituiva un freno insopportabile. La generazione del ’68, scagliandosi contro quel passato aveva finito col rendere un ottimo servizio a quella società dei consumi che pensava invece di combattere e di cambiare (76).
Noi generazione del’ ’68 avevamo fatto un sogno e si era posto subito il problema di come praticare e rendere reali le nostre fantasie. Ci eravamo impegnati a realizzarle con proposte alternative a quelle previste dalla riforma universitaria, con esperienze alternative di assistenza psichiatrica ed avevamo posto il problema che le basi delle “research questions” dovessero essere ricercate e verificate anche nell’esperienza concreta e sociale. Questo distinse il ’68 italiano sia dalle esperienze americane dei Figli dei fiori, sia da tutte le rivolte generazionali orientate a comportamenti individuali, sia dai rottamatori senza uno sguardo responsabile sul futuro. Ci trovammo però in un momento storico in cui le Università furono utilizzate come area di parcheggio per i figli di una classe media che non avrebbero avuto le occasioni professionali dei loro predecessori. La riorganizzazione della produzione industriale determinò gravi tensioni sociali che furono gestite da poteri occulti anche attraverso le stragi. Non siamo stati in grado di trovare sbocchi a tali sfide strutturali. Pur con tutti i suoi limiti, l’onda lunga del sogno del ’68, di quell’immaginare largamente condiviso, ha lasciato tracce significative nella società italiana. Lo statuto dei diritti dei lavoratori e la legge sul divorzio furono varate entrambe nel ’70 e sono il prodotto diretto del biennio ’68-’69. Nel decennio successivo fu varata la legge sull’obiezione di coscienza, si sviluppò una maggiore sensibilità ai temi dell’ambiente e dell’identità di genere; furono varate la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, la legge sull’inclusione scolastica, la legge 180 di riforma psichiatrica, la riforma sanitaria e il nuovo diritto di famiglia. Tale impianto legislativo ha dato finalmente corpo a valori costituzionalmente riconosciuti, ma in precedenza non garantiti, ed ha posto l’Italia come un esempio avanzato a livello europeo.
Ne “Il vecchio e il bambino” Guccini (77) ci offre una poetica ed istruttiva sequenza comunicativa che si snoda tra fantasia, memoria ed il laborioso esame di realtà: “Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera / La polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera / l’immensa pianura sembrava arrivare fin dove l’occhio dell’uomo poteva guardare e tutto / d’intorno non c’era nessuno solo il tetro contorno di torri di fumo”. Un cielo cupo li porta a misurarsi con difficoltà che vanno oltre l’atmosfera di incertezza di ogni tramonto:” I due camminavano, il giorno cadeva, il vecchio parlava e piano piangeva:/ con l’anima assente, con gli occhi bagnati seguiva il ricordo di miti passati.” Ripensando a quello che era il suo mondo quando era giovane, il vecchio si commuove cercando però di non spaventare il bambino. Una luce improvvisa accompagna le sue parole: “Immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell’uomo e delle stagioni”. La scena si riempie di voci, suoni, colori. Quello che era triste diventa paradisiaco. Come è arrivata, la luce accecante si spegne e si torna alla dura realtà:” Il bimbo ristette, lo sguardo era triste e gli occhi guardavano cose mai viste, e poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe raccontane altre”.
Rivisitare gli scenari che hanno caratterizzato il ’68 e dintorni, ci permette di confermare l’assunto che l’attività immaginativa per il suo creativo dispiegarsi presuppone la relazione con un Sè, individuale o collettivo, capace di cavalcarla come le onde del mare senza lasciarsi travolgere, presuppone una relazione di convivialità psichica tra diversi modi di essere della mente. Se la fantasia si svincola dal Sè e dalla vitale dialettica con il principio di realtà può rischiare di imporre sé stessa come guida e scenario obbligato, incatenando il soggetto ad una dittatura del desiderio. Riflettendo sull’Utopia del ’68, sui venti di guerra, le criticità ambientali e sui fenomeni di desertificazione psichica che attraversiamo e ci attraversano nell’oggi, auspichiamo che il Puer che è ancora in noi possa essere capace non solo di annunciare che il Re/Senex è nudo, ma anche di chiedergli “con voce sognante” di continuare a raccontare fiabe, non come regressiva fuga dall’esame di realtà, ma come antidoto all’altrettanto pericolosa perdita di un desiderio di metamorfosi.




















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Roberto Boccalon (boccalon.r@gmail.com)
Psichiatra, psicoterapeuta di formazione analitica,
Presidente IAAPs (International Association for Art and Psychology)
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata































