C’è chi dice NO! Nuovo femminismo in una società senza Padre – Nadia Muscialini
Nadia Muscialini
Abstract
In questo articolo (C’è chi dice NO[1])viene affrontato il tema della violenza del genere alla luce del numero femminicidi, degli stupri e di ogni forma di abuso di cui abbiamo notizia quasi quotidianamente in Italia. Il focus è posto sulle nuove generazioni; sulle dinamiche di coppia e tra il maschile e il femminile nel terzo millennio. Viene fatto un cenno ai miti delle origini per cercare di comprendere come la dinamica della violenza possono essere influenzate dalla cosmogonia del pensiero collettivo occidentale. Ci si sofferma sulla necessità di affrontare il drammatico fenomeno con azioni che promuovano lo sviluppo evolutivo e la psichicizzazione del maschio in crisi identitaria.
Donne, giovani soprattutto, dicono NO alla ferocia di un maschile che vuole attribuire loro la responsabilità di un agire irrispettoso, violento, trasgressivo delle libertà e dei diritti conquistati.
Sono soprattutto le giovani che denunciano e si espongono dopo le violenze subite mettendoci la faccia, determinate a non arretrare di un passo nelle conquiste del loro vivere libero.
Uccise, stuprate, maltrattate, rivendicano un’assunzione di responsabilità collettiva oltre che una giustizia personale. A chi vorrebbe attribuire la violenza contro di loro al vestito che indossano, all’alcool che bevono, alle strade che percorrono, ricordano che è il crimine commesso che deve essere punito e stigmatizzato e non la loro pretesa di vivere in un mondo civile e pacificato.
Non possono rinunciare ai diritti conquistati con il sangue delle loro madri, nonne, antenate, scritti sulle carte ma spesso calpestati nella quotidianità e anche nei luoghi che dovrebbero tutelarli e ribadirli.
A chi consiglia come vestirsi o come comportarsi quando si abitano luoghi pubblici o privati ribadiscono con convinzione che il crimine sta in chi non riconosce le dignità dell’altro, in chi non può tenere a freno e disciplinare impulsi e desiderio di prevaricazione. La violenza sessuale, ancor più se agita in gruppo e documentata e divulgata e venduta attraverso l’uso perverso della tecnologia, è oggi la peggior arma di guerra contro le donne.
Violenza che vuole ribadire il potere assoluto di chi la compie che danneggia con la donna l’umanità intera che da Donna nasce[2] e viene nutrita. Violenza che, nella convinzione di esercitare un diritto, diventa arroganza, misconoscimento di ogni legge e regola. Umiliazione di un intero genere a cui appartengono necessariamente anche le madri, le sorelle, le amiche, le compagne di chi compie questi turpi crimini. Arroganza che porta alla cancellazione della donna come essere umano, alla sua degradazione nominandola con epiteti come cagna, puttana, ecc., per la necessità di sottometterla nuovamente al giogo del proprio potere. Quello che fino alla revisione del diritto di famiglia faceva dell’uomo il pater familas che nella sua declinazione più brutale diventava il padre-padrone a cui era permesso disporre a proprio piacimento, annientare, distruggere e uccidere la moglie e i figli (ius corrigendi) senza incorre in quasi nessuna sanzione.
È sul piano personale più che giuridico che l’uomo violento rivendica la sua posizione di potere ogni qualvolta ritiene che la partner abbia violato il loro patto intimo e le impone una condizione di sudditanza.
Sono passati i tempi in cui una donna violata reagiva con vergogna e senso di colpa fino a giungere, anche, al gesto estremo: il suicidio come atto di ribellione o per prostrazione conseguente ad un’onta ritenuta irreparabile. Le donne oggi reagiscono denunciando gli abusi alle autorità e, di-svelando il crimine, invocano giustizia per sé e pene per chi compie queste empietà, pretendendo al contempo anche una riflessione collettiva sui fondamenti del vivere sociale. Il tempo in cui la violenza rimane entro le mura domestiche è finito. Da qui lo scalpore e l’indignazione sociale che hanno suscitato alcuni recenti delitti; finalmente!
Gli stupri, lo sappiamo, non hanno a che fare con la sessualità e il piacere ma sono una delle modalità di espressione del tentativo di ripristinare il controllo e il potere del maschile sul femminile. Un femminile temuto in una società fluida e precaria in cui l’annullamento delle differenze non è eguaglianza ma omologazione; una società in cui la femminilizzazione del maschio sia da un punto di vista estetico che emozionale è evidente e si materializza anche nella negazione della differenza biologica, nell’invocazione del riconoscimento della fluidità di genere sia in senso diacronico che sincronico.
Non è nell’occultamento del sesso biologico, nel transitare tra i generi e nella negazione del genere (io non sono) che si può raggiungere la libertà di amare e di provare attrazione e gusti sentimentali autentici, senza limiti imposti dalla censura o da un pensiero reazionario. L’irrazionale convinzione che l’annullamento delle differenze nell’androgino o nella pansesseualità possa portare all’uguaglianza nei diritti e nella vita si è tramutata in spaesamento, confusione, impossibilità di avere categorie identitarie ma anche etiche e morali.
Da un punto di vista psicologico “Ciò che viene negato, ma non si può sopprimere, diviene infezione psichica della mente inconscia. Non tollerandola, il pensiero cosciente diventa diffidente, incline a idee paranoiche. Cerca di espellerla, proiettandola su chi non riesce a comprendere. Un circolo vizioso, la sensazione negata che esistono limiti torna a manifestarsi come presenza di un avversario di cui disfarsi. Questo cessa di essere un semplice rivale e assurge alla categoria metafisica di negatività assoluta: diviene il male (il limite all’IO, o al noi, che rappresenta il Bene)[3].
È proprio nella mancanza di limiti e confini che la violenza maschile trova terreno fertile, persi i modelli identitari tradizionali di riferimento e la disciplina a cui necessariamente veniva sottoposto il giovane maschio, l’aggressività e la pulsione sessuale non vengono più sublimate in attività collettivamente utili.
Vi era, nella rigidità dei vincoli e delle regole in cui si doveva avere la propria collocazione sociale in base al sesso di appartenenza un senso del limite che non si poteva superare. Era un limite individuale ma soprattutto collettivo ed era alla base della civiltà.
Terra-Madre; Urano la minaccia. il rapporto del maschile con il femminile alle origini della cultura occidentale
“In principio, per i greci, vi era Chaos, una voragine senza né inizio né fondo, senza direzione nella quale precipitare, né possibilità di orientarsi, un luogo di vertigine e confusione. Il caos, appunto. In esso nulla vi era di ordinato né di comprensibile, né di creato. Esso esisteva, e in esso tutto era già contenuto, ma non aveva forma né nome né identità. Tutto era confuso in un’unica notte indistinta. In origine dunque, non esisteva che Caos, abisso cieco, notturno, sconfinato”[4].
Gaia, la Terra sorse dal Caos, questa creazione mutò l’ordine, o meglio il disordine, delle cose. Tutto quello che prima era senza orientamento si ritrovò inserito in un ordine che, seppur primitivo, faceva la differenza con quanto esisteva prima. Vi fu un alto e un basso, un sopra e un sotto, un prima e un dopo. Le cose divennero visibili, solide, delineate. Gaia, in un certo modo, rappresenta il contrario di Caos.
Anche Urano, il suo compagno, era stato da lei generato senza unirsi ad alcun essere maschile. Urano è il dio del cielo e con Gea costituisce la coppia divina primigenia che si ritrova in numerose mitologie e antichi miti della creazione (cosmogonia). Urano feconda Gea con la pioggia e dalla loro unione nascono la maggior parte degli elementi cosmici più antichi del mito greco. Urano sviluppa un odio per i suoi figli perché teme di essere spodestato da loro nel potere divino, li rinchiude così nel ventre della madre Terra.
Gea non sopporta questa situazione ed escogita un piano per liberare i figli, solo l’ultimogenito dei Titani, Crono accetta la sfida e, dopo che Gea attira Urano suscitando in lui il desiderio d’amore, recide i genitali del padre con una falce. Inizia così la prima delle dispute generazionali delle divinità.
Da questo primo rapporto emergono delle criticità nella relazione tra il maschile e il femminile basate sulla possessività e la paura di perdere il potere del maschile primordiale. L’unione coniugale va bene fino a quando Gaia non diventa madre. Avere dei figli scatena in Urano sentimenti di invidia, gelosia, aggressività, violenza e impulsi figlicidi.
Urano si configura così come un maschile primitivo pulsioni non addomesticate. Il interesse è concentrato sull’amplesso con Gaia, non tollera quindi la presenza dei figli che gliela sottraggono. Gaia al contrario è accogliente, generativa, creatrice di ordine.
Lo stesso Crono che si è rivoltato contro la violenza di Urano successivamente uccide i figli avuti con Rea ingoiandoli. Rea salva l’ultimogenito Zeus grazie al quale gli dei dell’Olimpo sconfiggeranno i Titani. Lo stesso Zeus rappresenta un padre figlicida e ingoia la figlia Atena rimuovendo così la minaccia che i suoi discendenti possano contendergli il privilegio regale ma contemporaneamente integra il principio generatore femminile dando alla luce sua figlia Atena[5].
Atena nasce dalla testa del Padre indicandoci che l’assunzione della responsabilità paterna è un atto di riflessione dolorosa oltre che un’intenzione consapevole.
Interessante di questi miti delle origini è che il maschile primigenio deve incorporare il femminile per diventare padre, compagno, uomo civilizzato e psichicizzato e che i figli devono ribellarsi al padre per diventare adulti e rivendicare la propria autonomia e libertà. La lotta contro il Padre è necessaria ai figli per testare la propria forza e capacità di fare fronte alle avversità della vita. L’impossibilità di confrontarsi con il maschio più forte nella società senza Padre come una delle cause della crisi del maschile non può essere motivo di discussione in questo breve testo se non per quello che compete in rapporto alla violenza contro le donne che diventa ancora più evidente nel momento della perdita dei limiti e dei confini sia normativi che identitari.
I femminicidi e la violenza contro le donne sono un reato spia di una società che si è sfilacciata nei suoi fondamenti democratici per la perdita di quell’assunzione di responsabilità maschile che disciplina violenza, branco e si fa custode delle norme e delle regole sociali.
Patriarcato e post patriarcato
Nelle società antiche occidentali l’uomo aveva un ruolo ben definito e di rilievo nella società e nella famiglia. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza era un evento di collettivo, sancito in cerimonie sia private che pubbliche. Per i maschi vi era anche la vestizione della toga virile. Che era il primo simbolo dell’età adulta anche se non equivaleva a emanciparsi del tutto dall’autorità paterna. Il padre era il principale modello per il figlio adolescente era a lui che doveva ispirarsi per uniformare la propria condotta di vita poiché era il più diretto modello di virtù. Il genitore doveva incitare il giovane a compiere azioni degne del mondo adulto nel quale si accingeva ad entrare, tra le quali mantenere ordine e sicurezza fuori e dentro dalla famiglia. L’esercizio fisico era considerato per i giovani maschi un importante virtù e insegnamento, così come lo era la devozione verso il Padre, gli dei e la Patria.
Nella Roma antica vi erano specifici riti in cui veniva disciplinata la sessualità, questi riti avevano l’obbiettivo di mettere in risalto i nessi tra giovinezza e fecondità (potenza sessuale) ma anche di disciplinarne le pulsioni: la caccia e l’arte della guerra disciplinavano aggressività e violenza del maschio pubere. Coloro che non controllavano alcune inclinazioni dell’età giovanile come la “baldanza, la tenacia, gli impulsi sessuali”[6] che si riteneva sfociassero in condotte delittuose e controproducenti per la collettività, erano considerati modelli negativi.
Per la giurisprudenza contemporanea non esiste più il ruolo del pater familas, i genitori sono considerati equivalentemente responsabili e soggetti di doveri nei confronti dei figli. La legge prevede la tutela del supremo interesse del minore su quello dei genitori tutelandoli anche da maltrattamenti e abusi intra familiari.
È importante oggi chiedersi qual è il ruolo degli uomini e del Padre nella società contemporanea che si può definire post patriarcale, almeno nel diritto se non nei costumi[7]. Se esistono ancora modalità educative che aiutino i giovani adolescenti a controllare la propria forza e sessualità, così come hanno insegnato alle donne a credere nella propria completezza e autonomia.
Evitare lo scontro generazionale e negare le differenze genetiche, biologiche e dei ruoli di accudimento non fa altro che spostare questi conflitti da un piano transgenerazionale a quello della lotta tra uomini e donne, come se la vincita e la perdita di uno dei due potesse portare ad una vittoria, all’eliminazione della violenza.
La demonizzazione del maschile, lo svilimento, l’accusa generalizzata degli uomini non rende merito a tutti coloro che agiscono in maniera non violenta, rispettosa della reciprocità nella coppia.
La confusione tra patriarcato e maschilismo è, a mio parere, una lettura anacronista e distopica della violenza di genere e risulta poco funzionale alla sua risoluzione poiché utilizza modelli interpretativi e di azione del precedente millennio.
Oggi sono cambiate le dinamiche tra uomini e donne, la consapevolezza di queste ultime è assai elevata. Le giovani si separano molto prima di quanto facevano le loro mamme e nonne ed è questo che le mette maggiormente a rischio. Ma fare appelli contro l’ultimo incontro, il non contact e altre strategie non funziona perché non è nel DNA della donna pensare che l’altro possa arrivare ad ucciderti.
Devono essere gli uomini a scoprire che hanno dentro di se il femminile, fare la scelta di essere uomini e padri, farsi portavoce della Verità che la violenza è sempre sbagliata e “non è un fatto privato, ma un’offesa pubblica e la cura deve necessariamente essere collettiva”[8].
L’acquisizione di responsabilità degli uomini nell’assumersi la paternità con un gesto intenzionale li ha tramutati da centauri in uomini, compagni e padri[9]; è l’aspetto positivo della società patriarcale e della famiglia tradizionale in cui, tralasciando i difetti, vi era l’impegno di garantire sostegno e protezione alla prole e alla donna che li portava in grembo e li cresceva. Impegno che iniziava con il riconoscimento dell’figlio alla nascita (dare il cognome del padre) che, in caso contrario, veniva considerato figlio di reiette, sgualdrine folli, internate nei manicomi o abbandonate in condizioni di estrema povertà da chi spesso le stuprava approfittandosi del proprio potere. Il mancato riconoscimento dei neonati alla nascita è stato nei secoli scorsi alla base di infanticidi, esposizioni nelle ruote, abbandono dei neonati sulla pubblica strada e negli orfanotrofi. Oggi il mancato riconoscimento dei figli da parte del Padre è non interpellarli per la definizione dell’agenda politica che li riguarda, non considerarli se non all’insegna della legge del mercato come possibili portatori di interesse.
Credo che il tema del maschile vada trattato senza muoversi verso l’indifferenziato né demonizzando l’uomo e il padre come un modello identitario di riferimento per non lasciare orfani i preadolescenti nel processo di mentalizzazione del corpo sessuato e l’acquisizione dell’identità di genere. Verso quale futuro possono altrimenti alzare lo sguardo: precari, instabili, privati del futuro, di una identità sessuale, di limiti e confini in una orgiastica e dionisiaca esaltazione dell’istante, del godimento immediato, della mercificazione delle relazioni e della pornografia. Come possono orientarsi nella vita senza combattere la Legge del Padre come è sempre stato nelle rivoluzioni giovanili che hanno portato tanti traguardi nella conquista dei diritti
Dirigere la rabbia e l’aggressività per essere stati abbandonati verso le donne è uno specchio che rimanda loro il riflesso delle rughe e del decadimento di un modello che arranca per non soccombere senza avere chiaro il futuro e il destino verso cui desiderano muoversi.
Affinché si realizzi il tempo in cui diritti fondamentali e l’uguaglianza non siano solo parole scritte sulla carta ma la realtà nella vita quotidiana teniamo quello che di buono ci ha insegnato l’Uomo Padre e dismettiamo come abiti vecchi i pregiudizi che ne facevano anche il padrone.
Maschile e femminile sono componenti insite in ognuno di noi, essere uomini o donne è altro, qualcosa di più e di diverso della semplice somma delle singole parti come ci ha insegnato la psicologia della Gestalt[10].
In Italia abbiamo carte e leggi meravigliose sulla tutela diritti ma dobbiamo fare si che il rispetto delle differenze e dell”Altro sia qualcosa di intimo e interiorizzato e non semplici informazioni superficiali che non arrivano a trasformarsi in conoscenza.
Credo che la reazione collettiva suscitata dagli ultimi femminicidi sia un segnale che può esserci un cambiamento nel modo di affrontare il problema della violenza “del genere”[11] che consiste nel volgere lo sguardo all’interno e non guardare la pagliuzza negli occhi dell’Altro. La psiche ha bisogno di limiti così come ha bisogno di potersi muovere liberamente entro questi limiti e comprendere entro i quali diventa necessario fermarsi. I vincoli e le barriere esterne sono sicuramente importanti ma non meno importanti sono quelli interni della mente.
Bibliografia
Maurizio Bettini a cura di “Il sapere mitico. Un’antropologia del mondo antico”, 2021 Einaudi Editore.
Adrienne Rich “Nato di donna. La maternità in tutti i suoi aspetti. Un classico del pensiero femminile” (1977), 1996 Garzanti Libri.
Vasco Rossi, 1987.
Sarantis Thanopulos, 2023, comunicazione personale.
Luigi Zoja “Storia dell’arroganza. Psicologia e limiti dello sviluppo; 2003 Moretti & Vitali editori.
[1] Vasco Rossi, 1987, carosello.
[2] A. Rich, “Nato di donna La maternità in tutti i suoi aspetti. Un classico del pensiero femminile”, (1977) 1996 Garzanti Libri.
[3] Luigi Zoja, Storia dell’arroganza. Psicologia e limiti dello sviluppo; 2003 Moretti & Vitali editori.
[4] Gaia e Urano – La nascita del mondo – Teogonia di Esiodo, Posted on 27 Febbraio 2018 by Musa
[5] Maurizio Bettini a cura di “Il sapere mitico. Un’antropologia del mondo antico”, 2021 Einaudi Editore.
[6] Maurizio Bettini, ibidem.
[7] Patriarcato è il potere dei padri: un sistema socio-familiare, ideologico, politico in cui gli uomini – con la forza, con la pressione diretta, o attraverso riti, tradizioni, leggi, linguaggio, abitudini, etichetta, educazione e divisione del lavoro determinano quale ruolo compete alle donne (…) Sotto il patriarcato posso vivere avvolta in un purdah o guidare un camion; posso allevare i miei figli in un kibbuz o essere il solo sostegno di una famiglia senza padre o partecipare a una manifestazione per la legge sull’aborto con un bambino in braccio; posso essere un “medico scalzo” in un villaggio della Cina popolare, o vivere in una comune di lesbiche della Nuova Inghilterra; posso diventare un capo di stato per diritto di nascita o per elezione o lavare la biancheria della moglie di un miliardario; posso preparare il caffè a mio marito tra le pareti d’argilla di un villaggio berbero o vestire la toga accademica, quale che sia il mio status o la mia posizione, la classe sociale a cui appartengo, o le mie preferenze sessuali, io continuo a vivere sotto il potere dei padri, e a me saranno aperti privilegi o influenza solo nella misura in cui il patriarcato e disposto a concedermeli, e solo a condizione che io paghi il prezzo dell’approvazione maschile A. Rich, ibidem.
[8] Nadia Muscialini “Da sofferenza privata a cura collettiva”, 2008. Intervento presso la clinica Mangiagalli di Milano.
[9] Luigi Zoja “Il gesto di Ettore”, 2016, bollati Boringhieri.
[10]https://www.bing.com/ck/a?!&&p=f0551ca848cf34e3JmltdHM9MTcwNzc4MjQwMCZpZ3VpZD0zMWI3ZTFmNy01MzgwLTY2N2YtMTljMy1mMDk0NTJlYjY3OGEmaW5zaWQ9NTIyMQ&ptn=3&ver=2&hsh=3&fclid=31b7e1f7-5380-667f-19c3-f09452eb678a&psq=psicologia+della+gestalt&u=a1aHR0cHM6Ly9pdC53aWtpcGVkaWEub3JnL3dpa2kvUHNpY29sb2dpYV9kZWxsYV9HZXN0YWx0&ntb=1
[11] Sarantis Thanopulos, 2023, comunicazione personale.
Nadia Muscialini, Psicoanalista SPI, Dirigente SSN, esperta in prevenzione contrasto violenza di genere
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2023- ” – ISBN 978-88-8247-45x-x
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