Sallo

Identità sessuale, sessualità e corpo erotico. Sarantis Thanopulos

Care ragazze e cari ragazzi di Sallo,
ecco alcuni s-punti di riflessione sul tema.

Primo punto: la psicoanalisi lega l’identità sessuale alla sessualità e al corpo pulsionale, erotico e non semplicemente al corpo biologico. Dà molta importanza alle identificazioni crociate tra i sessi (fondate sulla nostra identificazione con i genitori) per cui il mondo psichico di ognuno di noi ha una parte femminile e una parte maschile. Una parte eterosessuale e una parte omosessuale. Seguendo Freud possiamo dire che in ogni amplesso ci sono quattro combinazioni: l’uomo nell’uomo con la donna nella donna, la donna nell’uomo con l’uomo nella donna, due donne, due uomini.
La complessità psichica dell’eros umano permette un uso polivalente del corpo erotico, ma non è mai indipendente dalla sua anatomia e dalla sua biologia (pur godendo di un’autonomia) . La percezione soggettiva della nostra appartenenza a uno dei due sessi, il modo di rappresentarla affettivamente e mentalmente (il sesso psichico) può entrare in distonia con il nostro corpo biologico (accade raramente, ma accade da sempre). L’integrazione tra sesso psichico e sesso biologico (che ha il suo centro di gravità nel corpo pulsionale) è la regola ma la regola ha le sue eccezioni: le identità transessuali. Il legame con il corpo resta, seppur spostato nella direzione del sesso opposto. E l’identità resta nel campo della differenza dei sessi.
I genitori (in special modo la madre, ma sempre all’interno della sua relazione con il padre) possono collocare il bambino sognato, atteso, in un sesso piuttosto che in un altro (spesso, in accordo con la società patriarcale, quello maschile) e persistere nella loro aspettativa, pretesa anche dopo la sua nascita. La situazione clinicamente più frequente è l’incentivazione nella figlia di una dimensione androgina e certamente questo discorso (molto importante nel campo transgenerazionale) porta molto lontano. Si può sinteticamente dire che i genitori interferiscono con i processi identificatori dei figli che sono alla base dell’identità sessuale (tanto più quanto il loro legame incestuoso con i propri genitori non è stato adeguatamente superato). Non credo però che questa interferenza arrivi al punto di produrre un “cambiamento di sesso”; può forse influenzarlo ma non predeterminarlo. La transessualità non è un fenomeno di così semplice spiegazione. In ogni caso l’influenza dei genitori che condiziona l’identità sessuale dei figli è una cosa negativa.
La psicoanalisi non offre verità canoniche ma strumenti raffinati e rigorosi di comprensione. Il loro studio e il loro uso sono difficili, non per questo dobbiamo abbandonarli e importare al loro posto la teoria del “genere” e le sue costruzioni.

Secondo punto: che cosa si intende per genere? Il concetto viene dalle scienze umane e significa propriamente “sesso sociale”: l’influenza della società sull’identità sessuale (inclusa quella transessuale) sul modo di viverla e di pensarla.
Inteso in questo suo corretto significato il genere effettivamente precede la nostra nascita (perché la società significa prima che siamo nati, nella buona e nella cattiva sorte, il nostro modo di essere donne o uomini). Ma questa non è una scoperta degli analisti (sul versante dell’alienazione può essere utile Lacan, ma di più Foucault e Freud).
Il genere, invece, come percezione puramente soggettiva di sé (staccato dal legame congruo o incongruo con il corpo) non si capisce davvero a cosa si riferisca. Perché mentre esiste un sesso biologico alla nascita che nella grande maggioranza dei casi (ma non sempre e non canonicamente) coinciderà con il sesso psichico, non esiste alcun genere alla nascita se non come imposizione della società o dei genitori.
Il genere come lo si usa ideologicamente (in una continua espansione e moltiplicazione di generi), qualcuno, poi, dovrebbe spiegare in cosa consista veramente. Quanti generi ci sono, come si relazionano tra di loro. Perché mettere nello stesso sacco lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer, intersessuali, asessuali e poi aggiungere + (cioè n categorie) a me crea un certo imbarazzo.
La definizione più concisa che abbia mai sentito (e ahimè proposta in un tavolo scientifico da una delle parti) è: genere è la percezione soggettiva del genere. E non sto scherzando.
Non si dice donna o uomo, ma (proprio quando si vuole mettere un limite) si parla di una terza possibilità e alla domanda “cosa?” si risponde: altro, neutro (il maschile de-relazionato dal femminile). L’espansione dei generi ci porterebbe a queste creative aggiunte?
Che senso ha parlare di una cosa X come continua, emergente, in espansione se questa cosa non si definisce?
Care ragazze e cari ragazzi tutto questo lo pagano le donne. In un suo rapporto (16 Giugno) Reem Alsalem, Relatrice Speciale Onu sulle violenze contro le donne e le ragazze, scrive:

Recentemente c’è stata una concertata spinta internazionale a slegare la definizione di donne e uomini dal sesso biologico e a                                                      cancellare la definizione legale di “donne”. Tali sforzi hanno minato la realizzazione pratica della parità tra donne e uomini. Alle                                                     donne è stato negato il loro giusto riconoscimento come categoria distinta sul piano legale e sociale. Ciò è una forma di                                                                 “inclusione coercitiva” facente affidamento sull’aspettativa che le donne saranno abbastanza gentili da sacrificare il proprio                                                             riconoscimento e la propria protezione nell’interesse di altri.

Saluti affettuosi, augurandovi di godere l’estate,
Sarantis

(past President – Società Psicoanalitica Italiana)

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La violenza domestica

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Maria Rosa Irrera
Maria Rosa Irrera
1 anno fa

Colpisce la possibilità di pensare l’attualità (di turno) con una profondità metapsicologica che disarcioni l’urgenza. A rosicchiare spazi di pensiero (anche di chi intraprende oggi le fatiche di una formazione analitica) è la spinta a un’omogeneita’ “democraticista” (non democratica) che paralizza lo sviluppo di una comprensione dei fatti umani. Sento importante allenare uno sguardo che possa ri-connettere l’apparentemente disparata (e disperata) confusione fenomenica a delle fondamenta di riflessione metapsicologica e culturale nel senso più ampio. Non sono forse operazioni di ampio respiro (Freud, Bion, diversamente Pasolini, per citarne alcuni) a “liberare per tutti” spazi di pensiero e, dunque, di salute psico-sociale?

Bruno Errico
Bruno Errico
1 anno fa

Le sue parole mi suscitano per associazione dei pensieri che riporto di seguito, spero pertinenti al tema che introduce. Mi trova concorde quando dice, o comunque mi pare di intendere così, che il nostro sesso psichico a prescindere dalla dotazione biologica che ci caratterizza dalla nascita, si costituisca nel complesso intreccio di identificazioni con i nostri genitori e che sia influenzato dalla società, all’interno della quale la famiglia vive e ne è essa stessa influenzata. Al riguardo mi convince l’idea secondo la quale all’inizio della vita di ognuno di noi vi sia una sorta di stato indifferenziato per cui non vi è differenza tra me e l’altro, tra me e il mondo. Siamo fusi in un tutt’uno. In questo precocissimo stadio è possibile supporre che le potenzialità espressive del singolo siano al massimo e credo anche che le esperienze che si vanno via via accumulando vadano, sedimentandosi, costruendo argini ad un “oceano pulsionale” che freni non ha, influenzando e legandosi a loro volta alle esperienze successive. Per utilizzare un immagine che mutuo dalla fisica, all’inizio vi sono infiniti gradi libertà e le esperienze che si depositano vanno come costituendo dei vincoli, che limitano o bloccano alcune di queste, favorendone altre. Per dirla in atro modo l’esperienza che facciamo consente la costituzione di una specifica “configurazione carsica”, del tutto personale, unica e irripetibile, all’interno della quale, l’oceano di prima, può divenire fiume e scorrere, permettendoci di costituirci come persone nel mondo e in mezzo agli altri, differenziate, con un identità e un identità sessuale. Basta accettare il limite di essere qualcosa, altrimenti si correrebbe il rischio di non essere niente perchè si vuole essere tutto. Già presso gli antichi greci era chiaro ciò, nel tempio di Apollo a Delfi era incisa la frase “Nosce te ipsum”, che tradotta significa appunto conosci te stesso. Sento anche che nel tentativo di definire le varie forme dell’identità, non più radicata in un binarismo sessuale e che dunque comprende e accoglie oggi più di prima possibilità altre, vi sia da un lato un tentativo difensivo di alcuni, quasi a voler bloccare e cristallizzare l’espressione sessuale, dall’altro il tentativo di altri, probabilmente i diretti interessati, di affermare con forza la loro esistenza e il loro bisogno di essere riconosciuti. Se comprendo i secondi faccio fatica con i primi. Concludo dicendo che a mio avviso la sessualità è una dimensione continua e non discreta ed anche all’interno della categoria etero vi sono infinite possibilità espressive. Vogliamo forse trovare un nome anche per quelle? Con questo non voglio dire che le categorie non servano, tuttavia di non abusarne e di considerare che con esse ci si riferisce ala vita delle persone, tutte diverse e con particolarità e sfumature uniche. Buona estate,
Bruno.

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