Binario fluido – Maria Luisa Mondello
Maria Luisa Mondello
“E si farà l’amore ognuno come gli va”,
in L’anno che verrà, canzone di Lucio Dalla, 1979
“https://youtube.com/shorts/cl45qwhTv_8?feature=share
“ Relazioni interspecie[1]
Abstract
Il sessuale, la cui comprensione tanto cimenta il pensiero psicoanalitico, attraversa il nostro tempo in forme rinnovate nel senso, nella definizione, costringendo a nuove letture che mettono in discussione gli assunti socio-antropologici riversatisi nel secolo scorso nella cultura freudiana universalizzante. Una forte accelerazione, focalizzata sulla legittimazione dei modi di vivere, esprimere la relazionalità sessuale umana e la sua costituzione identitaria, ci pone, in modi incerti e da mettere alla prova, nella condizione di definire ex-novo la geografia della costituzione della persona. Con un’ulteriore articolazione: in un’ottica che rinunzia a un antropocentrismo pervasivo e assolutizzante tutto centrato sul profilo di un maschile/criterio, si fa strada il suo superamento e lo sciogliersi nella consapevolezza di essere viventi tra viventi senza primati e senza sostanziali distinguo valoriali.
Un termine controverso-fino a poco tempo fa compariva sui documenti segnalando con M se maschi e con F se femmine, frequenta polemiche, dicibilità e indicibilità di stati di esistenza che premono per avere statuto, riconoscimento. Alimentando il timore che si voglia accogliere la concezione che si possa essere del genere che si preferisce, semplicemente scegliendo. Come si fa con i vestiti (ma anche loro hanno precisi statuti difficilmente mutabili a proprio piacimento). Siamo maschi e femmine! si afferma qua e là in modo perentorio, mettendo tutti in riga. O siamo entrambe le cose con qualche affollamento (mi riferisco al bi-sessuale freudiano e al suo risolversi nella crescita ma anche rimanere nella costituzione consentendo di pensare a camere da letto in cui non si è mai meno di 4!).
Se ci si guarda in giro, facciamo la rassicurante constatazione che molto è mutato nella comune percezione dell’essere maschi e femmine, e che non sembra possibile arrestare l’acquisita agibilità di concezioni inclusive dei posizionamenti identitari non declinabili in modi storicamente accreditati. In un panorama sostanzialmente binario, viviamo il tempo dell’espressione individuale di essere a questo mondo, non proprio attribuibile con specifica chiarezza a uno o all’altro dei due sessi. Per lo meno nei modi polarizzati e gerarchici (per potere, valore, funzioni senza sovrapposizioni ma tanta contrapposizione) che fino a oggi ci hanno accompagnato e hanno seria difficoltà a lasciarci.
Una rigida e indiscutibile condizione si contrappone ai corollari personologici che ci abitano, avendo sempre meno la necessità di sottili distinguo. il sesso, non la sessualità, definito anatomicamente alla nascita, non lascia margini di sorta e riduce a 2 le forme dell’essere in vita. Si, qualche stato difforme è riconosciuto sia geneticamente, che anatomicamente. Ma in linea di massima i genitali e relativi caratteri sessuali secondari sono di una chiarezza indiscutibile.
Ulteriore concretizzazione della cartesiana dicotomia mente-corpo(la mente va con libertà, fantasie, articolazioni fantasmatiche, oltre la concretezza neuro-muscolare) proprio nel tempo in cui proviamo a riconoscere che siamo corpo che è mente, senza avere parole che ci consentano di nominare una constatazione che sta prendendo forma sempre più concretamente, senza dover frequentare mente-soma, som-.psiche, mente incarnata, e tutte le contaminate composite espressioni che animano il nostro cielo metaforico, da sempre tentativo di dar forma e concretezza a quanto pensiamo, cogliendo un reale che non si lascia afferrare: “le braccia pensanti” (Chetrit-Vatine, 2004); “un cuore che pensa” (Alvarez, 2012); “pensare con le mani” (Mondello1998); “tatto emozionale, relazionale” (Mondello 2016, Crucianelli 2024); “la parola è corpo” (Piazza, 2019); “essere corpo in psicoterapia” ( Music, 2022) e via seguitando.
Nell’economia del discorso che provo a formulare, trovo interessante citare: Donna Haraway, filosofa statunitense. L’ultima Biennale di Architettura le ha attribuito il Leone d’Oro alla Carriera. Riconoscimento che la apprezza per la sua attitudine a muoversi tra scienze sociali, antropologia, critica femminista e filosofia della tecnologia. Sostiene la necessità di accedere a nuove integrazioni tra mondi separati a superamento del mondo attuale, le cui difficoltà possono essere superate o mitigate attraverso la creazione di nuovi miti e la coltivazione di nuove forme di parentela. Il modo in cui s’intendono e si incontrano la scienza, la tecnologia, l’etnia, il genere, la geografia e la storia ambientale dell’umanità muta la concezione di queste stesse aree e sostiene l’idea che le intelligenze naturali, artificiali e collettive agiscano insieme. Forte è l’enfasi sull’urgenza della coesistenza e della simbiosi con altre specie. La nuova era da Haraway denominata Chthulucene[2], si definisce nel superamento del genere come lo abbiamo finora inteso; sostiene che il genere è un funzionamento sociale degli apparati corporei di sessi, sessualità, desideri, essendo gli umani meno binari di quanto si creda. Intervistata per “La Lettura” del Corriere della Sera (13.4.2025) afferma: “Un funzionamento naturalesociale (ancora una parola composita per esprimere quello che non ha dicibilità nel vocabolario consolidato) non è una costruzione intellettuale astratta. In senso stretto l’umanità conta già un numero significativo di esseri intersessuali. La maggior parte delle persone sperimenta corpi naturalisociali che non si inseriscono in una categoria o nell’altra. Assicurare la fecondazione e la prossima generazione di bambini umani non dipende da un binario di sessi. La tecnologia aumenta le possibilità post binarie” E aggiunge:” Noi diventiamo come meduse in cui naturale, umano e artificiale non sono separabili nei nostri corpi.” Fate nuove parentele, non popolazioni è il suo motto!
Forse un po’ criptiche a prima vista le sue affermazioni. In realtà apprezzo il suo guardare a possibili intrecci e convergenze tra umano, animale, ambientale che, a partire da una lettura evoluzionistica dell’esistente organico sempre meglio articolata, sembrano proporre in modo significativo contiguità e continuità tra tutto ciò che abita la terra, superando di fatto l’assetto gerarchico – valoriale che ci ha accompagnato fino a oggi: animali superiori e inferiori, maschi e femmine, complesso e semplice, etc.
Donna Haraway, è l’esponente più immaginifica del Simbiocene, termine coniato da Glenn Albrecht, filosofo che è stato docente a Perth (Australia), per indicare un atteggiamento umano che tende a coltivare una visione di forte relazione con tutto l’esistente, nel superamento di steccati e divisioni non solo tra persone, stati, ma anche col mondo vivente e non solo.
Li cito brevemente per segnalare una tendenza a prima vista lontana da realizzazione e, contemporaneamente, presente nelle culture post-evoluzioniste che sembrano tracciare percorsi fluidi interspecie, non solo interumani ad esempio.
Chi mi conosce sa che apprezzo gli studi etologici che riguardano non solo i primati, ma uccelli, pesci, cefalopodi e spugne, così come api, lupi, etc.
Mi ritrovo a pensare che le ultime ricerche hanno individuato nel cuore una neurofunzionalità autonoma e nell’apparato digerente la collocazione di quello che viene definito il secondo cervello, destrutturando di fatto la centralità del cervello posto a comando di tutto il corpo, mera massa meccanica senza pensiero, dominata e diretta dall’espressione alta del nostro essere umani, tutta centrata nel mentale la cui collocazione vaga da tre centimetri sopra il cervello a luoghi metafisici rarefatti e contemporaneamente frequentabili, come fossero concreti (v. la nomenclatura della psicoanalisi e non solo).
Naturale accostare questi gangli neurofunzionali al cervello diffuso di un polpo o di altri animali “inferiori”. La medusa della Haraway, presenza marina con minimo apparato neuronale, suggerisce ancora più fortemente la necessità di superare le concezioni per steccati che abbiamo praticato fino ad ora, per accedere a letture di noi e dell’esistente in una fluidità strutturale, sistemica, che non consente primati, distanziamenti valoriali, nette distinzioni individuanti, anche tra specie e specie.
La medusa come concreta metafora del vivente estesamente a matrice /espressività fattuale molteplice, infinita forse, ma partecipando di una unica naturalità. Concretissima, a volte semplice, ma sempre in grado di meravigliarci per funzionalità comunque intelligenti, coerenti con l’ambiente di vita, riproduzione, alimentazione, ognuno magnificamente capace. Un esempio per tutti: la canocchia pavone (Odontodactylus scyllarus [Linnaeus, 1758]), conosciuta anche come gambero mantide. Studiata per la capacità di muoversi in fondo al mare per tracciati di rara competenza topografica, ma anche per copiarle la capacità di vedere la luce polarizzata circolarmente, ammirandone i colpi per lacerare il carapace di consimili di cui si nutre, che vanno oltre gli 80 km/h, velocità simile a quella di un’arma da fuoco.
Se ne parla diffusamente in un testo da non molto uscito in Italia: “Senzienti” (Higgins J. 2021) che ha come sottotitolo: “Quello che gli animali ci svelano di noi stessi”.
Il primo capitolo affronta il tema della visione umana, riportando gli studi sulla variopinta conocchia che vede i colori, tanti, lasciando pensare che il vedere andrebbe scomposto in più sistemi visivi. Lo spirito del testo ruota intorno a uno spostamento radicale dell’attenzione alle facoltà superiori umane, a cominciare dal grosso tema della coscienza che può prendere posto tra i sensi: quest’ultimi sembrano oggi assumere centralità esplicativa del nostro funzionare, potendone contare alcuni scienziati 22, ma altri 33 (op cit. pp. 10-11)!
So di averla presa larga, ma è a partire da una lettura estesa che forse si può poi provare a esprimere la dicibilità di un sentire che è nell’aria, che assume forme che sembrano tettonicamente sconvolgere gli assetti consolidati e che, invece, sono il modo più solido e fattuale di consentirci di essere, con maggiore autenticità e benessere, meglio espressi nella acquisizione di una umanità autentica e armoniosa.
Making Kin Not Population (Haraway2018), volume che affronta temi legati alla crescita demografica, alla giustizia riproduttiva femminista e antirazzista, alla giustizia ambientale e al benessere multispecie, è la più estesa sintesi dell’unicità del sistema Terra.
Fluidità
Il tempo culturale, esperenziale, psicologico racconta in modi magmatici, di una trasformazione estesa dell’identità umana che assume nuove modalità di esistenza e di relazionalità fortemente connotate dall’impossibilità di ridurci a maschi e femmine, certamente assai differenziati se si assume come criterio dirimente il tema generativo. Anche questo in disgregazione, direi, ponderata. Il 5 luglio 1996, per clonazione, è nata Dolly, una pecora, suscitando ampie polemiche, timori, lasciando intuire panorami mostruosi della generatività umana. Oggi la scoperta a Cambrige della possibilità di produrre gameti da cellule umane qualsiasi, sembra possibile accoglierla con minore allarme, quasi naturale espressione di una genetica che nel frattempo ha manifestato nella possibile manipolazione, qualità generose e confortevoli per la vita umana. Boncinelli (2025) riporta la notizia “… gameti, cellule-uovo e spermatozoi, si potranno creare in laboratorio”. Non mi pare che questa possibilità abbia suscitato gli allarmati dibattiti che accompagnarono la nascita di Dolly.
Con buona pace della generatività, nucleo portante della vita a questo mondo, fulcro concreto e simbolico di sistemi sociali, culturali, psicologici, religiosi e legislativi, modulati in modi ferrei e labili nello stesso tempo, proviamo a leggere nel momento, nell’attimo attuale, qual è il portato personale e culturale che permea il nostro tempo e lo trasforma così radicalmente.
Dunque ci occuperemo di un sentire il maschile e il femminile performati e performabili, sul piano identitario, in modi la cui articolazione è storia fatta e tutta da fare. Perché la contemporaneità consolida l’acquisito e rilancia il nuovo non ancora concepibile. Consapevoli del fatto che l’acquisito tende a proiettarsi autoreferenzialmente non solo nel futuro sempre prossimo, ma addirittura nell’assoluto generale, forse eterno.
Come siamo fatti e funzioniamo cimenta la nostra competenza psicologica in modi che ci costringono a definire la nostra concezione del crescere, degli assetti identitari, dei modi generativi e familiari. Ci ha accompagnato la concezione freudiana rivista e corredata da aggiustamenti e ridefinizioni in mani essenzialmente kleiniane, bioniane, e winnicottiane, variazioni sul tema capaci di sollevare a ogni virgola animate discussioni, incomprensioni, scismi, frutto della consueta e naturale resistenza che accompagna ogni passo dell’umano procedere. Appena raggiunti e consolidati quelli che consideriamo baluardi risolutori di ogni incertezza, difficile accettare il passo che sentiamo nel vuoto quando avanziamo gettando il cuore oltre lo steccato.
Riprendo le fila di un discorso iniziato in testi precedenti (Mondello M.L. 2001, 2008, 2011a, 2011b, etc.), motivati dall’esigenza di chiarire, all’interno della teoria psicoanalitica rivolta alla comprensione del crescere, la difficile profilazione del femminile a fronte dell’apparente chiarezza e compiutezza del procedere maturativo del maschile. Si è detto, unico sesso detentore del desiderio e modello performativo del femminile (la differenza possibile giocata tra fallico e castrato, secondo le presunte teorie sessuali infantili (Freud,1905)). Essere femmine rimane a tutt’oggi, nella teorizzazione psicoanalitica, senza uno statuto specifico di esistenza. La differenza sessuale prende le mosse nel confronto tra una categoria e la sua mancanza: fallico e castrato. Sbilanciamento che inevitabilmente si riversa, conservandosi, nella concezione di maschile e femminile. Maschile gravato drammaticamente da un’epica crescita, nell’enfasi di una posizione responsabile e centrale: legge, cultura, regolazione della relazione di bambino e madre; unico possessore del desiderio e delle sue espressioni, purché si risolva il conflitto col padre nella lotta per la predazione del femminile, si affrontino minacce simboliche castranti, si consolidi un Super-Io, sempre pronto a regolare e punire ritorsivamente, in un drammatico procedere, sempre sfiorando delitti e pene. Il femminile, portatore dell’invidia del pene, costretto nel crescere a cambiare oggetto e zona erogena, convertendosi al desiderio di un bambino, come condizione auto-strutturante per eccellenza l’identità (Freud 1910).
Necessario poi abbandonare ogni traccia della condizione sessuale mascolina cedendo la primaria sensibilità clitoridea all’enfasi di una orgasmicità vaginale. Esclusivamente vaginale. Se Freud si è riferito a un genitale unico, la Klein sembra avere teorizzato poi un genitore unico, poiché la madre, contenendo il pene nella fantasmatizzazione infantile, ha in sé il padre.
Per Winnicott, il più incline alla valorizzazione del ruolo materno, nel mettere mano al primato costruttivo della psichicità del bambino, nella rappresentazione primaria dello stare al seno, ha addirittura incluso il maschile: “Mi sembra che l’idea di ciò che in termini psicoanalitici è chiamato pene compaia in origine in relazione a certe qualità della madre, quali norme, regole, temporizzazioni, durezza, indistruttibilità. A un’epoca variabile queste idee si raccolgono insieme e possono essere trasferite al padre, se questi è presente.”
Una concezione fortemente pessimistica, quella psicoanalitica, segnata dal temere bisogni primari, istinti la cui ferinità mantiene per la vita il senso della minaccia dell’errore. É la competenza psicoterapica a soccorrere il difficile crescere e essere adulti attraverso una redenzione per così dire laica, snidando le forze inconsce che spingono al male. La colpa, principio del mondo biblico travasato nella cultura occidentale, abita tanto la psicoanalisi.
Si ha un bell’evocare oggi, sempre pronti a un “lui l’aveva detto”, la bisessualità attribuita all’infante dall’erotismo perverso, quando siamo costretti ad affrontare gli assetti identitari, le definizioni del desiderio, le nuove famiglie, la rappresentazione LGBTQIA+ [3] degli stati sessuali non solo della mente (Meltzer, 1973).
Non entreremo nel merito, direi dimenticandocene, per guardare il mondo che ci circonda, le persone, le culture, con occhi mondati da così pesante e fascinoso lascito, consentendoci, con levità e implicito ottimismo, di abitare letture, pensieri di più attuale e concreta competenza. Nel senso di riconoscere come confacenti al vivere le buone forme della vita infantile, animale, umana disposte a affetti, cooperazioni, intese, piacere nell’incontro senza drammi pseudo-ancestrali e para-religiosi (Mondello 2014).
Abbiamo pensato, in modi diventati popolari, quando la riflessione poteva cogliere precise e necessarie contrapposte caratteristiche per definire maschi e femmine: forse uomini e donne vengono da pianeti differenti, Marte e Venere i meglio caratterizzanti! Scelti nel 1992 da J. Gray, scrittore, dando inizio a una fortunata serie di testi intorno alle contrapposte e spesso conflittuali attitudini maschili e femminili. A complemento delle intuizioni di senso comune di Gray, la differenza tra maschi e femmine col suggello neuro-scientifico: cervello destro e sinistro, caratterizzanti modalità neuronali funzionali, rapidamente polarizzate in maschile e femminile (naturalmente al maschile: ragionamento, logica, attitudini matematizzanti, e al femminile: emozionalità, relazionalità, etc… oltre che presente una maggiore interazione intracerebrale tra cervello destro e sinistro). Accenno minimamente a attenti studi neuroscientifici, presto diventati gesto psicoterapico in grado di sistemare ora l’una, ora l’altra parte. Allan Schore, per es., ha sviluppato una tecnica psicoterapica tutta centrata sul cervello destro (emozionale essenzialmente) e sulle regolazioni interpersonali (a modello ancora una volta madre e bambino) inconsce.
La guerra e la bellezza
La cultura corrente ci consegna mille segni inequivocabili che la missione del femminile umano è fondamentalmente bellezza e per il maschile umano è guerra, ma soprattutto competizione con gli altri uomini per la conquista del femminile, avendone il possesso.
Convivono in realtà tanti modi di essere maschi e femmine che non evocano diversità improprie se non disdicevoli, incongruità difficili da frequentare nel nostro pensiero e nella realtà, tanti modi di fare famiglia, tanti modi del nascere e del sentirsi Sé.
Il poter considerare intanto le diverse forme del sessuale e le diverse derive identitarie, vive un esteso travaglio culturale e politico che travalica le nostre considerazioni ma va colto e posto sullo sfondo per meglio orientare la nostra competenza di cura e clinica.
Sono radicalmente mutati i modelli culturali connotativi della società occidentale. Sapremmo oggi indicare, ad esempio, professioni tipizzanti il maschile o il femminile? Potendo in ogni caso, contemporaneamente riconoscere aree lavorative fortemente connotate dalla presenza di un sesso o dell’altro.
Non proverò, non ne ho la competenza, a tracciare i percorsi socio-antropologici che hanno attraversato il secolo scorso riversandosi nel nostro tempo, definendo la materia di cui provo, per tentativi, ad occuparmi. Mi avvarrò di micro annotazioni di superficie, per così dire, ma non per questo meno significative di rivolgimenti sociali sostanziali.
L’uso dei pantaloni come pratica diffusa nell’abbigliamento femminile, dapprima oggetto di censura, poi capo diffuso, quotidiano, per tutte le età. Storia che probabilmente ricalca l’uso che il maschile ha consolidato già da secoli, per lavorare, vivere la dinamicità della strada. Se si guarda l’abbigliamento femminile, ancora oggi, non ha la chiarezza semplice e consolidata dall’abbigliamento maschile (Mondello 2020), ma è sulla buona strada, mentre il maschile si scopre, con forti inflessioni ambiguanti, bisognoso di un abbigliamento più vario, bello (come ovviamente è, perlomeno nelle intenzioni, quello femminile), non solo giocato sulle sfumature del blu, nero, grigio per giacca, pantaloni, camicia, divisa d’ordinanza. Assumo gli accenni al percorso di consolidamento di un capo d’abbigliamento femminile, per esemplificare l’esigenza del vivere fuori dalle mura domestiche, come riflesso significativo di una profonda rivoluzione culturale. Non si sente più dire convintamente:” Chi porta i pantaloni in questa casa?” Come a dire:” Chi comanda?”. Ciò che segnava con chiara precisione la differenza tra maschile e femminile è evaporato; per molti dei gesti, delle competenze del vivere quotidiano non ci chiediamo più dell’appartenenza identitaria a un sesso piuttosto che a un altro. Mantenendosi contemporaneamente nel linguaggio, nei gesti sessisti, negli atteggiamenti possessivi, le tracce di un patriarcato allarmato, a volte minaccioso, minacciato da nuove e spesso mal gestite autonomie, dai nuovi assetti parentali (Mondello 2024).
Le nuove generazioni abitano, con sempre maggiore naturalezza, una sostanziale sovrapponibile esperienza del vivere non più distinguibile in maschile o femminile.
Lavorare, studiare, guidare, partire, scegliere per desiderio il partner, avere vita relazionale, sessuale… per elencare confusamente. Nelle pieghe del sessuale poi prendono forma gli assetti nuovi che si espongono alla luce del sole, non più censurabili, negabili, ma non per questo pianamente sostenibili, comprensibili, teorizzabili.
Le forme del nascere sembrano poter rinunciare, se necessario, al consolidamento della coppia maschio-femmina; il femminile sembra accedere alle forme del desiderio sessuale, lentamente, e con maggiore lentezza il maschile perde la connotazione di unico detentore del possesso e del desiderio, per accogliere la reciprocità dell’incontro affettivo nella sessualità. Non solo. Aumentano i papà accudenti, competenti nell’intessere quella reciprocità essenziale al crescere che da sempre abbiamo attribuito al materno, quando non era ancora visibile la sottile competenza mentale e mentalizzante nell’essere corpo che vive di tatto essenzialmente emozionale; competenza primaria del bambino e di chi se ne occupa, in grado di costituire già nel gesto, un procedere di crescita che abbiamo avuto necessità di definire al suo nascere: primitivo, senso-motorio, sub simbolico, etc. L’espressione tatto emozionale, l’ho ritrovata con piacere, in un agile libro dal titolo: “Storia Naturale del tatto” (Crucianelli 2024), dedicato al valore relazionale, di un senso esteso (tutto il corpo, mucose comprese), ma poco visto e compreso nella sua qualità fatta di raffinata tessitura comunicativa. Scrivevo tempo fa: “Il tatto affettivo, il riconoscimento della qualità significativamente emozionale del contatto con l’altro, va riconosciuto come il territorio su cui si edifica quell’intensa intimità da sempre attribuita a madre-bambino. Dobbiamo chiederci se possiamo immaginare la possibilità di attribuire ai gesti accuditivi, alla presenza fisica, alle carezze maschili rivolte all’infanzia la qualità affettiva, la competenza relazionale che, al riparo da ogni sessualizzazione, nonostante il discorso freudiano (v. Mondello 2009), riconosciamo al femminile.” (Mondello 2016).
La ricerca di Panksepp & Biven (2012) sui sistemi emozionali valorizza in modi intersessuali la competenza alla CURA, attitudine primaria condivisa con il mondo animale, a chiarimento di quanto e come l’espressività dei tratti caratterizzanti le specie vivano di modulazioni legate all’ambiente, alle consuetudini, all’ espressione storica.
Sono gli ambienti culturali, sociali, che abitiamo, a dare forma ai nostri gesti la cui significazione identitaria è frutto dell’intreccio quotidiano tra come tendiamo a esprimerci e come questo risulti possibile.
Così come variazioni di ossitocina, testosterone, vasopressina, ormoni anch’essi a presenza e quantità variabile, nella condizione uterina, alla nascita, nelle diverse fasi del crescere, in presenza o assenza di un bambino a cui si dà attenzione, a livelli differenziati di prossimità, meglio studiati e compresi, raccontano concretamente che vivere l’intensità dell’incontro intersoggettivo con un neonato, il rapporto di amore e cura che si avvia e realizza, costituiscono esperienza possibile e di medesimo valore per tutti.
Ho dedicato, coinvolgendo un gruppo di colleghi, nella prima metà del 2025, un seminario online alla lettura condivisa di un testo di S. Blaffer Hrdy (2024), dedicato alla competenza maschile alla cura neonatale e infantile. Con attenzione antropo-sociologica, corredata da tanta ricerca neurofisiologica rivolta a umani e animali, l’autrice completa il quadro, cominciato a tracciare con gli studi rivolti all’Istinto materno nel 1999, così solido ancora oggi, nella sua millenaria edificazione, e così poco rintracciabile nelle diverse culture, umane e non, prese in considerazione.
Quel che con approssimazione desidero mettere in rilievo è la constatazione di una sostanziale rimodulazione continua degli assetti di vita che assumono forme sempre meno sperequate, consimili, costituendo nei fatti una distribuzione pervasiva e fluida delle attitudini relazionali che ci caratterizzano come umani senza soluzione di continuità.
Constaterei a grandi linee la consistenza di un binario fluido negli andamenti espressivi e connotativi del vivere che va dal femminile al maschile. Consentendo a ciascuno un dimensionamento sempre possibile, al quale riconoscere una espressione a fisarmonica che molto deve all’ambiente sociale, alla costituzione della gruppalità umana, alle forme del lavoro, alle diverse geografie.
Nella percezione di Sé diviene sempre meno significativo se quel che si pensa, si vive, si agisce, possa dirsi maschile o femminile.
A base delle fluidità attualmente più in evidenza, quelle riconducibili ad assetti identitari difformi dal comune destino biologico e sessuale, accrediterei il continuum esperenziale quotidiano che si travasa nel gesto di uomini e donne. Riconoscendo che ciascun tratto personologico, atteggiamento, competenza, libertà, racconta una accidentata storia in cui scandalo, colpa, pena, violenza, si sono dati il cambio a sottolineare che nulla di quello che oggi con buona pace di tutti esiste, sarebbe mai potuto accadere.
Tutto questo, è avvenuto, sta avvenendo a partire dalle radicali trasformazioni identitarie che hanno trovato espressione, essenzialmente, nell’accesso alla vita politica delle donne, accreditate dalla necessaria emancipazione dal maschio in guerra, nei movimenti sessantottini di rivolta giovanile e femminista nei confronti del potere maschile (patriarcato, religione, istituzioni, politica); oggi la spinta più forte, citati i penultimi movimenti accelerati della trasformazione sociale, può essere colta nel consolidamento legislativo della attribuzione specifica ed esplicita al maschile di atteggiamenti sessisti, prevaricatori, vessatori, violenti fino al femminicidio. Sanzionabili e di cui prendersi cura (Mondello, Provenzano 2022).
La quotidianità è costantemente punteggiata da gesti, atteggiamenti, prevaricazioni, scandali, intorno agli assetti identitari accoglibili come naturali, buoni, validi, morali, etc.
Eppure la storia narra di una punteggiatura a tratti cruenta, lungo la linea di definizione dell’essere a questo mondo, con una biologia, una sessualità, un desiderio propri, illegittimi e per trasformazioni naturalizzati in legittimi.
Siamo su un crinale scosceso che diviene pericoloso frequentare se dalla fluidità degli atteggiamenti accudenti, professionalizzanti, amorosi e amorevoli, passiamo a percepire e vivere, in modo acuto e rivelatore di quanto grande sia ogni partita che anche per andature assai distanti ha come centro sessualità, costituzione della coppia, della famiglia, del sociale nella sua più ampia accezione. A partire dall’identità di ognuno.
A una prima scorsa sembra che per tutti riposizionarsi nel panorama fluido che definisce sempre meglio il futuro, comporti spaesamento, difficoltà, sofferenza. Ma anche conquista, miglioramento, affermazione.
Abbiamo sostanzialmente accolto come possibili le tante modalità dell’innamorarsi e dell’amare. I fantasmi che popolavano il mondo binario sembravano costringere il desiderio sessuale a prendere forma anche nelle omosessualità e lesbismi ricalcando gli assetti tipizzanti maschile e femminile eterosessuali. Impensabile pensare che fosse possibile, da una posizione identitaria maschile, amare un maschile non femminilizzato. Lo stesso nella condizione femminile in relazione amorosa con un femminile altrettanto femminile.
Una grande paura accompagna le micro-variazioni del percepire, percepirsi sessuati in modi non immediatamente coerentizzabili con ciò che riteniamo cristallizzato in una tradizione millenaria, così semplice nella chiarissima, evidente definizione biologica. È così forte l’esigenza di tenere solido il panorama della costituzione della famiglia, culla naturale del generare, che ci allarma ogni virgola e intanto cambiano i vocabolari.
Gli assetti sociali e familiari
Gli adolescenti sono da sempre al centro del cambiamento, scabrosamente rapidi, capaci di ogni contraddizione, permeabili a ogni fil di fumo che volteggi nell’aria portando la sintesi del tempo passato, mentre si presenta sconvolgente il futuro.
Sono loro, maschi e femmine, che, con aria di sfida, a volte tremebondi, entrano nei nostri studi, nei nostri luoghi di lavoro per, come biglietto da visita, raccontarci che si sentono fluidi, cioè attraversati dalla consapevolezza di una, forse, sessualità che non si lascia definire in termini binari.
Credo di poter riconoscere, specialmente negli appena prossimi all’adolescenza, appena toccati dalla pubertà, la frequentazione del tema sessuale, senza averne ancora esperienza, ma turbati e partecipi della potente forza sensuale, desiderante che li attraversa. È possibile riconoscere, soprattutto nel femminile, da sempre abilitato a sollecitare il desiderio ma non a possederlo nelle prassi della quotidianità, la prima forma, tutta giocata tra amiche, compagne di scuola, di avere desiderio. Di sentire a fior di pelle nuove pervasive sensualità. E poterlo vivere e dichiarare.
Medesima condizione abita il maschile, ma abilitato da sempre a essere desiderante, al doverlo essere, affronta nella mia esperienza, il tema della fluidità costretto più drammaticamente dal doversi pensare nella difficoltà di dover riconoscere nel femminile l’oggetto del proprio desiderio. Sentirsi fluidi sembra consentire un riferimento alla possibilità di, dato per esistente il riferimento al femminile, fare spazio a desideri omosessuali. Forme per tutti di libertà nel potersi nominare desideranti, avere il tempo di prendere e dare forma a Sé, al desiderio. Che già presente, ha forme nel manifestarsi, ineludibili, se attingono a tracce più o meno manifeste già nell’infanzia.
Abbiamo da sempre riconosciuto negli adolescenti, il difficile e a volte scomposto percorso dell’acquisire identità, vogliosi di tutto, nell’impossibilità di accettare il limite, la definizione, il si può e il non si può. L’essere e il non essere.
Ci appartiene professionalmente il consentire alla più parte di loro, giovani adolescenti fluidi, di vivere la sensazione, spessissimo presente di entrare in amicizie, che allagano tracimando, dell’essere amici del cuore, ma anche innamorati, pronti a travasi, simbiosi, fusionalità di rara estensione e drammaticità.
E tutto questo ricamandolo a scuola, nei gruppi, alla luce del sole, con ostentazione a volte, o con paura, con la fierezza di portare negli occhi un tempo, un continente nuovo di zecca, dell’umano vivere. Grande il conflitto generazionale, la difficoltà della condivisione con i genitori del sentirsi in attraversamenti che a volte consolidano antiche autopercezioni divenute urgenti e perentorie, stranianti e sconvolgenti.
Complicandosi poi tutto questo con l’esperire, per alcuni, la necessità di non poter vivere prigionieri di un corpo che si declina nel suo sentire, in modi che nulla possono accettare del sesso biologico posseduto. O meglio del corpo in dotazione.
Ben altra portata ha accogliere e modulare gli andamenti che riguardano le richieste, l’agibilità della transizione fisica nell’impossibilità di coniugare il sesso biologico con quello sentito, vissuto, spesso sin dalla più tenera infanzia. Le disforie di genere. Ma anche urgenza dell’ultim’ora, adolescenti in un travaglio le cui dimensioni dobbiamo imparare a conoscere, riconoscere e modulare.
Materia scabrosa, cruenta nel suo procedere chirurgico e endocrino, oggi sempre più presa in considerazione dalla nostra professionalità. Con forte accelerazione ce ne stiamo occupando, tanti i gruppi di studio, di confronto sul tema. Tema ancora più cocente la pratica che in nome dell’evitare, una volta compiuta l’adolescenza, interventi chirurgici ed endocrini massicci e lesivi, propone la sospensione della maturazione puberale.
Dibattito teso e infuocato, anche in Italia, che credo tutti seguiamo e del quale ci stiamo occupando. Le disavventure della Tavistock Clinic[4] ci colpiscono, ci allarmano e costringono a pensieri nuovi, difficili.
A Palermo, da poco si è svolto un incontro con esperti del campo, condiviso con i colleghi NPI dell’ASP, con cui da tempo prendiamo in considerazione situazioni cliniche la cui delicatezza procedurale, insolita e difficile da leggere e comprendere, costringe a rivedere, approfondire quanto fino a poco tempo fa ci raggiungeva col carattere dell’eccezionalità e rimaneva celato, tanto nella consapevolezza sociale che professionale. Forte l’esigenza di muovere passi meno incerti nel comprendere, accogliere le rinnovate sensibilità adolescenziali, gli assetti relazionali a fondazione della generatività, le identità sfaccettate del vivere, la condizione transgender, il campo estremo della transizione di genere. Un accenno alla clinica -in special riferimento al dato statistico che segnala negli ultimi anni per le neurodivergenze, un incremento significativo delle richieste di transizione (Ahmad S. et al,2013, de Vries AL et al. 2010)-sollecita la considerazione che vada letta per alcuni casi non tanto una incongruenza del senso di Sé, della scelta d’oggetto erotico, ma piuttosto a una seria difficoltà a riconoscere il corpo, nella sua forma, nel doverlo vivere soffrendo un senso di estraneità esteso, una distorsione autopercettiva che mi sembra accostabile, fatte le dovute differenze, alle forme più radicali dell’anoressia. Ne accenno soltanto, contando, se parrà opportuno, di parlarne in un prossimo scritto.
Bibliografia
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[1] Da alcuni anni condivido questo filmato che mostra bene come con naturalezza è possibile incontrare altre specie curiose e in grado di incontrarci a loro volta. Cani e gatti sono in nostra compagnia ma anche da chi non ce lo spetteremmo è possibile l’offerta di amicizia.
[2] Parola composta da due radici greche (khthôn= terra e kainòs=recente) più o meno, letteralmente: periodo della terra. Un tempo in cui imparare a convivere in modo responsabile su una Terra danneggiata, superando antiche distinzioni binarie e di genere.
[3] Certa che l’acronimo sia, nelle sue componenti, noto a gran parte di chi legge, lo preciso per i pochi che non ricordano bene: Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali/Transgender, Queer, Intersessuali, Asessuali, +…..,la lista non finisce qui. Categorie che accentano l’indefinitezza: ”nonbinary”, “gender fluid”, “genderquestioning”, si aggiungono e raccontano e liberano la possibilità, soprattutto nel periodo della crescita, di stare attraversando un processo non immediatamente risolvibile,adolescenziale. Il Chi sono? che insieme ad altre essenziali domande ci consegna con buona approssimazione la nostra collocazione nel vivere. E’ giocoforza aggiungere alle nominazioni riportate “cisgender”,dal s. gender(genere) e prefisso cis(entro), a designare la persona la cui identità sessuale corrisponde a quella immediatamente attribuibile e percepita come corrispondente al sentire personale e comune.
[4] il «Tavistock and Portman Nhs Foundation Trust» ha chiuso su incarico dell’Nhs (il Servizio sanitario britannico) di il suo «Gender Identity Development Service» (Gids) nel 2023. Nel 2021-22 aveva accolto oltre 5.000 richieste di assistenza al Gids rispetto alle 250 di 10 anni prima. Tra i casi più problematici emersi, quelli relativi a minori con disturbi dello spettro autistico avviati alla riattribuzione di genere.
Maria Luisa Mondello, psicologa, psicoterapeuta, Presidenta del CSMH di Palermo, Direttrice della Scuola quadriennale di psicoterapia psicoanalitica per bambini, adolescenti e famiglie, Modello Tavistock
mondellomarialuisa@gmail.com
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata
































