Recensioni

L’inquietante intimità. Legami e fratture nei transiti migratori

Virginia De Micco

Alpes, Roma 2024

Recensione di Silvia Golino

Sono decenni che lavoro come operatrice di strada, ed è altrettanto tempo che rifletto e ricerco sul tema della marginalità sociale, delle migrazioni e delle sofferenze – manifeste o latenti – che queste condizioni portano con sé.

Sono alcuni anni che, per la professione che svolgo appassionatamente dedita all’aiuto, ho trovato essenziale il taglio che la ricerca e la prassi psicoanalitica offrono alla lettura delle dinamiche umane: dell’individuo e dei propri legami, dei soggetti nell’ambiente che li ha formati e dei loro rapporti con le realtà esterne. Tale orientamento, tanto scientifico quanto calato nella quotidianità, mi ha condotto non soltanto a scavare oltre il conosciuto, a superare quelle che appaiono “evidenze” per ricercarne le cause, ma anche a trovare attraverso tali riflessioni, finalmente, la spiegazione a tanto di ciò che solo intuivo, che però non comprendevo appieno.

L’inquietante intimità” riunisce in un unico e denso volume il lavoro, lungo oltre vent’anni, che l’autrice Virginia De Micco ha svolto sul campo, a studio e nella ricerca scientifica, attorno al cosiddetto “fenomeno migratorio”[1]. Con la chiarezza che caratterizza il suo stile, De Micco tocca diversi campi del sapere: dall’antropologia all’etnografia, dagli studi sociali all’etnopsichiatria, tutto sorretto da quella chiave di volta che è il taglio psicoanalitico con cui legge tale “fenomeno”, tali “dislocazioni reciproche”, per così dire “speculari”, offrendo inoltre numerose vignette cliniche, tranches analitiche e rimandi a interessanti letture.

Con le parole scritte dieci anni or sono dalla stessa Autrice in una curatela: “riteniamo la psicoanalisi particolarmente adatta a riconoscere i disagi delle ‘identità diasporiche’, proprio per quella dimensione insita nel suo movimento teorizzante, nel suo itinerario conoscitivo, volto a fantasticare, tradurre, indovinare, secondo la nota formula freudiana, volto cioè a cogliere la dimensione del ‘passaggio’, del transfert, della pluralità di senso” (De Micco e Grassi 2014). Dinamismo e pluralità, dunque, assieme a un pizzico di fantasia, come antidoto alla dilagante, ma in realtà troppo semplicistica e noiosa, cosmologia del rifiuto (Piasere 1999, p. 33).

Per questo motivo, il volume che qui ho il piacere di recensire rappresenta in maniera ottima ed emozionante anche i miei decenni di azione e ricerca accanto a persone di origine straniera, ma soprattutto conferma ciò che negli ultimi anni ho appreso e compreso nella sua essenza: lo stretto legame tra scienze umane, psicoanalisi e attualità.

 La psicoanalista e “lo straniero”

La prima parte del libro, titolata “Dalla ricerca etnografica alla psicoanalisi”, delinea bene il percorso di interesse e professionale dell’Autrice, la cui formazione anche antropologica spiega il pluriennale coinvolgimento nel settore della clinica interculturale, dell’etno-psi, del lavoro analitico nell’ambito dell’accoglienza di persone di recente immigrazione, di minori stranieri non accompagnati e, non da ultimo, del trattamento di adolescenti dalle doppie o multiple appartenenze, stretti in laceranti conflittualità e spesso alla ricerca di equilibrio. Un lavoro in cui è sotteso quel “perpetuo principio di inquietudine” che Virginia De Micco fa suo, essendo appunto tale principio (secondo Foucault) un tratto comune sia della psicoanalisi, sia dell’etnologia. Lo fa suo “come fondamentale strumento metodologico” (De Micco 2024, p. 6), attorno al quale si muove l’intero testo e, aggiungerei per intuizione, l’intera vita professionale della sua autrice.

L’Italia è una terra di immigrazione relativamente “giovane”, spesso è soltanto terra di transito verso più ambìte mete settentrionali. Tali flussi migratori, di una certa consistenza (ma sicuramente non “massicci” come definiti da tanta propaganda) ci hanno posto di fronte a nuovi concittadini, nuove identità che cercano collocamento. Le comunità locali si confrontano oggi con suoni, colori e odori insoliti, sconosciuti, inafferrabili, perturbanti perché non di casa propria[2]. Si incontrano persone “diverse” appena oltre la soglia di casa, persone per le quali tutto qui è nuovo, piene di nostalgie e di speranze, che interrogano insistentemente la società locale con i loro tratti somatici, i loro sguardi infantili ancora senza lingua[3], i loro immaginari e i loro fantasmi, le loro storie… e le etnografie, le narrazioni o le interpretazioni che noi costruiamo, tentando di afferrare tutto questo[4].

De Micco descrive, nello scorrere dei capitoli, lo stretto rapporto tra psicoanalisi ed etnografie, non quelle esotiche, bensì narrazioni “interne”, osservazioni e riflessioni sulla diversità del vicino di casa, del compagno di scuola, della persona che ti siede accanto, e sulle trasformazioni psichiche e antropologiche che tali nuove convivenze comportano.

Psicoanalisi e studio delle nuove realtà socio-culturali vanno dunque di pari passo. “L’intreccio tra sensibilità psicoanalitica e osservazione etnografica” offre un valido contributo per la formazione di “nuovi strumenti di descrizione e rappresentazione scientifica”, scrive De Micco (2024, p. 32). È questo il tema di fondo delle approfondite ricerche dell’Autrice, nonché del suo coraggioso impegno civile, che richiama noi tutti (e in primo luogo i professionisti dell’aiuto) a guardare in viso coloro da cui preferiremmo voltare lo sguardo, e in tal modo guardare dentro a noi stessi[5], reinventarci e ridefinire con grande apertura un posto per tutti nella società attuale.

La seconda parte del libro, titolata “Legàmi e fratture nei transiti migratori” proprio come il sottotitolo dell’intera raccolta, ripropone approfondimenti teorici accostati a tranches cliniche, storie vere in cui il lettore sicuramente ritroverà le tematiche di cui sopra, e si ritroverà, in alcuni punti con un sorriso complice, in altri comprendendo come affrontare al meglio gli inevitabili momenti difficili del confronto con “l’altro”.

Al di là dello specchio

Il discorso sull’identità trova chiaramente tanto spazio sia nella letteratura (meta)psicologica, sia in quella (meta)antropologica. Nella società contemporanea, fluida e sempre più meticcia, tale concetto viene costantemente messo in discussione. Cambia infatti la sua stessa matrice psicoantropologica, “all’interno della quale i ‘soggetti’ possono trovare, o forse meglio devono nuovamente negoziare, il loro ‘posto’ (intreccio di posizione simbolica e di collocazione affettiva)” (De Micco 2024, p. 220). Non a caso la terza parte del volume è intitolata “Cornici teoriche in movimento”.

Il migrante, l’esiliato, lo straniero, il “diverso” mostrano la portata dinamica e fluida di tale momento storico: tutti costoro sono soggetti portatori di “spostamento”, saltatori di confini, sia nelle geografie reali, sia in quelle simboliche, investiti talvolta da grandi traumi storico-politici e molto più spesso da microtraumi quotidiani (espressione di Michele Risso, più volte ripresa nel volume). Si presentano come contro-immagine speculare, si stagliano in maniera evidente (e spesso anche numericamente sovrastimata) innanzi a una popolazione maggioritaria, che si crede stabile[6] e si assopisce sulla sua presunta superiorità. Perturbati da tali inusuali (unheimliche) figure, che interrogano proprio dette presunzioni, la tendenza è quella di sentirsi assediati, spaventati, toccati nell’intimo, e di assumere conseguentemente un assetto difensivo, incapace di vero ascolto, velatamente o manifestamente aggressivo.

La funzione specchio è dunque un altro tema che percorre tutto il libro. L’Autrice non intende però lo specchio come rassicurante rimando al riconoscimento di sé nella propria integrità (Lacan), o l’altrettanto rassicurante riflesso di sé nello sguardo materno (Winnicott)[7]. Lo specchio, nelle pagine del libro, è l’immagine perturbante di quell’essere umano che prima era lontano e ora è qui, uguale ma diverso, intimo ma inquietante. È quel riflesso inatteso, che svela anche le proprie ombre e mette in discussione la propria identità, riproponendoci le parti “straniere” di noi stessi.

Come meglio esplicitare questo fondamentale meccanismo, se non con le parole della stessa Autrice: “i migranti, gli stranieri, ci mettono sotto gli occhi gli aspetti scissi del ‘noi’, ci mettono in contatto, e in un contatto intrinsecamente traumatico, con ciò che ci è più estraneo in noi stessi, con ciò che abbiamo necessariamente espulso per poterci costituire in quanto Io/Noi, per poter cioè stabilizzare delle istanze autorappresentative ed identificatorie. Guardarsi allo specchio dello straniero costringe a vedere qualcosa del sé che può risultare insopportabile” (id., p. 248).

Dunque il libro, si intuisce già dal titolo, parla dei transiti migratori a analizza Noi: è l’osservato che diviene osservante, è lo specchio che ci guarda!

L’attenzione dell’antropologa-psicoanalista si sposta così dall’ospite all’ospitante, dal fenomeno migratorio alle trasformazioni antropologiche e alle imbarazzanti disfunzioni tutte interne alla società di accoglienza, che tale fenomeno porta con sé[8].

Perché, in fondo, chi, meglio di coloro che provano quotidianamente sulla (e sotto la) propria pelle il confronto con “l’altro”, può essere maestro di convivenza? Quanta “ingegneria culturale” (Piasere 1999, p. 31) trascuriamo, con interventi inopportuni, pre-giudicanti, e spesso con una lettura disperata ed escludente delle manifestazioni individuali e collettive non usuali e, come tali, percepite alla stregua di manifestazioni disturbate e disturbanti? Oppure è forse, per dirla con Edward Said (1981), “l’intreccio di potere e conoscenza che ha creato ‘l’orientale’ [‘il migrante’] annullandolo, in un certo senso, come essere umano”?

Nell’ottica fluida e dinamica, aperta all’adattamento reciproco spesso imperfetto, che caratterizza i saggi contenuti nel volume, si apprende che non esiste “la cosa sbagliata da mettere in forma giusta”. Poiché dalle fatiche dei “nuovi arrivati”, dalle loro incertezze possiamo soltanto imparare, e con loro abbandonare le nostre, di certezze. Riusciremo soltanto così a guardarci dentro fino a sfiorare quel luogo sconosciuto, e forse anche spaventoso, che appunto chiamiamo inconscio e, sfiorandolo, tentare di riconoscere in noi quello che l’altro ci manifesta di sé: “il diritto di esserci straniero” (De Micco 2021, p. 10).

Trova qui valore il forte appello di Piero Coppo (2013, p. 205), affinché, finalmente, nascano collaborazioni tra “esseri curiosi, che amano la molteplicità dentro e fuori di loro, in grado di far sì che, nelle dinamiche anche conflittuali tra esse, si generi il nuovo. È forse questa possibilità, incarnata in quelli che hanno scelto di farla propria, a costruire, dopo tante imposizioni di guerra, la vera offerta di pace dell’Occidente prima, forse, della sua definitiva dissoluzione.”

Il terzo spazio

Né “noi”, né “loro”, dunque, ma qualcosa di diverso, da costruire assieme.

Nel libro si legge, impellente, la necessità di dare forma a qualcosa di nuovo: un terzo spazio (per dirla con H. K. Bhabha), un luogo ibrido in cui i due soggetti allo specchio si riconoscano nei loro tratti umani e disumani, nell’attrazione e nella repulsione, e in tal modo arrivino a dare forma a un “universo referenziale ‘meticcio’” (De Micco 2024, p. 23) in cui costruire qualcosa di ricco e di strano, scrive ancora De Micco prendendo spunto da versi di Shakespeare (id., p. 110), in grado di modificare la collettività tutta.

Uno “spazio potenziale”, teorizza Winnicott (1974, p. 184), e prosegue provocatoriamente: “un’area ipotetica che esiste (ma può non esistere)”. Tale spazio potenziale si costruisce “là dove c’è fiducia o attendibilità” e “col tempo diventa il godimento della eredità culturale”. Eredità che non siamo ancora riusciti a lasciare alle nostre giovani generazioni.

Si tratta non soltanto di muoversi senza angoscia tra le sfumature di grigio che vi devono essere tra il completamente bianco e il completamente nero, ma anche di immaginare luoghi dove bianco e nero coesistano contemporaneamente. Il pensiero fuzzy si è sviluppato alla fine del secolo scorso in campo prevalentemente logico-matematico e ammette che oggetti contraddittori (A e non-A) possano in una certa misura o in un certo momento coesistere, trovare un’appartenenza comune. Si apre dunque un’infinita gamma di possibilità di accostamento, ritenute spesso formalmente inconcepibili, impensabili, incompatibili, ma senza alcun dubbio realizzabili. “Il mondo che era stato fino ad allora sottile e logico, di improvviso diventò ricco e vario”, scrive Kosko (1995, p. 25), riproponendo il concetto di ricchezza appena incontrato: una crescita comune apportata dall’unione di aspetti apparentemente incompatibili.

Si tratta dunque, riprendendo la metafora delle sfumature di grigio, di “riuscire a lavorare attorno a una zona grigia (…) in cui poter tollerare quella che Sayad indicava come opacità delle storie dei migranti” (De Micco 2024, p. 235).

Si tratta altresì di lavorare tra illusioni e disillusioni, e non soltanto sulle aspettative e sulle delusioni loro (Sayad, 2002) ma anche sulle nostre. Di tollerare momenti di impossibile comprensione, assieme alla frustrazione dei numerosi “incontri mancati” sui quali inevitabilmente si inciampa. Già alcuni anni fa l’Autrice ci invitava a “prendere atto della necessaria ‘convivenza con lirriducibile’” (De Micco 2021, p. 10), a non inquietarci se tutto non si riconosce e non si risolve. Come fanno loro, emigrati, sradicati per forza o per scelta ed estranei alla terra d’approdo, dovremmo “rinunciare a imporre un potere di omologazione/significazione su tutto il reale, lasciando ‘resti’ inconoscibili, che ci consentano di continuare a esplorare i margini e a vivere le trasformazioni” (ibid.). Loro, “maestri in relazioni transculturali” (Piasere 1999, p. 34), persone sulle quali – abbiamo visto – troppo facilmente vengono riversate tutte le cause dei nostri mali, non possono che essere da esempio, per provare, ancora, a salvare questo mondo[9].

Sul margine: il lavoro dell’analista e dell’operatore sociale

La terapia che ha veramente un senso è la vita in sé.

D. W. Winnicott

La quarta ed ultima parte del libro, dal titolo “Il lavoro psicoanalitico in territori di confine”, racconta le più recenti esperienze di analisi e supervisione dell’Autrice. Più che una conclusione, vuole essere momento di apertura, invito ai professionisti dell’aiuto ad andare avanti, reggendo e trasformando gli affetti violenti che il confronto con “alterità insondabili” porta con sé.

Riprendendo il paragone dei Grinberg dell’immigrato come neonato, “nuovo arrivato” tra un “noi” già stabilito, non è semplice mettersi ad altezza d’occhi di un bambino, bisogna prima di tutto inchinarsi per poi sopportarne lo sguardo ora interrogante, ora provocante, hilflos, che ci scruta e ci cerca. Bisogna mettere da parte il nostro senso di superiorità, “restare vivi e immuni dal ricorso alla rappresaglia” (Winnicott 1969), attendere, ascoltare senza fretta, prenderci per mano e fare un pezzo di strada assieme.

Questo libro ci invita, come insegna Bion[10], a osservare e ricercare, a dare tempo al profondo ascolto e conoscenza dei processi, prima di procedere all’intervento sui processi stessi. È un testo fondamentale non soltanto per lo psicoterapeuta o la psicoanalista, ma anche per tutte quelle persone a vario livello impegnate nelle professioni a contatto con le sofferenze, perché aiuta a conoscere i meccanismi e poterli pensare con limpida profondità, a circoscrive l’ansia e la banalità difensiva.

Se è vero, con Lorena Preta (2024, p. 10), che “è possibile a volte immettere, nella pur necessaria definizione del modello o del punto di vista che usiamo, quell’attività immaginifica che ci permette di tracciare confini nuovi e panorami originali e dare sostanza e voce e immagine a qualcosa che prima non era neanche pensabile”, il nostro diventa dunque un mestiere capace di tracciare scenari alternativi, attraversando e talvolta spezzando il limite dell’impossibile, come recita in lingua araba una bellissima canzone[11]. Un mestiere non facile, in grado di tollerare le nostre paure, le nostre imperfezioni, e di ammettere al contempo che “solo tenendo aperta la nostra piaga di sconcerto, ignoranza, impossibilità di pensare, possiamo tentare ogni volta una cura” (id., p. 11). Cura intesa come azione sensata di aiuto, accompagnamento sincero verso “la costruzione insieme (…) di mondi che prima non erano né pensabili né, forse, esistenti” (Ferro 2017, p. 8).

Cogliamo come essenziale nel nostro operare il consiglio di Georges Devereux, autore cosmopolita, sostenitore dell’importanza che il lavoro con le sofferenze sia multidisciplinare, nonché dell’intrinseca imprecisione delle scienze umane. Quasi prendendosi gioco dei dotti professionisti che si spaventano e si allontanano di fronte ad alterità sconosciute, Devereux invita al passaggio “dall’angoscia al metodo” (Devereux 1984)[12], per cui dalla sofferenza si esce riconoscendosi, insieme. Nessuno è da considerarsi “perso”; nessuno è “uno sconfitto”; nessuno, possibilmente, deve essere abbandonato.

Ci affidiamo alla teoria e alla pratica ad orientamento psicoanalitico, che prima di tutto implica un intenso lavoro su se stessi, alla scoperta delle proprie aree dolorose, con la capacità di “smitizzare e ricomporre su tutt’altre basi” le mitografie o idealizzazioni incrociate, che più comunemente noi chiamiamo pregiudizi o reciproche diffidenze (De Micco 2024, p. XX). Di fronte a chi ci sbatte in faccia (perché non può fare altrimenti, nel tentativo di continuare a vivere) il proprio trauma, siamo costantemente in lotta con i nostri sensi di colpa, le nostre eccitazioni erotiche e la tendenza all’azione simmetrica, vendicativa. Un lavoro continuamente a contatto con il limite, costantemente sul margine. Una richiesta di equilibrio, che la raccolta di studi e riflessioni su detta inquietante intimità alimenta e rende stabile.

Con lo stesso potente desiderio professionalmente sovversivo con cui l’Autrice conclude l’introduzione al volume: “Il pensiero psicoanalitico, se vuole essere davvero trasformativo anche sul piano delle dinamiche sociali, e fare la differenza, deve essere pensiero spietato, che esercita metodologicamente la spietatezza per così dire, e può farlo perché ne ha la forza” (id., p. XXXVI).

La psicoanalisi scende in tal modo dal gradino quasi mitologico di elitaria pratica da studio e si fa prassi quotidiana, dinamica e “implicata” per definizione, fondamentale linea guida per ogni professionista del sociale. In fondo, scrive Antonio Ferro (2017, p. 119), “la psicoanalisi è un processo di una semplicità spaventosa: parla di come noi stando insieme riusciamo a metabolizzare la brutalità del reale.” E questa affermazione vale ancor più quando si tratta il tema del confronto a tu per tu con lo “straniero”, intimo e “altro” allo stesso tempo, umano e disumano, brutale ma metabolizzabile proprio lavorando insieme. Un “lavoro di pensiero”, conclude l’Autrice a piena ragione, “tanto più complesso e, a tratti, impossibile, quanto più, proprio per questo, necessario” (De Micco 2024, p. 219)!

BIBLIOGRAFIA

Baldini T. (2024), Il mondo salvato dai ragazzi indifferenti. Dialoghi sul controtransfet, Vecchiarelli, Manziana (Roma). Gratuitamente consultabile in https://www.psicoanalisiesociale.it/wp-content/uploads/2023/12/Mondo_Salvato_Def_p.pdf

Coppo P. (2013), Le ragioni degli altri, Raffaello Cortina Editore, Milano.

De Micco V. e L. Grassi (2014), Editoriale, in De Micco V. e L. Grassi (acd), Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni, “Interazioni”, 1/39, Franco Angeli, Milano.

De Micco V. (2021), Editoriale, in De Micco V. (acd), L’estraneo e il familiare. Dalla clinica al sociale, “Interazioni”, 1/53, Franco Angeli, Milano.

De Micco V. (2024), L’inquietante intimità. Legàmi e fratture nei transiti migratori, Alpes, Roma.

De Micco V. E Norsa D. (2024), Il perturbante nella contemporaneità: aspetti clinici e sociali, “Interazioni”, 1/59, Franco Angeli, Milano.

Devereux G. (1984), Dall’angoscia al metodo nelle scienze del comportamento, ed. dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma.

Ferro A. (2017), Pensieri di uno psicoanalista irriverente, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Goussot A. (2014), L’approccio transculturale nella relazione di aiuto. Il contributo di Georges Devereux tra psicoterapia ed educazione, Aras edizioni, Fano.

Kosko B. (1995), Il fuzzy-pensiero, Baldini & Castoldi, Milano.

Piasere L. (1999), Un mondo di mondi, L’ancora del Mediterraneo, Napoli.

Piasere L. (2002), L’etnografo imperfetto, Laterza, Bari.

Preta L. (2024), L’invenzione di una mappa, in Francesconi M. E Scotto di Fasano D., Freud a Gaza, petite plaisance, Pistoia.

 Said E. W. (1981), Orientalismo, Bollati Boringhieri, Torino.

Sayad A. (2002), La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Winnicott D. W. (1969), The use of an object, in “International Journal of Psycho-Analysis”, 50. Nuova traduzione di A. Novelletto in https://sipsapsicodramma.org/wp-content/uploads/2018/04/L’uso-di-un-oggetto-D.W.-Winnicott.pdf

Winnicott D. W. (1974),  Il luogo in cui viviamo, in Winnicott D. W., Gioco e realtà, Armando, Roma.

 

 

[1] “Quello che un po’ sbrigativamente chiamiamo ‘fenomeno’ migratorio è in realtà la risultante di un incontro tra ‘frammenti’ antropici (quelli ‘stranieri’ e quelli ‘autoctoni’, tutti sottoposti a più o meno violente dinamiche di ‘dislocazione’)”, specifica l’Autrice (De Micco 2024, pp. 217-218).

[2] È l’Unheimlich freudiano (das Heim è “la casa, il focolare”, die Heimat è “la patria”). Unheimlich in italiano viene tradotto con il termine perturbante.

[3] De Micco fa notare in diversi punti del libro che in-fans significa proprio senza lingua. Cita altresì   León e Rebeca Grinberg, secondo i quali l’immigrato ritorna a una condizione infantile, deve cominciare da capo la (ri)costruzione di sé come un neo-nato, un neo-arrivato.

[4] Cfr. Piasere (2002), per un interessante (e divertente) approfondimento sulle etnografie.

[5] “C’è sempre qualcosa di terribile, e allo stesso tempo splendido, nell’attimo in cui decidi di guardarti dentro”, così Stefano Massini comincia il suo monologo teatrale L’interpretazione dei sogni, sipario chiuso e buio su sala.

[6] Attualmente però, evidenzia De Micco, le comunità accoglienti sono attraversate da un’importante fragilità identitaria, dal progressivo venir meno di quegli organizzatori metapsichici e metasociali, che René Kaës rileva già da un paio di decenni. La società occidentale stessa si crede dunque stabile, quando invece l’ingresso nel XXI secolo ha messo a nudo tutta la sua intrinseca debolezza.

[7] Per una breve storia della metafora dello Specchio in psicoanalisi e il suo rapporto con la costruzione identitaria, cfr. De Micco (2024, pp. 70-72).

[8] L’ultimo sviluppo del pensiero di Virginia De Micco è infatti uno studio sulla “dimensione del perturbante nella contemporaneità” (De Micco e Norsa 2024), esteso ad altri fenomeni individuali e sociali, oltre a quello migratorio.

[9] Tito Baldini (2024) sostiene che siano proprio loro, i ragazzi che noi riteniamo “difficili”, i giovani “al limite”, perennemente “sul margine” (borderline?), a sopportare e comprendere il mondo dei “sani”, quando viene loro permesso, fino ad avere il potere di salvarlo. “Esiste la cultura e allo stesso tempo la chiave per accedere alla possibilità di salvare loro la vita, o meglio, tramite la loro vita salvata, salvare anche la nostra” (p. 39).

[10] cfr. Bion e le professioni di aiuto. Quindici seminari su Wilfred Ruprecht Bion (1897-1979) tenuti da Tito Baldini, pubblicati a partire da gennaio 2025 sul Portale Psicoanalisi e Sociale (https://www.psicoanalisiesociale.it/multimedia/).

[11] “Si allontana il luogo / svanisce il tramonto / dal tuo corpo / disegnato dalla nostalgia / e dai desideri. / E in questo tempo avaro / tu dormi. / In una notte antica / la tua malinconia ha due volti: / un volto silenzioso / rivolto al passato; / un volto che scompare / tra oscure creature / e tu dormi. / Come albero di un giardino / si alzerà tra la folla / per raccontare storie, miti e leggende. / Nel cerchio di un’eterna danza / s’incroceranno le braccia / di un estremo amore. / Ho spezzato il limite dell’impossibile / nei miei sogni le tue mani / e le tue labbra / sotto un sole antico / ho dimenticato me stesso / nei passi / nelle cadenze. / E con i tuoi desideri / in questo tempo avaro / dormi.” Radiodervish, You are my world, dall’album musicale Beyond the sea (2009).

[12] Su Georges Devereux cfr. Goussot (2014). La formulazione “dall’angoscia al metodo” viene ripresa e reinterpretata da De Micco al capitolo 17 del volume qui recensito.

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andres
andres
1 anno fa

Silvia lavora sempre con rigorosa preparazione, perciò non mi sorprende la qualità dello stile. Convivendo con lei mi ha piacevolmente sorpreso vederla lavorare a questa recensione , avvolta da un aurea, felice dentro la sua concentrazione, entusiasta nella approfondita ricerca, meticolosamente impegnata nel cercare il meglio di se da riflettere in questo lavoro. La sua profonda stima e ammirazione per Virgina De Micco non mi era nuova, la conoscevo già in quanto non perdeva occasione di partecipare a incontri in cui Virginia fosse invitata come oratore.

Condivido con Silvia questo sentimento verso Virginia, come operatore nel sociale ho cercato di applicare la sua sensatezza, come uomo ho cercato di assorbire la sua saggezza.

Sono certo che questo duo,Virginia /Silvia, ci regalerà altri bellissimi lavori, e ci arricchirà, come direbbe Bion, di fattori alpha…..

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